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II.
Un
campanello squillò, fortemente, e continuò a tinnire presso la finestrella
della cucina: Carmela venne a sporgersi in quella stretta, oscura, umida tromba
del cortiletto, dove si aprivano le finestrelle di tutte le altre cucine e
scorse un volto di donna, giù, nel cortile, guardante in su:
—
Donna Carmela, è ora? Posso salire? — disse una voce grossa femminile,
dal basso.
—
Sali, sali, Gaetanella, — rispose, di sopra, la ballerina.
Ella
rientrò nella sua camera e riprese il suo lavoro, intorno al quale si erano
esercitate lente e pazienti le sue mani, malgrado che fosse domenica. Era la
sua buona maglia di seta, la quale già mostrava, qua e là, dei rallentamenti
che facean sospirare di tristezza Carmela.
Ella
ne possedeva tre, di maglie, e non le avea rinnovate, da molto tempo: una, la
più vecchia, era così vecchia, così scolorita, che parea bianca, ai lumi della
ribalta, e che ella conservava, cencio inutile, per spirito di economia: una
seconda, che aveva serbato il color carnicino, ma consunta, molto rammendata,
troppo rammendata, non poteva servire più, a San Carlo, in inverno, ed ella
l’adoperava ancora, in estate, a Santa Maria di Capua, a Lecce, a Catanzaro, in
quelle così incerte e così perigliose stagioni di ballo, in provincia, dove le
povere ballerine vanno solo per avere il pane. Per San Carlo, dove
l’impresario, il maestro concertatore del ballo, il direttore del palcoscenico,
erano così esigenti, così duri, così brutali, sulla questione del basso
vestiario, sulle scarpette di seta, sui coturni di pelle, sulle gonnelle di
velo, spese che spettano tutte quante alle ballerine, ella doveva adoperare la
sola buona maglia che avesse: e così Carmela ne sorvegliava il tessuto serico,
leggiero, con cure quotidiane, tremando di doverne comperare una nuova, appena
passabile, per ventotto lire! Sua madre le aveva insegnato il rammendo su
maglie di seta, il suo povero mestiere: chi sa mai, per non crepare dalla fame.
Gaetanella,
la pettinatrice, entrò senza bussare e avendo salutata la sua cliente, svolse
d’attorno la sua cintura, dove era ravvolto un grembiule bianco. Carmela Minino
si era seduta innanzi allo specchio piccolo e appannato di un’antica toilette
di legno:
Gaetanella,
dopo aver fatto un giro di ricerche, nella stanza, le aveva gittato sulle
spalle un asciugamano, perché i capelli disciolti non le ungessero il vestito.
—
Anche oggi, si balla, donna Carmela...
—
Due volte, anzi, giorno e sera, Gaetanella mia.
—
Come, anche quest’ultima domenica di Carnevale?
—
Si sa, noi balliamo due volte al giorno, tutte le ultime quattro domeniche di
carnevale. Per noi, non ci sono feste... — sospirò la ballerina.
—
Domani pure? Pure dopodimani? — chiese la pettinatrice, mentre passava il
pettine nei lunghi capelli disciolti.
—
Sono i due ultimi giorni di carnevale. Doppio spettacolo — mormorò l’altra. —
Certi giorni, moriamo di fatica.
Tacquero
un istante. La pettinatrice era una giovane popolana, piccola, tarchiata, con
un elmo di capelli oscuri alto sul capo, con uno scialletto di lana azzurro
incrociato sul petto, con una veste di lana color granato e un paio di
stivaletti dai tacchetti alti e rumoreggianti. Ella pettinava Carmela con una
rapidità meccanica grandissima: le mani brune, magre, ossute, ornate di anelli
grossolani, della pettinatrice avevano, in qualche momento, lo scatto burlesco
delle mani scimmiesche.
—
E stassera, tardi, a casa? — disse la pettinatrice, legando a metà testa, con
un cordoncino, un forte mazzocchio di capelli.
—
Verso l’una dopo mezzanotte.
—
Sola sola? Non avete paura?
—
Sì... qualche volta.
Tutto
il costante cruccio di quel ritorno a casa, di notte, sola, ad ora già alta, in
un quartiere lontano da San Carlo, per vie poco frequentate, dove potea
incontrare ladri, ubbriachi, malintenzionati, le si dipinse sul volto.
—
Io mi farei accompagnare da qualche parente, — riprese Gaetanella, che si
accorse di quella tristezza.
—
Io non ho nessun parente. Forse... qualche amico mi accompagnerebbe... se
volessi... ma non voglio.
—
Fate bene, — ribatté subito Gaetanella, che comprese. — La Madonna vi mantenga in
questa intenzione.
Conosceva,
Gaetanella, che la ballerina si conservava ancora onesta: nel vicolo Paradiso,
dove la pettinatrice anche abitava, tutti lo sapevano che Carmela Minino
tornava a casa sempre sola, che non riceveva visite, che non riceveva lettere o
fiori, che usciva soltanto per andare al teatro e alla chiesa, che era così
povera perché non voleva aver protettore. Dalla fruttivendola, una orribile
strega che strillava dalla mattina alla sera, con tutti quanti, alla carbonaia
che con le mani sporche di carbone lavorava a una calzetta già nera sulla
soglia della sua bottega nerissima di carbone, da don Santo il panettiere che
vendeva anche la neve, in estate, al cantiniere, uno smargiasso, figliuolo
della celebre venditrice di vino, la Sangiovannara, tutti i vicini di Carmela Minino
ne elogiavano le virtù.
