VI
Il giorno seguente alle sue nozze con Laura, Cesare Dias aveva ricevuto da
Roma il seguente telegramma:
«Cesare Dias. Napoli — Apprendo soltanto adesso che mi cercate da molto
tempo. Sono a vostra disposizione, qui, Hôtel Europe — Luigi
Caracciolo».
Cesare Dias aveva immediatamente risposto:
«Luigi Caracciolo. Hôtel Europe, Roma — Parto oggi stesso,
aspettatemi domattina — Cesare Dias».
Così, dopo aver letto il dispaccio esplicito di Caracciolo, dopo avergli
risposto, Cesare Dias ebbe il senso che tutto fosse oramai deciso, nella sua
vita: e che l’ultimo problema fosse risoluto. Risoluto, come? Chi sa? Non
gl’importava. Assai aveva vagabondato il suo spirito, dopo la morte di Anna,
quasi sfogando tutto il bisogno imperioso di fantasticare che in ognuno esiste
e che gli uomini aridi reprimono, ignorando il grande pericolo di queste
soffocazioni: ma nelle torbide evoluzioni della fantasia, ma nelle tetraggini
della immaginazione che fu colpita da un tragico aspetto, egli aveva conservata
l’idea precisa, chiara: la insopportabilità del tradimento di Anna — e insieme
con questa nitida idea, la sola, l’assoluta necessità della vendetta contro chi
lo aveva tradito. Che gli premeva, dunque, la forma come si sarebbe risoluto il
problema? Aveva ritrovato Luigi Caracciolo, il solo uomo che lo interessasse,
nel mondo: fra un giorno, fra due, al più tardi, avrebbe tenuto il suo nemico,
il suo avversario, innanzi a sé, l’arme alla mano, volendo ucciderlo, o ben
deciso a farsene uccidere. Tanto ribrezzo, un tempo, aveva avuto della morte,
Cesare Dias! Il suo delicato e scellerato egoismo non aveva temuto che questa
terribile cosa, la morte, non vivere più, non vedere più lo spettacolo delle
bellissime cose umane, non godere più, cedere alla fossa, alla putrefazione, ai
vermi, a questa fine sporca e ignobile. Ora, questa segreta e persistente
paura, o piuttosto questo ribrezzo della morte era sparito da lui: e senza
chiederla, senza invocarla, egli le andava incontro, a questa morte, senza
gioia e senza spavento, trovandola una soluzione naturale. Oh certo, certo, era
meglio poter mettere la propria spada nel petto di un uomo come Luigi
Caracciolo, quando quest’uomo aveva stretto al petto sua moglie: era una
voluttà intensa veder fuggire, da una piccola ferita, tutto il sangue e tutta
la vita di un nemico — ma il colpo di spada che avrebbe potuto ucciderlo, lui,
Cesare, gli sembrava un mezzo così tranquillo di uscire da tutte le sue miserie
spirituali e dalle torture di una esistenza in comune con Laura! Uccidere
Luigi, che infinita, inebbriante soddisfazione, è vero: ma dopo, che avrebbe
fatto della sua vita, Cesare, trascinando tutto l’irrimediabile turbamento di
una doppia tragedia, portandosi accanto il testimonio vivente del passato,
sentendo ogni giorno farsi più aspra la lotta fra loro due? E non sapea più,
Cesare Dias, quale fosse più saggia, la risoluzione del problema: né vi si
fermò più, volendo lasciar fare al destino. Egli aveva chiesto al destino di
trovargli Caracciolo: ecco, era trovato. Bastava. Che era il resto? Il resto
era silenzio.
Nella mattinata, senza neanche occuparsi della sua seconda moglie, anzi,
evitando di chiederne conto, egli fece i suoi bagagli e scrisse un biglietto a
Giulio Carafa di venire, per due giorni a Roma, con Marco Palliano, poiché egli
aveva un affare con Luigi Caracciolo e desiderava che si compisse con la
massima segretezza, quindi non voleva affidarsi a qualche gentiluomo romano,
suo amico.
Li pregava con termini così urgenti, che Giulio Carafa, malgrado il disturbo
che gli recava questa gita a Roma, nell’ottobre, intesa la gravità della
domanda, scrisse a Cesare che lui e Palliano sarebbero partiti la sera per Roma
e che speravano poter accomodare la faccenda. Di rimando, egli ringraziò: ma
pregava, senz’altro, pregava che il suo affare con Caracciolo non fosse
accomodato per nulla; essi dovevano capire che non si trattava di una lite al
giuoco, di un urtone sul campo delle corse: era un fatto serio, inutile di
raccontarlo, lo conoscevano, dovea finire soltanto con un duello. Giulio Carafa
rispose sta bene. In tale scambio di lettere e in altre piccole faccende
da sbrigare, nel lacerare una quantità di carte, nello scrivere una lettera
testamento al suo uomo di affari, Cesare consumò la sua mattinata. Non avea
chiuso occhio, dopo la tormentosa veglia con Laura e alle sette del mattino era
giunto il telegramma di Caracciolo: pure, si sentiva benissimo. Andò alla sala
d’armi a tirare di scherma, col suo maestro, avendo ripreso questa consuetudine
quotidiana, da qualche tempo: aveva il braccio fermo e il polso molto svelto.
