Matilde Serao: Raccolta di opere
Matilde Serao
L'infedele
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L'infedele.

II.

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II.

 

Luisa Cima ha ventisei anni. È2 piccola di statura, minuta di linee ma non troppo scarna: anzi le spalle hanno una curva molle, le braccia sono rotondette, il collo è pienotto, tanto che ella guadagna sempre nei vestiti da teatro e da ballo, dove tutto questo si può mostrare nudo. Però sembra così esile, così fragile che un nulla pare debba spezzarla. La sua carnagione è di un pallore trasparente che non è senza grazia, poichè si attribuisce a malattia, di cui ella sia convalescente o ad emozione di cui sia in preda: mentre quel pallore è naturale, ella è in perfetto stato di salute e delle sue emozioni nessuno ha saputo mai nulla. Spesso, però, quando Luisa Cima ride, o quando cammina presto, o quando balla, ondate lievi di sangue passano sotto quella carnagione bianca e se le tolgono la sua aria interessante, la fanno ridiventare giovanissima, una fanciulla che sia sposa da un anno.

I capelli di Luisa Cima sono nerissimi, di una grande finezza, morbidi, così lucidi che paiono bagnati e malgrado che sieno molti, per la loro finezza e per la la loro morbidezza, si possono chiudere in un pugno: ella li rialza poco più su della nuca, in molle disordine, con una grossa forcinella di tartaruga bionda, una sola, che ne trapassa il nodo e lo sostiene: qualche ciocchetta lieve ne sfugge: sotto la linea nera che essi formano, rialzati tutti sulla fronte e sulle tempie, la fronte si distacca, più vividamente pallida. Gli occhi di Luisa Cima sono oscuri, di tinta incerta. Ma oscuri, non neri: vi è chi li ha visti marrone oscuro e chi grigio scuri: mai neri. La loro espressione è sempre duplice: tenerezza e malizia, miste insieme. Spesso vi è lotta intima, fra queste due espressioni: vince l'una o l'altra, secondo il momento. Talvolta la tenerezza degli occhi di Luisa va sino al languore e quasi quasi vorrebbe far credere a un sentimento segreto: talvolta la malizia sopraffà la tenerezza e diventa impertinente, prepotente, provocante. Ma il loro stato naturale d'espressione, di questi occhi, è una dolcezza infantile mista a una scintillante malizia. A guardarli bene. però, questi occhi sono scoraggianti. La sua limpidità è assoluta. Mai profondità di pensiero li fa maggiori di , mai velo di lacrime li intorbida, mai nuvola di tristezza li appanna: quello sguardo non è mai errabondo, mai sognante, mai vago: ha una nitidità, una precisione, che taglia di un colpo solo, tutti i vagabondaggi della fantasia. Niente di segreto. - Essi non mostrano che quello che sono. E così, questi sono sinceri, perchè dicono, senza reticenze e senza indecisioni, lo stato di animo di Luisa Cima: tenerezza molta mista di malizia. E sono sempre le stesse parole, poichè gli occhi sono sempre gli stessi e non altro.

La bocca di Luisa è formata di labbra sottili e pallidette nel loro roseo tenue: i minuti denti, bianchissimi, nel sorriso che li scopre tutti, lasciano vedere una gengiva esangue anche essa. Luisa sorride quasi sempre: a bocca chiusa e pensosa, il suo volto è molto meno seducente, come accade a tante altre donne. Invecchia, questo volto: impallidisce anche più. Ella, quindi, sorride facilmente, di tutto, anche quando dice qualche cosa di serio, anche quando dice, spesso, qualche cosa di duro. La sua voce è infantile, un po' trillante, un po' roca, un po' interrotta, spesso, da improvvisi languori, da stanchezze brevi: Luisa parla presto, molto, restando talvolta senza fiato, con le labbra schiuse, come un uccellino che abbia allora finito di cantare. Le mani sono magrette, lunghette, bianche, con le unghie scintillanti, troppo scintillanti, come l'onice: ella cambia nervosamente spesso, gli anelli, troppo numerosi, anelli gemmati da una mano all'altra, con un moto quasi continuo. Luisa Cima porta dei vestiti senza strascico, rotondi, semplici: delle giacchettine attillate e brevi, delle mantelline da bimba, delle grandi cravatte di merletto dove, la sua testina pare che s'immerga per disparire: dei colletti di pelliccia tutti irti dove essa sembra, ancora una volta, un uccellino freddoloso: dei cappellini fatti con un fiore e con un nastro, con una farfalla e una veletta, dei cappellini fatti di niente. Sulla sua piccola persona vi è sempre una cosetta carina e originale, una fibbia, un fermaglio, un nodo di nastro, un gingillo sospeso alla cintura, qualche cosa di luminoso e di vezzoso, talvolta di vezzoso e di abbagliante che attira gli occhi e li respinge. Ella, porta degli orecchini enormi e pesanti, di smeraldi, di turchesi, alle sue piccole orecchie troppo bianche: dieci o dodici cerchiolini di oro, sottilissimi, al braccio, che tintinniscono sempre e a cui è sospesa una perlina. Si dice che le perline formino un nome. Quale nome? Forse due nomi, perchè sono molte. Moltissimi anelli, dei ventaglietti antichi e preziosi, ma sempre preziosi: e i guanti, solo i guanti, sulla sua persona, oltraggiosamente profumati.

