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PARTE
PRIMA
I.
Lunga
distesa, immobile sotto la bianca coltre del letto, con le braccia prosciolte e
le mani aperte, con la bruna testa inclinata sopra una spalla, con un soffio impercettibile
di respiro, Anna pareva dormisse da due ore, immersa nel profondo abbandono del
sonno giovanile. Sua sorella Laura, che dormiva in un secondo candido lettino
da fanciulla, all'altro capo della vasta stanza, aveva quella sera molto
prolungata la sua solita lettura notturna, con cui sfuggiva alla conversazione
ultima della giornata, fra sorelle. Ma appena l'ombra della lunga e fredda
notte d'inverno aveva avvolto le cose e le persone nella camera delle due
fanciulle, Anna aveva schiuso gli occhi e li teneva fissi, sbarrati sul letto
di Laura, il cui biancore appariva confusamente, anche nell'oscurità. Anna non
dormiva. Non osava fare un movimento, non sospirava neppure; il suo corpo
pareva quello di una statua e la sua vita era tutta nello sguardo, che cercava
acutamente di penetrare tutto il segreto delle tenebre, volendo vedere se
realmente sua sorella Laura dormisse. L'ora della notte che si avanzava rendeva
sempre più gelida la stanza: Anna non aveva freddo. Da che il lume si era
spento, una fiamma le era salita dal cuore al cervello, le si era diffusa per
tutto il sangue, bruciandole le vene, accrescendone il palpito, bruciandole la
carne, aumentando a dismisura le pulsazioni delle arterie, tanto che ella non
poteva più seguirne, mentalmente, il precipitato movimento. Simile ai colpiti
da una forte febbre, ella si sentiva bruciare, e le labbra si disseccavano
all'alito caldo che passava, e intorno al capo, sul guanciale, ella sentiva il
calore diffuso della sua testa che bruciava: e l'aria glaciale che le penetrava
nei polmoni non ispegneva quella fiamma, non arrivava a vincere il tumultuoso
irrompere del vivido sangue giovanile dal cuore al cervello. Spesso, per
sollevarsi, avrebbe voluto emettere uno di quei sospiri che sono anche un
grido, che sono anche un lamento, ma il timore di svegliare Laura le faceva
soffocare anche i sospiri. Non soffriva di quella grande fiamma che le batteva
alle tempia e ai polsi, che le faceva palpitare disordinatamente il cuore:
soffriva di non poter sapere, certamente, se sua sorella dormisse. Uno
spiraglio fra le imposte era stato lasciato da lei, apposta: ma vi entrava un
bagliore così smorto, che non si diffondeva. Pensò di muoversi, facendo
scricchiolare il letto, per udire se poi si muovesse Laura nel suo, destata; ma
il terrore di dover prolungare la sua aspettazione, la immobilizzò, quasi che
mille vincoli le annodassero le membra. Non poteva più neppure misurare l'ora,
poichè non aveva prestato orecchio all'orologio del loro salottino, che si
udiva anche nella loro stanza: e le parevano anni che durasse quell'attesa, le
parevano anni che la bruciasse quel calore inebbriante, le parevano anni che
stesse lì, con gli ardenti occhi spalancati sull'ombra. E un triste pensiero le
attraversò la mente, che fosse trascorsa l'ora detta. Forse era trascorsa,
nella immobilità, nel silenzio, ed ella stessa che l'aspettava febbrilmente,
l'aveva lasciata fuggire. Ma fiocamente ammortito dalla lontananza e dalle
porte chiuse, udì suonare l'orologio. Era l'ora detta.