Assolutamente tranquillo. Uscì di là, era il tocco: aveva detto a casa di
portargli il bagaglio alla stazione e pensò di non rientrare più, andando a far
colazione al Caffè d’Europa, evitando così d’incontrare Laura e di avere
con lei un’altra spiegazione. Tranquillissimo. Qualche amico gli si accostò,
non sapendo se condolersi con Cesare del lutto ancora recente, o del nuovo
matrimonio recentissimo: egli non era apparso in pubblico che due o tre volte,
in quei sette mesi, attraverso i suoi viaggi, e di lui si avevano bizzarre
notizie, come estremamente bizzarre erano quelle di Luigi Caracciolo: e gli
amici non sapevano che contegno tenere: era certo che Cesare Dias avesse
sposato sua cognata? Alle vaghe parole egli rispose vagamente, dicendo subito
che ripartiva, che decisamente trovava Napoli troppo noiosa, mettendo il
discorso sui pettegolezzi altrui, facendoseli narrare lungamente, ascoltandoli
con quella fine voluttà dello scandalo, che era stato uno dei suoi più squisiti
piaceri. Dal caffè, dove aveva fatto colazione, andò alla stazione. Il diretto
partiva alle tre e dieci: mancavano solo venti minuti e già il suo servo aveva
preso il biglietto, aveva messo i bagagli in uno scompartimento di prima
classe, vuoto. Tutto andava benissimo, dunque: egli partiva in quel momento, i
testimoni partivano la sera e all’indomani mattina si sarebbero incontrati,
tutti tre, e i due sarebbero andati da Luigi Caracciolo. Si era al giovedì,
sette di ottobre; il venerdì sarebbe passato nelle trattative e il sabato, meno
male, si sarebbe potuto fare il duello. Era, così, perfettamente tranquillo.
Non desiderava altro, adesso, che restare solo in quella carrozza di prima
classe, sino a Roma. Era un viaggio breve, il treno era direttissimo: ma aveva
sempre odiato i compagni di viaggio, amici, conoscenti, estranei: non aveva mai
voluto nessuno con sé. Diceva che il viaggio è la liberazione, è l’oblìo, è
l’infrangimento di tutti i legami sociali, è quell’inebbriante senso della
solitudine fra la folla, è la felicità di essere estraneo e sconosciuto, fra
estranei e fra sconosciuti. Mai aveva voluto nessuno e mai aveva voluto portare
con sé Anna, nel tempo del loro matrimonio: le donne sono così fastidiose, così
poco graziose, in viaggio! Questo desiderio di solitudine gli si ravvivava, in
quel breve tragitto che lo portava al suo supremo destino: e nei cinque minuti
che precedettero la partenza del treno, egli ebbe quell’impazienza e
quell’ansietà di chi vorrebbe dare la propria magnetica volontà alla immobile
macchina. Già, già si chiudevano gli sportelli, fra i fischi della vaporiera e
Cesare Dias respirava, fiducioso di essersi liberato da qualunque noiosa
compagnia, quando una signora si presentò, guardò nello scompartimento e visto
Cesare, vi salì leggermente, sedendosi in un angolo, mentre il facchino
disponeva le sue valigie. Era Laura. Cesare ebbe tale un moto di disgusto, di seccatura,
di immenso fastidio, che ella lo guardò un minuto, fissamente, come per
invitarlo a essere più educato.
— Andiamo — egli pensò, fra sé — la tranquillità è finita.
Ma Laura sembrava tranquillissima. Il suo vestito da viaggio era di una
eleganza raffinata, tutto era corretto e intonato in lei, dalle scarpette al
velo del cappello, dalla cintura da viaggio alle sue valigie orlate d’argento,
cifrate: dietro il suo velo bigio, non tanto fitto, si vedeva un viso roseo e
riposato. Si muoveva, aggiustando le sue cose, sedendosi meglio, accomodando la
tendina del suo sportello, con tale una grazia e un’armonia che quella creatura
dava il senso dell’equilibrio.
Pure, Cesare non si lasciò prendere a questa esteriorità così attraente e
placida, sotto la quale egli conosceva bene quale ardore cupo, quale imperiosa
volontà si celava. E subito si decise a non lasciarsi attraversare il cammino
da Laura, si decise a infrangere la volontà di lei, per la seconda volta, a
costo di qualunque sforzo. Ma era così serena, lei, mentre aveva aperto un
volume di Henry Gréville dalla copertina rossa, un qualunque romanzetto che
ella leggeva attentamente! A poco a poco, come il treno accelerava il suo
cammino, Cesare sentiva calmarsi quel movimento di grandissima noia, che gli aveva
procurato la presenza di Laura, e vi subentrava una di quelle determinazioni
fredde e implacabili di non cedere, di vincere l’ostacolo, se ella fosse un
ostacolo, magari calpestandolo. Egli leggeva dei giornali, ma poco badava alla
lettura, mentre Laura, assai metodicamente, voltava le pagine del mite romanzo
della scrittrice francese. Ed era passata almeno un’ora di viaggio, quando ella
abbassò il libro e quietamente, come se nulla fosse, gli rivolse la parola:
— Vai a Roma?
— Io? Si. E tu?
— Anch’io — e sorrise. — Prosegui?
— Certamente, no. E tu?
— Io neppure — ed ella sorrise.