L’edificio
della pettinatura di Carmela, sotto le agilissime, scarne mani di Gaetanella,
cominciava a prendere quell’aspetto turrito come era la moda, in quella
stagione.
—
Rialzami la frangetta, te ne prego.
La
frangetta era una sfioccatura di capelli, tagliata diritta sulla fronte
e che ne copriva la metà. Era passata di moda, da qualche tempo, ma Carmela la
usava sempre.
—
Stareste male, senza frangetta, — disse Gaetanella fermandosi, guardando il
viso di Carmela nella spera.
—
Lo so! — esclamò la corifea, sospirando. — Ma in palcoscenico nessuna la porta
più... mi burlano, perchè mi pettino all’antica...
—
Non date retta: sono compagne invidiose.
—
Anche il direttore del ballo mi ha sgridato. Provate a rialzarmela, — pregò
ella, ancora.
Difatti,
Gaetanella le rialzò, con le forcinelle invisibili, i capelli
abbassati sulla fronte. La fronte, un po’ troppo alta, apparve nuda: ed il viso
lungo di Carmela si allungò ancora.
— Quanto sono
più brutta, così, — ella soggiunse, dopo essersi rimirata, con un accento pieno
di sincerità e pieno di amarezza
— Sì, non
state bene, così. Ora ve l’abbasso di nuovo, la frangetta.
— Non
importa, — ribatté Carmela, rassegnatamente. — Preferisco non prendere delle
sgridate.
Mentre
Gaetanella, compita la pettinatura, vi ficcava certi spilloni di grezza
chincaglieria, false perle, falsi smeraldi, strassi poco scintillanti, Carmela
si sogguardò nuovamente e si trovò bruttissima, con quella fronte che le
pareva enorme, Non aprì bocca. La pettinatrice aveva finito tirava i capelli
caduti o strappati, dai denti del pettine, ne faceva un batuffoletto,
deponendolo sul piano della toilette, si soffiava sulle mani, si
riavvolgeva attorno alla cintura il suo grembiule bianco. Carmela cavò dalla
tasca quattro soldi e glieli dette, in pagamento della sua pettinatura. In
verità, Gaetanella si faceva sempre pagare a mese, da tutte le donnette del
vicinato, tre o quattro lire il mese, il che riduceva la pettinatura a due
soldi il giorno. Ma la ballerina si faceva pettinare da lei, solo nei giorni in
cui ballava: e il contratto era diverso. Su per giù, con quindici
rappresentazioni al mese, venivano le medesime tre lire al mese: ma la povera
corifea preferiva pagare volta per volta, quei quattro soldi non le pesavano
tanto. Furlai, il parrucchiere di San Carlo, voleva sei e spesso otto lire il
mese: Carmela non poteva, non poteva, non aveva protettore vecchio o giovine.
— Domani, a
che ora? — chiese Gaetanella, dalla soglia.
— Sempre alle
due, mi raccomando.
— Non dubitate.
La porta si
richiuse. Carmela andò a guardare l’ora a un vecchio orologio da tasca, di
argento, che le aveva lasciato sua madre: erano le due e mezzo. — Doveva
sbrigarsi. — Quando vi erano due spettacoli, l’impresario voleva che le
ballerine si trovassero in teatro, alle tre, mentre appena cominciava la prima
opera in musica sino alle tre e mezzo, una lira di multa; dopo le tre e mezzo,
ritenuta di una giornata. Era una crudeltà tener lì, in quei grandi cameroni
nudi, male odoranti, riscaldati dalla fiamma del gas, dove le corifee si
vestivano e si spogliavano, a quattro, a otto, a dodici per camera, tre ore
prima, tutte quelle che dovevano ballare; ma le proteste, i gridi, la collera
erano inutili: col regolamento non si scherzava. Di domenica, si entrava in
teatro alle tre del pomeriggio, si usciva all’una dopo mezzanotte, tredici ore
di fatiche pesanti e di ozi anche più pesanti, chiuse dentro, con quella luce
cruda, con tutti quei fiati, con quei pessimi profumi da una lira la boccetta e
tanti altri odori più nauseanti. Molte profittavano di un’ora di libertà, fra
uno spettacolo e l‘altro, e scappavano a casa: ma non era peggio, vestirsi, spogliarsi,
correr via, ritornare? Una vita da cani, in carnevale, quando tutti si
divertono.
