Matilde Serao: Raccolta di opere
Matilde Serao
Castigo
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V

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V

 

Quando Giulio Carafa e Marco Palliano, attraversata la Riviera di Chiaia, la strada di Chiaia e quella di Toledo, al trotto serrato dei due cavalli che conducevano il coupé di Giulio Carafa, arrivarono innanzi alla chiesa di Santa Chiara, dopo essere entrati nel primo cortile del chiostro, trovarono la porta grande della nobile chiesa serrata. Non un’anima, intorno. La botteghetta del venditore di libri e di stampe che espone i suoi ambulanti scaffali sotto l’arco del portone, in via Trinità Maggiore, era anche chiusa. Un silenzio perfetto; una solitudine assoluta: nell’ombra, il nero campanile come un’ombra.

— È troppo tardidisse Giulio Carafa.

— È troppo presto — disse Marco Palliano.

— Le nove e un quartoaggiunse Carafa, osservando l’orologio sotto un lampione.

Era alle nove.

— Per un quarto d’ora... non saranno giunti ancora. Le spose sono sempre in ritardoconcluse pazientemente Carafa.

— Mai abbastanza in ritardofinì di dire Palliano.

E ambedue, tranquillamente, sorrisero con quella specie di sangue freddo a cui li aveva abituati una esistenza, necessariamente tumultuosa, fra gli amori, i piaceri e le noie e i tormenti di questo giro continuo, intorno alle stesse sensazioni e alle stesse impressioni. Erano gente forte, nel senso che non si meravigliavano più di nulla, tanto avevano visto e tanto avevano imparato a nascondere la loro sorpresa. Passeggiarono tre o quattro volte, innanzi alla porta sbarrata della chiesa, fumando tacitamente.

— Sei sicuro che sia alla chiesa di Santa Chiara? — domandò Palliano

Sicurissimo.

— Perché non a Santa Caterina?

Pare... pare che l’altro matrimonio si sia fatto ... e allora...

— Allora la novella sposa non avrà voluto andarci, per non evocare i ricordi...

— No, non è stata Lauradisse Carafa — è stato Cesare che non ha voluto.

— Che tipo quella Lauraosservò Palliano, fermandosi dal passeggiare. — Ce ne sono poche come lei.

— Mi piaceva meglio sua sorella: aveva un gran temperamento.

— Le donne di gran temperamento sono spesso noiosedichiarò Carafa. — Cesare doveva essere un marito molto seccato.

— Eh povera diavola, è mortaesclamò Palliano, più umanamente. — Ha tolto le seccature a tutti quanti...

— E si è tolta la sua — osservò filosoficamente Giulio, guardando verso l’arco nero del portone se qualcuno giungesse.

— Che mancassero all’appuntamento? — domandò Marco.

— Non sarebbe strano: non debbono avere una voglia matta di sposarsi.

Affermo che le coppie più innamorate non hanno mai molta voglia di sposarsi; lo affermo con prove e testimonianze.

— Ma sai che è di cattivo genere, parlar male del matrimonio, quando si è scapoli?

Toh! E sarebbe di buon genere che ne parlassi male tu, che sei ammogliato?

— Chi sta in convento, non ne dice i segretiosservò Carafa.

— Ma tu, mio caro, quando parli male del matrimonio, sei un ingrato. Se vi è persona che ha profittato della istituzione, in casa d’altri, sei tu.

— L’ho fatto per esser più fermo nelle mie teorie di celibato. Guarda Cesare Dias, così egoista, così attento a non compromettere né la salute del corpo né quella dello spirito, così attaccato alla sua libertà e alla sua serenità, guarda che ne ha ricavato dal matrimonio?

— Due anni di tempesta e il suicidio della moglie, n’ha ricavato.

— Forse anche il tradimento.

— Non se ne sa nulla

— Nulla, nulla! Si è vendicata e ha fatto benissimoconcluse Palliano.

— Dal tuo punto di vista di scapolo, capisco che approvi.

— Ti assicuro che se si voleva vendicare con me, non lasciavo che si uccidesse. Che sciocco, quel Luigi!

— Uno scioccoripeté Palliano.

Si fermarono, un momento, tendendo l’orecchio. Si udiva un rumore di carrozza, da piazza del Gesù. Ma la vettura si avvicinò, passò innanzi al portone del chiostro senza fermarsi e continuò per San Domenico Maggiore.

— Si fa tardi, perdio. Ma che fanno?

Mah! Che fossero già in chiesa? Loro dentro e noi fuori?

— E starebbero chiuse le porte? Bel matrimonio, non c’è che dire.

Proviamo a bussare.

Ma i due testimoni del matrimonio, per quanto cercassero sulla gran porta di ferro della chiesa, non trovarono né un battente, né un anello, né un campanello. Le loro mazzette eleganti erano incapaci di scuotere la ferrea porta.

— Io direi, andiamocenedisse Palliano, scoraggiato.

— No, no, vi è un’altra porta.

— Sei pratico anche di chiese, tu?

— Una volta, una signora mi dava appuntamento qui, giusto per questa comodità delle due porte. Anche il chiostro ha due porte: un’utilità meravigliosa. Vieni, andiamo, pescheremo l’altra porta.

— Chi era questa signora? — domandò Palliano, mentre attraversavano il chiostro.

— Una peccatrice, amico mio.

— Eh, lo credo!

— Le piaceva di complicare il pentimento e il peccato. Credo che chiedesse perdono a Dio, prima e dopo.

— Non ci è male, è piccante. Avrei amato volentieri una monaca io — disse vagamente Marco, guardando le finestre claustrate.

— Non vi sono più monache giovani; questo amabile sacrilegio è impossibile.

Ma anche la porta piccola della chiesa di Santa Chiara era serrata. I due amici restarono in piedi, sugli scalini, guardandosi.

— Questo secondo matrimonio di Cesare produrrà un secondo suicidio, Giulio, e sarà il mio — disse malinconicamente Marco.

— Infatti, la cosa manca di divertimentorispose Carafa, annoiatissimo anche lui, e incerto di andare o restare.

Andiamo via, Giulio: o ascolta la confessione dei miei errori, perché io muoio.

Aspetta... vi deve essere, qui, un campanello.

E pazientemente lo andò cercando. Infatti vi era una catena di ferro, che si perdeva nel bruno della muraglia. Giulio vi si attaccò; un suono squillante ne uscì. Nessuno rispose.

— Qui non si sposa nessuno: qui vi sarà un funeralemormorò Marco, desolatamente.

Giulio suonò una seconda volta. Dopo un poco la porta stridette e si schiuse, per uno spiraglio: apparve la scialba faccia del sagrestano, illuminata da una candela stearica.

— Qui si sposa, eh? — domandò Carafa, facendo per entrare.

— Che volete? — chiese prudentemente il sagrestano, senza neanche aprire un po’ più la porta.

— Non si sposano qui, stasera, il signor Dias e la signorina Laura Acquaviva?

— Così pare.

— Come pare? Basta, noi veniamo per le nozze.

— E voi, chi siete?

— Siamo i testimoni.

Testimoni?

Compari, come volete voi: dobbiamo entrare.

Adesso vado a domandare al parroco, aspettate un momento. E richiuse la porta, con un rumore di catenacci, lasciando i testimoni sugli scalini.

De profundis clamavi ad te, Domine... — disse Marco Palliano.

— La cosa manca assolutissimamente di ogni divertimentoconfermò Carafa.

Ma non aspettarono più molto. Il battente della porta piccola di Santa Chiara si riaperse, intieramente, e il sagrestano, riparando con la mano la fiammella della candela stearica, lasciò passare i due gentiluomini nella chiesa. L’ombra era profonda e solo di lassù, dagli alti finestroni che sono una delle bellezze della magnifica chiesa, cadeva una fiochissima luce notturna che non si diffondeva. Marco Palliano e Giulio Carafa si fermarono, interdetti, turbati anche un poco dalla solitudine mistica di quel tempio, visto di notte, deserto, come pieno di un sacro mistero.

— La cosa non manca soltanto di divertimento, manca anche di illuminazionemormorò Palliano, all’orecchio di Giulio Carafa.

— Stavamo meglio fuori — osservò l’altro.

Erano fermi presso l’altare della Vergine, una immagine assai chiara, come slavata dal tempo e dalle lacrime, con gli occhi di un azzurro quasi bianco, tanto dolenti. Il sagrestano guardava Carafa e Palliano, aspettandoli.

Sagrestano, qui si sposa all’oscuro? O non si fa, questa sera, il matrimonio?

— Si fa, si fa, un poco di pazienza.

— E allora perché non avete acceso le candele in chiesa?

— Perché non si celebra in chiesa, il matrimonio.

— Ah! e dove? Nel cortile?

Nossignore: in sacrestia.

— E perché?

— Perché è tempo proibito, per le nozze. In sacrestia si solamente la benedizione nuziale.

— Sarà una funzione brevissima?

— Pochi minuti soltanto.

— Ogni tanto l’uomo riceve una consolazione, nella vitaosservò Palliano.

— Così, ha detto il parroco, se volete venire ad aspettare in sacrestia, vi potrete almeno sedere.

— E possiamo fumare, fare una partita alle carte? — domandò Giulio Carafa, seriamente, al sagrestano.

Nossignore, nossignore.

Si misero dietro a quell’uomo dalla faccia scialba, dal vestito nero, quasi da prete, dal passo cauto di coloro che vivono sempre in chiesa; e la fiammella vacillava, innanzi a loro, mentre essi camminavano piano, in punta di piedi, col cappello in mano, in omaggio alla Divinità regnante nell’ombra. Passarono innanzi alla cappella dove giace la santa regina che fu Maria Cristina di Savoia: il cancello dorato della tomba scintillò.