Ognuno dalla sua parte riprese la lettura: ma Cesare era disattento e si
voltava spesso a guardare la campagna napoletana, già un po’ triste, in quel
pomeriggio di autunno. Assorbendosi nei suoi pensieri ogni tanto trasaliva
all’idea che Laura si sarebbe frapposta fra lui e Luigi Caracciolo: e
immediatamente aveva bisogno di pensare che avrebbe spezzato qualunque
opposizione. La sogguardava. Sapeva ella del telegramma di Caracciolo, della
risposta, del duello? Se sapeva, perché era venuta quando le donne hanno
l’assoluto obbligo dell’astensione in queste gravi circostanze? E se non
sapeva, perché lo aveva seguito? Era dunque decisa ad attaccarsi a lui, per
sempre, non disgustata della sua freddezza, delle sue preoccupazioni, di quel
suo naufragio nel passato? Ma quale era il pensiero segreto che si agitava
dietro quella bianca fronte di donna? Adesso, mentre egli guardava la campagna
che già perdeva tutto il verde, ella aveva posato il libro di Gréville sulle
ginocchia ed era tutta raccolta, con gli occhi bassi dietro il suo velo. Fu lui
che avviò di nuovo il discorso:
— Dove scendi, a Roma?
— Mah... dove scendi tu — e fece un atto di leggera meraviglia.
— Mi perseguiti, dunque? — egli disse, sorridendo d’ironia.
— Niente: ti seguo soltanto.
— Vuoi fare per forza un viaggio di nozze?
— Niente, niente; non faccio che andare dove tu vai.
— Ti accorgerai che il viaggiare in compagnia è assai noioso.
— Cercherò di annoiarti il meno che sia possibile — ella rispose
semplicemente.
— Quante volte l’intenzione ci tradisce!
— Vedrai, che non ti seccherò.
— Io ho i miei affari, Laura, a Roma.
— Io te li lascio fare.
— Molti affari.
— Va bene. Quando sarai libero, starai con me.
— Affari gravi.
— Spero di non esserti, in essi, d’imbarazzo; e se posso aiutarti...
— No, no, non puoi aiutarmi... — mormorò, placato da quella schietta
tranquillità, sebbene non rassicurato.
— Come ti piacerà — e si rimise a leggere, molto quieta.
Così il loro viaggio proseguì senz’altre spiegazioni. Le parole di Laura,
semplici e quasi affettuose, come quelle di una donna che ha preso il suo
partito, gli avean fatto una grande impressione: ma non era lei la medesima
donna, dalle passioni profonde e celate, dall’animo fiero, quasi selvaggio, che
non conosceva né tenerezza né pietà? La bionda e rosea viaggiatrice, dalla voce
limpida e posata, era proprio la donna che egli aveva veduto, in quelle notti
fatali, contorcersi nello sdegno e nella disperazione? Ah! egli lo sapea bene
che le donne sono capaci di tutte le trasformazioni: e forse Laura potea anche,
volendo, diventare una creatura dolce e indulgente. Così pacata, mentre, forse,
ella sospettava che egli si andasse a battere? Dissimulava dunque, con quella intensità
di dissimulazione, per cui ella aveva potuto vivere due anni accanto a sua
sorella amandone il marito. E a malgrado della apparenza mite e placida, a
malgrado dei semplici discorsi rassicuranti, egli la guardava, sospettando.
Quasi quasi avrebbe preferito che ella gli parlasse con asprezza, che gli
domandasse conto di questi gravi affari, perché egli, almeno, avesse potuto
ripeterle, ostinatamente ripeterle, che non voleva essere disturbato, che
voleva essere libero. Ma ella nulla chiedeva più: e quando, a Ceprano, egli le
domandò se volesse qualche cosa, ella accettò di fare una passeggiatina di
cinque minuti, per la stazione. Camminarono avanti e indietro, senza darsi il
braccio; risalirono in vagone, mentre già, nel crescente crepuscolo autunnale,
si accendevano i lumicini fiochi nelle carrozze del treno. Ed egli ritornò,
fatalmente, sull’argomento:
— Che farai, domani e dopodomani?
— Sono per questi due giorni, i tuoi affari?
— Forse si prolungheranno... ma domani e dopodomani sono preso.
— Ti aspetterò all’albergo; leggerò: starò al balcone, a veder passare la
gente.
— Mi pare che questa parte di Cenerentola ti convenga poco — osservò lui.
— Ogni parte è conveniente, quando si fa con piacere.
— Mi prometti, dunque, di lasciarmi in libertà?
— Te lo prometto.
— Di non voler conoscere quel che debbo fare?
— Certamente.
— Di non ostacolarmi, se vieni a saperlo?
— Te lo prometto.
Un silenzio. Era notte. E Cesare fu convinto che Laura sapesse perfettamente
che egli si doveva battere con Luigi Caracciolo; fu convinto che ella mentiva,
tutto, che non una parola, non una espressione sua, in quel viaggio, era vera:
fu convinto che ella aveva un progetto. Ma si erano parlati molto
esplicitamente due volte: ella aveva promesso, avrebbe mantenuto. Così come la
sera d’autunno cominciava, intorno a quel treno fuggente a traverso la campagna
romana, non scambiarono più una parola, seduti l’una di fronte all’altro: lei
con le mani appoggiate sul libro aperto, che per l’oscurità non poteva più
leggere: lui, fumando silenziosamente, guardando fuori, dal cristallo, nelle
ombre dove la rocca di Velletri si aderge, fra i lumi dell’ampia strada che vi
sale, nel deserto di quelle immense pianure che contristano il più indifferente
viaggiatore, tanto la sterilità è superiore alla fecondità, tanto la morte
delle cose è superiore alla vita delle cose. Tacquero tre ore, quei due
viaggiatori: ognuno era immerso nei propri pensieri, preso dal proprio mondo
interiore, non ricordandosi, Cesare, neppure più della presenza di Laura.