Così, con
quella monotonia di movimenti che indica una consuetudine oramai invincibile,
Carmela mise in una scatola di cartone lunga e stretta le sue gonnellucce di
velo tarlatan, bianche: erano nuove, leggiere, molto sbuffanti, come è sempre
il tarlatan, quando si adopera la prima volta; ma alla terza, alla
quarta, che appassimento! Vi mise anche le sue scarpette di raso rosa, ohimè,
non più nuove, tutte sciupate, portabili solo per pochi giorni, ancora: e
costavano quattro lire il paio! Vi unì due o tre vasetti dove restava un po’ di
cold cream, un po’ di rossetto, un po’ di cipria: vi depose un piumino
spelato e una spelata zampa di lepre. Guardò se dimenticasse qualche cosa. —
Niente altro? No: niente. Il suo misero bagaglio di ballerina di terza
fila, pagata a tre lire e cinquanta al giorno, era al completo, nella sua
perfetta povertà. Ebbe un minuto di tristezza, così, improvviso. Pensava a
Emilia Tromba che, malgrado fosse una semplice ballerina di prima fila, niente
altro che una guida, sol perché era bella, sfrontata e insolente,
portava in teatro un nécessaire di argento con le sue cifre, per la sua toilette:
quei vasetti, quelle fialette erano ripiene dei più bei e dei più soavi
cosmetici, che Emilia Tromba distendeva sul suo volto ridendo, strillando,
bestemmiando, persino, con quella sua voce roca di donnaccia ubbriaca, che
contrastava così forte con la beltà pura del suo volto: quel nécessaire, invidia
di tutto il palcoscenico, non glielo aveva, forse, donato Ferdinando Terzi? Il
gentiluomo dai glaciali occhi azzurri, limpidi e taglienti nel superbo sguardo,
che su ogni cosa e ogni persona volgevasi con la medesima indifferenza, aveva
fatto quel dono di mille lire, più di mille lire, si dicea, a Emilia nel giorno
del suo onomastico, per fare schiattare le altre ballerine. Ma l’ora urgeva:
Carmela chiamò il figliuolo dl portinaio, un ragazzetto di dieci anni, e gli
confidò la scatola. Quel monello gliela portava ogni giorno, a San Carlo e
gliela riportava a casa, il dì seguente, per qualche soldino che la ballerina
gli donava. Ella si sarebbe vergognata di portare, per Toledo, quello scatolone
lungo e leggiero, che indicava la sua professione e avrebbe fatto voltar la
gente.
Quando
il ragazzo fu partito, saltando gli scalini di quel quarto piano a quattro a
quattro, Carmela pensando a quelle tredici ore di reclusione, mise in un
giornale due fette di pane in cui stava stretto un pezzo del ragout domenicale,
da lei stessa cucinato, vi unì una mela rossa e un coltellino, facendone un
pacchettino decente; quello lo portava con sè, avrebbe mangiato un boccone, fra
uno spettacolo e l’altro, senza uscire di teatro. Andò verso il letto e
mentalmente disse un’Ave Maria alla Madonna di Pompei che aveva, a capo
letto, tre Gloria Patri a sant’Antonio di cui era specialmente tenera,
per le grazie che fa — tredici al giorno — e si mise in tasca il rosario, per
abitudine. Andando a mettersi il cappello, innanzi alla spera, vide una carta,
sul piano della toilette. L’aprì; rilesse quella lettera, scritta in uno
stile amoroso fra il romantico e il brioso, da Roberto Gargiulo, il cassiere
della casa Gutteridge. Il giovane, in quell’inverno, era stato varie, troppe
volte a San Carlo, introdotto dall’amico giornalista: e sentendo che ognuno di
quegli abbonati alle poltrone aveva la sua innamorata, la sua amante, fra
quelle ballerine, udendo tutti quei discorsi di piccoli e grandi don Giovanni,
vedendo Carmela danzare, ogni sera, sapendo che non aveva nessuno che la
corteggiasse, sapendola molto restia, ma non totalmente restia, si era rimesso
a farle dichiarazioni amorose, in prosa e in versi — i versi, li copiava qua e
là — ad aspettarla, innanzi al teatro, quando esciva. Il suo sogno sarebbe
stato di andare nelle quinte, come tanti gentiluomini in marsina, in cravatta
bianca, col fiore all’occhiello: ma egli non era che un oscuro impiegato di
commercio! Carmela diceva no, sempre, con quel diniego costante e disperato di
chi si ostina ciecamente: ma le lettere non le dispiacevano. Ed obbedì a un
senso di vanità, mettendosi in tasca la ultima lettera di Roberto Gargiulo, a
cui non aveva risposto. Quando avevano un quarto d’ora di riposo, di libertà,
le ballerine, nelle quinte, nei loro cameroni, dove si acconciavano, cavavano
fuori subito le lettere dei corteggiatori. E alle tre meno venti, puntuale come
un soldato, Carmela Minino avendo un po’ freddo, sotto la sua mantellina di
panno nero, guarnita da una falsa pelliccia nera, tenendo nascosto il pacchetto
della sua cena, col suo passo cauto, leggiero, misurato, uscì dal portoncino
del Vico Paradiso, per andare a San Carlo.