Poi, sempre preceduti dal sagrestano, entrarono nella vasta sacrestia, adorna di grandi armadi di legno bruno, dove erano conservati i paramenti sacri. In fondo alla sacrestia vi era un altare di marmo color caffè e latte, alquanto disadorno, ma innanzi al quale erano accese otto candele. Il parroco, un grande prete alto e ossuto, dalle mani rosse e dal volto su cui era l’ombra violetta della barba continuamente rasa, portava una cotta bianca a merletto ricco sopra la tonaca nera e teneva sulla testa il berretto nero, a spicchi, il soli Deo, che indica doversi togliere dal prete, soltanto innanzi alla immagine della Divinità. Difatti il parroco non si cavò il berretto e non si levò dal suo seggiolone di cuoio nero, quando entrarono i due testimoni; disse soltanto, crollando il capo:

Buona sera, buona sera.

Essi salutarono: restarono in piedi, mentre il sagrestano accomodava, innanzi all’altare, quattro sedie e due cuscini di velluto rosso.

— Niente cuscini, a noi; o ingiustizia del fato! — esclamò, sottovoce, Marco Palliano.

— Un’ora di ritardo: Laura e Cesare si saranno uccisidisse, glacialmente, Giulio Carafa.

Erano nello stato furioso d’ira fredda di due gentiluomini, che si sono tolti ai loro piaceri, e ai loro amori, alle consuete distrazioni che diventano poi le monotone distrazioni invincibili della loro esistenza; che sono venuti per compiere un noioso dovere, ma che si esasperano, quando questo dovere si prolunga sino al gran fastidio. In quei minuti di sdegno glaciale e represso, i leggeri e ben poco saldi vincoli di amicizia si infrangono, e nel furore si dice ogni più feroce infamia.

— Perché non vi sedete? — disse il parroco, tenendo le mani grosse, nodose, rosse, incrociate sullo stomaco e guardando in aria.

Aspetteremo molto ancora? — chiese Giulio Carafa.

— Per me, me ne sarei già andatomormorò il prete — non sta bene, fare aspettare il Padre Eterno.

Capisci? — disse Palliano — abbiamo l’onore di aspettare insieme col Padre Eterno.

Ma la campanella risuonò, nuovamente, e il sagrestano si avviò, ancora una volta, con la sua misera candela stearica che metteva delle fredde scintille sul pavimento di marmo della chiesa.

Inginocchiamoci e ringraziamo il Signore che questi due si sono decisi a maritarsidisse, piano, Carafa — poteva darsi che avessero preferito... farne senza.

— Come me, come me: per non fare aspettare i testimoni, capisci?

E scherzando atrocemente, osservavano il loro composto aspetto di giovani mondani, correttissimi, sempre eleganti; mentre il parroco si era levato e aveva fatto tre o quattro passi verso la porta, per andare incontro agli sposi.

Gli sposi arrivarono. Erano soli: e Cesare dava il braccio a Laura, tenendo il cappello in mano e i guanti neri stretti nella mano. Laura era vestita tutta di bianco, un vestito di grossa seta molle, corto, rotondo, molto attillato sul busto snello e molto raccolto in semplici grandi pieghe dalla cintura in giù. Nessun gioiello ella portava al collo, alle orecchie; non un braccialetto sui sottili guanti di pelle bianca. E sul capo, sui capelli biondi, vaporizzati in una bionda aureola intorno alla fronte e alle tempie, invece di portare il gran velo bianco della sposa, fermato dal gruppo di fiori d’arancio, ella portava un cappellino chiuso, bianco, di merletto, adorno di un gruppo di piccoli fiori di mirto, bianchi. Portava, nelle mani, un libro di preghiere di velluto bianco e si appoggiava al braccio di Cesare, con la sua consueta disinvoltura, non eccessiva disinvoltura, perfettamente giusta. E il bianco volto su cui si stendevano e più crebbero, durante la cerimonia, delle lievi tinte rosee, era chiuso in un’espressione di assoluta indifferenza: non serenità, poiché non ridevano i begli occhi azzurri, poiché la carnagione non aveva quella trasparenza delle persone serene: indifferenza. E non era neppure eccessiva, quella indifferenza: era così misurata, così giusta, che i due gentiluomini la trovarono correttissima. In fondo, la sua indifferenza era l’aspetto di colei che doveva trovare tutto ciò perfettamente naturale; tutto quello che accadeva era per lei logico, razionale, infine ciò che doveva accadere.

Cesare Dias era vestito con lo smoking, con quella giacchetta che è una falsa marsina, e che è anche il migliore abito estivo degli uomini mondani. Portava una cravatta nera e delle perle nere agli occhielli della camicia; e sullo smoking aveva il soprabito nero.

Il cappello era cinto sempre dall’alto crespo nero; neri erano i guanti. Dunque egli non aveva fatto nulla di più per questa cerimonia nuziale: aveva, con eccessiva trascuranza, conservato il suo abito troppo familiare, la marsina di campagna, la livrea gentilomesca che si indossa di sera, da luglio a ottobre. E aveva conservato, con molta cura, il lutto per la morte di sua moglie, mentre Laura, vestita tutta di bianco, aveva tolto il lutto per la morte di sua sorella.

Erano soltanto sette mesi, dalla morte: egli aveva ancora il lutto stretto. In quanto alla faccia e alla persona di Cesare Dias, egli aveva sempre la stessa figura nobile e fine, la stessa testa bella e consumata; più affilata un poco, niente altro. Anzi quella serietà un po’ sarcastica che era stata l’espressione dominante di quella fisonomia, il sorriso scettico e pure amabile che ne aveva piegato gli angoli della bocca, così elegante nella sua linea, quella durezza che trapelava, in certi momenti, come se il vero carattere di quell’anima si rivelasse, tutto ciò si era trasformato, in una concentrazione di tutto il viso, in un solo pensiero. Quale pensiero? Bene non si poteva conoscere se fosse un pensiero triste, o grave, o lieto, o sdegnoso: era un pensiero assorbente, ecco tutto. Lo sguardo, talvolta, pareva assente, non già partito, no, ma rientrato in se stesso: la bocca era chiusa, sotto il morbido mustacchio nero, dove ancora non appariva biancore; e dalla fronte, su cui appena si diradavano i capelli, alla linea del mento, il volto era preso, assorbito da questo pensiero. Pure, Cesare restava presente a se stesso, tranquillo, senza un trasalimento di muscoli, senza un’ombra di sorriso, senza un lampo di luce negli occhi: eppure, non triste, non lieto, non indifferente, ma pensoso, pensoso in una intensità così acuta che tutta la vitalità morale di quell’uomo pareva si fosse condensata solo in un’idea.

Sottovoce, presto, Cesare si scusò col parroco del ritardo, tenendo sempre colei che doveva essere sua sposa, al braccio. Il prete, fattosi serio, ascoltava, e pareva che aspettasse ancora, guardando il vano nero della porta della sacrestia. Intanto la coppia si era avvicinata ai due testimoni e scambiava i saluti.

— È una delle poche volte che giungo in ritardodisse Cesare, mentre Laura stringeva amabilmente la mano ai due amici, con una amabilità fine e misurata.

— Le spose non hanno l’obbligo di arrivare in tempodisse Palliano, con un inchino galante.

— Ho tardato io, non Laura: ella era pronta alle otto e mezzoreplicò Cesare freddamente.

Meglio tardi che mai — mormorò Carafa, accorgendosi subito, però, da una lieve ombra apparsa sul volto di Laura, di aver detto una corbelleria.

Del resto, Cesare Dias parve non avesse inteso, Il parroco, messa una stola luccicante di oro e di argento sulla cotta, e infilato al braccio un manipolo, si era avvicinato.

— Dunque, non vengono? — disse, all’assorbito sposo.

— Chi?

— I parenti, gli invitati.

— Non deve venire nessun altro — rispose Cesare, duramente.

— Come, neanche il compare dell’anello?

— Neanche il compare dell’anello. È forse necessario?

— Lo faccio io, lo faccio io — proposero subito Giulio Carafa e Marco Palliano, sentendo il crescente imbarazzo di quella scena.

— Loro sono i testimoni: e il compare dell’anello, se si vuole così, non serveconcluse il parroco, senza insistere più, avviandosi verso l’altare.

Mentre Cesare Dias e Laura Acquaviva si avvicinavano all’altare, rimanendo in piedi innanzi ai due cuscini di velluto rosso, il sagrestano aveva acceso le altre candele; ma la sacrestia restava scuriccia, coi suoi alti armadii di paramenti sacri, col suo gran tavolino dove si posavano i Messali, il calice del Sacrifizio e le ampolline, col suo altare nudo, di un marmo volgare. Il prete era salito sull’altare e il sagrestano l’aveva seguito, inginocchiandosi sui gradini e pregando come il prete pregava, a capo basso. Laura aveva aperto il libro di velluto bianco e leggeva correttamente le preghiere: Cesare stava ad occhi bassi, in piedi col capo leggermente chino sul petto. I due testimoni si erano accostati un poco agli sposi.

Di’, Giuliosoffiò Marco nell’orecchio del suo amicocredi che Cesare abbia fatto testamento?

— Non mi piace, Cesarerispose l’altro, pianissimo.

