II
L’elegante coupé, entrando con un rumor sordo nell’ampio cortile di
quell’antico palazzo di via Tribunali, ne fece il giro e si venne a fermare
innanzi allo scalone di marmo. Cesare Dias ne discese, subito, chiudendo
vivamente lo sportello: e si mise per le scale, senza aver nulla domandato al
guardaportone, che si pavoneggiava nella piccola livrea di casa Caracciolo, e
che suppose quel gentiluomo tutto vestito di nero, con un lutto alto al
cappello e molto pallido, esser un amico della contessa o del giovane conte,
una persona che avesse con loro un appuntamento. Cesare Dias si fermò sul largo
pianerottolo del primo piano nobile, innanzi a un’alta porta di quercia
scolpita, non chiusa, ma solamente coperta da una portiera di broccato rosso
scuro, che portava nel mezzo la fiera arma dei Caracciolo Rossi e il fiero
motto. Entrò. Un servitore in livrea si levò da una cassapanca dell’anticamera
vastissima e un po’ fredda:
— Il conte Luigi Caracciolo? — chiese Dias, con voce breve, ma tranquilla.
— Non vi è, Eccellenza.
— È uscito, tornerà presto? — ribatté Dias, con un moto represso di
impazienza.
— Non saprei, Eccellenza...
— Ho bisogno urgente di parlargli, io — insistette Dias, con quel tono che
si faceva sempre più imperioso.
— Allora domanderò al cameriere del conte.
Il servo si allontanò, penetrando negli appartamenti che parean deserti,
tanto eran silenziosi, che davano un fastidioso senso di freddo, tanto dovevano
essere vasti. Cesare, tenendo stretto fra le mani il cappello velato dal crespo
nero e la sottile mazzetta di ebano, correttissimo, non si potette trattenere
dal passeggiare su e giù, nella grande anticamera, da un finestrone all’altro,
fermandosi dietro i cristalli a guardare il bigio cortile, tutto fatto di
austeri piperni. Il servo tornò:
— Il cameriere dice che il conte Luigi non è rientrato, ieri sera.
— Ah!... — fece Dias, sconcertato.
— Però se vostra Eccellenza conosce la contessa e vuole parlarle, essa è in
casa.
— No, debbo parlare a lui, non alla contessa. Consegnerete questa carta al
conte, quando rientra.
Piegò il biglietto di visita ed esitò un minuto prima di consegnarlo,
pensando di scrivervi una parola: ma il nome, pensò, soltanto queste due
parole, Cesare Dias, sarebbero bastate per dire tutto a Caracciolo. E se ne
andò. Un po’ incerto, di nuovo, innanzi alla predella del coupé, tenendo
lo sportello aperto, incerto sull’indirizzo da dare al cocchiere: ma d’un
tratto, buttandosi sui cuscini della carrozza, gli disse:
— Al Chiatamone: villino Rey.
La carrozza rumoreggiò per uscire, ridestando gli echi assopiti di
quell’antichissimo palazzo Caracciolo e sparve. Era un bel pomeriggio
d’inverno, freddo, ma tutto chiaro di sole, una di quelle belle giornate
vivaci, che traggono i napoletani dalle loro case. Infatti una quantità di
gente era per le vie: e malgrado che Cesare Dias si tenesse assai indietro, nel
coupé, aveva già ricevuto tre o quattro saluti. E non aveva forse letto,
sui visi di coloro che lo avevano incontrato e riconosciuto, una espressione di
stupore e di mondana condoglianza, e qualche altra cosa che soltanto i
suoi acuti occhi potevano discernere? Dovea trovare Luigi Caracciolo,
senz’altro! Andava al villino Rey, alla sua casetta da scapolo, che tutti i
suoi amici conoscevano e dove era assai più facile trovare il bel giovane, che
non nel gelido palazzo dei Caracciolo, a via Tribunali, presso sua madre, una
gentildonna che passava la sua vita in orazioni, quando suo figlio non le era
accanto, dividendo il suo tempo fra Dio e il suo Luigi. Al villino Rey! Se non
era colà, Caracciolo, Dias lo avrebbe cercato al circolo, dovunque fosse, non
curando che in quel giorno egli, tutto solo, avesse accompagnato sua moglie al
camposanto, assistendo a tutta la funzione, solo, a occhi bassi, taciturno,
correttissimo, non avendo fatto né una partecipazione, né un invito, avendo
persino rifiutato la presenza della zia Sibilia, l’unica parente delle sorelle
Acquaviva, avendo respinto duramente la compagnia della plorante e silenziosa
Stella Martini, la damigella di compagnia delle due sorelle, avendo soltanto voluto
la più grande ricchezza di corone, di candele accese, di sacerdoti oranti. Ma
tutti sapevano questa stranezza, logica del resto, di essere solo, in quel
funerale: poiché, infine, si seppelliva il corpo di una donna che si era uccisa
e il suicidio è un peccato mortale, innanzi alla religione, e le più bizzarre
leggende correvano la curiosa città, su questa morte. Egli sapeva bene che il
suo passaggio per le vie, malgrado che egli avesse il glaciale e corretto
aspetto di un gentiluomo cui è morta, dopo una lunga infermità, una persona
cara e che esce per la prima volta, dopo una settimana di clausura, avrebbe
aumentato l’infinito coro delle singolari voci: e che questo smorto vedovo,
scorazzante per le strade più popolose di Napoli, di ritorno dal cimitero dove
sua moglie era stata chiusa sotto la lapide di marmo bianco, sarebbe sembrato a
chi lo incontrava un pazzo o un cinico.