Due o tre volte, in quell’ombra che aumentava, ella si piegò un poco, verso
lui, quasi dubitando che egli dormisse: egli non si accorse di ciò. Tre ore di
un silenzio profondo e di immobilità, da cui venne a scuoterli solo quel
concerto di fischi acutissimi che annunzia l’arrivo a Roma, e il gran rumore
del treno che entra sotto la tettoia: e i due tristi pellegrini scesero
insieme, tacitamente facendosi portare all’Hôtel de Rome, dove Cesare
era conosciuto, perché vi andava sempre. Là, all’albergo, intesero subito che
era un viaggio di nozze, malgrado che i due viaggiatori non si parlassero e non
si sorridessero.
— Una grande stanza sul davanti? — domandò il segretario, avviandosi.
— No, due stanze da letto e un salotto — disse, subito, Cesare.
Ella non fiatò, il suo volto nulla espresse. Conservava la sua disinvoltura,
la sua scioltezza: un po’ più fredda, soltanto. Nel treno pareva avesse maggior
tenerezza.
— Fra mezz’ora, ti vengo a prendere per pranzare — si licenziò così, Cesare,
dopo averla accompagnata nella sua stanza.
— Va bene — ella rispose senz’altro.
Quando egli ritornò a bussare alla sua stanza, la trovò già vestita con un
altro vestito, tutta fresca, sempre più rosea fra l’aureola bionda dei capelli.
Scesero nella sala da pranzo: non vi era nessuno, erano già le nove, quella
sala mancava di gaiezza, sotto i lumi a gas di cui erano abbassate le
fiammelle, con quelle tavole sparecchiate, su cui era distesa soltanto la
tovaglia bianca e posava l’oliera, nel mezzo, senza un tondino, senza una forchetta.
Un cameriere in marsina, ma sonnacchioso, sollevò la fiammella di uno dei lumi
e servì loro, con una lestezza di uomo che vuole andar a dormire, il pranzo
monotono e scialbo della tavola rotonda. Essi parlavano piano scambiando solo
qualche rara parola, come se temessero di far troppo rumore, in quell’albergo
già tranquillo per la notte, in quella parte del Corso di Roma, dove finisce il
poco rumore della vita serotina romana. Era il loro primo pranzo da sposi, da
soli, lontani da Napoli e da ogni suo ricordo: e parlavano sottovoce,
guardandosi con indifferenza, per chiedere del pane, del vino, per dire che i
piselli al burro non erano buoni. Le tende di velluto rosso parean nere in
quelle penombre del salone da pranzo, e la gran macchia bianca della tovaglia
spiegata sulla mensa, era di un effetto bizzarro. Pranzarono presto: aveva
fretta, il cameriere: ed essi, non avendo né fretta, né voglia di allungare il
pranzo, obbedirono passivamente alla premura di quell’uomo. Laura non si
turbava. Usciti da quel salone, Cesare le disse, nel corridoio vetrato che gira
intorno al cortile dell’albergo:
— Che vuoi fare, ora?
— Quello che tu vuoi.
— Io esco: debbo cercare qualcuno. Tu, sarai stanca. Leggi un poco e poi va’
a letto.
— Sì. Buona notte.
— Ci vedremo domattina. Buona notte.
Ella risalì le scale, senza voltarsi indietro. Quando fu fuori, Cesare
percorse il Corso due volte, su e giù, sospirando di sollievo, finalmente solo.
Era tardi, il Corso era spopolato: ma egli vi passeggiò, fumando, sentendo aumentare
la intima soddisfazione della sua solitudine, sentendosi perduto fra la rara
gente che passava, sconosciuto fra sconosciuti, e assaporando tutta la voluttà
di questi minuti d’isolamento e di annichilimento. Un saluto in quel momento,
lo avrebbe turbato. Camminando, pensava quali sarebbero stati i padrini di
Luigi Caracciolo. Non avrebbe fatto nessuna difficoltà; il telegramma parlava
chiaro: Luigi stesso doveva desiderare questo duello. Difficoltà sulla scelta
delle armi, neppure vi potevano essere. Egli, Cesare, era l’offeso: e sceglieva
la spada. Era l’offeso: si batteva perché sua moglie era andata in casa di
Luigi: forse, colà lo aveva tradito: ma non importava il forse, anche la
legge gli avrebbe dato ragione, l’apparenza del tradimento vale il tradimento.
L’uomo, incatenato all’ultima fede della sua esistenza, poteva dubitare della
infedeltà di Anna: il marito dovea credere all’infedeltà. E distratto per poco
dal viaggio, dalla compagnia di Laura, egli, adesso, nelle ombre delle vie di
Roma, era ripreso dal suo pensiero dominante, tarlo sottile della sua anima.
Come si trovò, senza che vi volesse andare, in piazza di Spagna? Cantava a voce
bassa la fontana della Barca e la magnifica piazza era perfettamente solitaria,
dal palazzo di Propaganda Fide e via del Babuino, dalla scala della
Trinità che si perdea misticamente e poeticamente nelle tenebre, a via Condotti
vividamente illuminata e deserta. Perché egli entrò nel portone dell’Hôtel
d’Europe? L’avversario non va a cercar l’avversario, mai, quando l’indomani
deve mandargli i padrini, ha annunziato l’invio: è scorretto. Ma non avea la
forza di rientrare a casa, senz’essere certo che l’introvabile Luigi Caracciolo
era veramente là, a Roma, all’Hôtel d’Europe e che il telegramma non era
una mistificazione. Scorretto, sì, perché se lo avesse incontrato, il suo
avversario, quale imbarazzo, quale posizione grottesca!