Tacquero. Il prete aveva intonato la gran preghiera dei cristiani, il Pater noster, che raccoglie tutte le aspirazioni, tutte le speranze, tutte le invocazioni, che mette l’anima del credente alle ginocchia del Signore, che mette la misericordia del Signore nell’anima del credente: e mentre le belle parole latine risuonavano nella sacrestia, con l’ampiezza della pronunzia sacerdotale, Laura, con la sua voce limpida e posata, ripeteva il Pater noster piamente, senza slancio, piamente. Anche Cesare avrebbe dovuto dire la preghiera che unisce i cuori, l’avrebbe dovuta dire, secondo il rito: ma egli non lo conosceva quel breve rito della benedizione nuziale, in sacrestia, senza messa, senza musica, senza padrino, senza la grande e nobile pompa mistica. Pensava, invece di pregare: pensava a cose, certo, lontane da quella chiesa e da quella funzione, poiché parve che non avesse neppure udito la rituale domanda:

— Voi, Cesare Dias, volete per vostra legittima sposa la signorina Laura Maria Acquaviva?

— Non rispose: non aveva udito. Laura lo guardò fisso e lo chiamò soltanto:

Cesare!

E appena appena potendo nascondere la sua stupefazione, il sacerdote più lentamente, guardando negli occhi lo sposo, gli chiese nuovamente:

Voi, Cesare Dias, volete per vostra legittima sposa la signorina Laura Maria Acquaviva?

Cesare guardò il prete: poi disse, piano:

— Sì.

E un profondo sospiro gli uscì dal petto, non frenato, non represso, un sospiro di affanno che scoppia.

— Voi, Laura Maria Acquaviva, volete per vostro legittimo sposo il signor Cesare Dias?

— Sì — ella dichiarò, con un piccolo e tranquillo sorriso sulle labbra.

— Voi, Cesare Dias e Laura Maria Acquaviva, siete uniti in matrimonio: vi benedico nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo.

E mentre essi chinavano la testa, Laura profondamente prostrata con la massima umiltà sul cuscino, mentre Cesare aveva soltanto piegato un ginocchio, il prete pronunziò anche in latino la benedizione, facendo la croce in aria e sulle teste degli sposi. Poi disse a Cesare:

— L’anello.

Quello lo guardò, trasognato.

Cesare, l’anello disse Laura, quietamente.

Egli distese la bianca mano destra che aveva denudata dal guanto. Allora egli si ricordò e cavò dal taschino del panciotto un cerchietto d’oro e lo mise al dito anulare della mano bianca che aspettava: bensì, gli tremava la mano così tanto, che due volte non giunse a mettere l’anello, mentre la bianca manina restava immobile, aspettando. Pure, di quel tremito non si accorse che la sposa: e il prete guardava, coi suoi occhi sorpresi, dove ora si mescolava un senso di rimprovero, un’aria di diffidenza. Avrebbe voluto dire qualche parola pia, spiegando che è l’unione coniugale sulla terra, e quali doveri abbiano gli sposi, come si usa nelle più povere nozze. Ma gli sembrava, ormai, un matrimonio così strano, quello fatto in quella forma clandestina, quasi furtiva. Ah, tutte le carte erano in regola, il Santo Padre aveva mandato da Roma la dispensa, perché erano nozze fra cognati: ma egli non aveva mai visto un simile matrimonio. A che spiegare loro la mistica fusione delle anime e la indissolubilità di ciò che Dio congiunse, e i doveri di tenerezza, di umiltà, di misericordia? La sposa stava tranquilla, sul suo cuscino, senza un’ombra di emozione sul viso: lo sposo giaceva inginocchiato, immerso nei suoi pensieri, dimentico di quanto avvenisse intorno a lui: e i testimoni, probabilmente stupefatti quanto il prete, conservavano il loro aspetto glaciale e paziente. Allora il parroco, per licenziarli, incrociò le mani sullo stomaco. Laura intese.

— È finita? — diss’ella.

— Sì.

— Ah, va bene.

E si alzò dal cuscino. Cesare non si mosse, pensando.

Andiamo Cesaresuggestionò ancora lei.

E senza neppure fare il segno della croce, senza salutare l’altare, i due sposi voltarono le spalle e si riunirono coi due gentiluomini testimoni, che si congratulavano loro, con voce moderata e con una misurata riserva di espressioni, mentre Cesare li ascoltava in silenzio e Laura rispondeva col suo bel sorriso. Il parroco aveva smesso la stola e il manipolo, subito, quasi lieto di aver finito: ma il sagrestano preparava qualche cosa, sul gran tavolino della sacrestia. I due sposi si avviarono per uscire, seguiti da Marco Palliano e da Giulio Carafa: ma il parroco li trattenne:

— E la firma? Non volete firmare?

Laura guardò Cesare, interrogandolo: che poteva ella sapere del rito nuziale, quando non aveva, da fanciulla, mai voluto assistere a un matrimonio, quando non aveva neanche voluto assistere al matrimonio di sua sorella? Lui, Cesare, si era ammogliato una volta e doveva sapere: ma egli aveva l’aria di aver dimenticato ogni altra cosa che il suo pensiero non fosse. Il grande registro della parrocchia era schiuso e un calamaio di ottone era stato preparato.

Firma, Cesare — gli suggerì lei.

Egli si curvò e firmò lentamente, tagliando con un rigo della penna la fine scrittura del nome e del cognome: poi, posò la penna nel calamaio, senza rammentarsi che anche Laura doveva firmare. Con la sua bella disinvoltura, ella prese da sé la penna e scrisse la sua prima firma di donna maritata: Laura Dias Acquaviva, con una calligrafia leggiadra e ferma. Si risollevò con un moto grazioso, offrendo la penna a Giulio Carafa. I testimoni apposero le loro firme nel registro e tutto fu finito.

Buona notte, signor parrocodisse Laura, prendendo il braccio di Cesare.

Buona notte, signoriaugurò il prete, guardando ancora questa bizzarra coppia di sposi, senza compare, senza parenti, lo sposo in lutto e la sposa senza velo bianco e senza fiori d’arancio.

Avanti a Cesare e a Laura andava il sagrestano, con la candela dalla luce vacillante: in coda venivano Marco Palliano e Giulio Carafa. Attraversarono così, in quelle ombre mistiche, la grande chiesa, non sino alla porta grande che il sagrestano non voleva, forse, far la fatica di aprire, ma sino alla piccola porta, che si richiuse sulle quattro persone, con uno scroscio di legno e di ferro. I due coupés aspettavano nel chiostro, nell’ombra, che un solo lampione non arrivava a diradare. La bianca figura di Laura, portandosi seco il suo sposo, si avviò verso la carrozza, con quel suo attraente passo che parea seguisse il ritmo di una musica: Carafa e Palliano li seguirono sino alla carrozza e furono scambiate delle strette di mano. A un certo punto, la mano di Laura che si stendeva a Giulio, s’incrociò con quella di Cesare che prendeva quella di Marco.

— Non incrociamodisse costui, che era pieno di superstizioni.

Malaugurio, eh? — disse Laura, ridendo un poco.

— Non credete al malaugurio? — domandò, imprudentemente, Palliano, pentendosi subito della domanda.

— Niente affatto — ella replicò, sedendosi in vettura.

— Tu parti domani, Cesare? — chiese Giulio Carafa, commettendo una seconda imprudenza.

— Sì, parto.

— Per dove?

— Non so bene, ancora. A Roma mi deciderò.

— A Roma ci decideremocorresse Laura, gentilmente.

— Già — approvò freddo freddo Cesare.

Tornate presto?

— Verso gennaio, forse — rispose Laura, vedendo che Cesare non parlava e che cercava delle sigarette, nel portasigarette.

— In un qualunque mese di gennaio, forse — soggiunse Cesare vagamente, cercando adesso i fiammiferi.

Buona notte e buon viaggio, allora — dissero i due, al rumore dello sportello che si richiudeva, e cavarono il cappello agli sposi, mentre Cesare già fumava.

Il coupé degli sposi voltò nel chiostro e sparve dopo un minuto.

Giulio Carafa e Marco Palliano si guardarono, nell’ombra, e si videro sorridere.

— Hai visto mai nulla di simile?

— No, caro.

— E neppur io. Sei contento, dunque, di esser venuto?

Contento. Abbiamo aspettato un po’ troppo, ecco tutto.

— Hai visto, come ci si marita presto?

— Ho visto.

— Non ti viene la voglia?

— Questa sera meno che mai.

— Non invidii Cesare?

— No.

Vale a dire, che Laura non ti piace?

— Mi piace, ma non invidio Cesare.

— Non ti capisco.

— Oh mi capisci perfettamente.

— Forse... — disse. Giulio, riflettendo un poco. — Forse hai ragione. Povera Laura, allora!

Povera... e così resta inteso che non invidiamo Cesare e che compatiamo Laura.

Resta inteso.

Dove ti porto? — domandò Giulio a Marco, entrando nel coupé.

— Da Lillina. Ho bisogno di dire delle sciocchezze.

Beato te, che ne hai ancora una provvisione.

— È sempre la medesima: ma Lillina finge che siano delle sciocchezze nuove e se ne stupisce, con una grande naturalezza.

— Che sollievo, poter dire delle corbellerie, mettere i piedi sulle poltrone, le mani sotto le ascelle ed essere assolutamente ineducatomormorò Carafa, mentre tornavano verso Chiaia.

Pensare che Cesare non sarà neanche maleducato

— Non sarà niente.

.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .

I due sposi, avviatisi verso Toledo, non scambiarono una parola, per un pezzo. Due o tre volte Laura s’inchinò verso Cesare, a guardarlo; ma egli aveva gli occhi fissi nel vuoto e fumava. Pian piano Laura passò il suo braccio sotto quello di Cesare e gli si accostò.

— Che hai, Cesare?

— Nulla.

— Ti senti male?

— Sto benissimo.

— Sei di cattivo umore?

— No, per niente.

— Sei di buon umore?

— No, per niente.

— E che sei?

Indifferente, Laura.

Ella si arrestò un istante: e le fini sopracciglia si aggrottarono per un istante.

— A che pensi?

— Che te ne importa?