Che importava! Non si tirava neppure più indietro nel coupé, rispondendo
seriamente, senza un sorriso ai saluti di quella un po’ vera, un po’ finta
malinconia dei suoi amici, che passavano in carrozza o a piedi. Lo vedessero
pure. Tanto, nulla era peggio di quel che era accaduto: e le leggende, forse,
erano minori della verità. Egli andava a cercare Luigi Caracciolo per questo!
Perché le leggende si completassero, o, meglio, perché si spezzassero d’un
tratto solo. Non aveva mangiato, non aveva dormito, da trenta ore: ma non
sentiva né gli stimoli della fame, né ombra di stanchezza. Soltanto, si era
rivestito, dopo aver preso un bagno con quell’istinto di correttezza, di
ricercatezza che prendeva il predominio esterno su tutte le sue azioni.
Pallidissimo era rimasto, ma nella persona, negli occhi, in tutti i suoi
movimenti vi era il senso di una volontà unica, attraversante gli ostacoli,
tesa a un solo scopo. Non aveva tempo né modo di piangere, di desolarsi, di
bestemmiare, di maledire: voleva trovar Caracciolo, per liberarsi, di un
tratto, da tutto ciò.
La carrozza si fermò. Era giunto. Conosceva questo villino Rey, quando
apparteneva al suo primo proprietario: non vi era mai entrato, dacché Luigi
Caracciolo ne aveva fatta la sua casa d’amore. Qual mano mistica lo rigettò
indietro, mentre scendeva dalla vettura, quasi volendo impedirgli di mettere il
piede dove sua moglie era venuta a tradirlo e a uccidersi? Non era forse quello
uno di quei segreti avvertimenti dello spirito, che se ne fa colpire, e poi non
li ascolta? Né egli ascoltò: forse, lassù, egli avrebbe trovato la prova certa,
luminosa, infallibile di ciò che era in lui il più fiero sospetto, quasi la
certezza. Ma, cercando Luigi Caracciolo, trovandolo, ogni cosa si risolveva.
Scese dal coupé e bussò un colpo, col martello di bronzo, sulla bizzarra
porta, lunga e stretta, di bronzo, della strana casa. Il colpo risuonò nel
vuoto delle scale, con un lungo rumore; ma nessuno venne ad aprire.
Pazientemente, ora che si supponeva quasi giunto al suo scopo, Cesare bussò più
forte, due volte, guardando le finestre dell’assai singolare palazzina, a due
piani, finestre chiuse e che avevano, sui cristalli lucidi, delle portierine di
seta gialla, increspata, in modo da nascondere assolutamente l’interno. Nessuno
venne ad aprire; e alla terza bussata, forte, vibrata, di chi voleva
assolutamente entrare, a questi colpi vividi e imperiosi, uno dei battenti di
bronzo si schiuse dando largo a Cesare, richiudendosi alle sue spalle, senza
che niuna mano si vedesse, che avesse aperto e chiuso. Mettendo il piede su
quella leggiadra scaletta di marmo rosa, Cesare Dias sentì un’altra volta quel
gran calore allo stomaco, in cui pareva si liquefacesse tutto il suo essere, e
dovette tenersi al molle cordone di seta rosa, perduto fra gli anelli di
argento, che serviva di appoggio a chi saliva. Non forse per queste scale era
salita viva, andando forse al tradimento, certo alla morte, Anna Dias, e sul
cordone aveva messo la manina guantata di nero?
Sopra, nell’anticamera adornata di arazzi medioevali, di armi antiche e
moderne e di certi vasi grandissimi di porcellana di Delft, donde sorgeva il
verde fusto delle Muse paradisiache e le ampie foglie nobilissime dalla riga
sanguigna si allargavano, in una penombra delicata, Cesare Dias trovò colui che
gli aveva aperto. Non era un servo, perché non aveva la livrea di casa
Caracciolo, ma alla faccia scialba e rasa dove era impressa la domesticità, al
vestito nero, alla cravatta bianca, si vedeva un uomo che stava fra il
confidente e il maestro di casa; la faccia, del resto, impenetrabile di questi
esseri, che più hanno perfetta la maschera dell’impassibilità e migliori
servigi rendono ai loro padroni.
— Vi è il conte Luigi? — domandò Cesare, che non arrivava a vincere
l’emozione venutagli dall’ambiente.
— No, non vi è — disse l’altro, recisamente, ma senza scortesia.
— E quando posso trovarlo?
— Non ve lo saprei dire, signore.
— Non viene, qui?
— Talvolta ci viene e talvolta no.
— Sentite, — e reprimeva la collera che rumoreggiava nel suo spirito — io
cerco il conte Luigi Caracciolo per un affare urgentissimo, gravissimo: e ho
tanto interesse io a trovarlo, quanto lui a farsi trovare. Non sono né un
creditore, né un qualunque amico di club, né un seccatore. Debbo
vederlo, senz’altro.
E aveva impresso tanta energia in queste parole che quell’uomo si scosse:
guardò ancora Dias come se cercasse riconoscerlo. Poi, si decise:
— Il conte è partito — disse, a bassa voce.
