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IV.
Per la prima
rappresentazione del San Carlo, in quella sera di Natale, si dava la più
drammatica opera di Meyerbeer: Gli Ugonotti. La prima serata del massimo
teatro costituisce sempre un avvenimento per il gran pubblico napoletano,
qualunque opera, vecchia o nuova, vi si dia: ma quando l'opera è di quelle che
appassionano, l'interesse diventa grandissimo. Le duemila persone, fra uomini e
donne, che costituiscono la vita mondana di questa città di mezzo milione di
abitanti, si agitavano da qualche giorno, nelle visite, nelle conversazioni,
nei caffè, in tutti i ritrovi, prevedendo che la serata sarebbe stata
magnifica. Cantavano negli Ugonotti la De Giuli Borsi e Roberto
Stagno: in quell'opera il pubblico li doveva udire per la prima volta, mentre
già li conosceva, o per fama, o per averli uditi in altre opere. Così che, per
tre o quattro ragioni palesi, o per moltissime ragioni nascoste, le duemila
persone, in quel giorno di Natale, trasformarono le occupazioni, o gli ozii
della loro giornata in modo da poter essere pronti alle otto, in marsina gli
uomini, in eleganti e ricche vesti da ballo le signore; tutti sacrificarono o
la passeggiata, o le visite, o l'ora del pranzo, o la siesta del dopo pranzo,
per avviarsi al teatro. E tutto intorno all'arcata elegante del portico, vicino
alle porte piccole e alle grandi, dalle sette e mezzo, sotto la luce divampante
delle fiammelle a gas, era un formicolio di gente che arrivava a piedi, col
bavero del soprabito rialzato, mostrando sotto il cappello di seta a soffietto,
la faccia rasa di fresco, coi mustacchi arricciati, o la barbetta castana
tagliata in punta; altri arrivavano, bene imbacuccati, in carrozza da nolo, e
discendevano, con un leggero salto, innanzi alla porta, sulla piazza San
Ferdinando, accanto ai pompieri; mentre sotto il portico, innanzi alla porta
centrale, coi due battenti foderati di drappo rosso, arrivavano continuamente
gli equipaggi signorili, si fermavano, la portiera della piccola ed elegante
carrozza si schiudeva con un rumor sordo, e le signore, tutte avvolte nei
mantelli di velluto rosso foderati di pelliccia, o nelle brevi mantelline
bianche ricamate d'oro, col capo nascosto nelle leggere sciarpe di garza,
posavano il gentil piede calzato di seta bianca, dalla scarpetta di raso
bianco, sullo scalino, e in un sol movimento erano dentro. Le carrozze, al
trotto, arrivavano sempre, ed era uno schiudersi e un richiudersi dei due
battenti rossi, continuo; dall'apertura si vedeva il duplice bianco scalone e
il gran pianerottolo vivido di luce, brulicante di gente, la quale ascendeva
pian piano, già tranquillizzata, già assorbente da tutti i sensi, da tutti i
pori, il piacere intellettuale e sensuale dello spettacolo, pregustando quello
che avrebbe avuto nella sala: e gli eleganti, fermi sugli scalini, sul
pianerottolo, col soprabito aperto che mostrava il candido petto della camicia,
col cappello a soffietto inclinato sull'orecchio, fumando un'ultima sigaretta,
guardavano le signore che giungevano, che salivano le scale rapidamente, col
capo chino, tenendo raccolto lo strascico di broccato, e così, gli eleganti, i
galanti, gli innamorati, preludiavano alle contemplazioni della sala.
Le fanciulle,
senza strascico, vestite di abiti leggeri e chiari, con certi sciallini rosei o
azzurri che stringevano loro le spalle, coi capelli intrecciati sulla nuca, o
buttati giù sulle spalle, a onde crespe, sogguardavano obliquamente, con
quell'occhio che pare immerso in un sonnambulismo, e che intanto vede tutto.
Alle otto, sotto il porticato, per le scale, pei corridoi, la circolazione era
difficile e da tutte le parti si udivan voci che chiamavano il custode dei
palchi, mentre le signore raggruppate, appoggiate ai muri, formanti un quadro
di stoffe seriche, di ricami, di merletti, di gemme, di teste incappucciate,
aspettavano che si aprisse. Frettolosamente, uomini in marsina, col soprabito
lungo aperto, andavano e venivano, portando un ventaglio, una pelliccia
femminile: e dei servitori in livrea che avevano accompagnato sino al palco
delle signore, se ne andavano, scialbi sotto l'alto cappello incerato, dalla
coccarda lucida. Ogni volta che i battenti delle porte foderate di rosso, con
l'occhio ovale di cristallo, si chiudevano, degli sbuffi d'aria calda
ondeggiavano, e intorno al teatro era un romorìo sempre vivo di carrozze, di
venditori di libretti, di trams che passavano, fischiando: sopra, dalle
scale ai pianerottoli, ai corridoi, alla terrazzina, nasceva un silenzio, la
gente si diradava, assorbita dai palchi, dalla platea, dal loggione. Alle otto
e un quarto non vi era nessuno: San Carlo aveva preso tutta la folla mondana
napoletana, col duplice fascino dell'arte e del piacere.
