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IV.
Caterina Lieti entrò, piccina piccina
nella sua pelliccia, col visetto rosato sotto il berretto di lontra, le mani
finemente inguantate di nero.
- Andiamo, dunque, Lucia! È già tardi.
- No, cara: dai miei poveri non si va
che alle quattro. Sono appena le due.
- Andiamo altrove.
- .... Dove?
- In un posto dove ci divertiremo.
- Io non vengo, io non ho voglia di
divertirmi, io ho voglia di piangere.
- E perchè?
- Non so.... mi sento infelice.
- O povera, povera! Senti, sarà meglio
che tu venga, cercherai di distrarti, forse ti distrarrai. A star sempre chiusa
in questa stanza, in questa penombra, con quest'aria profumata, ti farà male
alla salute.
- La mia salute è distrutta, Caterina
- disse l'altra con accento di sconforto. - Ogni giorno dimagro di più.
- Perchè non mangi, cara. Tu devi
mangiare. Anche Andrea lo dice.
- Che dice Andrea? - chiese Lucia, con
la sua smorfia di noncuranza che dispiaceva tanto a Caterina.
- Che dovresti nutrirti bene, che
dovresti bere molto vino, e mangiare le bistecche sanguinanti.
- Non sono un cannibale, io. Questo
regime è buono per gli organismi muscolosi, non per i tenui tessuti di nervi
come io sono.
- Ma i nervi, dice Andrea, si
guariscono con le bistecche.
- Già sarebbe inutile: non le
digerirei. Non digerisco più.
- Ma vestiti ed esci con me. Fa un
freddo vivificante.
- Dove mi conduci?
- Non te lo voglio dire. Vuoi
affidarti a me?
- M'affido.... l'ignoto mi tenta.
Trasciniamo dunque dappertutto questo fastidio della vita. Aspettami.
Ritornò dopo mezz'ora, tutta vestita
di nero, di corto, con merletti. Un cappello nero, dalla larga falda di
velluto, le ombreggiava la fronte e gli occhi,
- Andiamo a piedi? - domandò Caterina.
- Andiamo pure: se mi stanco,
prenderemo una carrozza.
Da Montesanto sbucarono a Toledo,
camminando presto. Una tramontana secca soffiava, ma il sole inondava di luce
le strade. La gente camminava in fretta, col naso rosso e le mani in tasca. Le
signore avevano gli occhi pieni di lagrime dietro la veletta e s'inumidivano
spesso le labbra, inaridite, disseccate dal vento. Caterina si ravvolgeva strettamente
nella pelliccia.
- Hai freddo, Lucia?
- No: è strano come non abbia freddo.
La gente si voltava a veder passare
quelle due signore: una coppia singolare. Una, piccola, rosea, dal volto quieto
e dagli occhi trasparenti, vestiva come una russa freddolosa. L'altra, alta,
magra, dagli occhioni meravigliosi, sul pallore di cera. Un signore, passando
in una carrozza da nolo, fece una grande scappellata ad ambedue.
-
Galimberti.... - mormorò Lucia, straccamente.
- Dove andrà a
quest'ora?
-
Non so.... a dar la sua lezione.... credo.
- Sai che mi disse Cherubina Friscia,
giorni sono?
- L'hai riveduta?
- Sì, sono andata al collegio perchè
la direttrice era ammalata. La Friscia mi disse che in collegio erano molto
scontente di Galimberti. Egli è sempre in ritardo sull'ora della lezione: esce
prima del tempo o non va punto.
- Ah sì? - disse
con indifferenza l'Altimare.
-
Poi anche il suo valore scientifico scema. Non si cura dei programmi, corregge
male i compiti, nelle spiegazioni è prolisso, nebuloso.... insomma una rovina.
- Povero Galimberti! Te lo dicevo che
era uno spostato. Vedrai che finirà male.
- Scusa.... non è per curiosità; ma
per amicizia.... ti scrive egli ancora?