— Partito! Non è possibile!... Non poteva partire...
— Eppure, niente è più vero. Il conte è partito, stamane all’alba.
— Ma al palazzo Caracciolo non sapevano nulla! — gridò Cesare esasperato.
— Nulla, è vero: credo che non abbia neppure scritto alla contessa.
— E dove è andato?
— Non lo so, signore.
— Via, ditelo, vi ripeto che ho un grande interesse, di vita o di morte,
capite?
— Ho capito — mormorò l’altro, crollando il capo. — Ma io non so dove è
andato.
— Non ve lo ha detto?
— No.
— Non lo avete accompagnato alla stazione?
— No, non ha voluto.
— Avrà avuto delle valigie, dei bagagli, qualcuno li avrà dovuti portare...
— È andato via così, senza valigie, portando solo del denaro, credo: ha
voluto esser solo.
— Né.. vi disse altro?
— Mi disse... di venire qui, oggi.
— A far che?
— A riordinare.. certe carte...
E Cesare Dias, intese, adesso, che quell’uomo, più di un domestico era un
confidente; comprese che gli aveva detto quanto potea dirgli, niente altro. Non
avrebbe mai saputo, da costui, dove era Luigi Caracciolo: ma da costui, certo,
Caracciolo avrebbe saputo della sua visita.
— Scriverò al conte — disse, brevemente.
Il maestro di casa s’inchinò.
— Datemi da scrivere — continuò, con lo stesso tono.
Quello non si mosse.
— Andrò di là — concluse Cesare, imperiosamente.
Era quel che voleva, da un quarto d’ora, fremendo di quella fermata in
anticamera, interrogando con lo sguardo il mistero delle altre stanze, ardendo
di desiderio di penetrare in quella penombra dove la catastrofe si era svolta,
principiando, forse, dal tradimento e finendo alla morte. Il maestro di casa
ebbe uno sguardo di opposizione vaga.
— Non mi avete riconosciuto, forse? Io sono Cesare Dias: io posso entrare di
là.
Quello, immediatamente, si ritrasse, come se avesse aspettato soltanto
questa parola. Lo aveva bene riconosciuto, poiché una sola persona poteva
venire in quella casa, in quel giorno, e parlare così concitatamente e chiedere
così imperiosamente di penetrare nel piccolo appartamento dell’amore e della
morte. Quietamente, lo seguì. Cesare attraversò una seconda stanza, dove il
lusso dell’anticamera si facea più forte, più intenso nella bellezza delle
stoffe, nella eleganza delle linee, passò per un leggiadro salottino da fumare,
assai leggiadramente mobiliato di quei leggeri, rustici, idilliaci legni della
Svizzera, scolpiti di frutta, di fiori, di felci, con una mano lievissima,
fragile, fugace e poetica arte di oscuri artefici della montagna; e infine si
trovò nel grande salotto. Era solo. Scomparso l’uomo che lo aveva accompagnato;
perché Cesare Dias intendesse che quella era la fine del breve viaggio. Ah, lui
lo aveva bene inteso, vedendo quella stanza fatta per il più misterioso amore,
dove la penombra quasi diventava ombra e ogni suono moriva! Questo salotto era
tutto coperto, sulle pareti e sulla soffitta, da quei meravigliosi tappeti di
Kharaman che la Persia
invia alla ricca e raffinata fantasia degli europei: meravigliosi tappeti di un
rosso cupo, tetro e vivido insieme, orlati da fasce stranamente intessute di
esotici colori, tappeti rialzati con grossi cordoni a forma di cupola, a forma
di tenda, sostenuti e giù ricadenti con la mollezza e con la grazia carezzevole
delle stoffe orientali. I lunghi divani bassi su cui si ammucchiavano i
morbidissimi cuscini di raso giallo, di raso rosso, così stranamente ricamati,
parlavano di amore: tendevano quasi le braccia, le ampie poltrone accanto alle
quali, sulle mensole, sui tavolinetti, sugli scaffaletti, era un apparire di
vasi da fiori, cristallini, alti e sottili, di conchette squisite di Sèvres
piene di confetti, di libri preziosi, preziosamente avvolti nei portalibri di
cuoio antico, di stoffe lamate d’oro e d’argento; era un sorridere di bianche
statuette di Capodimonte, era il frivoletto e carino amore dei gruppi di
Sassonia, era l’oro fuso di un piatto arabo-ispano, carico di sigarette
delicate, quelle che la squisitissima nordica Russia manda ai meridionali di
Europa. Per l’amore, fatto, quel nido! In piedi, nel mezzo di quella stanza,
Cesare sentiva tutti i particolari di quella visione imprimerglisi nella
memoria con una precisione tagliente, tagliente e crudele: e guardando,
ritornando sugli stessi oggetti, cento volte, con gli occhi cercando di
liberarsi dalla sua collera e dal suo dolore, voleva giungere a un’osservazione
più profonda, più acuta, che gli dicesse tutto. Nella sua vita di raffinatezza,
di corruzione, non forse aveva imparato la scienza di tutto intendere dalla più
lieve apparenza? Ed era certo, adesso, che la stanza era restata come nel
minuto della catastrofe. Luigi Caracciolo non doveva esserci ritornato,
terrorizzato, sconvolto, perseguitato da quel fatto così orribile: nessuno
doveva esservi più entrato, dopo che la morta ne era stata trasportata via, ancora
calda. Caracciolo era fuggito non curando che sul suo nome, forse, cadesse la
reputazione di codardo, fuggito dall’alba, lasciando per sempre la casa dove
Anna si era uccisa, innanzi ai suoi occhi, uscendo, forse, dalle sue braccia.