Erano
otto, in quel grande camerone oblungo: tutte le otto ballerine della terza
fila. Checchina Cozzolino, una dal volto gonfio, scialbo, dai piccoli occhi
cinesi che eran tirati verso le tempie, nera di capelli: figliuola di una
portinaia, corteggiata dal giovane medico del teatro, piena di presunzione, ma
senza una lira, mai, da comprarsi un pacchetto di cipria; Rosina Musto, una
zitellona di quarant’anni, alquanto brutta, sufficientemente goffa, ma allegra,
vivace, che ballava benissimo e che aveva per amante un negoziante di
coloniali, Sambrini, con bottega a via Baglivo Uries; Carlotta Musto, la
sorella più giovane, almeno di dieci anni, maritata con un capo meccanico
all’Arsenale, divisa da lui, che aveva un amante misterioso, geloso, di cui
parlava in termini vaghi, senza precisare, temendo che glielo rubassero;
Marietta Sanges, una biondona così alta che faceva sfigurare tutta la fila e
sfigurava lei stessa, con quella enorme statura, con certi piedi e certe mani
da carrettiere, amante di un notaio, che le dava generosamente centocinquanta
lire al mese, su cui ella, prevedendo l’abbandono, faceva delle economie;
Giuseppina Mastracchio, figliuola di un secondo ballerino di San Carlo, magra,
piccola, sempre di cattivo umore, scontrosa, che aveva già fatto due figliuoli,
di qua e di là, bestemmiando contro l’ignoto genitore, tentando dei ricatti coi
suoi antichi amanti, non riuscendo che a strappar qualche diecina di lire, a
furia di urli; Margherita De Santis, una creatura carina, fine, sottile,
elegante, dalle labbra bianche di anemizzata, sempre malata, con le tasche
sempre piene di pillole, di cartine con polverine, del resto, fortunata, perchè
mantenuta da un ricco negoziante di cuoi, al ponte della Maddalena; e infine
l’altra zitella, l’altra ballerina ancora onesta, come Carmela Minino, una
ragazzona di diciotto anni, bianca, rossa, tonda, stupida, Filomena Scoppa, che
voleva assolutamente maritarsi e bene, per non correre i rischi delle sue
compagne con quegli amanti gelosi, noiosi, spesso avari, spesso volubili, che
piantavano le donne da un giorno all’altro. Le prime sei, tutte più o meno bene
provviste di amanti, affettavano un profondo disprezzo per Carmela Minino e per
Filomena Scoppa, le due zitelle, zitelle perchè nessuno voleva sapere della
prima, brutta e timida come era e nessuno voleva sposare la seconda, che aveva
la rozza beltà del diavolo e niente altro, sporca e trascurata, del resto:
mentre le due zitelle, le due oneste, erano armate di una superbia, silenziosa
in Carmela Minino, chiacchierona e impertinente, in Filomena Scoppa. Tutte
queste altre donne, vestendosi per il ballo Excelsior, facevano un
chiasso enorme, soffocato dalle pareti di legno, nel loro camerone, mentre
nelle altre camere si chiassava egualmente, fra risate, strilli, urli, cadute
di sedie e tanti altri rumori di donne che si vestono in uno stretto spazio.
Per lo più, le voci erano rudi, alcune velate da una ostinata raucedine, altre
stridule e mal sonanti, tutte volgari: nel dialetto napoletano,
accentuatissimo, che formava il fondo di quelle conversazioni, di quelle
dispute, qualche accento lombardo o piemontese si frammischiava, di qualche
ballerina venuta da Milano, da Torino. Delle bestemmie, delle parole oscene si
mescolavano in quegli strilli di femmine affaccendate e nervose: mentre le più
prudenti, le più bigotte, fingevano di scandalizzarsi a ogni parolaccia delle
più sfacciate.
Lo
stanzone era piuttosto un lungo corridoio, con l’impiantito di legno abbastanza
sconnesso e dove, spesso, pigliavano delle storte i tacchetti di legno delle
ballerine, che venivano da casa loro, correndo per l’ora tarda: mentre le
scarpette di raso carnicino della danza, dalla soletta leggiera, sugherigna vi
si rovinavano: ma, all’impresario che poteva ciò importare, quando le scarpette
erano a conto delle ballerine? Le mura di quello stanzone erano appena
imbiancate e qua e là mostravano delle macchie di umido, oscure, verdastre,
come le traccie di una ignobile lebbra del muro: tre fiammelle di gas
sporgevano da una lunghezza del muro e divampavano, riscaldando l’ambiente come
una fornace: ma la loro luce piombava sopra un lungo tavolone di legno che
formava una toilette comune alle otto ballerine e dove erano appoggiati
degli specchi, delle catinelle, i vasetti del rossetto, le spazzole, i pettini,
le forcinelle, un tavolone lungo quanto la parete dello stanzone e dinanzi al
quale stavano le ballerine seminude, semivestite, dandosi il rosso, ungendosi
le braccia di cold-cream, provandosi qualche fiore artificiale, qualche
fibbia di strassi nei capelli, stringendosi il bustino sino alla
mancanza del respiro, per fare la vita piccina. E tutto vi si faceva in una
promiscuità bizzarra, fra le smorfie delle più modeste o delle più mal fatte,
che si vergognavano di spogliarsi innanzi alle altre, fra le audacie di quelle
che restavano in camicia, un’ora, non avendo punto freddo in quel forno, con
quel gas, con tutti quei profumi più o meno violenti dei cosmetici. Delle sedie
sgangherate su cui erano gittati i costumi dell’Excelsior, alla rinfusa:
lungo il muro vuoto, degli appiccapanni a cui erano sospesi i vestiti di città
delle ballerine, per lo più assai poveri, alcune perchè non volevano sciupare
la loro buona roba in quella stanzaccia, altre perchè non avevano nulla di
decente per vestirsi, tormentate dalla misera paga, dal peso di famiglia, dagli
amanti che non davano loro un soldo. Fra le otto ballerine della terza fila,
solo Carlotta Musto e Marietta Sanges, che avevano degli amanti serii e
relativamente generosi, avevano delle sottanine di seta e dei busti di colore:
le altre sei avevano deposta della biancheria grossolana, delle calzette di cotone,
dei busti da tre lire e cinquanta. Filomena Scoppa, già famosa per la sua
onestà e per la sua sudiceria, aveva una sottana tutta infangata sospesa al
chiodo e, per terra, delle calze, che facevano schifo:
—
Ma tu, ti lavi la faccia? — le gridava Checchina Cozzolino, tutta nauseata di
quel suo viso gonfio e biancastro, simile a una vescica.