Allora, con
una cautela paurosa, che ad ogni piccolo moto le procurava un palpito più
violento, con una lentezza di mosse da sonnambula, fremendo a ogni stridore del
suo letto, fermandosi ed attendendo, buttandosi indietro, sgomenta, ella si
levò a sedere e poi scivolò fuori del letto. Quel biancore confuso in cui
dormiva sua sorella l'affascinava sempre: e teneva il capo rivolto da quella
parte, mentre le mani cercavano le calze, le scarpe, i vestiti. Tutto era lì,
vicino, messo appositamente vicino, ma ogni difficoltà vinta per vestirsi,
senza fare nessunissimo rumore, rappresentava un compendio di precauzioni, di
pause, di paurosi intervalli d'immobilità. Quando finalmente ebbe indossato il
vestito di lana bianca, si vide, nell'ombra.
– Forse Laura
mi vede – pensò, tremando.
Ma aveva
anche preparato un grande e pesante sciallo di lana nera, e se lo tirò dalle
spalle sul capo, lo lasciò cadere fin giù ai piedi come un mantello, e il
confuso candore del suo abito sparve. Pure, aveva eseguito il miracolo di
vestirsi, stando ferma accanto al letto: non aveva osato fare un passo innanzi,
era certa che Laura si sarebbe svegliata. Le pareva che l'avessero inchiodata
sul tappeto, innanzi al letto: non avrebbe potuto levare un piede, ne era
sicura.
– Un po' di
forza, Signore – pregò fra sè, impetuosamente, nell'ardore della sua passione.
Camminò,
scivolando, come un fantasma, fatto di inafferrabile nebbia, radente il
tappeto. Alla metà della stanza, presa da un impulso di audacia, due parole le
uscirono, basse, dalle labbra:
– Laura,
Laura... – chiamò, tendendo l'orecchio, acuendo lo sguardo.
Niente,
laggiù. La prova suprema era fatta. Fece un gesto, buttandosi alle spalle tutti
i timori, e quasi conoscesse in quelle tenebre perfettamente il suo cammino,
arrivò alla porta che aveva lasciata socchiusa, e passò nel salottino,
sospirando liberamente. Per non far cadere lo sciallo, lo teneva convulsamente
stretto al collo con una mano, e con l'altra brancolava innanzi a sè, poichè
nel salottino era facile inciampare in qualche mobile; era pieno di
tavolinetti, di mensole, di poltrone: teneva bene aperti gli occhi, innanzi a
sè, camminando piano. Battè contro lo stipite della porta, fra il salotto e il
salone, e si fermò, stordita dal colpo preso nella fronte, appoggiata al legno,
con le orecchie che le tintinnavano:
– Madonna
mia, Madonna mia – diceva fra sè, angosciata.
Passando,
sfiorò la stanza dove riposava la loro istitutrice, Stella Martini; ma la
povera e buona donna era di sonno duro, ella lo sapeva; e si fidava così di lei,
Stella Martini, che era doloroso ingannarla. Ma tante altre cose più dolorose
faceva ella, Anna, attraversando di notte quella sua casa tranquilla, tremando
finanche di esser sorpresa da un servo, raccomandandosi, empiamente sì, ma
raccomandandosi, a Dio! Il colpo dato contro la porta, e l'orgasmo della sua
febbre le avevano turbata la mente: quando arrivò alla stanza da pranzo, le
parve di aver attraversato cento stanze, cento appartamenti, una interminabile,
favolosa fuga di stanze e di appartamenti. E quando aprì la porticina inferiore
che, per mezzo di una scaletta nel muro, portava sulla terrazza, ella divampò
di nuovo, anelando, salendo prestamente malgrado l'oscurità, non curandosi più
di far rumore, schiudendo d'impeto la porticina superiore che dava sulla
terrazza, correndo sul terreno, solcato da nere strisce di asfalto, fra l'aria
gelida della notte che le schiaffeggiò le guance e la fronte, nel gran gelo
invernale, sotto un cielo nero. Corse, giunse a un muretto divisorio poco alto,
e tendendo le braccia verso la terrazza accanto, disperatamente, chiamò:
– Giustino,
Giustino!
Subito
un'ombra di uomo apparve sull'altra terrazza, si appressò, si fermò al muretto
di divisione: una voce tenera rispose:
– Eccomi,
Anna.