La verità, quella che sorge, chiarissima, dall’aspetto immutabile delle cose,
era dunque sotto gli occhi di Cesare Dias, non alterata, non vestita, non
trasformata. Lo avevan lasciato solo, forse apposta, perché conoscesse tutto.
Si era mosso, girando nella stanza, curvandosi ogni tanto, senza urtare nei
mobili, a passi leggeri, non volendo cangiare di una linea quella muta
testimonianza. Il caminetto era pieno di cenere fredda, e ancora dei tizzi
semispenti vi si mescolavano alla cenere: aveva dovuto ardervi un gran fuoco. Non
era, Anna, forse, molto freddolosa e sognatrice innamorata del caldo e
innamorata della vampa?
Non una sigaretta spenta, in quei portacenere di argento così delicatamente
cesellati: non l’ombra della cenere, poiché, certo, l’amante cortese non osa di
fumare nella stanza che deve accogliere, che ha accolto l’amata. Non vi era
quel persistente e lusinghiero odor della sigaretta già fumata, odore che non
viene solo dall’aria, ma dai mobili, dalle stoffe, odore che si affina nei
salotti chiusi, quasi facendosi più profondo e più ideale: l’amata donna non
doveva trovare le mani dell’amante che occupate a stringere le sue, e le labbra
dell’amante non dovevano far altro, fino alla stanchezza, fino alla morte, che
baciare quelle dell’amata. Quale è lo scortese o l’indifferente che fuma in
tale convegno d’amore? Pure, vi era un profumo nella stanza, e gli acuti sensi
di Cesare Dias lo avevano avvertito subito, entrando. Odore di rose morte. Il
gran salotto amoroso, ne era stato pieno, un giorno prima: ma l’ora era fuggita,
e al calore del caminetto nella penombra, senz’aria, tutte quelle rose bianche
si erano avvizzite, fatte flosce, i petali accartocciati, macchiate di punti
rugginosi; alcune s’erano sfogliate sui tavolini, e un fascio di rose, tolto
dall’acqua, giaceva sopra una larga poltrona, abbandonato dopo essere stato
odorato, dimenticato come tutti i doni dell’amore. Una prova così chiara, quei
fiori buttati sopra una sedia, poiché vi è un minuto nell’amore, in cui tutte
le belle e dolci cose che servirono a rendere più sapientemente inebbriante
l’amore, scompariscono e solo esso occupa il tempo e lo spazio e le persone!
Innanzi a questa poltrona dove la donna doveva essere stata seduta, vi era uno
sgabello arabo, troppo alto perché servisse soltanto ad appoggiarvi il piedino
dell’amata, abbastanza basso perché l’amante, seduto innanzi a lei, avesse
l’aria di essere inginocchiato, tenendole le mani, volgendo, fissando gli
sguardi innamorati di quel divino volto. E Cesare Dias vide questa scena
d’amore, tutta, nella sua fantasia, precisa, nitida e tagliente come uno
spettacolo reale; e un fiotto di ira fece vacillare il suo cervello di gelosia
impotente e straziante. L’amante, Luigi, così bello nella sua gioventù
fiorente, con quegli occhi castani così pieni di languore, con quei capelli
biondo-castani gittati indietro, sulla fronte bianca, con quella barbetta
bionda, tagliata rada sulle guance, che lo faceva rassomigliare a uno di quei
floridi giovani gentiluomini di Van Dyck e sovra tutto giovane, giovane, ventott’anni,
il gran fascino che ha sempre sedotto le donne e le Dee, anticamente,
modernamente: e lei, nella poltrona, vestita di nero, stretta nella pelliccia
odorosissima di lontra che par fatta per i convegni amorosi, con la veletta che
le calava come una lievissima ombra sino alle labbra, e il bruno, ovale, fine
volto di creatura appassionata, e i grandi occhi così teneri nella loro torbida
tinta bruna, così affascinanti nella tenerezza, e la bocca bella, rossa,
schiusa come la polpa di un rosso frutto inebbriante, e intorno la solitudine
completa, il segreto assoluto, la libertà inviolabile. Ciò vedeva, come la
verità istessa, Cesare Dias, colui che tante volte, nei suoi amori ardenti,
misteriosi e brevi, aveva saputo mettere la gran barriera fra sé e il mondo,
aveva piegato le ginocchia, così, innanzi a un volto di donna che aveva fatto
delirare la sua mobile fantasia. Come non vedere la grande scena, in quella
stanza, con quei fiori, con quello sgabello innanzi a quella poltrona, come non
rivederla, egli che l’aveva vissuta tante volte, nei suoi fugaci e tetri
capricci amorosi compiuti nell’ombra, finiti come erano cominciati, senza
stima, senza affetto, senza dedizione? Ah, forse, forse Luigi adorava Anna, ma
che importava ciò? quando si è soli, in due, nel nido creato per l’amore, il
capriccio più instabile è uguale, nella espressione, alla passione più
profonda! Cesare sapeva la scena, e la vedeva, e nella rovente anima, rovente
di postuma gelosia, egli non sentiva che un solo bisogno, di trovar Luigi Caracciolo
e di ucciderlo.