Nella sala,
dalle sette e mezzo, era un ciarlìo sommesso di gente che arrivava, uno
schiuder fragoroso delle porte dei palchi, un abbassar con un colpo secco delle
panchine, delle sedie, un segar di violini e di viole che si accordavano,
curiosamente. Alle otto meno cinque minuti, il gas si alzò; e dal maestoso
sipario che il Sanquirico dipinse così largamente, con fare antico, al fondo
rosso e oro – rosso austero e oro smorto – di tutta la sala, dalla nera e
bianca falange di eleganti che si ergeva, fitta, dalle poltrone, alla gloriosa
colonna di donne ingioiellate, nei palchi, dalla fittissima platea nereggiante
di folla, alle estreme altitudini del lubbione, fu come un lungo sospiro di
sollievo, e il brusìo della gente che erasi fatto forte, cadde a un tratto, nel
rispettoso silenzio dell'aspettazione.
Nei palchi
qualche signora si teneva indietro, contenta di esser giunta a tempo, ma non
volendosi far vedere troppo presto, ancora chiusa nel mantello, guardando negli
altri palchi, per vedere chi vi fosse; altre più impazienti, erano già al loro posto:
e chi vestita di chiaro, fra le sete e garze, aveva l'aria di emergere da una
rosea e azzurrina nuvola, chi vestita di nero velluto, scollacciata, sembrava
una statua, sgorgante dalla linea netta di quell'abito. Dei grandi ventagli di
piume bianche già ondeggiavano, con un moto assai molle: dalle poltrone, dove
gli eleganti, in piedi, voltavano le spalle al palcoscenico, era un
occhieggiare, un accennare, un ricercare con l'occhialino, ansiosamente, un
girar la testa, ogni volta che un palco si schiudeva.
Adesso, a
ogni rumore più forte, era un zittìo, come se l'opera fosse incominciata; e
ogni tanto, vi erano dei minuti di profondo silenzio. La sala del San Carlo
nella magnificenza della sua architettura, nella ricchezza dei suoi ornati,
fulgidamente illuminata, piena zeppa, fa sempre questo effetto di stupefazione,
sulla folla istessa che ne aumenta la imponenza.
Laura e Anna
Acquaviva, accompagnate dalla loro damigella di compagnia Stella Martini, erano
giunte in teatro alle otto, ed avevano preso posto nel palco numero diciannove
di seconda fila. Le due sorelle erano vestite di bianco, di una seta bianca,
fine e molle: ma tranne che nel colore e nella stoffa del vestito, esse erano
dissimiglianti. Laura aveva fatto adornare il suo vestito di garze bianche, di
lievi veli bianchi, in modo di avvolgere tutto il busto in una candida e
verginale vaporosità, e gli stessi guanti sottilissimi, trasparenti, di seta
bianca, erano attaccati con un nastrino bianco sull'alto del braccio, dove la
leggera manica giungeva; i capelli fulvi e un po' ricciuti, formanti un nimbo
dove la luce si frangeva sulla fronte e sulle tempia, erano rialzati sul sommo
del capo, in un nodo che pareva di oro brunito, e il viso ovale e roseo, dai
grandi occhi bigi e sereni, aveva una freschezza ammirabile. Anna portava il
busto del suo vestito di seta un po' aperto, con un giro rotondo di trina
bianca, che si arrovesciava infantilmente, lasciandole il collo scoperto: un
nastro di velluto nero glielo cingeva; si vedeva un po' del braccio nudo, fra
la manica e il guanto; tutto il carattere della sua persona era preciso, ben
lineato, un bel corpo giovanile che si disegnava nitidamente, scultoriamente. I
folti capelli neri lasciavano scoperta la fronte e le tempia, con una linea
curva ferma e vigorosa: non un ricciolo, non una ciocca si abbandonava: i
capelli erano poi raccolti dietro, sulla nuca, in una grossa massa che posava
sul collo. Adesso, dopo la malattia sofferta, il viso di Anna si era un po'
affinato, fatto più pallido, quasi spiritualizzato: più profondi i neri occhi
buoni, e una piccola ombra vi rimaneva, sottolineandoli, parendo ella fosse
stata segnata colà dal dolore, per sempre; e in tutta la sua fisonomia vi era
qualche cosa di vago, di distratto, nello sguardo, nel sorriso: sembrava che
l'anima non si fermasse mai più sopra niente. Ogni tanto ella si facea vento
col ventaglio di pizzo bianco e restava immobile, cogli occhi levati, assorta;
ma si scoteva subito. Stella Martini che l'accompagnava dovunque, e più
volentieri di tutto al teatro di musica, perchè la musica ridestava tutte le
memorie della sua vita sfiorita, si era messa un po' indietro: Anna aveva preso
il primo posto, Laura il secondo; il posto in mezzo era vuoto. Subito gli
occhialini dei giovanotti si erano rivolti su loro, così diversamente belle,
così variamente seducenti: le figlie di Francesco Acquaviva non avendo parenti
che le accompagnassero, solo al San Carlo era possibile vederle un poco: erano
belle, attraenti, avevano una grossa dote: solo di una, della bruna, si diceva
che era stravagante, che avea avuto un grande amore infelice, per cui era stata
prossima alla morte; ma era una diceria incerta, niente altro. Le guardavano,
perchè erano della loro società, degne di diventare delle belle spose; ma le guardavano
fuggevolmente, poichè le fanciulle non si guardano, in teatro, nè altrove, se
non quando si vuole sposarle.