Ma ella,
prendendolo per mano, attirandolo a sè, lo invocò di nuovo:
– Vieni,
vieni...
Egli saltò
agevolmente il muretto: stavano accanto ora, nella grande oscurità della notte.
Tutta chiusa nel suo mantello nero, senza parlare, Anna curvò il capo e scoppiò
in singhiozzi.
– Che hai?
che hai? – chiese lui, cercando di vederne la faccia, affannandosi.
Anna
piangeva, senza rispondergli, con un singulto sordo che parea la soffocasse.
– Non
piangere... non piangere... dimmi che hai... – mormorava lui teneramente, con una
carezza compassionevole nelle parole e nella voce.
– Niente,
niente... ho avuto paura... – singultava lei come una creaturina sgomenta.
– Cara, cara,
cara – seguitava a mormorar lui, con una tenerezza piena di malinconia.
– Ah, io sono
una poveretta... sono una poveretta, – disse lei, intendendo l'intonazione di
pietà, facendo un atto di desolazione, ch'egli intravide nella bruna notte.
– Io ti
voglio tanto bene – disse Giustino, a voce bassa, semplicemente.
– Ripeti –
disse lei, cessando di piangere.
– Ti voglio
tanto bene, Anna.
– Io ti
adoro, anima mia diletta.
– Se mi vuoi
bene, devi esser tranquilla...
– Ti adoro,
creatura mia cara...
– Promettimi
che non piangerai più così...
– Ti adoro;
ti adoro; ti adoro – ripeteva ella monotonamente, con la voce fatta sorda
dall'emozione.
Egli tacque:
pareva non trovasse la parola più alta per corrispondere a quella commozione.
Un vento freddissimo passò loro sul volto, attraverso l'ombra.
– Hai freddo?
– chiese Giustino con una gentilezza fraterna.
– No: divampo
– e gli stese la mano.
Infatti la
piccola mano, fra quelle di Giustino, bruciava.
– È la
passione – disse Anna.
Egli sollevò
delicatamente la mano sottile alle sue labbra e vi depose un lieve bacio, sulle
dita. Non erano dunque gli occhi di lei che scintillarono nella notte, umane
stelle di passione?
– La passione
mi consuma – seguitò lei, quasi parlasse a se stessa. – Io non sento nè il
freddo, nè la notte, nè il pericolo, nè nulla. Non sento che te, non voglio che
l'amor tuo, non voglio che vivere con te, sempre, sino alla morte, e di là
anche, sempre con te, intendi, sempre...
– Ahimè... –
disse lui, sottovoce, con un rimpianto profondo.
– Che hai
detto? – gridò Anna, scuotendosi.
– È un
lamento, cara: un lamento, sopra il nostro sogno.
– Non parlare
così, non dirmi questo! – esclamò ella, disperata.
– Perchè non
vuoi lasciarmelo dire? Il dolce sogno, Anna, che abbiamo fatto insieme, si va
dileguando, ogni giorno. Non vogliono che viviamo insieme.
– Chi non
vuole?
– Colui che
dispone di te, Cesare Dias.
– Tu l'hai
visto?
– Oggi.
– E non
vuole?
– No, non
vuole.
– Perchè non
vuole?
– Perchè tu
hai danaro e io no: perchè tu sei nobile e io no.
– Ma io ti
adoro, Giustino!
– Questo, al
tuo tutore importa poco.
– È un uomo
cattivo...
– È un uomo –
diss'egli, brevemente.
– Ma è una
crudeltà, quella che egli commette! – gridò ella, levando le braccia al cielo.
Giustino
tacque.
– Che gli hai
risposto? Che cosa hai ribattuto? Non hai ripetuto, ancora una volta, che mi
vuoi bene, che ti adoro, che morremo, se ci dividono? Non hai descritta la
nostra disperazione?
– Era inutile
– disse Giustino, malinconicamente.