— M’importa molto, dimmelo.

— Io non ti chiedo mai a che pensi, Laura.

— E fai male. Io sono la tua sposa: dovresti chiederlo.

Cesare tacque: e voltò la faccia in , verso il cristallo dello sportello.

Dimmi, Cesare, a che pensi?

— Ai fatti miei.

— Li voglio sapere.

— Quale puerile e inutile curiosità!

Ancora qualche minuto di silenzio. E poi una nuova domanda, desolata:

— Tu mi odii, Cesare!

— Io? No.

— Mi ami, allora?

Nessuna risposta: egli fumava.

Dimmi se mi ami.

— Ho sempre creduto che tu fossi una donna di talento, Laura — le rispose Cesare, glacialmente.

— Non lo credi più, questa sera?

— Se continui a farmi queste infantili domande, dovrò supporre che una nuvola avvolga il tuo sereno cervello di Minerva.

Minerva è sparita, la saviezza si è dileguatadisse ella sordamente.

Peccato!

— Tu rimpiangi sempre il passato, Cesare: ciò è, per lo meno, scortese — e già lo sdegno le fremeva nella voce.

Scortese, forse: ma giusto.

Meglio essere cortese e ingiusto: preferisco, preferisco l’ingiustizia.

— Anche tu vi eri nel passato, Laura.

Maledetta l’ora di quel giorno e il minuto di quell’ora!

— Come tu vuoi — egli affermò, abbassando il capo, quasi annuendo alla maledizione.

Ella torse le mani intorno al libro delle orazioni di velluto bianco; si sentiva soffocare da una collera impotente. Ma cercò di reprimersi, poiché ella sapeva bene quale fredda e irritante passività Cesare opponesse all’ira. Laura stette qualche minuto in silenzio, per domare la burrasca della sua anima, per ridare alla sua voce quella pura dolcezza incantatrice, che vinceva chiunque la udiva.

Perdonami, Cesare — ella riprese, umiliandosi, dolcemente.

— Non ho nulla da perdonarti — e un velo di tristezza corresse la durezza della frase.

— Sì, ho bisogno del tuo perdono: sono così cattiva talvolta.

— Tutti abbiamo la capacità del male.

— Ti voglio troppo bene: ecco perché sono cattiva.

— Fai male, a volermi troppo bene.

— Faccio male? E perché?

— Perché questo bene è inutile, Laura: e perché è anche dannoso.

— Ma Cesare, Cesare, tu non intendi quello che dici!

— Mia cara, un po’ di calma. Sai che ho sempre odiate le scene; sai che, purtroppo, non vi ho mai creduto, alle scene — e gli tremò la voce, a quel ricordosai che ho i nervi scossi e che ho bisogno di una gran pace esteriore. Tu mi vuoi bene? Commetti un errore: dai a te, a me, un dolore, mentre, via, francamente, la nostra esistenza non ne ha nessuna necessità.

— Sei tu che la rendi truce, l’esistenza. Noi potremmo esser felici, adesso.

— Non siamo più capaci di felicità, Laura.

— Ma perché?

— Dunque vuoi torturarmi a forza? Vuoi a forza discutere, sentimentalmente, tragicamente? È un errore, l’amarmi: io sono un uomo finito.

— Ma perché?

— Eh, se non lo capisci, è inutile discuterne.

— Tu bestemmi l’esistenza, Cesare.

— Non far della retorica, mia cara: e sovra tutto non farti illusioni, cessa di amare questo cadavere.

— Ma tu non hai, dunque, né una speranza né un desiderio?

— Sì: l’ho un desiderio, lo sai.

— E qual è?

Battermi in duello con Caracciolo: o ucciderlo, o farmi uccidere — egli gridò, nello scoppio della sua idea dominante.

— Niente altro?

— Niente altro.

— E io?

Egli fece un gesto indeciso, senza rispondere.

— Ma tu non l’hai trovato, Caracciolo — ella riprese, ritornando alla carica, più aspra, più feroce.

— È vero, non l’ho trovato. Ho viaggiato quattro mesi, dietro a lui, arrivando sempre troppo tardi, in tutti i paesi dove egli era stato. Gli ho scritto, dovunque: gli ho telegrafato, dovunque. A Firenze, dove egli era restato un mese, sono giunto due giorni dopo la sua partenza, per ignota destinazione. Non trovarlo, che spasimo, quando il solo ardente desiderio mio è di ucciderlo, o di farmi uccidere da lui. Egli era partito, dietro a una duchessa... ho pensato che era meglio tornare a Napoli, ad aspettarlo... ci verrà.

— Egli non è fedele alle tombeesclamò lei, nel mortale sarcasmo della sua gelosia.

— Sei infame... — egli le disse, in volto, lentamente, freddamente.

— Né tu potresti dargli lezione di fedeltà — ella gridò, cieca di collera.

— Ero ubriaco di gin, quella sera.

— Oh Dio, oh Dio! — e si nascose il volto fra le mani, alla terribile ingiuria.

Erano giunti al palazzo di piazza Vittoria. Il coupé entrò nel cortile e si fermò innanzi alla scala. Un nuovo portinaio salutò gli sposi, senza sapere, forse, che venivano dal loro matrimonio. Laura, senza volgersi, salì presto le scale, mentre Cesare la seguiva, più piano, strisciando sugli scalini la mazzetta di ebano; il portinaio, dal basso, aveva fatto risuonare due colpi di campana. Sopra, un servitore aveva schiusa la porta foderata di panno rosso e sollevata la tenda di velluto. Era un nuovo servitore: anche la cameriera che si presentò alla porta del salone era faccia nuova. Tutta la servitù di casa Dias era stata cambiata, nell’assenza di Cesare, da Laura che era rimasta padrona di casa: ed ella, audacemente, aveva anche licenziato Stella Martini, dandole qualche migliaio di lire, e la vecchia istitutrice se ne era andata piangendo, sentendo che la tragedia delle due case, Acquaviva e Dias, non era finita. Laura aveva anche trasformata tutta la casa, lasciando intatta solo la stanza di Cesare, lasciando serrata la camera di Anna e portandone sempre la chiave addosso. Ritornando dal suo viaggio, Cesare era ancora andato in albergo, al Bristol, non volendo ritornare alla casa di piazza Vittoria, nell’orrore e nel rammarico del passato che vi si era svolto. Venti volte, andando all’albergo, tentandolo, suggestionandolo, imponendo la sua volontà alla passività pensosa di Cesare Dias, ella aveva voluto che egli ritornasse alla casa di piazza Vittoria: ma egli aveva negato sempre con un moto di ribrezzo. Eppure, in quella sera, compita passivamente la cerimonia nuziale, in uno stato di raccoglimento e di distrazione dove, forse, viveva il segreto desiderio di essere finalmente, dopo il matrimonio, lasciato in pace, quella sera egli era venuto nel palazzo, senza fare difficoltà, senza avere moti di ripulsione, come se fosse una cosa naturale, rientrando dopo sette mesi nella casa della morte. In anticamera, ella lo sogguardò. Egli restava, col cappello in mano e il bastoncino, guardandosi intorno: ella non osava parlargli. Infine:

— Non entri, un poco?

— Se ci dobbiamo ingiuriare, no — egli rispose, con un moto di fastidio.

— Non più, non più — ella promise, lampeggiando trionfo dagli occhi. — Vieni.

E lo condusse nel nuovo salone, che era l’antica stanza da pranzo. Tutto era mutato, tutto: il colore dei parati, la forma dei mobili, le stoffe, i quadri, persino i gingilli erano mescolati così amabilmente che era impossibile riconoscerli. Si sedettero, uno di fronte all’altra: ella si tolse lentamente il cappello bianco dai fiori di mirto e rifece un po’ la sua aureola di capelli biondi, guardandosi in uno specchietto dalla cornice di argento. Poi, pian piano, scivolò in ginocchio innanzi a Cesare, con un moto familiare di creatura timida che chiede, nel medesimo tempo, perdono e protezione, appoggiandogli un po’ la fronte sulle ginocchia. Lievemente egli le carezzò i capelli, in atto d’indulgenza a se stesso e a lei: una carezza senza passione, senza entusiasmo, senz’amore: ma conteneva dell’indulgenza, una segreta pietà di lei e di se stesso. Ella intese bene: ma non volle rompere il piccolo incanto di quel minuto di pace; e restò in ginocchio innanzi a lui, guardandolo negli occhi, sorridendogli appena, tentando la suggestione della serenità. Non forse era già molto che egli fosse entrato nella casa della morta, senz’avere un sol brivido di dolore? Ella nulla aveva visto, su quel volto: e non vi vedea, ora, che un desiderio di pace.

Ma la piccola carezza della mano di Cesare sui suoi biondi capelli, non parve a Laura soltanto un segno di tregua: le parve, oltre la tregua, di scorgervi non so quale dolcezza d’intenerimento. Serbando la sua aria di creatura che seguita ad invocare un ideale perdono, ella prese una mano di Cesare, e la portò alle labbra, baciandola fuggevolmente. Egli lasciò fare, senza che la sua mano avesse un trasalimento: ed ella baciò ancora quelle dita, lievemente, con una grazia infantile. Egli teneva gli occhi bassi, né si vedeva niuna impressione sul suo volto: non era che stanco e pensoso. E di nuovo, passando la mano che aveva liberata dai piccoli e fitti baci, sui biondi capelli, egli le fece una malinconica carezza, dicendo:

Poveretta...

— Tu mi compatisci? — ella chiese, inquieta, levando il capo.

— Sì, Laura: ho imparato a compatire.

— Perché mi compatisci?

— Perché hai un triste destino, figliuola mia.

— È quello che ho scelto io.

— Allora, ti compatisco, perché hai scelto male.