-
Sì, ogni giorno: mi scrive le sue sofferenze.
- E tu a lui?
- Anche io, ogni giorno.... e
lungamente.
- E.... dimmi, è vero che viene ogni
giorno a darti la sua lezione di storia?
- Ogni giorno,
sì.
- Si ferma a lungo?
- Sì. Naturalmente non parliamo solo
di storia, parliamo di sentimento, di affetti umani, di religione....
- Di amore....
- Anche.
- Perdonami, se ti ripeto sempre le
stesse cose. Galimberti è innamorato molto. Forse arriva in ritardo alle sue
lezioni per venire da te, forse manca perchè si ferma troppo a lungo. Sei tanto
buona, pensaci.
-
Io non ci ho nulla da fare. Se quello è il suo destino.... è una fatalità.
- Ma tuo padre
permette questi colloqui così lunghi?
- Mio padre.... non gliene importa
nulla di me. È un uomo senza cuore.
- Non dire così, Lucia.
- Senza cuore. Se io sto poco bene,
non se ne dà pensiero. Si burla delle mie pratiche di pietà. Sai come mi
chiama, parlando di me? «Quella interessante posatrice che è mia
figlia». Dopo questo mio padre è giudicato.
Caterina non rispose nulla.
-
Questo Galimberti finisce per esser noioso. Se non fosse così infelice, lo
abbandonerei alla sua sorte.
- Sai, Lucia.... una fanciulla che
riceve un giovanotto da solo a solo.... sta male.... è pericoloso....
- «Nè fiamma d'esto incendio non
m'assale».
Erano arrivate al Caffè d'Europa dove
tiravano folate di vento furioso. Caterina per ripararsi si voltò, e vide la
carrozza con Galimberti dentro, col soffietto levato per non farsi scorgere,
che le seguiva passo passo.
-
Dio mio, ecco che ci viene dietro, Galimberti. E la gente che vede? Lucia, come
si fa?
- Nulla, cara. Non glielo posso
impedire. È il magnetismo, come capisci.
- Lui, ora manca alla sua lezione per
venirci dietro.
- Non t'opporre ai Fati, Caterina.
Caterina tacque, non
trovando niente da rispondere.
Quando entrarono nel teatro Sannazzaro
erano le tre del pomeriggio, ma dentro avevano chiuso tutte le imposte, creata
la notte, e fatta la luce col gas, come se si trattasse di una rappresentazione
serale. Quasi tutt'i palchi erano pieni, e un cinguettìo, un cinguettìo
soffocato, saliva al gaio soffitto dorato: ogni tanto una risatina, invano
repressa, scoppiava. La gente entrava in platea, a gruppi di tre o quattro
persone, cogli occhi un po’abbarbagliati da quella luce posticcia: il gas
pareva scialbo, venendo dal sole che era fuori, per le vie. Le signore erano
tutte in acconciatura da mattina, vestite di scuro, coi grandi cappelloni
piumati, alcune avvolte nelle pellicce. In un palco si sentiva rumore di tazze:
due dame, la duchessa di Castrogiovanni e la contessa Filomarino, pigliavano
del the per riscaldarsi. La contessina Vanderhoot continuava a tenere il
manicotto sotto il suo nasino di cagnetta, alitando forte per riscaldarsi. Gli
uomini, eleganti sotto la pelliccia sbottonata, la gardenia all'occhiello, la
cravatta chiara di mattino, i guanti oscuri, giravano per la platea, per le
poltrone, cominciavano a fare qualche visita per i palchi. Pareva una vera
serata di commedia.
-
Che si fa qui? - chiese Lucia, prendendo posto nel palco numero uno, di prima
fila.
- Vedrai, vedrai.
- Ma questo tavolato che continua il
palcoscenico e prende tutto il posto dell'orchestra, perchè?
-
Oggi è il torneo di scherma.