— Alloggia qui, il conte Caracciolo? — chiese al portiere, che era in fondo
all’androne e che leggeva un giornale nel suo casotto di legno e cristalli.
— Nossignore, non vi è un Caracciolo, qui.
— Ne siete certo?
— Legga la tabella dei viaggiatori.
Era sospesa al muro: e molti cartellini bianchi indicavano che l’albergo era
mezzo vuoto. Solo nell’inverno, è pieno di inglesi e di americani. Lesse in
fretta Dias, temendo di essere sorpreso in quella lettura: e non vi era il nome
di Caracciolo. Ma, fremendo già di collera per il destino che si allontanava,
Cesare rilesse e si fermò al nome del conte di Mileto.
— E questo signore qui, il conte Caracciolo; è scritto col suo titolo.
Il portiere fece un lieve atto di scusa.
— È da molto tempo qui?
— Da quindici giorni.
— Grazie — e voltò le spalle per andarsene.
— Il signore non lascia una lettera, una carta?
— No, cercherò lui, domani.
— Perché il conte di Mileto aspettava una visita... una lettera, e mi ha
detto di portargliela, dove egli si trovava.
— Al Circolo della caccia?
— No: da sua Eccellenza la duchessa di Cleveland, qui presso, nella
palazzina.
Ah! capisco. Ma non vi debbo lasciare nulla. Non gli dite nulla. Gli farò
una sorpresa domani.
Se ne andò lentamente, a capo basso, rasentando il muro. Passando innanzi
alla palazzina, dopo la scala della Trinità, accanto all’Hôtel de Londres,
levò gli occhi al primo piano, di cui due balconi erano illuminati da una
bizzarra luce rossastra. Luigi Caracciolo era colà, presso una donna, una
straniera. Non gli avevano detto, anche a Firenze, che era partito dietro a una
inglese? Egli ripensò amaramente che Caracciolo non era neppure fedele a una
tomba, un anno, il tempo del lutto. Pensò che neppur lui, Cesare, era stato
fedele a quella tomba. Pensò, infine, che Anna, forse, non era stata fedele,
trovandosi sulla soglia della morte; e la inconsolabile amarezza del
tradimento, che egli non poteva sopportare, accompagnò nuovamente il notturno
viandante di Roma.
. . . .
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Giulio Carafa e Marco Palliano, verso le undici, si fecero annunziare a
Cesare Dias: erano scesi all’Hôtel de Rome, anch’essi. Erano ambedue
gravi, senza neppure quella vena di segreto buon umore che li aveva aiutati
nella strana cerimonia del matrimonio notturno: le due lettere di Dias e il
ricordo di tutta la tragedia di sette mesi prima, venuta adesso a una nuova
soluzione tragica, avevano vinto la loro naturale tendenza a burlarsi d’ogni
cosa. Sentivano di trovarsi in una circostanza difficile e dolorosa; e Marco
Palliano che per un poco aveva pensato di portare seco Lillina, per distrarsi,
trovando sempre Roma opprimente, ci aveva rinunziato, innanzi alle rimostranze
di Carafa.
Come li vide entrare nel salotto, Cesare andò loro incontro, li ringraziò,
con una forte stretta di mano.
— Sicché, ci siamo? disse Giulio Carafa, sedendosi.
— Parlate piano: vi è Laura, nell’altra stanza.
— Come, Laura? — domandò Palliano, stupefatto, ma sottovoce.
— Ti porti appresso la moglie in questi affari?
— Io? Io? È qui, perché ci ha voluto venire — disse Cesare, frenando la voce
e il fastidio.
— Impedirglielo!
— Impossibile: l’ho trovata sul treno.
— E sa niente? — disse Carafa impensierito.
— Lo ignoro. Non mi ha detto nulla. Suppone forse.
— Sarà un grave imbarazzo — mormorò Carafa.
— Vedrai che t’impedirà di batterti — soggiunse Palliano.
— Questo duello non l’impedisce né lei, né nessun altro, né il Padre Eterno,
in cielo.
— Eh, le donne fanno e disfanno — ribatté Palliano.
— Probabilmente ella mi lascerà fare — osservò Cesare.
— Laura?
— Senti, è proprio una cosa irrevocabile? — disse, dopo un minuto di
silenzio, Giulio Carafa.
— Oh, è inutile parlarne — disse Cesare, levando la testa, turbato da quella
domanda.
— Non t’irritare, ti prego, Cesare — continuò Carafa, seriamente. — Lo so
che siamo giunti qui per un affare gravissimo, ma poiché ci hai dato la grande
prova di amicizia di eleggerci tuoi rappresentanti, ebbene, possiamo parlarti
da amici. Credi tu, per aver le prove di un fatto, che Caracciolo ti debba una
soddisfazione?
Così direttamente amara, quella domanda, al cuore di Cesare!
— Non parliamo di ciò, Giulio — disse, con una voce velata di emozione. —
Non potrei risponderti nulla.
— Cesare, le hai, queste prove?
— Giulio, mi vuoi rappresentare?
— Sì, ti voglio rappresentare: ma non voglio condurti a un pericolo grave,
forse senza motivo. È dovere di amico, è obbligo di gentiluomo.