– Oh Dio, oh
Dio, e non hai difeso l'amor nostro, la nostra felicità? non hai gridato, non
hai pianto, non hai tentato di scuotere quel cuore arido? Ma che uomo sei, ma
che cuore hai tu stesso, che lasci sentenziare così la nostra morte? Oh
Signore, Signore, che uomo ho amato io, dunque?
– Anna,
Anna... – disse lui con dolcezza.
– Perchè non
hai reagito, perchè non ti sei ribellato? Sei giovane, hai coraggio; perchè
Cesare Dias, che è quasi vecchio, che è un glaciale calcolatore, ti ha fatto
paura?
– Perchè
Cesare Dias aveva ragione, Anna – concluse lui, quietamente.
– Ah
sacrilego, sacrilego bestemmiatore dell'amore! – disse Anna, arretrandosi, colpita
da un movimento di orrore.
Nell'oblio
della sua disperazione, ella aveva lasciato andare lo sciallo, che dalla testa
le era scivolato sulle spalle, poi le era caduto ai piedi, senza che ella se ne
accorgesse. Adesso ella si ergeva innanzi a lui, vestita di bianco, nell'ombra,
come un desolato fantasma, che l'umano dolore fa vagabondare sulla terra, fra
uno strazio che non avrà mai fine. E sebbene egli avesse preveduto quello
scoppio selvaggio e clamoroso di dolore, sebbene egli avesse tratto dall'istesso
suo mite, segreto e profondo dolore, una forza grande per affrontare
quell'ultimo colloquio, pure lo strazio dell'unica donna che aveva amata, lo
struggeva in tutto il suo disperato coraggio.
– Cesare Dias
aveva ragione, Anna mia. Io non posso sposarti, sono un povero giovane senza
quattrini.
– L'amore è
più forte dei danari.
– Sono un
borghese: non ho un titolo da darti.
– L'amore è
più forte di un titolo.
– Tutto si
oppone al nostro amore, Anna.
– L'amore è
più forte di tutto, anche della morte – ribattè Anna, per la terza volta, con
la monotona fissità che dà un unico sentimento.
Fu un
silenzio lungo, dopo questa sentenza della passione. Ma egli sentiva di dover
andare sino in fondo: vedeva il suo dovere, e soffocava i suoi fremiti.
– Anna mia,
pensa bene. Le nostre anime erano fatte per vivere insieme, ma le nostre
persone si trovano in condizioni così diverse, divise da tante cose, tanto
lontane, che nessun miracolo arriverà a riunirle. Tu mi accusi di rinnegare il
nostro amore, che è la nostra forza: ma è anche degno di noi vincere noi stessi
in questa lotta. Anna, Anna, sono io che perdo tutto! – e la voce gli tremò – e
pure ti consiglio a dimenticare questa folle ebbrezza giovanile. Tu sei
giovane, sei bella, sei ricca, sei nobile, e mi ami, e ti debbo dire:
dimentica, dimentica! Misura quanto è grande questo sacrificio, e vedi se non è
da noi, che siamo due buone creature, di compirlo coraggiosamente. Anna, tu
sarai amata, meglio, da miglior cuore; tu meriti il più puro e il più nobile
affetto, tu non sarai a lungo infelice; va, la vita è ancora bella per te:
piangerai, sì, soffrirai, perchè mi vuoi bene, perchè sei una cara creatura
amorosa, ma dopo, dopo, troverai la tua bella via fiorita e larga. Sono io
quello che non troverò più, che smarrirò la luce del mio intelletto, il sangue
vivo del mio cuore: ma che importa di me? Tu dimenticherai, Anna.
Anna,
immobile, ascoltava: non proferì verbo. Egli, che aveva detto assai più di
quanto soleva nella semplice sua manifestazione affettuosa, affannava un poco,
tremando.
– Parla –
interrogò lui, ansioso.
– Non posso
dimenticare – rispose fievolmente Anna.
– Prova, fa
un tentativo, cerchiamo di non vederci.