- Ah! - fece Lucia, mediocremente
commossa
- Andrea fa tre assalti - soggiunse
Caterina.
- Ah sì? - ripetette
l'altra con lo stesso tono.
Il maestro d'armi prese posto in fondo
al palcoscenico, accanto a un tavolino carico di fioretti, di maschere, di
piastroni. Subito in platea tutti sedettero. Fu un silenzio profondo. Il teatro
era pieno. Il maestro d'armi era il conte Alberti, un gentiluomo alto, forte,
calvo, dalle folte basette brizzolate, dall'aspetto grave. Era vestito tutto di
nero e aveva il soprabito abbottonato. Si appoggiava sopra un fioretto.
- Guarda, guarda che tipo - disse
Lucia. - Una bella figura rigida.
La prima coppia si avanzò sul
palcoscenico. Era il barone Mattei e il maestro Giovannelli. Il barone Mattei
era alto, membruto, con la barbetta corta tagliata a punta, i capelli rasi a
punta sulla fronte: portava un costume serrato, di panno marrone, con una
cintura nera. Subito conquistò le simpatie delle signore; vi fu un movimento
nei palchi.
- Un cavaliere ugonotto, pare -
mormorò Lucia accendendosi.
Gli schermidori salutarono le dame, la
sala, si salutarono. Poi l'attacco cominciò, vivace, pronto. Il maestro
Giovannelli, piccolo, grosso, ma agilissimo: il barone Mattei, svelto, freddo,
con una scioltezza di movimenti ammirabile. Non parlavano. Dopo l'attacco il
barone ricadeva in una posa scultoria che faceva correre fremiti di ammirazione
per la sala. Fu toccato due volte: toccò quattro volte. Poi si strinsero la
mano e deposero i fioretti. Uno scoppio di applausi rintronò.
Nell'intermezzo le conversazioni
ricominciarono. Giovannelli era forte, ma Mattei era il più bravo dilettante di
scherma di Napoli. Scuola di Radaelli o di Enrichetti? No, una scuola speciale,
tutta propria. Giovannelli aveva i garretti di ferro, ma il Mattei aveva il
polso di acciaio.
-
Ti piace? - chiese sottovoce Caterina a Lucia.
- Molto, molto - rispose tutt'assorta.
- Ci è Giovanna Casacalenda.
- Dove?
- In seconda fila, al numero tre.
- Ah!... già. Ecco, dietro di lei, il
commendatore Gabrielli. Povera Giovanna!
- Il matrimonio è annunciato
ufficialmente. Ma lei non sembra triste.
- Finge.
La seconda coppia, Lieti dilettante e
Galeota maestro, comparve e si mise in posizione. Andrea era vestito di panno
nero, la cinta di cuoio giallo, gli scarponi gialli, e i guanti in pelle di
camoscio Tutta l'atletica persona si disegnava benissimo nel pieno vigore della
forma, nell'armonia della linea. Lui sorrise al palchetto, un momento. Caterina
si era ritirata un po’in fondo con gli occhi imbambolati.
- Tuo marito è bello oggi - sentenziò
gravemente Lucia. - Pare un gladiatore.
Caterina la ringraziò col capo.
Galeota, sottile, magro, bruno,
attaccò con lentezza: Andrea si difese con flemma. Si guardavano negli occhi,
immobili, misurandosi con lo sguardo: ogni tanto un colpo sagace, sagacemente
riparato. La sala era immersa in un'attenzione profonda.
- Su, su - diceva piano Lucia, presa
da un tremore nervoso, rotolando fra le dita il suo fazzoletto di batista.
L'assalto seguitava, calmo, sereno:
tutto scientifico; sembravano due giuocatori di scacchi. Finì con due o tre
bòtte e risposte, profonde, studiate, due bòtte miracolose. I due schermidori,
stringendosi la mano, si sorrisero. Si valevano. La sala applaudì: applausi
dati alla raffinatezza di scuola.