S’accostò a una piccola scrivania di legno rosa, dove vedeva delle carte; si
sedette per scrivere a Luigi. Un libro vi stava schiuso, sopra, bene odorante
nella sua guaina di cuoio di Russia, aperto: il volume di Baudelaire, Les fleurs
du mal, alla poesia Harmonie du soir che, nella gran lucidità di
ricordi, egli aveva udito tante volte, sottovoce, ripetere da sua moglie, in
una lenta e bassa cantilena dove i morbidi versi tristi e malaticci prendevano
il tono della più languida e della più malinconica musica; ed egli aveva sempre
sorriso di scherno, udendola mormorare i versi a lei cari. Li avevano letti
insieme, Anna e Luigi in quel giorno! La poesia di Baudelaire era stata copiata
con la fine ma tremante scrittura di Luigi sopra un foglietto bianco, e la
copia si arrestava al verso più bello:
Valse mélancolique et langoureux vertige
poi la penna parea che fosse stata buttata via, sulla carta vi era un largo
sgorbio, anche il tavolinetto era stato macchiato d’inchiostro, dalla penna
rotolata via e nessuno dei due amanti avea pensato più a prendere la carta, a
leggere i versi, Luigi aveva lasciato di scrivere, per prenderla nelle sue
braccia, forse! Ma che si scrive, forse, quando si ha accanto una donna
adorata: ma vi è forse poema che valga quello di stringerla fra le braccia e di
baciarla? Così lucidamente vedeva tutto Cesare, il cui occhio era sempre stato
così acuto nello scoprire i misteri dell’amore, dovunque andasse, in un salone
da ballo o sul campo delle corse, sopra una montagna nell’Engadina o in una
deserta e tranquilla alcova! Non aveva, forse, egli scoperto che Lalla
d’Aragona amava Marcello Sangiorgio, mentre Marcello istesso non lo sapeva e si
consumava in questo amore non corrisposto? Non aveva egli rivelato la passione
di Felicetta Althan che amava il suo giovane padrigno e che s’era fatta monaca
in espiazione di questo peccato, che era stato commesso solo nel segreto del
suo cuore, senza che niuno lo indovinasse; salvo Cesare Dias? E quando la
contessa d’Alemagna lo aveva tradito, lui, Cesare Dias, per Giulio Carafa, non
le aveva egli letto il tradimento negli occhi, avanti che ella ancora, quasi
quasi, vi pensasse? Ma la fatal scienza dei cuori squisitamente corrotti, che
non s’ingannano forse mai, pensando subito al male, questa esperienza che era
stata sempre il suo vanto spirituale, l’orgoglio dell’uomo che non potrà mai
essere ingannato, ora si rivolgeva contro lui, a crocifiggerlo: ma che era il
tradimento di una qualunque beffarda e infedele contessa d’Alemagna,
beffardamente amata, beffardamente abbandonata, di fronte al tradimento di sua
moglie, della sua donna, di Anna Dias, che lo aveva così immensamente amato?
Ah, doveva trovare Caracciolo e ucciderlo! Gli scrisse:
«Caro Caracciolo, siete partito e io parto, per cercarvi, dovunque siate. Se
vi arriva questa lettera prima che io vi raggiunga, cercatemi a vostra volta.
Sapete che dobbiamo ritrovarci oggi, domani, qui, lontano, senz’altro. Cesare
Dias».
Si levò per andarsene. Non aveva più nulla da fare colà, e ogni minuto che
vi restava, gli ridava il senso crudele di quella visione amorosa. Pure, girò
gli occhi, ancora, a imprimersi indelebilmente nella fantasia assetata della
umana vendetta, quel teatro della grande infamia. Sullo sgabello arabo, dove
Luigi Caracciolo si doveva essere, si era anzi seduto — e qual dubbio vi poteva
essere ormai? — innanzi ad Anna, quasi inginocchiato, sui delicati fregi
intarsiati della madreperla, brillava qualche cosa. Era un gioiello d’oro: era
lo spillone di bionda tartaruga, coronato di una fascia d’oro, con cui Anna
fermava le sue trecce nere. Lo aveva perso, le era caduto. Non forse, nei caldi
colloqui d’amore, subito, prima ancora che il cuore tremi e che il volto
impallidisca, i capelli dell’amata si disciolgono? Non forse Cesare sapeva ciò,
poiché a un’alta temperatura la voluttà senza amore è simile alla più intensa
passione? E trafitto ancora una volta, come se lo spillone gli si fosse
confitto nel cuore, si chinò a raccoglierlo, per portarlo via, come un
documento. E fu chinandosi, per prendere la prova dell’infamia, che egli vide
sul tappeto la grande macchia di sangue, dallo sgabello sino al tavolinetto,
come doveva essere caduta Anna, scivolando dalla poltrona, abbandonando i
fiori, perdendo lo spillone, dando dalla ferita del cuore tutto il suo giovane
sangue, lasciando in quel salotto la traccia indelebile della catastrofe.