— Cesare, se non hai le prove, fai un disastro — soggiunse Palliano.
— Sentite, amici — egli li pregò, pallido, agitato così, che non pensava a
moderare più la voce — io non posso dirvi nulla: non mi chiedete niente; io ho
le prove e non le ho; io credo e non credo; e sovra tutto, io non posso
raccontarvi, lo sapete, sono cose che non si raccontano neppure al più intimo
amico, che non si dicono neppure a se stesso. Io so una cosa soltanto: che mi
debbo battere con Luigi Caracciolo, domani.
I due si guardarono. Li vinceva l’emozione di Cesare, ma Carafa volle dire
tutto.
— Perdona, ma vi è un’altra cosa. Purtroppo, sette mesi fa, si fece un gran
rumore intorno a quel fatto: e... permetti, molte persone non credettero, come
io non credo... a ciò che tu supponi. Non ti pare, adesso, che tutti hanno
dimenticato, di risollevare tu quel rumore e di dare... tu, tu soltanto, una
certezza?
— Non m’importa nulla — egli ribatté, ostinato, implacabile. — Capirai,
peggio di quel che si disse allora, e che ragionevolmente si disse, è
impossibile che si dica ora. Non importa! Chi può accusare un uomo che vendica
il suo onore? Mi accuseranno di averlo fatto troppo tardi; ma non è colpa mia.
— Ma molti non credono a quest’offesa, Cesare! — esclamò Carafa.
— Ci credo io e basta.
— Ma tu offendi così la memoria di una sventurata che è, per me, una
innocente.
— Doveva morire in casa mia, perché io la credessi innocente! — egli gridò,
disperato, rivelando tutta la sua collera gelosa, tutto il suo dolore di uomo
tradito.
I due padrini nulla risposero, pensando che essi avrebbero fatto come
Cesare.
— Va bene, dunque — soggiunse, dopo un poco, Carafa. — E se Luigi non si
vuol battere?
— Oh si batterà! — disse Cesare, con un sorriso di sicurezza.
— Prevedi il caso che si rifiuti.
— Non si può rifiutare: non si rifiuterà.
— Andremo verso il tocco, ci vedremo alle tre, per darti una risposta, qui
dirimpetto, al Caffè di Roma — concluse Carafa.
Così, si separarono, senz’altro.
Rimasto solo, Cesare passeggiò su e giù per quel salotto di albergo,
infastidito della sua strettezza, poiché l’agitazione del suo spirito avea
bisogno di quel moto impetuoso e pure macchinale, per avere uno sfogo, per dare
un ritmo, una misura all’ondeggiamento dei suoi pensieri. Malgrado che
aspettasse qualche discussione, le parole di Giulio Carafa lo avevano turbato
profondamente: ma era così incrollabile la sua decisione che egli non poteva,
no, discutere la innocenza di sua moglie, che egli doveva ritenersi offeso e
tradito. Che importa? Era sconvolto. Una bocca umana, una bocca di onesto uomo,
di gentiluomo, gli aveva detto che riteneva Anna innocente. Sconvolto! Dovea
battersi, questa sola necessità lo dominava: ma vi era chi credeva sua moglie
innocente. Dio, che sconquasso nello spirito, quali alternative di scetticismo,
di tenerezza, di cinismo, di fiducia, di sconforto, quali ribellioni sorde e
tetre contro questo castigo che lo colpiva, dove più avea peccato, arcanamente
giusto e pure crudele! Ed era così che si preparava, lui, Cesare Dias, a un duello
in cui aveva bisogno di tutta la sua calma? Guardò l’orologio: erano le dodici.
Bussò alla porta di Laura: ella aprì subito. Così floridamente bionda nel suo
gentile vestito del colore dell’eliotropio, così serena nei grandi occhi
azzurri, nella bianca fronte che pareva non avesse avuto mai una sola cura! Gli
sorrise: gli stese la mano: egli la prese, senza stringerla.
— Buon giorno, Laura. Stai bene, hai passato una buona notte?
— Grazie: ho dormito perfettamente, sto benissimo. E tu?
— Benissimo.
— Sei pallido, però.
— Ho delle noie.
— Raccontamele, Cesare.
— A che serve?
— Come ti piace — ella disse, sorridendo.
— Che fai, oggi, Laura?
— Nulla: ti aspetterò.
— Fatti servire la colazione qui, se vuoi.
— Sì; tu esci?
— ... sì, debbo uscire.
— Ti batti domani, è vero, Cesare? — ella domandò, ravviandosi con le dita i
capelli biondi.
Egli si voltò, vivamente, mentre se ne andava.
— Domani? Non lo so.
— Mi prendi per una bimba? — ella disse, con un sorriso sprezzante. — Perché
vuoi nascondermi tutto?
— Non so nulla, Laura.
— Se lo saprai, più tardi, me lo dirai?
— Lascia stare, Laura.
— Me lo puoi dire: vedi che non t’impedisco.
— Te lo dirò.
— Ah va bene — e parve soddisfatta.
— A rivederci, Laura.
— A rivederci, Cesare.
Ma prima di uscire, ricordandosi di una cosa, Cesare tornò indietro e le
disse, arricciandosi macchinalmente i mustacchi:
— Tu hai tolto il lutto?
— Sì.
— E perché? Non è passato un anno.
— Sei mesi bastavano: poi, sono maritata.
— E il mio lutto anche sei mesi lo porterai?
— Cesare! — ella gridò.