-
Applaudisci tuo marito. Non sei contenta del suo valore?
- Sì - rispose Caterina, arrossendo.
Una visita entrò nel palco: era
Alberto Sanna, il cugino di Lucia.
- Buon giorno, signora Lieti. Bel
trionfo, eh! pel signor marito.
L'altra salutò e ringraziò. Lucia
stese due dita al cugino che le tenne un momento fra le sue. Era un
mingherlino, abbastanza piccolo, un po’curvo nel soprabitino: aveva le tempia
incavate, i pomelli sporgenti, e i mustacchi scarsi, spelati, come un pennello
bagnato nella gomma: del resto, l'aria signorile. L'aspetto malaticcio e il
sorriso incerto. Parlava piano, sibilando le lettere come se gli mancasse il
fiato. Raccontava a quelle signore che quel freddo gli faceva male, che
malgrado la pelliccia non aveva potuto riscalducciarsi, e che era entrato, così
per caso, al teatro, per aver caldo. Era fortunato di ritrovare quelle signore.
Le pregava di non cacciarlo, per carità cristiana.
-
Fuori - soggiunse - ho trovato il tuo professore di storia, Lucia, che
passeggia fumando un sigaro. Perchè non entra?
- Non so! non avrà voglia di vedere la
scherma.
- O non avrà il
denaro da comperare il biglietto - ribattè Sanna con la malignità trionfante
degli esseri morbosi.
Lucia lo saettò di uno sguardo, ma non
rispose. Caterina rimaneva tutta imbarazzata, senza saper che cosa dire. Guardò
sulla scena: si battevano due maestri con grande vocìo, forti colpi di piedi, e
un agitare di braccia come i pali del telegrafo semaforico. La sala era
disattenta, annoiata di quest'assalto che durava troppo e che la stordiva.
Giovanna Casacalenda discorreva col commendatore, ritto dietro di lei, mentre
occhieggiava obliquamente Roberto Gentile, l'ufficiale, in una poltrona, tutto
impettito nell'uniforme nuova.
-
Non tirate di scherma, signor Sanna? - domandò Caterina per animare la
conversazione.
- Come vorresti che tirasse! Se non ha
mai fiato per dire quattro parole - rispose vivacemente Lucia, rendendo al
cugino la malignità.
Per la pietà del pallore di Sanna, la
Lieti arrossì, tremando. Un silenzio imbarazzante si fece nel palchetto. Poi,
come se nulla fosse, Lucia staccò una gardenia dal mazzetto che portava alla
cintura e la diede ad Alberto. Alle guance scarne di costui salì un po’di
sangue: tossì debolmente.
- Hai male,
Alberto? - e gli pose una mano sul braccio.
-
Sì, un poco: è il freddo - disse l'altro con una voce lamentosa di bimbo
ammalato.
- Prendi un ponce per riscaldarti.
- Mi fa male al petto.
Caterina, fìngendo di non ascoltare,
stava tutta intenta allo spettacolo. Il conte Alberti aveva consegnati due
fioretti al maestro Galeota cadetto e al dilettante Lieti. La sala fu di nuovo
commossa. Il maestro Galeota cadetto era un giovinotto bello, elegante, con una
capigliatura bionda e ricciuta, gli occhi azzurri e sfavillanti, una barbetta
bionda e riccia, la carnagione bianca di una donna. La persona giusta, piena di
grazia: un abito di azzurro oltremare con la cintura bianca. Di fronte a lui
Andrea Lieti, come un colosso tranquillo.
- Dio mio - esclamò Lucia - Galeota
pare il Nazareno. Com'è buono e gentile! Purché Andrea non gli faccia male.
Ma Andrea non gli fece male. Fu un attacco
furioso, tempestante, in cui i fioretti si piegavano, stridevano: il fioretto
di Galeota si spezzò nella impugnatura. Alberti fece sostare. Gli schermitori
alzarono le maschere per respirare.