—
Pensa alle tue sudicerie! — le rispondeva insolentemente Filomena Scoppa.
Erano
tutte più o meno nervose, più o meno furiose, in quella giornata di carnevale,
quando tutti si divertivano, o, almeno, tutti si riposavano ed esse erano
costrette a ballare due volte, di giorno e di sera, non mangiando che un
boccone, disperatamente, fra le due rappresentazioni o restando digiune sino
alla una dopo mezzanotte, avendo dovuto lasciare gli amanti, la casa per venire
a saltellare in cadenza: quelle rappresentazioni di giorno, fatte per i ragazzi
condotti dalle loro bambinaie, fatte per le famiglie della piccola borghesia,
per un pubblico odioso, che esse odiavano. Meno male, la sera, coi loro
corteggiatori in poltrona, con tutti quei gentiluomini più o meno ricchi che
ognuna di loro sperava di conquistare, di strappare alle ballerine fortunate
delle prime file, di strappare alle duchesse, alle contesse, alle marchese
della grande società: meno male! Varie, intanto, dalle prime file mancavano,
erano restate a casa, facendosi multare, infischiandosene dell’impresa,
sostenute da innamorati ricchi e superbi: l’Excelsior, di giorno,
sarebbe stato irriconoscibile.
—
Concetta Giura non vi è, — disse Carlotta Musto, rispondendo a una domanda di
sua sorella Rosina. — Beata lei, che può farlo.
—
E tu non potresti farlo? Che te ne importa di ballare?
—
Me ne importa... me ne importa, — rispose, con aria di segretezza, Rosina, che
non voleva mai narrare i fatti suoi.
—
Intanto quella è a Sorrento col duca di Sanframondi... non ritorneranno che
stassera.
—
Ci spende molto, Sanframondi?
—
Molto: ma non come una volta, — replicò Carlotta che era sempre la meglio
informata.
Due
o tre di esse sospirarono: Checchina Cozzolino, che non aveva mai due soldi in
tasca, mormorò:
—
Malann’aggia la mia brutta sorte!
Si
bussò violentemente alla porta del camerone: era ora di uscire in scena, pel
primo quadro. Vi fu un clamore, nessuna era pronta, tutte si affannavano,
scappavano una dietro le altre, verso il palcoscenico, sollevando un’acre
polvere, raggiustando le spalline del bustino con quel moto familiare delle
ballerine, dandosi dei colpetti sulle gonnelline di velo troppo sbuffanti, assicurandosi
le forcinelle nei capelli. Carmela Minino era stata una delle prime: taciturna,
con la sua aria apatica, ella era sempre pronta, sempre al suo posto.
Rientrarono
tutte, in gran fretta, per cambiarsi di vestito: quel dannato Excelsior porta
sei cambiamenti di vestiti per tutto il corpo di ballo, una cosa da dannarsi:
con la recita della sera, facevan dodici mutamenti! Avevano ballato assai male,
trascuratamente, sapendo che tutto era buono, per il pubblico diurno, di festa,
di carnevale. Ma il direttore del ballo, nelle quinte, le aveva strapazzate con
ingiurie brutali, come faceva sempre, del resto, per ogni piccola cosa. Esse si
lagnavano, strillavano:
—
Che vita da cani!
—
È una cosa da crepare!
—
Quando finisce, quando?
—
Vorrei andare a spazzare le vie e non fare la ballerina!
—
Felice chi può non farla!
Carmela
Minino taceva: ma il suo povero cuore soffocava i sospiri della tristezza, di
una vana e vaga tristezza, in quel giorno festivo, in quel camerone ardente,
fra quegli odori e quelle puzze, fra quei gridi, quelle voci roche, quelle
parole talvolta laide, spesso oscene.