Ma si pentì subito. Gli stese la mano, per salutarlo. Era serena, di nuovo.
Egli se ne andò.
Liberato di Laura, uscendo di casa, Cesare Dias pensava che sarebbe stata
una cosa savia andare a far colazione, tutto solo, da Morteo, o anche allo
stesso Caffè di Roma, dove, alle tre, lo avrebbero raggiunto i suoi
padrini. Entrò, anzi, da Morteo, ma fatto il giro delle sale, tutte piene di
gente che mangiava rumorosamente fra quell’odore permanente di burro soffritto
che esalano queste osterie piemontesi, in tanta festa mattinale della voracità
umana, l’idea di sedersi là in mezzo, di restarvi un’ora, fermo, di mangiare
una di quelle immense costolette alla milanese, o uno di quegli omerici
ossobuchi, gli dette tale e tanta ripugnanza che andò via, subito, come se
fosse andato colà solo a ricercare un amico. Tornò indietro, a piedi, entrò nel
Caffè di Roma: vi era poca gente, la luce bigiastra d’una triste
giornata dell’autunno romano si faceva più triste, in quella specie di cripta:
e dover restar lì, da due o tre ore, fra quelle barbe grigie di banchieri
tornati a Roma prima dell’inverno, e fra quelle figure scialbe e inespressive
di deputati ministeriali, venuti a sentire il verbo governativo, per la
politica invernale, dover restare, quando tutti se ne sarebbero andati, fermo a
un tavolino, tre ore, no, ciò non poteva essere, non ci resisteva. Sovra tutto,
non avea fame: come nel giorno in cui era morta Anna. Anzi, questa ripugnanza
al cibo lo colpì: si batteva l’indomani: era, forse, presagio di morte.
Savio sarebbe stato, per un uomo che dovea tenere una spada in mano,
l’indomani, e giuocare con essa la vita di un nemico, mentre la punta della
spada nemica giuocava con la sua, di vivere come tutti gli altri giorni, mangiando,
bevendo, dormendo, anzi dandosi a una vita vegetativa, assolutamente, senza
pensare più, senza più fantasticare, senza ricordare il passato, senza
interrogare l’avvenire. Ma come nella giornata in cui aveva riportato a casa la
sua donna morta, per la seconda volta, nella sua vita, egli avea perduto quel
perfetto dominio dei suoi atti materiali, che era stato la grande sua forza.
Quando rimise il piede sul Corso, uscendo dal Caffè di Roma ebbe, anzi,
il senso di una dedizione completa e si lasciò andare a quello che gli imponeva
una oscura e autonoma volontà. Voleva, questa ignota voce della coscienza, che
egli andasse in giro, dovunque, fino all’ora che Giulio Carafa e Marco Palliano
sarebbero ritornati a cercarlo: sovra tutto muoversi, camminare, farsi
trascinare in carrozza, in quello stordimento benefico del movimento a piedi o
in vettura, in quell’ondeggiamento dei muscoli e dei nervi che appaga, alla
superficie, tutti i profondi e insanabili turbamenti dello spirito.
A San Silvestro prese una carrozza; era quasi il tocco, in quel momento,
forse, i due padrini si preparavano ad andare all’Hôtel d’Europe. Disse
al vetturino di condurlo a una passeggiata, nei quartieri nuovi di Roma. E
quello, voltando per via della Mercede, per i Due Macelli, per piazza
Barberini, cominciò la peregrinazione per quelle grandi e melanconiche strade
fra l’Esquilino e il Viminale, attraverso quelle immense caserme di sei piani,
bucate da innumerevoli finestre, attraverso quelle file di botteghe, alcune
chiuse, alcune aperte solo per vendere i generi di prima necessità, cioè
botteghe dall’aria meschina e povera, attraverso quelle file di acacie grame e
mal fiorite, attraverso quei caffettucci adorni di due tavolini di ferro e di
due piante d’oleandro appassite, attraverso quei marciapiedi che erano percorsi
da gente tutta di un colore, impiegati, mogli d’impiegati, serve d’impiegati
con bambini d’impiegati, salvo qualche figurina signorile di dama che passava
in coupé, che si recava a uno dei villini di piazza Indipendenza e che
leggeva, per non vedere le volgari brutte vie attraversandole anche lei, come
Cesare, col ribrezzo che danno gli aspetti brutti e volgari. Su tutte queste
vie Principe Umberto, Principe Amedeo, Curtatone, Palestro, Gaeta, tutte eguali
fra loro, incombeva un cielo assolutamente bigio e l’aria era pregna del
tristissimo scirocco romano, malore dello spirito quanto del corpo. La vettura
trabalzava sui ciottoli, onde erano sparsi questi vasti viali attorno al
mastodontico palazzo delle Finanze, che sembra la tomba del denaro italiano: o
roteava nei binari del tram che va da via Nazionale a piazza Termini; o
sordamente rumoreggiava sullo sterrato fangoso e polveroso. Sempre li avea trovati
odiosi, quei quartieri nuovi, Cesare: ma quel giorno gli sembravano abbietti:
gli sembrò che, nella loro abbiettezza, fossero abitati da una folla
volgarmente misera, grottescamente infelice, folla stupida, meschina e brutta,
degna di soffrire le sue sciocche miserie in quell’ambiente di barocchismo
moderno a base di economia, degna di moltiplicare tutta la propria meschinità e
la propria povertà in onta della società moderna. Quando fu in via Viminale,
disse al cocchiere di condurlo in Roma vecchia, di nuovo. E costui sboccò
ancora a via Nazionale, scese, passò innanzi alla esposizione dei quadri dove
nessuno andava, percorse ancora piazza Venezia e il Corso e si fermò a piazza
Colonna per interrogare quell’ostinato passeggiatore.