– No, no, è
inutile – replicò ella, con la voce che le moriva sulle labbra.
– E che vuoi
fare?
– Non so, non
so... – e pareva smarrita.
La
improvvisa, crescente debolezza dell'appassionata fanciulla sotto il peso di
quella fatalità, sgomentò Giustino più delle sue clamorose collere, e un
novello impeto di compassione amorosa lo assalì. Le prese le mani; adesso erano
fredde, come se tutto il gelo di quella nottata invernale fosse ormai giunto a
vincere la vampa dell'amore, che le bruciava il sangue. Egli si appoggiò le due
manine sul petto, teneramente.
– Che hai?
Ella non
rispose: quasi mancandole le forze, abbassò la testa sul petto di lui,
appoggiando la fronte sulle manine congiunte. Giustino le accarezzò i bruni e
ricci capelli, con un moto fugace; appena appena se egli avvertiva l'anelare
del suo respiro.
– Anna, che
hai? – le chiese, fremendo per mille sensazioni.
– Ho, che non
mi ami.
– Come puoi
dubitare?
– Se mi
amassi – cominciò ella a dire, pianamente, tenendo sempre la testa bruna
appoggiata sul suo petto – non mi proporresti di separarci; se mi amassi non
penseresti possibile questa separazione; se mi amassi, ti parrebbe di morire
dovendo dimenticare ed essere dimenticato. Giustino, tu non mi ami.
– Anna, Anna!
– Giudico da
me – continuò ella, pianissimo. – Sono una debole donna, eppure resisto, lotto
e vincerei, sì, vincerei, se tu mi amassi...
– Anna!
– Ah non
chiamarmi, non chiamarmi; tutta questa tenerezza a che serve? essa è buona,
essa è saggia, essa è confortante, ma è tenerezza, non è amore; ma tu puoi
pensare, riflettere, giudicare: non è amore questo; tu parli di dovere, di
dignità a chi ti adora, a chi non vede altro che te nel mondo; io non so nulla
di questo: ti amo, non so niente; e ora soltanto ho inteso che il tuo non è
amore. Taci. Non ti capisco: non puoi capirmi. Addio, amore.
Ella si volle
staccare da lui, per andarsene. Giustino, disperato, la trattenne: ella si
abbandonò di nuovo, come se non avesse altro appoggio; come se quello fosse
stato l'ultimo suo rifugio.
– Che vuoi
fare? – egli chiese, sentendo vacillare sotto i suoi piedi la terra, sentendo
abbassarsi sopra il suo capo il cielo.
– Se non
posso viver teco, debbo morire – rispose ella, quietamente, con gli occhi
chiusi, quasi aspettasse così la morte.
– Non parlate
di morte, Anna, non aumentare il mio rimorso. Sono io che ti ho turbato
l'esistenza...
– Non
importa.
– Sono io che
ho messo il dolore nella tua lieta giovinezza...
– Non
importa.
– Sono io,
che ti rendo ribelle a Cesare Dias, a tua sorella Laura, alla volontà dei tuoi
parenti, di tutti i tuoi amici.
– Non
importa.
– Sono io,
infine, che ti strappo al tuo sonno, che t'induco a mille pericoli... pensa se
ci scoprissero, qui... saresti perduta.
– Non
importa: conducimi via.
E Giustino
vide, malgrado l'ombra, brillare fosforicamente gli occhi innamorati di Anna. Egli
tremava di sgomento, di tenerezza, innanzi a quel drammatico amore che si
portava via l'animo suo, semplice e retto: e gli pareva di trovarsi innanzi a
un sentimento troppo di lui più grande, colpito da una morale incapacità a
misurarlo tutto, a contenerlo tutto, a esprimerlo tutto.
– Se mi
amassi, mi porteresti via – sospirò lei.
– Ma dove?
– In
qualunque paese. Tu sei la mia patria.
– Fuggire,
una fanciulla onorata! Fuggire come una avventuriera?