Nella vivida e tormentatrice visione della scena amorosa, Cesare, inebbriato
di tutte le sconfinate e torve amarezze della gelosia, coi nervi vibranti di
collera, di desiderio, di disprezzo, Cesare aveva dimenticato l’orribile
risoluzione che aveva chiusa l’ora trascorsa da Anna in quella stanza. Per un
quarto d’ora, ardente come un uomo ingannato, che si vede rapito il cuore e il
possesso della sua donna, l’idea della catastrofe gli era sfuggita, ed egli
aveva avuto fremiti di castigo, di vendetta, contro Luigi, contro Anna. Tutto
quel sangue di cui era inzuppato il morbido tappeto gli aveva rammentato, d’un
tratto, che la complice, che la traditrice, che l’amante di Caracciolo, la sua
donna infedele, si era uccisa. E perché allora uccidersi? Se ella voleva bene a
Luigi, perché tirarsi un colpo di rivoltella al cuore, sciogliendosi appena
dalle sue braccia? Perché spezzare il proprio sogno d’amore, alto, avvampante,
una festa dell’anima e una festa delle fibre, perché preferire di morire, a
ventitré anni, quando sono così dolci e così inebbrianti i baci e soltanto,
soltanto i baci sono inebbrianti e dolci? Perché si era uccisa, Anna, quando
già ella si era vendicata del tradimento di Laura e di Cesare, quando con una
ormai facile transazione ella avrebbe potuto chiedere a Luigi le ebbrezze della
passione che il marito le aveva negato, avaro del suo tempo, avaro di se
stesso, sdegnoso della sua bellezza e della sua gioventù? Uccidersi quando la
disperazione della propria esistenza ha trovato un conforto, uccidersi quando
si ha una ragione di vivere, uccidersi quando si ha nel cuore non una divina
speranza, ma una divina realtà, perché, perché? Il sangue era lì: il salotto
amoroso era stato spettatore di una tragedia oscura: innocente, colpevole,
senza una parola che rivelasse il mistero della sua decisione, colpevole,
innocente, Anna aveva risoluto tragicamente il problema, forse punendo soltanto
Cesare e Laura, forse, forse punendo la propria infamia insieme a quella di
Laura e di Cesare. E adombrata, adesso, nei veli dell’incertezza, la straziante
visione della scena amorosa che eccitava alla rivolta tutti i suoi sensi di
marito offeso, diventata, la scena amorosa, come una pallida ombra dileguantesi
nel lontano nubiloso orizzonte, il gran dubbio lo assalse ed egli pensò che,
forse, Anna era morta innocente.
Innocente, forse. Quando ella era venuta a bussare con convulsa mano, al
battente di bronzo della casa d’amore di Luigi Caracciolo, la teneva già più
forte, più delirante, quella disperata follia che Cesare avea visto nei suoi
occhi nell’ultima scena: e forse, Luigi Caracciolo, accogliendo Anna, invece di
ricevere la desiata, la invocata visita della donna amata, si era trovato di
fronte a una creatura agonizzante data già, nella volontà, nel cuore, alla
Morte. Forse innocente! Chi lo sa se ella si era accostata a quel caminetto
dove bruciavano i tronchi odorosi, allegramente, poiché veramente, ella non era
una persona da sentire più la puntura del freddo e la dolcezza del caldo, in un
salotto d’amore, poiché, così vicina al suicidio. Anna non poteva che
struggersi dalla febbre che fa tumultuare il sangue e che consuma! Chi lo sa,
se Anna si era veramente seduta in quella poltrona ampia, dove egli aveva
trovato i fiori buttati: e chi lo sa se quello sgabello arabo, colà accostato,
non vi era stato messo dalla mano di un servo, spinto a un passaggio, urtato da
un piede; tutta questa scienza dell’osservazione è poi così dubbia, così
fallace!