Poi, apparve
in un palco la bellissima contessa di Alemagna, la bruna dagli occhi azzurri e
dalle spalle magnifiche, vestita di rosso vivo, con una collana di grosse
perle: tutti si rivolsero a lei. L'opera cominciava, diretta da Carlo Scalisi:
il pubblico era immobile, pietrificato nell'attenzione. Le donne nei palchi,
non battevano palpebra, vinte immediatamente, nella sensibilità, dall'onda
musicale. Nel palco Acquaviva si taceva; e le due fanciulle serbavano innanzi
alla gente, lo stesso contegno silenzioso della casa, poichè Laura pareva che
in privato e in pubblico non volesse mai dire nulla, che non avesse niente da
dire: ed era così calma, pareva così felice, che Anna, piena per lei di una
devozione e di una tenerezza, tanto più grandi perchè non si espandevano, non
la interrogava, rispettando quella pace. Ora che il divo tenore Roberto Stagno
si avanzava, per filare la romanza dove Raul parla della sua Valentina, vi fu
un movimento in teatro, uno di quei lunghi ondeggiamenti della folla, che si
commuove all'attenzione. Laura guardava in un punto della sala, naturalmente, e
un impercettibile sorriso le apparve sul perfetto arco chiuso delle labbra; non
così impercettibile che Anna non lo vedesse. Anna trasalì e seguì lo sguardo di
Laura. In un palco di prima fila, al numero quattro, dirimpetto a loro, era
apparso Cesare Dias, in marsina, portante sul viso bello e sfiorito di uomo
quarantenne, la fittizia eccitazione delle sue serate, correttissimo, del
resto, con quel misto di figura meridionale consumata dagli anni e dalla
esistenza a oltranza, e di contegno inglese; con lui era un giovane gentiluomo.
Si sedettero innanzi, subito, fra gli applausi che la folla profondeva a
Roberto Stagno, artista squisito. Adesso Laura non guardava più, e invece Anna,
assorbita, teneva gli occhi fissati sul palco di Cesare Dias. Costui parve
sentisse il magnetismo di quella occhiata lunga, insistente, poichè si voltò a
guardare: ma non sorrise, nè salutò, solo disse qualche cosa al suo compagno,
che prese l'occhialino e lo puntò sul palco delle sorelle Acquaviva. Il giovane
gentiluomo era di statura media e prestante: una barbetta bionda, tagliata rada
sulle guance, gli dava l'aria di un ritratto antico del Tiziano. Sulla fronte
molto bianca erano sprezzantemente gittati indietro i capelli biondo-castani,
molto più scuri della barba, e gli occhi castani avevano molta dolcezza.
Scambiava qualche parola, ogni poco, con Cesare Dias, ma non si voltava mai al
palcoscenico; occhieggiava la sala mostrando di essere venuto colà per un
interesse personale, senza curarsi della musica.
Anna guardava
in quel palco; se lo spettacolo della scena la distoglieva, era per un breve
momento: quasi a ingannare se stessa, prima degli altri, ella dava un'occhiata
in giro, fissandosi qua e là, ma senza la vivacità di chi vede e di chi ammira.