Poichè nella donna bisogna desumere il suo tipo morale specialmente dal suo tipo fisico, dal suo modo di vestire, di camminare, di parlare: da quanto si è detto, Luisa Cima pare una di quelle creature deboli, gracili, che traggono, per contrasto, vivacità dalla loro debolezza e che hanno delle vibrazioni squisite nella loro gracilità. Ella pare, anche, delicatissima come se uscisse allora da una infermità che l'ha estenuata e come se riprendesse allora le sue giovanili e tenere energie. Certo è questo: che non possedendo nessuna bellezza, non avendo nessuna formosità, non facendo mostra di nessuna grande qualità estetica palese, questa donna è seducente. Quando è in una sala, in un teatro, dove deve tacere, stare quieta, in silenzio e al riposo, ella sembra una donnina insignificante, poco sana anche, anemica, senza nessun genere di attrazione: e può essere, è trascurata. Ma, l'ora passa: ella si muove, si leva, parla, sorride, va, viene, compare e scompare, gira, danza, pare che si spezzi in due, si gitta estenuata in una poltroncina, coi grandi occhi limpidi, maliziosi e teneri bene aperti, con la bocca socchiusa e la sua attrazione vincola, lentamente. L'uomo ha cominciato per considerarla come un qualunque inutile e trascurabile piccolo elemento muliebre: poi, la sua attenzione benevola ha pensato che Luisa Cima sia una cosetta carina e infine, infine, quando il fascino si è sviluppato, che Luisa Cima sia un prezioso piccolo gioiello. Sovratutto poichè l'uomo è un buon tiranno pietoso, un affettuoso tiranno protettore, lo lusinga la debolezza di questo tenue fiorellino, mancante di colore, piccolo fiore freddo - le manine lunghette e magrette di Luisa Cima sono sempre fredde - e la vanità della protezione lo spinge alla compassione e la compassione tende all'uomo, da quella donna, il suo maggiore tranello. Oh la donna sa farsi anche più minuta, più piccina, tutta trepida di misteriose paure, tutta tremante di freddo a un soffio, con quel volto da cui sparisce così facilmente il sangue, dove solo i maliziosi, assai più maliziosi che teneri occhi vivono alacremente: ella chiede, in silenzio, di essere protetta, sorretta, presa, chiusa nelle braccia, difesa contro tutto e contro tutti, carezzata sino alla voluttà, anche sino al delirio, lo chiede col tenerissimo languore del suo sguardo, in cui la malizia nasconde il suo trionfo!

Così, desumendo sempre da quello che essa fa, quello che Luisa è, si forma la figura morale di una donnina perfida. La parola perfida non basta: si può arrivare a perversa. Questa donna, sovra tutto, non ama che se stessa, così follemente, che quasi mai l'egoismo fu spinto a tale estremo segno. Ella si adora. Quando pare che ella ami follemente qualcuno, è per qualche segreta soddisfazione crudele del suo egoismo. La medesima felicità che al suo amante è fatta di egoismo e di perversione. Ne ha avuti due, di amanti, oltre il marito: il terzo amante è stato Paolo Herz. Ebbene, tutti e quattro, poichè il marito anche è stato suo amante, poichè ella è ritornata a lui tre volte tutti e quattro sono stati presi ed abbandonati, così, per capriccio caldo che parea passione, sono stati lasciati per fastidio improvviso; e niuno l'ha dimenticata, mai, neppure il marito, tutti hanno desiderato il suo amore, ardentemente, dopo l'abbandono. La sua perversione ha seduzioni latenti, prima, poi palesi, poi sfrontate: e infine, ella rimane nel sangue di coloro che l'hanno amata, come una infermità corrompitrice. Nell'egual modo come una donna leale, nobile e generosa ha bisogno di vivere continuatamente nell'esercizio di queste virtù, e di questi puri elementi nutrisce con compiacenza l'anima sua, così Luisa Cima chiede, per esser felice, di poter compire gli atti capricciosi e crudeli che le ispirano i suoi istinti di perfidia e di perversione. Ella non sa amare vivere che così: obbedendo alla mobilità del suo temperamento, vincendo un uomo ogni volta che le piace di vincerlo, inebbriandolo di amore e di dolore, abbandonandolo solo, fiacco, perduto, quando quest'uomo non le piace più, tradendolo immancabilmente, colmandolo di quante amarezze una vera perfidia possa versare nel cuore di amante, non solo tradendolo, ma avvelenandolo, non solo tradendolo, ma ridendo di lui, altrove, con altri, togliendoli, così, l'ultimo dovere e la ultima illusione. Pure, questa natura muliebre ha grandi scoppii di sincerità: la verità brutale le piace. Essa, a un certo momento, non si cura di fingere più. Come è, è. Ella non inganna: non tradisce. Quando ha tradito, lo dice, lo dichiara, lo sostiene, lo proclama, se ne vanta. Chi la vuole, deve accettarla come è. Chi la prende, si al più orribile fra i perigli sentimentali.

Luisa Cima, in questa storia di amore, è la tradita.

 

 

 





2 Nell'originale "E". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]



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