— Che importa? Ciò mi piace.

— Non può piacerti. Ah Laura, Laura, il criterio della vita non è il dramma: poiché il dramma sconvolge l’uomo e lo gitta fuori della realtà: e nelle anime che si sono innamorate del dramma, non entra già mai più la pace. Non hai visto che è stato, questo nostro matrimonio?

— Che importa?

— Che strana e lugubre istoria, quella chiesa, nella notte, quella benedizione sbrigata in cinque minuti, e quei due stupefatti testimoni, e noi stessi, che cosa immensamente triste, ci pensi, Laura?

— Non importa: purché tu sia mio!

— Quale mediocre e fugace proprietàosservò lui, con un sorriso ironico.

— Niente distrugge il fatto: tu sei mio maritodisse ella alteramente.

Era un errore, quell’alterigia: se ne accorse subito. Erano ambedue in tale dura condizione di spirito che solo un’arte suprema di finezza, di delicatezza, potea salvarli da un fatale dissidio. Ed ella, sì, possedeva gran forza: ma nel suo selvaggio e imperioso cuore non fioriva la delicatezza, fiore delle anime tenere e umili, rassegnate alla sofferenza, rassegnate al pianto. Si morse le labbra, Laura: ma la parola era stata lanciata, tutto era inutile.

— Non ho potuto fare altrimenti — mormorò lui, giuocando col pomo della sua mazzettina di ebano.

— Per forza, dunque? ella domandò, rialzandosi dalle sue ginocchia, restando in piedi, dominandolo di tutta la persona.

— Non per forza: non mi hai trascinato all’altare, come una vergine del medio evo; non ho risposto no al prete; e dunque, non per forza, ma per necessità.

Diversamente... diversamente, non mi avresti sposata?

Egli sentì vibrare tanto sdegno nella voce di Laura, e gli occhi azzurri di lei lampeggiavano così, che volle evitare la imminente, furiosa scena.

Laura, non parliamo più di ciò, finiamola...

— No, no — ella proruppeparliamone: di che dovremmo discorrere? Nulla più di questo interessa me, te... e vuoi tacere? Devi dire tutto... ora, lo devi dire, capisci?

— Che esistenza! — mormorò lui, a bassa voce, desolato.

— Sei infelice, è vero?

Infelicissimo, mia cara. Tu pure, del resto.

— Se... se non ci fossimo veduti, quella sera al Bristol, tu non mi avresti sposata, eh? Per riparare l’errore, è vero? come si fa con una sciocca fanciulla sedotta, nei romanzi! Perché sei un gentiluomo, non per altre ragioni che per questo?

Laura, smetti, o me ne vado.

— Che! Non ismetto: e non te ne vai! Se io non fossi caduta nelle tue braccia, quella sera, tu non mi avresti sposata mai? Di’? Rispondi, rispondi, vediamo, se hai il coraggio di rispondere!

— Il coraggio? Sì. Ti ho sposata perché sono un gentiluomo.

— Non per altro? — ella chiese, tremando di emozione.

— Non per altro.

— Non per il passato?

— Non per il passato.

— Non per l’amore?

— Quale amore?

— Dunque, per me, no.

— Per te, no.

— E per quale cosa più forte di me, più forte dell’amore?

— Per l’onore, Laura.

— E, ripeti, ripeti, ripeti: se l’onore non avesse avuto bisogno di tale riparazione, tu non mi avresti sposata?

— Già, mai.

— Oh Signore, Signore, voi lo udite! — ella esclamò, alzando le braccia al cielo.

— Tu chiami Dio a testimonio, ogni minuto, delle cose più strane. Te ne prego, lascia in pace il Padre Eterno.

— Che uomo, Dio mio, che uomo! E io mi sono perduta per lui!

Perduta? Non tanto, mi pare!

Perduta, morta, per quest’uomo!

— Se non m’inganno, stai benissimo in salute: e probabilmente, non ti dispiacque di perderti un poco.

Villano! — ella gli gettò in volto, cupamente.

— Eccoci alle ingiurie gravi. Devi avere qualche altro aggettivo simile, ti permetto di applicarmelo. Ti prometto anzi di avere una grande pazienza. Di’ pure.

— Ma Cesare, tu mi spingi alla disperazione; che vuoi da me?

— Nulla, assolutamente nulla. Salvo che se ti fa bene allo spirito d’ingiuriarmi, ti autorizzo ad usare di questa medicina.

— Le mie parole ti sono indifferenti?

Insieme a moltissime altre cose, te lo confesso.

— Ma non vedi che sono la più miserabile donna della terra?

— E io, che sono? — egli gridò, levandosi.

— Tu sei un uomo, tu!

— Ah, la gran cosa, la gran risorsa, essere un uomo! Bellissima fortuna: peccato che io non la posso apprezzare! Tu sei una donna, è vero, ma è la sorte delle donne, quella di soffrire; e tutte le loro facoltà sono fatte per questa condizione, ma l’uomo è fatto per essere felice, e niente in lui è adatto al dolore; tu sei donna, puoi disperarti, io sono un uomo e non posso e non debbo; tu sei donna, puoi piangere; io non posso e non debbo piangere. Un uomo, già: bel guadagno! Soffro come mille donne prese insieme e non posso né gridare, né torcermi le mani, né strapparmi i capelli.

— Ma perché soffri tanto? — ella chiese, sgomentata.

Lascia stare, Laura, non interrogarmi.

— Eppure il tempo è passato: eppure tutti hanno dimenticato; eppure non vi è dolore umano, che non riceva conforto dal tempo.

— A che servono le teorie sul dolore, sull’amore, quando ogni fatto ha un carattere così diverso? Credi tu che io possa dimenticare, come ha dimenticato il mio servo, quando gli è morto di difterite l’unico figliuolo?

— Io non so perché tu soffri tanto — ella disse, con un cenno vago.

— Se non lo sai, taci.

Dimmelo, Cesare.

— Non me lo domandare.

Dimmelo. Chi sa, io potrei consolarti...

— Oh no!

— Forse... tentiamo... non sono forse una donna che ti ama... la tua sposa... la tua innamorata sposa?

— Queste parole mi fanno soffrire, Laura, non ti è dato di consolarmi.

— Non le dirò — ella soggiunse, pazientemente. — Trattami come un uomo, come un amico.

— È inutile, non m’intenderesti.

Cesare, non mi respingere: il soccorso può venire da chiunque: dimmi la tua miseria.

— Io non ho bisogno di pietà.

— Tutti ne abbiamo bisogno.

E dicendo questo, parve che il grande orgoglio di quell’anima femminile crollasse. Ella si era seduta presso a Cesare, aveva accostata la poltrona in modo da poter mettere un braccio sulla spalliera della sua, e si curvava nel domandare che egli le confidasse la sua segreta tortura, ed ella stessa aveva negli occhi, adesso, uno sfinimento desolato, il senso angoscioso della disfatta. Non era una dolce creatura, Laura; era un’anima fiera, energica, assoluta: ma, ogni tanto, ella si abbatteva profondamente nella sconfitta d’ogni sua forza. E la miseria del suo spirito pareva dolcezza.

Cesare, perché mi lasci estranea a quello che pensi, a quello che senti? Quale saldo vincolo di comune peccato e di comune pentimento sia fra noi, l’hai scordato? A chi dirai, oltre me, questo nascosto turbamento? Puoi tu avere un altro confidente che Laura? Abbiamo errato insieme: insieme sopportiamo l’espiazione: perché la tua mano si stacca dalla mia? Perché vuoi soffrire solo?

— Perché questa, veramente, è una sofferenza solitaria.

— Non la posso dividere con te?

— No: è una mia proprietà esclusiva ed ebbe un ironico sorriso.

— ... riguarda il passato, naturalmente? — ed aveva esitato, prima di chiederlo.

— Già.

Laura si passò una mano sulla fronte. Riprese la parola, con uno sforzo:

— È una tetra fantasia, forse?

— No, Laura, è una realtà.

— Un morbo dell’anima, dei nervi?

— No: io sono un uomo; e qualunque uomo, nella mia condizione, soffrirebbe così.

— Voglio sapere che è.

Laura, sei donna: queste infinite amarezze, mescolate di uno sdegno infinito, sono comprese soltanto dagli uomini.

— Vi sono sentimenti maschili e femminili?

— Sì, Laura, purtroppo.

— L’amore è uguale, dovunque — ella dichiarò, diventata fredda, nuovamente.

— Perché parli di amore?

— Tu soffri per amore, Cesare! Per amore di quella pallida morta, che non sai dimenticare!

— Tu credi a ciò? Tu ci credi? — egli le chiese con ansietà.

— Se ci credo, se ci credo? Ma non credo ad altro! Ma non ho altra terribile fiducia che in questo tuo postumo e disperato amore che è il mio incubo e che sarà la mia morte! Se ci credo! Ma in questo mondo di realtà, di verità, io, viva, non ho paura che di questa morta, hai capito?

— Che atroce cosa! — egli mormorò a se stesso, curvando la testa.

— Tu le vuoi bene, ecco — ella dichiarò, arrovesciandosi sulla sedia, mettendosi le mani convulse sui biondi capelli, fremendo tutta.

Ma egli non le badò. Le rispondeva, non come a una persona, ma come all’eco della propria coscienza.

— Io non lo so, se le voglio bene — egli disse, lentamente — come posso saperlo, se è morta? Fosse vissuta un giorno, anche agonizzante, dopo essersi tirata un colpo di rivoltella! Lo saprei, ora, se le voglio bene, se avesse avuto altre ventiquattro ore di vita, niente altro che ventiquattro ore. Ma è morta subito, non l’ho vista morire, non ha lasciato una parola: si può forse amare così, una morta, come una creatura vivente?