– L'amore
assolve.
– Io ti
assolverei; non gli altri.
– La mia
famiglia sei tu: portami via.
– Anna, Anna,
dove troveremo ricovero? senza risorse, senz'amici, avendo commesso un grave
errore, la nostra vita sarebbe infelicissima.
– No, no, no;
portami via. Avremo poco tempo da patire, fino a che io possa avere la mia
fortuna. Portami via.
– E io sarei
accusato di speculazione! No, no, Anna, non è possibile, non sopporterei tale
vergogna!
Ella si
staccò da lui e lo respinse indietro, con un moto d'orrore.
– Come? –
disse lei con voce affannata – come, tu avresti vergogna? Della tua vergogna ti
preoccupi? E la mia? Onorata, stimata, amata, io non curo questo onore,
quest'affetto, e preferisco perdere tutto il rispetto della gente e l'amore dei
miei parenti: e tu pensi a te? Io avrei potuto scegliere fra una pleiade di
giovani uomini, del mio ceto, del mio stato, e ho voluto scegliere te, perchè
sei intelligente, onesto e buono, affrontando il disprezzo degli sciocchi e dei
cattivi, che pure ha il suo peso, perchè gli sciocchi e i cattivi sono molti: e
tu ti vergogni di quello che diranno di te? Io ti vengo dietro come una povera
pazza, e inganno tutti, e non vi è parola mia che non sia menzogna, e sono qui,
avendo abbandonato la mia stanza, durante il sonno di mia sorella, sono fuori
della mia casa, di notte, insieme con te, tanto che se un servo mi scopre, può
dire che sono l'ultima delle ultime: e tu pensi alla speculazione, pensi a
quello che dirà il mondo di te? Oh come siete forti, voi uomini, come conoscete
la vostra via, come vi camminate diritti, senza rispondere alle voci che vi
chiamano, senza sentirvi ai panni le mani che vogliono fermarvi; niente,
niente, niente! Voi siete uomini e avete l'onore da vigilare, la dignità da
conservare, la reputazione delicata da salvaguardare; avete ragione: è così,
noi siamo folli che buttiamo via l'onore e la dignità per amarvi, povere
creature folli del loro cuore!
Giustino non
aveva tentato di protestare a nessuna delle frasi violente, che essa gli
gettava al volto: ma ognuna di quelle frasi fischianti d'ira, scoppianti di
dolorosa collera, lo sbalzava da una emozione all'altra, ora intenerito, ora
impaurito, sempre commosso da quella voce, da quel calore di passione. Adesso
l'incendio che egli imprudentemente aveva acceso, abbruciava tutto il
bell'edificio semplice e sicuro del suo sogno, e intorno a sè egli non vedeva
che crollanti, fumanti mine. L'amore di Anna lo riempiva di felicità, ma
gl'incuteva rispetto e timore, come le cose che non sappiamo limitare e di cui
ignoriamo la misteriosa forza. Ma, nella rettitudine del suo cuore, egli intese
che essa aveva ragione e che bisognava lasciarsi morire, sotto il crollo del
proprio sogno. Allora si avanzò verso lei, le s'inginocchiò innanzi – era la
prima volta che lo faceva – e le disse semplicemente:
– Perdonami.
Partiamo, andiamo via.
Ella gli
appoggiò la mano sottile sui capelli, in una carezza materna; ed egli la udì
pronunziare, sottovoce, con uno strazio infinito:
– Oh Dio!
Ambedue
intesero che la loro vita era decisa, che avevano giuocato il gran dado della
loro esistenza. Un pensiero li tenne silenziosi per qualche tempo: egli si era
sollevato e allontanato da lei, passandosi la mano sulla fronte che bruciava,
poichè la stessa vampa che infiammava il sangue di Anna, gli si era comunicata.