La scena amorosa si allontanava sempre più, la figura di Luigi inginocchiato
innanzi ad Anna, di Anna che si chinava a guardarlo, a offrirgli le labbra, era
diventata così lieve, così glacialmente sperduta nelle nebbie della
dimenticanza, che la fantasia di Cesare Dias non vedeva che l’altra scena,
quella tragica, quella puramente, innocentemente tragica. Ella non aveva potuto
resistere alla vista dei fiori, la creatura su cui era imminente la morte, e li
aveva gittati via, fremendo di uno di quegli ultimi terribili fremiti che
ancora prendono i moribondi al cospetto delle cose umane che, per quanto tenui
e fragili, sopravviveranno loro. E chi sa quale folle capriccio di anima
smarrita le aveva ispirato di chiedere a Luigi Caracciolo quella poesia di
Baudelaire, che ella conosceva così bene da ripeterla sempre sottovoce: forse
un pretesto per allontanarlo da sé, due o tre minuti, per poter mettere la mano
sulla rivoltella, puntarsela al cuore e far partire il colpo; non era forse la
poesia copiata soltanto a metà, la penna non era stata lanciata via e aveva
deturpato la carta e il tavolinetto d’inchiostro, mentre Caracciolo vedeva,
udiva la catastrofe? Lo spillone era forse caduto dalle trecce nere, mentre il
corpo si abbatteva sul tappeto e non lo aveva fatto obliare, sullo sgabello,
l’amore, ma la morte. Tutto era stato raccolto: il cappellino nero, il
fazzoletto bagnato di sangue, l’arme gentile e preziosa, ombrata dal colpo
partito, e lo spillone non era stato visto, nell’immensa confusione. Ah se quel
gioiello era un ricordo di un’ora appassionata, Luigi Caracciolo lo avrebbe
portato via con sé, nel suo ignoto viaggio; se quei fiori fossero stati baciati
insieme, egli li avrebbe uniti, avvizziti, morti, al gioiello rilucente; se
quella poesia triste e morbida, tutta lusinghe voluttuosamente malinconiche,
fosse stata detta insieme dagli amanti, baciandosi ancora nella mestizia
languida che è il principio, il fondo, il fine di tutti i colloqui d’amore,
Luigi Caracciolo certamente non l’avrebbe lasciata lì, sul tavolinetto,
abbandonata come i fiori, come tutte le testimonianze d’una scena d’amore. Se
Anna fosse stata l’amante di Luigi, da un anno, da un mese, da un’ora, Luigi
non avrebbe potuto, malgrado lo scandalo, abbandonare quel cadavere: avrebbe
sfidato il destino, gli uomini e l’avvenire, accompagnando la sua cara donna
sino alla tomba: non avrebbe potuto, malgrado lo scandalo, abbandonare la morta
senza volerla rivedere, folle di dolore e di orrore: non sarebbe fuggito, Luigi
Caracciolo, che non era un codardo, innanzi a Cesare Dias, se egli era l’amante
della moglie. Se Anna si era uccisa uscendo dalle braccia di Luigi Caracciolo,
ebbene l’amante, che non era un vile, che la adorava, avrebbe dovuto
raccogliere la rivoltella e uccidersi. La visione amorosa era sparita
dall’immaginazione di Cesare Dias, totalmente. Non fremeva più di sdegno: non
ardeva più, nella esaltazione della sua gelosia inutile. impotente. Anna era
innocente. Restava solo il fatto, l’innegabile fatto con cui Laura aveva
insultato il suo dolore e la sua pietà, il fatto che Anna non si era uccisa a
casa sua, subito, dopo la partenza di suo marito: non si era uccisa alla Villa,
dove qualcuno l’aveva incontrata, anche quel giorno, camminando col suo passo
ritmico e con i bruni torbidi occhi che parea nulla vedessero. Era andata lì,
in quella casa. Come ne conosceva Anna l’indirizzo, ripetuto sottovoce solo
dagli amici intimi di Luigi, quando non vi erano signore presenti, risaputo
solo da qualche bizzarra etèra cui il sentimentale e bel Luigi si era degnato
di voler bene, così per un capriccio strano e per pochi giorni? Come ella
sapeva che Luigi era in casa, in quell’ora, il bel Luigi volubile e malinconico
nella sua volubilità, ostinato nel suo ultimo amore? Vi era andata
direttamente, quasi che perfettamente le fosse consueta la strada e l’ora,
andata lì, innegabilmente, in un mistero di cui niuno poteva diradare la
tenebra, poiché ella era morta e Luigi non poteva, non doveva dire la verità?
Come, come la follia del suicidio, meditata nell’ardore della fantasia e nella
freddezza invincibile della volontà, si era complicata con questa follia di
quella tale casa, di quel tale ambiente, di quella tale persona, quella e non
un’altra? Perché Anna, giacché era decisa di morire, era andata a morire nel
salotto d’amore di Luigi? Tutto si poteva spiegare in quella segreta ora che
solo Dio aveva visto, che una morta non poteva più rivelare, che il vivo non
avrebbe giammai rivelato: tutti i particolari dell’ambiente, delle cose, delle
mute testimonianze potevano essere della più alta innocenza, insieme alla più
alta tragedia: dai fiori alla poesia trascritta, dalla fiamma consolatrice del
caminetto allo sgabello accostato, allo spillone smarrito — ma la morte, colà,
no, non si spiegava.
Morta in casa di Luigi! È vero, nel passato ella aveva rifiutato di
sposarlo, mentre Luigi l’amava ed era bello e giovane e ricco: maritata, Anna
aveva sempre respinta la corte di Luigi con cortesia, ma con inflessibilità, e
per Napoli non si discorreva, fra le altre varie leggende amorose, che
dell’amore non corrisposto di Luigi per Anna e della cieca passione di Anna per
suo marito; onde molto segreto orgoglio ne era venuto a Cesare, abituato a
soggiogare e intollerante di rivalità — e intanto, intanto, la moglie
ciecamente fedele, l’anima passionale e assorbita, la donna che moriva di amore
disprezzato e nel più ignobile tradimento, era andata per morire nella casa del
fidanzato respinto, dello sposo respinto, dell’amante respinto, dell’uomo che
aveva sempre rifiutato in tutta la sua vita, e che ella accettava solo in punto
di morte — lo accettava, come, perché? Morire lì dentro; perché colà fosse
trovato il cadavere; perché il marito lo dovesse avere dalle mani di Luigi;
perché tutta la città, tutta l’Italia sapesse questa bizzarra e tragica
avventura, perché il gran dubbio se Anna fosse innocente o colpevole sorgesse
anche nell’animo degli estranei, interessati al commovente e misterioso fatto,
perché le congetture più strane si potessero fare, su questa morte. Ah Cesare
voleva, avrebbe voluto distruggere tutti gli indizii ambigui, tutte le prove
che potevano essere contro e potevano essere in favore, tutte le testimonianze
dal duplice aspetto! E, nell’ardente desiderio della gelosia che domanda al
destino che quello non sia, egli distruggeva tutto il fragile edificio
della prova contro, egli arrivava ad annullare ogni traccia di peccato. Ma
solo, lo sentiva, non avrebbe giammai annullata né nel tempo, né in se stesso,
né negli altri, la sola prova, l’unica prova, la morte in casa di Luigi. Sentì,
Cesare, che questo fatto limpido, innegabile, crudele, gli si era messo
nell’anima, dal momento in cui era uscito dalle perverse labbra di Laura: e che
giammai, giammai, né la sua coscienza né quella altrui avrebbero potuto
assolverne Anna. Innocente, forse, forse; forse colpevole.