— Tu l’ami; tu l’ami; tu l’ami! — diceva, affannando ostinatamente Laura.

— Ma io sono un uomo; non ho sognato, mai; non sono mai statosentimentale, né visionario; non ho mai sofferto per nessuna donna, io, né viva, né morta!

— Niente, niente, tu l’amisinghiozzò Laura.

Senti, senti, io non so se l’amo; non so se dopo una esistenza di piaceri egoistici, io mi sia mutato in un essere sentimentale; non so se un uomo vissuto sin oltre i quarant’anni, così, possa trasformarsi; non so se, dopo non aver mai sofferto, sia venuta per me l’immancabile ora del dolore; non so nulla! In mezzo a tanta confusione, in mezzo a una stupefazione che non arrivo a dominare, io non ho che una idea precisa, ostinata, insopportabile.

Laura levò la testa, guardandolo. Cesare, prima di parlare, impallidì assai: e la sua voce tremò parlando:

— Mi è insopportabile l’idea che Anna mi abbia tradito.

— Tu l’ami, dunque — gridò ella, disperata — poiché chi è geloso, ama.

Insopportabile! — esclamò, quasi non avesse udito quello che essa aveva detto — non ci resisto. Tento di combattere questa gelosia, ma nella lotta essa diventa più forte e più feroce. Non ci resisto. Ho un veleno nel sangue, è questa idea del tradimento; ho un tremore morboso nei nervi, è questo ostinato sospetto del tradimento: ma che dico sospetto, è una certezza, una certezza, e ciò non è sopportabile da un uomo!

Signore, Signore, quale castigo!

Insopportabile! Senti, il tempo è passato, ho voluto distrarmi, ho tentato di sottrarmi alla mia fissazione gelosa; nulla ha potuto salvarmi. Ho visto quella casa, capisci, Laura? Ho veduto quella stanza dove sono stati insieme, un’ora, due ore, non so quante ore, prima della morte: una stanza chiusa, segreta, voluttuosa, fatta per l’amore! Ho veduto i fiori, il libro, la poesia, lo sgabello rosso innanzi alla profonda poltrona, lo spillone caduto dalle sue trecce nere, disciolte! Ho visto tutto: e in fondo a tutto ciò, una visione mi è apparsa, di ambedue, parlandosi di amore, vicini, caldi i volti del sangue tumultuoso di giovinezza, avide le labbra di baci: avide le braccia di stringersi... così, questa è la visione di quel giorno... di oggi... di stanotte...

— Che castigo, che castigo! — mormorava ella, singhiozzando.

Insopportabile, insopportabile! Arde nella mia fantasia, questa visione: vi si è messa imperiosamente. Tento di non pensarvi, a quella scena. Vivo fra la gente, viaggio, mi agito, cerco prender parte alla esistenza comune: ma appena resto solo, nella sera, nella mia stanza, subito il mio pensiero s’immobilizza, e in un glaciale orrore, io vedo mia moglie nelle braccia di Luigi Caracciolo.

Ella gemeva, inorridita, per sé, per quell’uomo.

— Né il mio male diminuisce, per il tempo che trascorre. Sino a poco tempo fa, era nella notte soltanto che io soffrivo questa tremenda tortura della gelosia; ma ora, vedi, la mia sensibilità si è acutizzata. Se incontro un uomo e una donna che si amano, ebbene, io veggo in loro Anna e Luigi: se odo il rumore di un bacio, Laura, Laura, mi pare che siano le labbra di Anna e di Luigi che si uniscono in un lungo bacio: e se, nel giorno, nella notte, io penso, io so che dietro le porte chiuse, dietro le finestre sbarrate, nelle stanze chiuse, vi sono dappertutto dei folli amanti che si stringono, abbracciandosi e credendo morire di gioia, ebbene, io ho questa follia gelosa di supporre in ogni coppia, Anna e Luigi!

Inorridita, per lui, per sé, Laura lo guardava. E con un accento intraducibile di sgomento, sbarrandole gli occhi in faccia, egli le disse:

— L’amore mi fa ribrezzo e paura, adesso; perché essi si sono amati.

Tacque. Era, veramente, un silenzio funebre. L’uomo aveva detta tutta la follia quei sette mesi di tortura interna: l’aveva detta, perché non ne poteva più, perché, a un certo punto, il dolore umano deve dare il suo grido, deve scoppiare nell’urlo della belva che è mortalmente ferita e che non può morire; l’aveva detta senza pensare a chi la narrasse, in quale posto, in quale ora, dimentico del tempo, dello spazio, dei fatti, obbedendo soltanto al bisogno di gridare.

Così l’uomo. E la donna aveva intesa la tremenda verità, in un terrore crescente, crescente, soffocante, scossa da quel grido spaventoso, dove tutta l’angoscia di un’anima virile sgorgava: aveva udito, senza poter pronunziare né una parola di protesta, né una parola di consolazione, sentendo di essere innanzi a una irrimediabile tragedia dello spirito: aveva compresa tutta la miseria della propria impotenza, davanti a un sentimento che nulla poteva vincere, poiché era sostenuto dall’indomabile istinto dell’uomo che si ribella al tradimento. Tacevano. Insieme avevano peccato, insieme avevano commesso il fallo, donde tutta quella tragedia si partiva, insieme espiavano separatamente, poiché l’uno non poteva consolare l’altro dell’asprezza di quel castigo; e l’espiazione, subìta insieme, li metteva uno contro l’altra, acciocché, veramente, essi fossero castigati nella più intensa espressione della pena. Pure, con l’audacia delle anime che si levano contro il castigo, innanzi all’ultima frase di Cesare che era il decreto pauroso della infelicità avvenire, ella ebbe un impulso bizzarro.

CesaredisseCesare, vieni con me.

Dove? — ed era trasognato e lontano, da quel che udiva, da quel che diceva.

— Vieni, vieni.

L’obbligò, quasi, a levarsi, tirandolo per la mano. E se lo condusse dietro, per mano, come un fanciullo che ignora la via, e gli fece attraversare due o tre stanze, appena illuminate, e infine, sollevando una portiera, lo condusse in quella che era stata la stanza di Cesare Dias e che era restata intatta.

Come se il padrone non vi mancasse che da un giorno, la gran camera austera dove si respirava quel sottile profumo di sigaretta già fumata, era pronta ad accogliere colui che vi rientrava, dopo sette mesi di assenza; la lampada dal gran paralume di merletti ardeva sulla grande scrivania e fra le rare bellezze delle armi, dei vasi, degli argenti inglesi moderni, vi era ancora qualche libro aperto, un paio di guanti gettati a caso, delle scatole di sigarette aperte; e in fondo alla stanza, in fondo al baldacchino del basso e ampio letto che una coltre di velluto di Genova copriva, intieramente, sull’arazzo che formava il fondo del baldacchino, biancheggiava il Cristo, quasi che, presente o assente il padrone, il dolore del martire sublime vegliasse sempre, su tutti i turbamenti di colui che si agitava dentro o che vagava lontano. E una gran calma era in quell’ambiente severo e nobile, dove invano si era svolta la frivola mondanità della esistenza di Cesare, poiché la frivolezza, la mediocrità di quelle sensazioni, la mancanza di ogni puro ideale, non eran giunti a vincere il carattere serio e pensoso di quella camera: e tutto, da essa, faceva indovinare, in fondo a quello spirito egoista, freddo, corrotto, crudele, non so quale segreta corrente di pensiero, di sentimento che era l’impronta vera di quell’anima. Egli ebbe una impressione così profonda, entrando in quella camera, che vi fece solo due o tre passi, fermandosi, non potendo andare più avanti.

— Vieni — disse ancora Laura.

E lo condusse, per mano, sino al grande seggiolone di cuoio bruno, dove Cesare era solito di sedersi, per fumare, per leggicchiare una rivista francese, o sovratutto per restare in quella immobilità del corpo e dello spirito che gli era cara.

Siedi — gli suggerì Laura.

Egli sedette sul seggiolone, sentendo il fresco del cuoio dietro al suo capo, una sensazione deliziosa che egli si procurava, ogni volta. La bianca figura di Laura si allontanò un momento e poi ritornò, portandogli un libro aperto. Era un piccolo volume delle Massime di La Rochefoucauld, in francese, con una legatura elegante e odorosa di cuoio di Russia. Lo aveva trovato Laura, aperto sopra una sedia, come buttato da un lettore frettoloso e impaziente.

Ricordati — ella disse, con una tale suggestione impetuosa, nella voce e nell’atto, che egli abbassò il capo e rispose:

— Sì, mi ricordo.

Ella tentava una risorsa disperata e un tremore supremo di sbagliare, la teneva, dando alle sue parole, ai suoi atti qualche cosa d’incosciente, di selvaggiamente desolato. Giuocava l’ultima partita: e capiva di giuocarla: non era più sicura né dell’amore, né di sé, né di più nulla al mondo.

— Quella sera, durante il pranzo, Cesare, ti ricordi? mi hai guardata due o tre volte, con tale sguardo che io ho inteso prima il brivido della febbre scorrermi la persona, e poi il calore della febbre invadermi tutta. Quando ci siamo alzati, tu, come facevi da qualche tempo, mi hai baciato la mano, nel darmi la buona sera. La tua bocca si è fermata più a lungo sulla mia mano, che le altre volte. Ricordati! Io sono restata in piedi, non sapendo andarmene, morendo d’amore. Sei uscito, sei andato nella tua stanza, qui, sei venuto a vestirti. E dalla mia camera, all’oscuro, dove stavo, con gli occhi pieni di lacrime e il cervello in fiamme, io ho udito tutti i rumori della casa: il campanello che chiamava la cameriera di Anna, perché ella si potesse vestire pel teatro, dove io avevo rifiutato di andare, così, istintivamente: ed ella ha messo tanto tempo a vestirsi, che io fremeva, sospettando che tu uscissi prima di lei! Sapevo che saresti solo andato a prenderla: e speravo, speravo che tu saresti rimasto in casa, più tardi di lei; già un oscuro e prepotente disegno si formava nella mia anima... Cesare, mi ascolti, mi comprendi, ti rammenti?