Pareva che non avessero più nulla da dirsi, ora che avevano stabilito di
fuggire insieme. La gravità di questa suprema risoluzione li teneva muti,
immobili, sotto il pondo della fatalità che li schiacciava. Non si odiavano,
certo; ma anche il loro amore era passato in seconda linea, rincantucciato in
un angolo del cuore, ora che la gran catastrofe inevitabile già li avvolgeva. E
con quella forza di rimbalzo che ella aveva in sè, uno dei tesori preziosi
della sua bollente anima, ella fu la prima a spezzare quel tragico minuto,
lungo, di silenzio.
– Ascolta,
Giustino – ella disse. – Prima di fuggire, lascia che io tenti un'ultima via.
Tu hai parlato a Cesare Dias, gli hai detto che mi vuoi bene, che io ti adoro,
ma egli non ti avrà creduto...
– Infatti,
egli sorrise di scherno.
– È un uomo
che ha molto vissuto, è stato molto amato, ha molto amato, e di tutto ciò non
gli resta nulla: è un essere glaciale e solitario, che non parla mai del suo
scetticismo, ma che non crede; è una creatura miserabile ed arida, inaridita
forse. Sento che mi disprezza come un cuore folle, come una mente esaltata,
mentre lui, a me, fa pietà, come mi fanno pietà tutti quelli che non possiedono
l'amore. Pure... parlerò a Cesare Dias. La verità mi sgorgherà dall'animo con
tanto impeto, che egli mi crederà. Tutto gli dirò: malgrado i suoi
quarant'anni, malgrado la corruzione del suo spirito, malgrado tutta la
sdegnosa sua ironia, l'amor vero troverà la parola convincente: egli darà il
suo consenso.
– Non
potresti prima convincere tua sorella? Avresti un'alleata affettuosa... – disse
lui, dubbioso, intendendo quanto fosse lontana la realtà dalle speranze di
Anna.
– Mia sorella
è peggiore di Cesare Dias – rispose ella, con un lieve tremito nella voce. –
Non mi confiderò mai con lei.
– Hai paura?
– Ti prego di
non parlarmi di lei, te ne prego – disse ella sordamente – è un discorso che mi
fa male.
– Pure...
– Ti dico di
no. Laura non sa, non deve sapere, guai se sapesse! Preferisco mille volte
parlare a lui: egli si deve ricordare del passato, ma Laura non ha nessun
passato, non ha niente, è un'anima morta. Parlerò con lui, mi crederà.
– E se non ti
crede?
– Mi crederà.
– Anna, Anna,
se non ti crede?
– Allora,
fuggiremo. Ma debbo fare questo estremo tentativo. Dio mi darà la forza che ebbero
gli Apostoli. Dopo... ti scriverò per dirti tutto. Non posso venire più qui: è
troppo pericoloso. Se mi scoprono, tutto fallisce. Ti scriverò. Soltanto tu
regola le tue cose, come se fossi in punto di morte, come se dovessi
abbandonare questo paese, per non tornarvi mai più, mai più. Sii sempre pronto.
– Sarò sempre
pronto – diss'egli con una lieve malinconia nella voce.
– Senza
incertezza?
– Senza
incertezza – replicò lui.
– Senza
rimpiangere nulla?
– Senza
rimpiangere nulla – e la voce gli morì sulle labbra.
– Grazie: tu
mi ami. Saremo tanto felici, vedrai, felici più di ogni regal coppia sulla
terra!
– Tanto
felici! – mormorò sottovoce Giustino, eco fedele, ma triste.
– E così Dio
ci assista – concluse essa fervidamente, stendendogli la mano per salutarlo.
Egli prese
quella mano: e nella stretta vi fu un tacito giuramento; la mano dice queste
cose. Ma era un giuramento di amici, di fratelli; semplice e austero.