— Va’ fuori porta — disse Cesare.
— Quale porta?
— Quella che tu vuoi: porta del Popolo.
Aveva detto a caso, così. La carrozza filò, passò oltre l’Hôtel de Rome,
attraversò la seconda metà del Corso verso il Popolo, rasentò il Pincio, uscì
fuori la porta, lasciò a destra Villa Borghese e infilò la via Flaminia. Tutta
fangosa e solcata da tali ruote di carri che la carrozza vacillava nei solchi:
da una parte e dall’altra, sino all’Arco Oscuro, passata la vigna di Papa
Giulio, qualche osteria, qualche locanda di carrettieri, lungo i Parioli che
giravano a bordeggiare i prati dell’Acqua Acetosa, lungo la pianura verde e
bassa che, a sinistra, declina verso il Tevere. Su il cielo, visto assai più
ampiamente che sui quartieri di Roma nuova, dove ne appariva una striscia, era
di un bigio eguale, una sola nuvola lo copriva tutto, senza che si chiarisse di
più, allo zenit, senza che si oscurasse ai lembi dell’orizzonte, come il
segnale della tempesta: un bigio uniforme e fermo che pareva chiuso, dovunque.
Niuna nebbia sulla campagna, malgrado la imminenza del fiume, che veniva da Tor
di Quinto e se ne andava alla via Trionfale; ma più forte il fiato avvolgente
dello scirocco che guasta il sangue, sconforta e deprime i nervi, e avvelena
l’anima. Veramente, la via Flaminia che conduce a Ponte Milvio, non aveva
passeggiatori a diporto quel giorno: solo, ogni tanto, passavano dei carri di
pozzolana, col carrettiere sdraiato bocconi sul colmo della montagna di terra
nera, gli eterni, monotoni, lugubri carri di terra bruna che pare abbian preparato
la rovina della fortuna di questa terza Roma, nella follia edilizia onde fu
presa. Passava anche il tram fra porta del Popolo e Ponte Molle: ma vuoto.
Cesare fumava: ma a un certo punto, spenta la sigaretta, non curò di
riaccenderla, ma ne cavò un’altra dal portasigarette. La carrozza, passando sul
Ponte Milvio, ebbe un moto di barchetta e si fermò. Il fiume si vedeva, ampio
fra Tor di Quinto e i Parioli, sottile e sinuoso fra la Farnesina e l’Albero
Bello. Cesare saltò dalla carrozza, nel gran piano erboso di Ponte Molle, onde
si partono quattro o cinque vie. La più larga, ombrosa, è quella a sinistra del
viandante, che viene da Roma e che se ne va lungo il fiume, sinuosamente.
— Questa è via Angelica, è vero? — chiese al cocchiere, indicandogliela.
— Sì, signoria.
— Va verso Roma?
— A San Pietro.
— Ho capito. Quanto ci si mette, a piedi?
— Mezz’ora, a buon passo: tre quarti, piano piano.
— E tu, tornando indietro, quanto ci metti, a San Pietro?
— Mezz’ora, signoria.
— Va’ ad aspettarmi a San Pietro.
Il cocchiere lo guardò un po’ meravigliato. Il passeggiero era vestito di
nero, girava da un’ora, in carrozza, senz’avere requie: pareva pensoso e
distratto molto: erano al fiume: e volea restar solo. Quante figure, così,
hanno condotto fuori porta, alla campagna o al fiume, i vetturini romani, e
giammai queste figure rientrarono più nella augusta città, madre di tutte le
indifferenze! Cesare intese subito: prese del denaro dal portafogli e lo diede
al vetturino:
— Va’ ad aspettarmi a San Pietro — gli ripetette.
Costui prese i quattrini e non disse altro, voltando immediatamente la testa
del cavallo verso Roma. Cesare si mise lentamente per via Angelica, sotto i
grandi alberi, lungo la bassa proda erbosa che scende al Tevere. Quel vetturino
aveva creduto che egli si volesse uccidere e tremava, non per la sua vita, ma
per i suoi denari. Ma non pensava al suicidio, Dias: aveva desiderio di
camminare assolutamente solo, fra la campagna e il fiume, in quella strada che
si ricordava di aver percorsa, una volta, qualche anno prima, vagamente se ne
ricordava: e un più segreto desiderio lo teneva di trovare, fra la Farnesina e
il Monte Mario, il posto dove battersi, l’indomani. Via Angelica era
perfettamente deserta.
Cesare si fermò, acuendo gli occhi verso quei vasti prati della Farnesina,
su cui sovrasta il fiero e triste Monte Mario, coronato di cipressi: ma a
traverso gli alberi folti e radi che costeggiano la via Angelica, egli vide una
pianura rada e nuda, senza che un boschetto o un rialzo di terreno potesse nascondere
agli occhi dei curiosi, coloro che si dovean battere l’indomani. D’altronde,
nella mattinata, i prati della Farnesina sono percorsi continuamente da coloro
che vanno al tiro a segno: ed è un fragor sordo e interminato di schioppi,
nella campagna silenziosa. Quello non era un posto possibile. Del resto Luigi
Caracciolo avrebbe scelto due padrini romani, costoro avrebbero |