- Come Galeota rassomiglia al
Corredino di Aleardi! - disse Lucia. - Ma tuo marito è un glorioso Carlo
d'Angiò.
L'assalto ricominciava più forte, più
caldo. Tra il romore, ogni tanto, si sentiva la voce tonante di Andrea Lieti: toccato!
Tra il romore si sentiva la voce armoniosa e squillante di Galeota: toccato!
Le signore si entusiasmavano,
stringendo gli occhialini, un po’abbandonate sui parapetti, mentre un fremito
di diletto faceva sussultare il teatro. Lucia, tutta intenta, si premeva il
fazzoletto sulla bocca, ficcando le unghie convulsamente nel velluto rosso del
parapetto. Caterina si era di nuovo fatta indietro, nella penombra.
- Bravo, bravo - gridò la sala alla
fine dell'assalto, presa da un impulso.
Lucia, sporgendosi fuori del palco,
applaudì. Del resto molte altre signore applaudivano. Era un torneo. Lucia
aveva gli occhi dilatati, le labbra tremanti: scatti nervosi la facevano
voltare ogni tanto sulla sedia.
-
Ti diverti, Lucia? - tornò a domandare Caterina.
- Moltissimo - e un impeto di passione
le fece socchiudere gli occhi.
- Senti, Alberto, se non fa troppo
freddo, va un po’giù e facci portare qualche cosa dal buffet.
- Io non voglio nulla - si schermì
Caterina.
- Ma sì, sì: prenderai un bicchier di
Marsala con qualche biscotto.
- Prenderò quel che vuoi - assentì la
Lieti, senza volontà.
- Per me farai portare un gelato,
Alberto.
- Con questo freddo? Mi fai venire i
brividi.
- Io abbrucio. Senti la mia
mano.
E mise un dito del poveretto, dove il
guanto lascia un vano rotondo.
-
Va, fammi portare un gelato. Bada alle correnti d'aria.
- Questo povero Alberto non avrà lunga
vita - mormorò Lucia quando la porta fu richiusa.
- Perchè?
- È minacciato
dalla tisi. Gli è morta così la madre, così gli sono morte due sorelle. Non
vedi come è scarno?
- Non farlo
soffrire allora.
- Io? Ma io gli voglio un bene dell'anima.
Io capisco le sofferenze: già non ho intorno che creature malaticce.
- Quest'ambiente ti nuocerà alla
salute, come dice Andrea.
- Oh, egli è forte il tuo Andrea!
Proprio forte. Oggi, vedi, è il più forte di tutti. Ma non viene mai a vedermi.
- Sai.... non ha mai un minuto di
libertà. Teme di parlar troppo forte, di farti venir l'emicrania.
- Non ama l'ambra, mi pare? - e
sorrise stranamente.
- Il profumo gli fa andare il sangue
alla testa. Gli dirò di venire.
- Senti, Caterina.... egli non ti dà
mai fastidio.... con la soverchia forza? Non hai mai avuto paura di lui? Di
morirgli fra le braccia?...
Caterina spalancò gli occhi, arrossì.
- Come? Non t'intendo. Che vuoi dire?
- Nulla, nulla - fece l'altra,
infastidita. - Prendiamo il gelato, poiché ecco qui Alberto.
Durante tutta la conversazione lo
spettacolo continuava, ora interessante, ora noioso. In fondo, i conoscitori
trovavano che il torneo era splendidissimo e che la scuola napoletana aveva
sempre il primato. Anche le signore discutevano. La Filomarino d'un tratto
aveva dichiarato che Galeota cadetto era un Antinoo, con la sua leale
sfacciataggine di donna tizianesca. In quanto alla marchesa Leale,
l'amante del barone Mattei, era in solluchero: tranquillamente seduta accanto a
suo marito, ella portava sul petto uno spillo rappresentato da due fioretti
incrociati che il barone le aveva donati: il barone portava ricamata sulla
cintura una rosa rossa, emblema della marchesa Leale.