Ella
sentiva, sì, profondamente l’umiltà, la miseria, la limitazione gretta, la
mancanza d’avvenire migliore della sua professione: ne sentiva tutta la gaiezza
apparente e tutta la malinconia interiore: ne sentiva tutta la immancabile
corruzione in cui la virtù, l’onore, il decoro, il pudore dovevano, un giorno
più vicino o più lontano, necessariamente naufragare: ma non vedeva via di
scampo; che altro avrebbe ella mai fatto, se non ballonzolare, in una delle
ultime file della grande danza, vestita da giapponese, da almea, da paggio? Che
altro sapeva ella mai fare, se non questa sola cosa e neanche benissimo, ma
tanto da averne il pane e il tetto? Tutte sognavano o un gran matrimonio o un
terno al lotto o più praticamente un amante dovizioso e largo: ma ella, Carmela
Minino, nulla di nulla.
—
Neppure Emilia Tromba vi è! — esclamò Margherita de Santis, la sottilissima,
sempre malata, che pareva sempre dovesse spezzarsi in due.
—
È a Sorrento, anche lei, con Concetta Giura, — rispose subito Carlotta Musto,
che era la cronista meglio informata.
—
Con Ferdinando Terzi, naturalmente, — mormorò Marietta Sanges, la biondona
enorme, che odiava il suo mantenitore, un notaio sessantenne.
Le
palpebre di Carmela Minino batterono due o tre volte, vivamente: le mani che
allacciavano il giubbetto di fattorino telegrafico, del quadro dell’Ufficio
telegrafico, tremarono e si fecero molli.
—
Che ti pare! — proruppe Checchina Cozzolino, la poverissima, la invidiosissima.
— Quello non la lascia mai; Emilia se lo mangia vivo.
—
Perchè lui vuol farsi mangiare, — soggiunse Carlotta Musto, che aveva una
vecchia esperienza di uomini e a cui tutte chiedevano consiglio — ma non le
vuol bene.
—
Ci spende l’osso del collo!
—
Ma non le vuol bene, vi dico. Vuol bene a una signora, maritata... con un
marito geloso... un guaio...
Carmela
Minino si sedette un momento. Tutte queste cose ella le sapeva: le aveva intese
dire, varie volte, sul palcoscenico: le aveva udite sempre avidamente,
ricevendone sempre una grande emozione. Ma, ora, esse erano dette più spesso,
con insistenza.
—
Con questo marito geloso, Ferdinando Terzi può anche avere qualche disgrazia...
— soggiunse Carlotta Musto assicurandosi il berretto da fattorino sui capelli e
pigliando il telegramma che doveva tenere in mano.
—
Ed Emilia Tromba resta sul lastrico, — gridò trionfalmente Checchina Cozzolino.
—
Dio sia lodato! — strillarono due o tre altre.
Non
avevano bussato, per andare in scena? Così parve a Carmela Minino che aprì la
porta del camerone ed uscì: affogava, si sentiva svenire in quel caldo. Non
avevano picchiato: si era ingannata. Respirò un po’ meglio, sola, appoggiata a
uno stipite, stringendo al petto il suo falso dispaccio, come se fosse una
lettera amorosa. Del resto, bisognava correre di nuovo, dopo due o tre minuti,
per ballare un grande galoppo furioso, insieme alla prima ballerina, Antonietta
Bella, che aveva una stella elettrica nei capelli neri e che faceva sprigionare
delle scintille elettriche dalla sua cintura: ma le gambe di Carmela Minino
sempre poco svelte, in quel galoppo furono così deboli! Per poco, spinta dalla
Mastracchio frettolosa, non cadde contro una quinta: si graffiò una mano,
contro un chiodo.
Erano
le otto. Lo spettacolo diurno era terminato dieci minuti prima e nella sala la
illuminazione era abbassata. Sul palcoscenico, un po’ fiaccamente, lavoravano i
macchinisti per preparare la prima scena del Lohengrin, il gran campo
sulle rive della Schelda, dove viene a render giustizia Enrico l’Uccellatore.
Fra le quinte, nei corridoi, su per le scale che conducevano ai cameroni delle
coriste, dei coristi, delle comparse, era un andare e venire, un salire e
scendere, affrettatamente per quelli che scappavano a godere un’ora di libertà,
pian piano per quelli che restavano in teatro, quelli che abitavano lontano,
che non avevano soldi per andare al caffè o alla cantina. Varie ballerine si
erano rivestite in fretta ed erano fuggite da quella porta a sinistra, innanzi
alla quale tanti uomini hanno atteso, da che San Carlo è stato costruito e
delle donne vi hanno cantato e ballato. Altre erano restate in teatro, avendo
accomodato diversamente la loro giornata, non valendo la pena di uscire dal
teatro, per così poco tempo: e passeggiavano, chiacchierando fra loro. Alcune
altre si eran gittate sopra una sedia, come estenuate e guardavano il soffitto
altissimo, fra le quinte, come aspettandone Dio sa che cosa: alcune mangiavano.