— Tutto, mi rammento — egli rispose, con un singolar tono di voce.

— ... infine — ella riprese, dopo aver esitato un momento, scossa da quel tonoinfine ho inteso dell’altro rumore, nella casa, e il rotolìo sordo della carrozza di mia sorella che partiva per il teatro. Allora... allora un pensiero crudele mi ha stretta l’anima, con un’angoscia infinita: che tu fossi andato via con lei, in carrozza! Ah Cesare, Cesare, non parlare di gelosia: quello che io ho sofferto, in due anni, a casa tua, è inaudito, è indescrivibile! Ma non parliamo di ciò; non è questo, quello che io ti voglio ricordare! Ma quella sera, attraversando la casa silenziosa, per venire nella tua stanza, io ho provato la confusione delle ore mortali: se non ti trovavo, ero una donna morta. Non eri uscito ancora, amore mio, mio amore...

E la voce affannosa, convulsa, sul principio del discorso era caduta adesso nel languore di una passione che si faceva più intensa dai ricordi, dalle parole appassionate che fissavano quei ricordi, Laura gli aveva preso le mani:

— Ti rammenti? — gli soffiò nel volto, con l’alito caldo dell’amore.

— Mi rammento.

— Eri seduto, qui, in questo seggiolone, quando io ho chiesto, dalla porta, se si poteva entrare. Soffocavo. Dicesti: «Entra pure». Avevi riconosciuta la voce della tua diletta Minerva: e sorridesti un poco, quando entrai. Leggevi. Ti eri vestito, per uscire, ma poi t’era venuta la noia dell’andar via troppo presto, o ti seccava quel che dovevi andar a fare? Non so. Pensai subito, che mi aspettavi. Posasti il libro, su questa sedia, dove l’ho lasciato, per sette mesi, d’onde l’ho preso solo questa sera, eccolo, il caro libro. Le rose bianche, te ne ricordi, amore mio? Come odoravano quelle rose! Le abbiamo odorate insieme, mentre io era seduta qui, sul bracciuolo del tuo seggiolone e tu tenevi un braccio intorno alla mia persona, per non farmi cadere. Oh! come odoravano quelle rose! Mi hai baciata sul collo, quella sera, pian piano, come solevi fare, poiché tu baci così lentamente e con tanta finezza; amore mio, chi ti ha dato questa profonda arte del bacio, che mi ha fatto dannare? Ti rammenti il mio vestito? Era bianco come questo. Ti rammenti i miei capelli? Erano pettinati così, con questa polvere d’oro intorno alla fronte e alle tempie. Ogni tanto le tue labbra si perdevano, in quella polvere d’oro.

Ed ella riprese:

— Chi sa, chi sa quanto tempo siamo restati insieme, a baciarci! Né tu, né io ce ne possiamo rammentare, amore mio, amore mio. Non so nulla del tempo, io. So che ogni tuo atto di carezza, so che ogni tua parola di amore sono restati nel mio spirito, nei miei sensi, con la profondità e la intensità delle impressioni incancellabili. So che ogni tuo bacio è nel mio sangue. So che quanto tu mi conducesti via, in quel tuo volto a un tratto diventato aspro e oscuro, io lessi una verità così umana d’amore, che desiderai di soffrire, di spasimare, di morire, pure di essere la tua amante e la tua sposa. So che quanto abbiamo intorno è il testimonio fedele, muto, di tutto ciò, e che questa è la stanza del nostro amore.

E si avvicinò a lui, perché egli vedesse quelle belle labbra che si tendevano per il bacio. Non le vide, egli.

Cesare, te ne rammenti, è questa, è questa la stanza del nostro amore

— Mi rammento, mi rammento — e sorrise così bizzarramente che ella fremette.

Veramente ella tentava l’ultimissima sua risorsa d’amore. Gli gettò le braccia al collo, lo guardò, con gli occhi velati dalle lacrime della passione: non forse ella avea vinto, in quella notte, all’albergo, una notte dopo la morte di Anna? Infine egli era un uomo: era lei la sua sposa, la sua amante, la donna desiderata: e quella stanza era la loro stanza. Ma egli, silenzioso, teneva gli occhi fissi, spalancati sopra un sol punto, senza sentire quelle braccia che gli cingevano il collo, senza vedere quegli amorosi occhi.

— Che guardi? — ella chiese tremante.

Non le rispose, Cesare. Guardava, , sempre. Ed ella mise i suoi occhi dove egli teneva i suoi: Cesare guardava nella penombra, le grandi portiere di velluto oliva, disciolte, trascinanti per terra, dietro le quali, nella sera del tradimento che Laura aveva evocato col calore della passione, Anna aveva assistito alla scena d’amore. Sconvolta, con gli occhi fissi sulle portiere, donde Cesare non poteva distogliere i suoi, Laura batté i denti dal terrore:

— Non guardaredisse ella, cercando di sottrarsi a quello spasimo.

Era vestita di broccato azzurro, quella sera — egli mormorò.

Cesare, non guardare più!

— E avea delle stelle di brillanti, nei capelli neri.

Cesare, per carità, io muoio di paura e di dolore, non guardare più .

— Se entrasse... allora avresti veramente paura...

— Non dire, non dire — e chiuse gli occhi.

— Non temere, non temere, non è dietro, non entra — egli replicò, fieramente.

Cesare, per carità...

— Ella è qui — disse lui, piano, guardandosi intorno.

Vergine santa! — ella strillò, coprendosi gli occhi con le mani.

— Tanto spavento ti fanno i fantasmi, Laura? E allora perché porti la gente nella casa dei morti? Tanto audace, sei, da sfidare il più irrimediabile passato e hai paura, intanto, delle ombre del passato? Hai paura, veramente, tu? Il cadavere non ti fece né pietà, né paura e ti sgomenta, stanotte, questa stanza coi suoi ricordi, con le sue larve? Tu non hai paura, non è possibile. Leva quelle mani dagli occhi, guardati intorno...

— Non posso, non posso — Laura gridò, stringendo più forte le mani.

— Abbi il coraggio di guardare! — e facendo forza sulle bianche dita, le obbligò a staccarsi da quel volto pallido di orrore.

— Mi fai male, Cesare — si lamentò lei.

— Non è niente. Finisci questa commedia dello spavento, perché io non ti credo. Qui non vi sono spettri, Laura, perché Dio, non ne manda, morti, sulla terra, purtroppo: perché se a un solo spirito, mai, fosse concesso di ritornare presso coloro che ha amati, e che l’hanno amato, Anna sarebbe qui, in questa stanza e veramente i tuoi capelli biondi si dovrebbero fare bianchi per il terrore, vedendola riapparire. Ma non vi sono fantasmi: va’, va’ pure a guardare, beffarda creatura, dietro a quelle portiere di velluto oliva, non ce la troverai la tua morta sorella, nel suo vestito di broccato azzurro! Interroga tutte le penombre di questa stanza e gli angoli oscuri, non ve la troverai la tua sorella morta nel suo vestito bianco di sposa, come l’ho sotterrata, io! Va’, va’ nella sua stanza da letto, di cui, tu crudele, e perversa, e raffinata nella perversità, hai conservata la chiave: va’ col lume, dentro, e vacci all’oscuro, non ci vedrai nulla. Anna è nella tomba, il suo spirito non torna in questo mondo. Dopo che avrai così vinto il tuo spavento, o dopo che avrai potuto fingere di aver vinto il tuo falso spavento, sorridente, obliosa, ritorna qui e vieni a domandarmi se voglio amarti, in questa stanza che è quella, come tu dici, del nostro amore...

— Ebbene? — domandò con gli occhi stravolti.

— Allora io ti dirò che Anna è qui e che è questa la stanza dell’altro amore.

Cesare!

Sicuramente. Ignori tutto. Queste cose non si raccontano alle fanciulle. Vivevi con noi, ma le ragazze non debbono saper nulla. Dopo... quando commettemmo l’errore, avevo interesse a nasconderti tutto. Anna è qui. Non lo sai, i più piccoli, i più brevi, i più fugaci sentimenti hanno il loro pudore, come i grandi sentimenti. Tu non lo sai, che ogni mattina, ella veniva, poveretta, a origliare tre o quattro volte, alla mia porta; alla porta di questa stanza, per udire se mi ero levato: e aspettava, alla porta! Quando io mi degnavo di lasciarla entrare, ella veniva a darmi un bacio e metteva dei fiori freschi, pochini e belli, in quel piccolo vaso, vedi, su quella tavola: e restava, felice, umilmente felice che io non la mandassi via, toccava tutti i miei oggetti, teneramente: l’ho vista, in uno specchio, un giorno, baciare i miei guanti, di nascosto! Qui, in questa stanza, dove ancora mi sembra di vederla entrare, bruna, fresca e seducente di gioventù e di amore!

Cesare!

— Alla notte, qui, qualunque ora fosse, ella veniva due o tre volte, a vedere se io era rientrato; non potea dormire, poveretta, mentre io era al club, a giuocare, o a corteggiare una qualunque femmina. Mi scriveva, talvolta, delle paroline di amore, sopra un gran foglio di carta; se ne andava, ritornava più tardi, scriveva un’altra parola, non avea pace. L’ho sorpresa qui, spesso: e se non era qui, udivo un passo timido allontanarsi nel corridoio: e se la richiamavo, per darle un bacio, per dirle buona notte, ella correva, mi cadeva fra le braccia, come una fanciulletta, povera la mia cara piccola donna, che mi amava tanto!