Giovanna Casacalenda non rispondeva
quasi più al commendatore fidanzato, le guance accese, le labbra umide,
eccitata da quell’incrociamento delle spade, da quel trionfo della forza
fisica, saettando con gli occhi Roberto Gentile. Qualcuna si pentiva di aver
trascurato il ventaglio pel manicotto, in quell'atmosfera che diventava sempre
più calda. A poco a poco un vapore rosso saliva verso il soffitto, e le
fantasie eccitate sognavano dappertutto i duelli, fioretti scintillanti, spade
rifulgenti, bòtte segrete, e belle dame plaudenti. Un ardore bellicoso correva
pei palchi e per la platea.
- Ti ha fatto bene il gelato, Lucia? -
disse Alberto.
- No. Abbrucio
più di prima. Vi era il fuoco dentro.
- Forse, uscendo fuori, respirerai
meglio.
- A momenti finisce - osservò
Caterina. - Vi è la poule fra mio marito e Mattei.
Invero questa poule era la più
interessante fra tutte. Stavano di fronte i due forti campioni, Lieti e Mattei,
vigorosi, calmi, sorridendosi. Tacque la sala. Per cinque minuti i due
schermidori giuocarono di fioretto, facendo un ricamo di saluti, di finte messe
in guardia, di finte parate, di posizioni plastiche, tutta una variazione
sinfonica, la cui nota tematica era il saluto cavalleresco. Applausi senza
fine: poi silenzio di nuovo, poiché cominciava il vero assalto. Tacevano i due
schermidori, agili, pronti, sagaci, vivaci all'attacco, vivaci alla difesa,
parando arditamente, liberando il fioretto come nel giro di un anello. Si
valevano. Lieti toccò cinque volte Mattei: Mattei quattro volte Lieti; ma il
trionfo fu uguale. Il pubblico rompeva la gara, acclamando ai campioni. Un
fazzoletto cadde ai piedi di Andrea. Egli esitò un istante: poi lo raccolse
senza voltarsi e lo passò nella cintura. Le donne si rompevano i guanti a furia
di applaudire.
Quando le raggiunse nel palco, Andrea
trovò le signore in piedi che lo aspettavano. Alberto Sanna era andato a
prendere la sua pelliccia nel guardaroba.
-
Buona sera, signorina Altimare, buona sera, Caterina. Ce ne andiamo? - disse
brevemente, con voce dispettosa.
E aiutò sua moglie, che era lì tutta
confusa, a mettersi la pelliccia. Poi, non potendone più:
- Perchè hai fatto quella cosa
ridicola, Caterina? - scoppiò a dire. - Ma ti par bene farsi guardar dalla
gente? farsi burlare?
Ella non rispondeva, gli occhi
chinati, le mani nascoste nel manicotto.
- Tu, una donnina così ragionevole?
Siamo dunque al medio evo? Perdio, esporsi al ridicolo così!
Caterina si mordeva le labbra,
impallidiva, non potendo piangere, non trovando un filo di voce per rispondere.
Lucia stava ad ascoltare, appoggiata allo stipite della porta.
-
Dite del fazzoletto, signor.... Andrea? - interruppe lei lentamente.
- Appunto, il fazzoletto. Bella celia
coniugale!
- Sono io che l'ho buttato, signor
Andrea.... in un impeto di entusiasmo. Eravate molto e molto forte oggi: il
primo campione del torneo.
Andrea restò senza parola, calmato
d'un tratto, sorridendo vagamente. Caterina respirò tutta contenta.
Mentre Alberto Sanna, tornato, offriva
il braccio a Caterina, Andrea aiutò Lucia a mettere il mantello. Questa, con la
testa rivolta verso di lui, lo sguardo filtrante tra le palpebre, le nari
frementi, appoggiò, per infilare le maniche, lievemente le spalle sul petto di
lui: uno sfioramento impercettibile.
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