Le
due sorelle Musto si erano fatte portare un po’ di pranzo dalla casa: della
lasagna con sugo di carne, il piatto carnevalesco, imbottita di ricotta, di
salsiccia, di formaggio, e delle fette di polpettone nuotanti nella salsa
rosso-brunastra del ragù: mangiavano in un cantuccio del loro camerone,
sovra un angolo della tavolata che serviva da toilette alle otto
ballerine, fra i vasetti del rossetto, le catinelle piene di acqua sporca, e le
forcinelle unte, e i batuffoletti dei capelli di quelle che si erano pettinate
in teatro, dal parrucchiere Furlai. Esse mangiavano lentamente, in silenzio, il
il loro grasso pranzo napoletano; avevano invitata Checchina Cozzolino, che non
aveva portato nulla, seco, a cui nessuno aveva portato niente e che, per
superbia, per nascondere la sua orribile povertà, aveva dichiarato seccamente
di non aver fame; avevano invitata Filomena Scoppa, ma ella aveva rinunziato
ridendo, ed era discesa in istrada, da un piccolo trattore del Vico Rotto San
Carlo, dove aveva comperato tre soldi di alici fritte e due soldi di pane. Ora,
aperta la carta unta delle alici, sulle ginocchia, la sudiciona che era, le
mangiava con le mani tutte lucide di olio, gittando le spine per terra. Le
sorelle Musto, molto gentilmente, avevano invitato Carmela Minino che anche era
restata, ad assaggiare almeno una lasagna: la madre delle Musto era famosa per
questo piatto e lei non doveva dire di no! Pure Carmela Minino disse no,
sempre cortesemente, sostenendo che aveva lo stomaco chiuso: un’altra volta,
sì, ma quella sera, proprio, non poteva accettare quella gentilezza. Anzi, per
evitare le insistenze delle due sorelle Musto, ella uscì, a passeggiare un
poco, sola nella penombra di quella viottola che divide i cameroni e i
camerini, a diritta e a sinistra. Vi restò un poco: quando rientrò, le due
sorelle finivano di mangiare il largo piatto di lasagne e si servivano due
fette di polpettone, della carne pesta infarcita di mollica di pane, di uova
dure, di pinoli, di uva passa. Cautamente, da dietro il suo cappello, ella
prese il pacchetto dove il pane e la carne erano pulitamente avvolti in un
giornale, insieme ad una mela rossa, e senza schiuderlo, andò via,
novellamente, a mangiucchiare lontano, verso la porta che conduceva al
palcoscenico per timidità, per segreta fierezza, non aveva accettato l’invito
delle Musto, anche perché non poteva mai render loro una simile amabilità, ma
qualche cosa, per non basire di fame, sin dopo mezzanotte, ella doveva pur
mangiare. Passavano delle coriste, delle comparse, dei facchini, di scena,
sogguardandola con quella famigliarità del lavoro comune, del destino comune,
con quella impertinenza che danno il palcoscenico e le quinte: ella abbassava
gli occhi e si fermava dal masticare, vergognandosi. Divorò a grossi bocconi la
mela, non sapendo ove gittarne il cuore, senza che niuno la vedesse: circolava
sempre gente. Risalì verso il fondo oscuro del palcoscenico, gittò anche il
giornale, in un cantoncello. Ridiscese: aveva sete. Giusto, Maria Amen, una
piemontese di prima fila, aveva chiesto al caffettiere del teatro un Vermouth
con l’acqua di Seltz: il garzone se ne andava via, quando Carmela Minino
gli chiese, per piacere, un bicchier d’acqua: egli si fermò e gliela versò. Gli
diede un soldo: il garzone glielo restituì, galante dichiarando:
—
Non si paga l’acqua.
Quanto
era lunga, l’ora! Almeno, per l’ora e mezzo che dura l’Excelsior, quel
vestirsi e svestirsi, quel correre sul palcoscenico, quei valtzer, quei
galoppi, quel ritornare al camerone, la fretta continua, l’affanno invincibile
sebbene monotono, occupavano il tempo: ma l’attesa, fra uno spettacolo e
l’altro, ma l’attesa, durante lo spettacolo musicale, in quegli androni di
legno, polverosi, la cui polvere non è mai vinta dall’acqua che vi si getta,
sempre, la cui polvere attacca e dissecca la gola e le fauci, quegli stanzoni
così caldi, pieni di pulci, esalanti ogni specie di profumo ed ogni specie di
nauseante puzzo, l’attesa inutile, quel perdere il tempo così, gittavano
Carmela Minino in un crescente ebetimento. Talvolta, aspettando, seduta in un
cantuccio del teatro, ella aveva portato seco un lavoro all’uncinetto, delle
stelline di cotone bianco che dovevano, unite, in un numero strabocchevole,
formare una grande coperta, per letto a due posti. — Non aveva ella, qualche
volta, vanamente sognato di maritarsi, con qualche umile, oscuro lavoratore? —
e le sue dita si erano mosse alacremente, intorno a quella fatica di ragazze
del popolo: ma ella aveva avuto le beffe delle amiche e delle compagne:
—
Perché non porti addirittura la calzetta, a teatro? — le gridavano,
sogghignando sulla sua miseria onesta, sulle sue occupazioni di popolana.