Ella si
allontanò lentamente, quasi stanca; egli restò ad aspettare, prima
d'intraprendere le due o tre scalate, per ritornare sulla terrazza della sua
casa. Solo quando ebbe atteso dieci minuti, senza udire nessun nuovo rumore,
nessuna nuova chiamata, egli credette di andarsene, sicuro che Anna fosse
ritornata alla sua stanza, senza aver incontrato nessuno. Rientrando nella sua
casa egli era triste e fiacco, senza idee e senza volontà; e vi si addormentò,
di un sonno profondo. Anche lei, scendendo la scaletta che dalla terrazza
portava alla stanza da pranzo, si sentì spossata, vinta dalla grave crisi
morale che attraversava; una immensa debolezza la curvava, e trascinava i passi
per la casa buia, attraverso le stanze, senza aver più nè la nozione del tempo,
nè quella dello spazio, non provando neppure più il terrore di esser sorpresa,
morta a tutte le sensazioni. Ma giunta nel salottino attiguo alla stanza da
letto, uno spettacolo improvviso, imprevisto, le ridiede tutte le forze,
gittandola a un tremore invincibile: dalla porta socchiusa ella vedeva, sì,
vedeva della luce, nella loro camera, era acceso il lume, Laura era svegliata,
Laura aveva visto il suo letto vuoto, Laura l'aspettava, col lume acceso! E
nella follia che le saliva dal cuore al cervello, ella pensò, sperando:
– Forse
muoio...
Ma un minuto
passò, ed ella si trovò sempre lì, inchiodata in mezzo al salotto, affascinata
da quella luce; la testa le girava, un ronzìo le mordeva le orecchie...
– Potessi
morire, potessi morire! – pensò.
Quanto tempo
stette lì? Chi sa! Sperava, almeno, che, tranquilla come era Laura, a un certo
punto si sarebbe alzata, andando in cerca di lei, o avrebbe tranquillamente
smorzato il lume. Almeno avesse potuto rientrare all'oscuro, senza esser
costretta ad arrossire innanzi a sua sorella! Un po' di ombra, alla vergogna
del suo inganno! Ma il lume restava acceso e tendendo l'orecchio ella udì un
fruscio di foglio voltato; Laura leggeva. Così placidamente dunque ella
leggeva, Laura, quando sua sorella era sparita, andando a mettere nelle mani di
un estraneo, di uno sconosciuto la sua vita? Ah, forse Laura, inconscia, non
sospettava nulla, ed era meglio affrontare coraggiosamente il suo aspetto. E
d'un tratto, con l'impeto del suo generoso temperamento, aprì la porta ed
entrò, e guardò Laura. La bellissima fanciulla, dai capelli biondo-fulvi e
crespi sulla fronte, dall'ovale roseo purissimo, dai bigi occhi metallici,
dalla piccola e fiera bocca, era seduta sul letto e leggeva quietamente. Quando
vide avanzarsi sua sorella, col mantello nero pendente sul candido abito, coi
capelli bruni mezzo disciolti sul collo, col viso smorto, Laura la guardò con
tale un'occhiata ironica e disprezzante; un tale sorriso d'ironia e di sprezzo
le contrasse le labbra, che la povera Anna, tremando come una foglia, perduta,
folle di scorno e di pentimento, cadde in ginocchio in mezzo alla stanza,
stendendo le braccia a sua sorella, piangendo, singhiozzando, gridando:
– Perdonami,
per carità, Laura, perdonami! Laura, Laura, Laura!...
Ma la tacita
fanciulla dal nobile e niveo volto verginale non ruppe il suo silenzio, non
cambiò di colore, non cessò di sorridere alteramente, come se tutto l'umano
fango dell'amore non giungesse a macchiare la candida stola del suo cuore
glaciale, come se ella non potesse perdonare, mai. E in terra, abbandonata
sulle braccia, nella infinita angoscia, Anna piangeva lamentandosi sottovoce,
senza che il suo pianto arrivasse a strappare un cenno di pietà a sua sorella.
Nell'alba invernale, come un mucchio di cenci bianchi, Anna si doleva ancora:
sua sorella, abbandonato placidamente il biondo capo sul guanciale, dormiva, in
un'alta serenità glaciale.
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