Cesare, Cesare!

— Ah ella adorava questa stanza, Anna! Quando io non vi era, vi restava seduta, a pensare, ad amarmi: me lo diceva il mio servo, ella non osava dirmi tutto; quando io vi era, ella ne varcava la soglia sempre in uno stato di emozione, lo vedevo al suo volto, lo sentivo alle sue mani brucianti, quando toccavano le mie; e i miei libri, le mie armi, i miei vestiti, le mie cravatte, tutto quello che mi apparteneva, le sembrava sacro. Ah ella odiava la sua stanza, dove era sempre sola, dove io non andava quasi mai, dove ella sfogava tutte le sue lacrime segrete; e adorava questa, dove io viveva, dove ella mi trovava al mattino e alla sera, dove io le permettevo di sedersi, di restare, dove io le davo un bacio...

Cesare, Cesare, Cesare

— Sei maritata, puoi udirle, queste cose! Anna è qui, capisci? Non sai quante volte ella ha pregato, innanzi a questo crocefisso, chiedendo, certo, che io l’amassi un poco di più, mentre tanto ella mi amava? Non sai quanto mi abbia amato, la cara morta mia, qui, in questa stanza?

— Io non voglio udirti! — e si turò le orecchie.

— Ah, prima non volevi vedere, ora non vuoi udire? Perché mi hai portato qui? Perché hai commesso questa nuova infamia contro Anna? Chi ti ha spinto a questo nuovo sacrilegio? Non sai che queste folli disfide portano alla rovina? È la stanza dell’amore di Anna, questa, non mi ci dovevi portare.

— Io nulla sapevo — ella gemette, buttata con le braccia e col capo sulla grande scrivania.

— Gli è che tu non hai conosciuto altra via che la tua, nel mondo, gli è che tu non hai rispettato che il tuo interesse; gli è che tu sei vissuta e tu vivi come la più crudele egoista e che questo tuo amore non è che egoismo selvaggio e feroce.

Cesare, non parlare così...

— Me ne intendo di egoismo, io non valgo meglio di te. Ma io non ho portato, almeno nella vita, gli occhi serrati che tu vi porti, ancora, per nulla vedere oltre il tuo desiderio e il tuo bisogno. Io ho visto, io mi ricordo, io ti dico che tu sei stata la più improvvida fra le donne, conducendomi qui stanotte, O ignorante, o cieca, tu mi hai portato nella camera nuziale di Anna!

Vergine santa! — gridò essa, di nuovo, quasi che anche una volta ella avesse visto un fantasma.

— Non ti raccomandare, non ti raccomandare, il male è fatto, il male è irreparabile.

Irreparabile! — esclamò Laura, levando le braccia al cielo.

Irreparabile! — ripetette Cesare, abbassando la testa.

Vi fu un silenzio profondo, in cui parve si allargasse la fatalità di quella parola, di quel fatto.

— Ci eravamo sposati con grande pompa — egli riprese, parlando a se stesso, guardando nella penombra della stanza. — Non è volgare, la pompa del matrimonio ed è da sciocchi il disprezzarla. Era un sabato, di sera: faceva un gran freddo limpido e schietto, e da casa nostra alla chiesa di San Pasquale a Chiaia, la fila delle carrozze non finiva mai. Ti rammenti? Vi erano dei fiori di arancio, come rosette, perfino alle orecchie dei cavalli del coupé. Ti rammenti?

— Mi rammento — ella rispose, con un profondo sospiro.

— Quanti fiori, quanti lumi, quanti doni! Sono stato sempre così scettico e le rappresentazioni umane mi hanno sempre disgustato: ma quella sera, non mi parve soverchia la solennità. E la poveretta, mi ricordo, era in preda a una tale emozione di gioia che io ho visto, dieci, venti volte tramutarsi il suo viso, in quel pomeriggio, in quella serata. Ogni tanto, io leggeva nei suoi occhi tale una tenera riconoscenza che mi dava un senso di rimorso, poiché io era così freddo! Talvolta, in silenzio, le si velava lo sguardo di lacrime; e quando si è appoggiata al mio braccio, per entrare nella chiesa, io ho inteso contro il mio braccio tale un precipitoso palpito del suo cuore, che ho temuto ella cadesse: e l’ho sorretta. La sua cara piccola mano, quando le ho messo l’anello, era fredda come il gelo ed è restata inerte nella mia. Quando siamo entrati nella carrozza, per tornare a casa, non ci siamo detti nulla: ella aveva sollevato il suo velo, io ho visto tremare le sue labbra, sebbene niente ella osasse dirmi di quello che aveva in cuore, e non le ho parlato, non volendo turbare quel suo minuto così intenso di felicità. Tu nulla sapevi di questo, è vero?

— Nulla. Le fanciulle non sanno nulla. Me ne rammenterò, ora, per sempre.

— Ma tu ti ricordi, quando, verso la mezzanotte, tutti sono andati via: tu ti ricordi che, partita anche l’ultima parente, la zia Sibilia, tu ti sei avvicinata ad Anna per licenziarti, e che l’hai abbracciata. Essa ti ha stretta convulsamente al suo petto, anche tu hai dovuto sentir palpitare quel povero cuore; essa ha pianto, nelle tue braccia. Ti rammenti?

— Mi rammento.

— E hai potuto offenderla, ingiuriarla, tradirla, ucciderla?

— Così fortunata, nella sua tomba, Anna! — ella deprecò al cielo e alla morte.

Egli parve non avesse udita la deprecazione.

Doporiprese — siamo rimasti soli, nel salone. La vedevo così stanca e agitata che mi sedetti e mi misi a fumare, tranquillamente, dirigendole qualche domanda semplice, perché il suo spirito si rimettesse a posto. Ella mi rispondeva a caso, stupefatta del mio sangue freddo, mentre non giungeva a vincere il suo turbamento. Credo che sia passata una mezz’ora, così; poi...

— Tu non mi racconterai questo, Cesare!

— E perché?

— Perché non posso udirlo.

— Non puoi, non puoi? O che orecchie fini e tenere! Perché non puoi? Così debole, dunque? Una fanciulla sapiente, audace e forte come te? Non puoi? Mi udrai: ti sfido ad andartene, senza aver udito.

E i due sguardi s’incrociarono, come due lame nemiche.

Narra — ella disse, piegando le braccia, orgogliosamente.

Va bene. Ella era nella sua stanza, la cameriera l’aveva raggiunta, per aiutarla a disfare la sua toilette di nozze; ed io ero qui, leggevo e fumavo...

— Le massime di La Rochefoucauld? — schernì lei.

— No, quelle servono quando si aspetta l’amante. A un certo punto avendo letto, fumato e passeggiato un po’ nella stanza, io pensai se non era meglio andarsene, anche quella sera, al club, a giocare. L’avrei fatto subito, se non mi fosse venuta una seconda idea, cioè che al club mi avrebbero preso per un poseur, e io aborro da queste originalità troppo vistose. Sono restato. Ah ella era una buona, e semplice, e casta fanciulla, ma era anche una fanciulla appassionata, appassionata per me, e sono sicuro che mi aspettava, come una sposa innamorata aspetta il suo sposo, innocente e pure fremente di passione...

Dio mio, Dio mio — pregò Laura, sottovoce, perché la soccorresse a udir tutto.

— Non andai da lei egli rispose, risolutamente. — Mi piaceva, forse, di giuocare con quell’amore, con quell’anima vibrante: continuavo il perfido giuoco, il perverso giuoco, e intendevo, freddamente e squisitamente, che cosa fosse ogni minuto passato per lei. Ma era una assai bella notte d’inverno: e vi erano tanti fiori, per casa, che il profumo giungeva sino alla mia austera stanza; e mi teneva una grande curiosità di vedere una persona felice; ed ero un uomo, poi, non un pupazzo di gentiluomo. Così aprii la mia porta.

— O Maria, Mariasupplicò Laura, per poter ascoltare senza morire di onta e di gelosia.

— Ma non andai da lei. Appena schiusi la mia porta, che vidi Anna, sulla soglia della sua camera: avea, da lontano, udito lo stridio della maniglia. La chiamai. Ella venne, quasi non toccando terra. La sua vestaglia tutta orlata di cigno bianco, era assai carina: e l’avean pettinata molto bene, quella notte. Così pallida e vacillante era!

Ella non potette proferire più la sua preghiera e sospirò, soltanto: più un lamento, che un sospiro.

Ora, può passare il tempo, le più strane, le più dolorose cose possono accadere, ma per quanto sia arido e duro il cuore, un ricordo simile non si cancella mai, Laura. Non sono una belva, sono un uomo: e la buona, cara creatura che qui mi ha amato tanto, con umiltà, con dolcezza, con entusiasmo, che ha dato per me la sua bellezza, la gioventù e la vita, è qui, sempre.

— E io, e io? Non sono io, la tua donna?

— Non vi è stata che una sola signora Dias, nel mondo.

— E perché mi hai dato il tuo nome?

— Perché l’hai voluto. Hai fatto male: ho fatto male. Non si sposa mai la propria amante.

Ella si levò. Ella, ella pareva uno spettro.

— Tu hai sempre amato Anna — gli disse, guardandolo fisso.

— Lo credo anche io — egli rispose, lentamente, crollando il capo.

Addio, Cesare.

Addio, Laura.

Se ne andò, fiera, rigida, come uno spettro. Egli stette un altro poco, poi andò ad aprire le finestre. La prima luce dell’alba entrava. La loro prima notte di nozze era finita.

 

 


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