E novellamente, come un suono di musica fragorosa e straziante, che si è
andata perdendo nella lontananza, che ha lasciato tranquillizzare il cervello
di chi ne è stato altamente tormentato, e che ritorna indietro più impetuosa,
più alta, più insistente alla tortura dei timpani e dei nervi, la visione
amorosa riapparve innanzi alla fantasia di Cesare Dias, riavvicinandosi,
riavvicinandosi, con tale evidenza, con tale beffarda ostinazione, con uno
scherno così grande dell’inutile e pazza gelosia, Luigi inginocchiato innanzi
ad Anna, tenendole le sottili mani, baciandone le dita leggiadre o il polso
dalla pelle fine e dolce, e tendendo le braccia per cingerne la persona, e
levando il volto per raggiungere le labbra dell’amata: così insopportabile
visione per un uomo come Dias, che egli si levò bestemmiando d’orrore e non
volendo altro che vedere il petto di Luigi alla punta della sua spada.
Soffocava, in quella stanza. Mentre, vegliando al letto di morte, la notte
prima, non era sorta, nelle lunghe ore gelide presso il cadavere, che la
immensa pietà dove si era franta l’annosa durezza del cuore di Cesare, mentre
allora, avrebbe voluto prolungare quella veglia solitaria, perché più profonda
fosse la sua dedizione di dolore, d’inconsolabile rammarico alla moglie che si
era uccisa, ora, dopo le fatali parole di Laura, fatali quanto la fatalità del
fatto istesso, Cesare aveva vinto quell’abbandono suo così sconfinato nella tenera
compassione, nel rimorso insanabile, e sentiva nel sangue e nei nervi un
bisogno virile di muoversi, di agire, di andar via, di trovarsi innanzi a Luigi
Caracciolo, senza domande, senza parole, spada contro spada, per ucciderlo...
per farsi uccidere, forse, ma per essere liberato infine da quella folle
gelosia, per non vedere, nitidamente, la scena d’amore. Agire, agire, non
pensare, non rammaricarsi, non abbandonarsi ai sentimenti teneri che flettono
la volontà. Se restava ancora cinque minuti in quell’ambiente d’amore, dove il
sentimento intimo e l’alta passione delle fibre si dovean fondere e vincere il
cuore e i sensi, sentiva che avrebbe commesso qualche atto di follia,
infrangendo i mobili, distruggendo le tracce di quell’ultima scena, piangendo d’ira
impotente e di postumo desiderio. Era un uomo: non mai una donna che egli aveva
amato lo aveva tradito, senza che egli non avesse punito la donna e il nuovo
innamorato: era un uomo: sua moglie era morta dopo aver commesso, forse, il
tradimento; non poteva che esecrarne la memoria, dimentico dell’atroce sua
fine, non poteva che cercare Luigi ed avere la virile voluttà di passargli il
cuore con un colpo della sua spada.
Si levò, senza voltarsi indietro, portando con sé la poesia trascritta dalla
mano tremante di Luigi, portando lo spillone che era caduto dai neri e
magnifici capelli di Anna, senza guardare più il gran salotto amoroso, tanto
intendeva che ne avrebbe portato con sé l’incubo, sempre, sino alla
liberazione: uscì di là col volto duro e serrato di un uomo che ha messo tutta
la sua forza in una sola espressione della sua volontà. Attraversò nuovamente
le altre due stanze e ritrovò nell’anticamera il maestro di casa, in piedi, che
aspettava pazientemente.
— Manderete questo biglietto al conte Caracciolo —- disse, recisamente, a
occhi bassi.
— Le ho detto che non so dov’è...
— Forse darà notizie di sé... ne avrete voi, forse prima di me.
— Debbo allora venirla a cercare? — disse l’altro premuroso.
— Non serve, non serve — disse Cesare, rodendo il freno, facendo per
andarsene.
Ma quel servo, che era anche un intimo confidente, si vedeva bene, ora,
trattenne ancora Dias: e parve un po’ timido a parlare. Infine si risolvette:
— Lei... lei vorrebbe ritornare, forse, qui?
— No! — esclamò Cesare lampeggiando di sdegno dagli occhi. — Non tornerò
più. Ho visto tutto quello che dovevo vedere. Addio.
Rapidissimamente discese la breve scala, avendo fatto un imperioso sforzo su
se stesso, per non dare degli schiaffi al confidente di Luigi. Uscito all’aria
aperta dette in un sospiro di sollievo, tanto l’aria tiepida e bizzarramente
odorosa di quel salotto e la |