Aveva
smesso. Altre volte, quando il suo spirito era più tranquillo, in quelle ore di
aspettativa che la direzione del teatro le infliggeva quando la sua schietta
anima non aveva turbamenti strani, ella mentalmente, tenendosi la mano nella
tasca del suo vestito dove portava sempre il rosario, ne recitava le Ave
Maria, i pater noster e i
Gloria Patri: anzi, ella recitava il rosario, doppio, quello di quindici
decine, per cui si libera un’anima dal Purgatorio, pronunziando con molto
fervore, sempre fra sè, i misteri gloriosi e i misteri dolorosi, a
ogni decina. Ah, ora, no! Ella era profondamente distratta, da qualche tempo, e
non ritrovava più la bella calma, la bella attenzione degli anni trascorsi: la
preghiera le usciva monca, fredda dallo spirito, come un vacuo esercizio. Una
profonda amarezza era in lei. Aveva gà ventiquattro anni; fra scuola di ballo,
e ballo in teatro, stava già sulle scene da dodici anni, senza che mai nulla di
bello, di dolce, di soddisfacente fosse venuto a consolare, prima, la sua
adolescenza, poi, la sua giovinezza. Anzi, in quel periodo, due dolori
l’avevano colpita: la morte di sua madre e la morte di Amina Boschetti. Certo,
per una singolarità incomprensibile, ell’aveva sofferto assai più per la morte
della sua protettrice, della sua fata, che per quella della madre; ma, infine,
aveva perduto tutto quello che amava. Ventiquattro anni, di già, fra tre o
quattro mesi: niente che accennasse a un miglioramento, a un sorriso della
vita, a un riposo dell’anima e del corpo. Come, come si sentiva stanca, in
alcuni momenti, che bisogno fisico di dormire molto, di mangiare un po’ meglio,
quietamente, senza strozzarsi, di vestirsi come una persona per bene, di aver
caldo sotto una buona giacchetta, sotto una buona mantellina, che bisogno di
vivere, di vivere umanamente, come una giovane donna che fa una professione
d’arte e non come una serva dal grossolano lavoro! Queste idee di tentazione,
questi desideri corruttori costantemente ella li respingeva: costantemente,
essi ritornavano ad assalirla, ricondotti dall’età che era quella dei godimenti
materiali, ricondotti dalle lunghe e ostinate privazioni, ricondotti, ogni
giorno, ogni sera, dai contatti col teatro, con le altre ballerine, specie con
le belle, graziose, fortunate delle prime file, che avevano dei banchieri, dei
conti, dei marchesi che si rovinavano per loro. Come dire devotamente il
rosario, in quell’ambiente di vizio oramai ingenito, costituzionale, su quel
palcoscenico che era, ingenuamente e turpemente, un mercato di bellezza e di
gioventù? Una volta, quando ella aveva diciotto, venti anni, con quel grande
timor di Dio che le veniva dal suo cuore popolano, dalle chiese intorno alla
Pignasecca che l’avevano assidua frequentatrice, dal suo confessore, don
Giovanni Parascandolo, il rettore della chiesa dello Spirito Santo, un piissimo
e rigoroso sacerdote, dall’ambiente del Vicolo Paradiso, in cui ella abitava da
piccina, Carmela Minino poteva dire le orazioni del rosario, anche fra una
recita e l’altra della Norma e del Faust, fra una riproduzione e
l’altra del ballo la Devadacy.
Una volta! Adesso, quando, macchinalmente, in quei giorni
di gaudio carnevalesco, ella portava la mano in tasca per toccare i grani del
suo rosario, quando le sue labbra aduggiate principiavano le consuete
preghiere, non giungeva più ad immergersi in questa tenera e familiare
occupazione dello spirito: subito, la sua fantasia si distraeva in pensieri completamente
profani e le sue labbra sibilanti le parole sacre in una quasi mentale
ripetizione, s’ammutolivano. Ella pensava a cose assai profane: alle lettere
amorose di Roberto Gargiulo a cui non rispondeva, ma che leggeva con una certa
compiacenza, come tutte le donne che sono sempre lusingate di ricevere un
biglietto d’amore, anche da persone che non amano e che non vorrebbero mai
amare: alle sottane di seta di Carlotta Musto e di Marietta Sanges sospese al
chiodo del camerone e messe in mostra con ostentazione: al suo busto di
traliccio bianco, comperato da Carsana a due lire e settantacinque e che tutto
consunto, spezzato nelle balene dei fianchi, le faceva una vita enorme, non
potendolo troppo stringere, perchè le balene spezzate le sarebbero entrate nella
carne: a quel pranzo di Concetta Giura col duca di Sanframondi, di Emilia
Tromba con Ferdinando Terzi di Torregrande, a quel pranzo di Sorrento dove,
certo, i due gentiluomini avevano trattato le due ballerine con la loro
signorilità e la loro generosità abituale, riempiendole di buoni cibi, di vini
forestieri, di dolci, innanzi a una candida mensa, coperta di fiori, innanzi al
mare sorrentino che Carmela Minino conosceva bene, essendovi andata un giorno,
con un’altra ballerina, scritturata come lei allo Stabia Hall di
Castellammare, in un giorno di estate, ma vi erano andate sole e avevano
rosicchiato alcune gallette di Castellammare, che costano tre un soldo; ed
anche ad Amina Boschetti, ella pensava, che era vissuta fra i più grandi splendori
di lusso, che era stata imbalsamata come una regina e che aveva portato nella
tomba di Poggioreale, intorno al suo bianco collo, una collana di grosse perle,
a sette fili; un dono di Otto Schulte, il tedesco innamorato, un dono di
cinquantamila lire.
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