Ma quando, fatalmente, Anna ritornava con l'occhio al palco numero quattro, di
prima fila, dove Cesare Dias, torcendo macchinalmente il nero mustacchio,
ascoltava la musica, senza punto volersi voltare alla sala, ella restava
immobile: e i bruni occhi man mano pareva diventassero più vividi nella loro
nerezza, una luce li allargava, e tutta la fisonomia, pur restando pallida, ne
era irradiata. Ella stessa, forse, non misurava la forza di quel misterioso
fascino che le si addensava intorno e a cui si abbandonava, senza tentare di
difendersi; era qualche cosa di avvolgente che nasceva da quella dolce musica
dove pur fremevano, dentro la dolcezza, tante malinconie, donde sgorgavano,
dalla dolcezza, grida strazianti di cuori angosciati: nasceva dal dramma che si
iniziava sul palcoscenico, sospirato, pianto nella musica, e da quel fulgore di
sala che aveva visto tante cose, che aveva racchiuso tante emozioni, e da
quella gente agglomerata, piena di segrete passioni; nasceva da una causa
interna, ignota ancora, ma così dominante il debole cuore di Anna Acquaviva,
che ella, senza combattere, vi si lasciava andare. Erano, intorno a lei, dei
veli leggeri e sottili che scendevano, scendevano, come un fumo chiaro, come
una chiara nuvola e che si affittivano, si affittivano, sino ad avere una
densità impenetrabile: ondeggiava, sì, intorno a lei, la nuvola luminosa di
quel fascino, ma ella era presa, Anna Acquaviva, ella era assorbita e pur non
sapendo nè come, nè perchè, pur non vedendo nulla oltre quella nuvola, sentiva
avvinghiata per sempre la sua volontà, senza tentativo di liberazione, tremando
di gioia a quella cattività.
– Quello è
Luigi Caracciolo – disse ad un tratto Laura Acquaviva, quasi rispondesse a
un'interrogazione.
– Chi? –
domandò Anna, che non aveva udito.
– Luigi
Caracciolo: quello che sta con Dias.
– Ah! – fece
l'altra chinando gli occhi.
E di nuovo,
come il fiore del girasole magicamente si volta sempre alla divina luce di
Apollo, scaturendone la propria vita e l'azione della propria vita, restando,
anche nell'ombra, rivolto verso l'occidente dove Apollo tramontò, rivoltandosi
magicamente alla mattina, verso l'oriente dove Apollo deve sorgere ancora a dar
fiamma di forza e di amore alle cose, così Anna Acquaviva si rivolse nuovamente
al palco di prima fila, numero quattro, dove stavano insieme Cesare Dias e
Luigi Caracciolo. Tutto il resto del teatro, dal palcoscenico alla platea,
dalla platea alle ultimissime file dei palchi, le sembrava messo in gran
confusione di colori e di linee, di luci tremolanti, di ombre scialbe e
vaganti, dai profili indistinti, mentre tutto il fascio della luce le pareva
rivolto in quel piccolo centro: e quel breve spazio dove due persone vivevano,
era così lineato precisamente, così forte nel suo disegno, così staccato sul
fondo scuro, che la stessa sua visione, nitida e tagliente, le faceva
abbarbagliare gli occhi.
Ma sentivano,
colà, il magnetismo di quegli occhi incantati, abbagliati? Cesare Dias, un po'
sdraiato al suo posto, col capo appoggiato allo stipite del palco, col braccio
allungato sul velluto rosso del bordo, ascoltava la musica di Meyerbeer, e solo
sbadatamente, talvolta, si girava a dare un'occhiata alla sala, un'occhiata
fredda, dell'uomo che sa di trovar sempre le stesse persone, allo stesso posto,
che non se ne annoia, ma che non può dimostrare nè meraviglia, nè piacere.
Invece Luigi
Caracciolo non si sdegnava neppure di dare la sua attenzione alla musica, di
cui cominciava il finale del primo atto, dove già fioriscono dolorosamente le
commozioni degli atti seguenti; Luigi Caracciolo, carezzante, ogni tanto, la
barbetta bionda, mentre un fino sorriso gli si disegnava sulle labbra rosse che
avevano del femminile, guardava le signore, e quando prendeva l'occhialino di
madreperla iridiscente, lo fissava sul palco delle Acquaviva. Subiva egli il
magnetismo? Chi sa! Guardava. Quando il sipario cadde e Roberto Stagno venne al
proscenio, Luigi non levò le mani per applaudire. Guardava nel palco delle due
fanciulle. Cesare Dias gli disse una parola; si levarono e uscirono. A un
tratto, tutte le cose intorno ad Anna parvero scolorate ed ella si buttò
indietro; il luminoso teatro si era trasformato in un grande vuoto oscuro,
silenzioso.
– Stagno
canta divinamente – osservò Stella Martini.
– Sì –
rispose Laura. – Non vi pare che esageri?
– Non mi
pare.
– Allora, è
la musica che è un po' esagerata.
Anna non
udiva, aveva gli occhi socchiusi. Nel teatro era un rumorìo, di nuovo, di porte
aperte e richiuse, un fruscìo di persone che si muovevano, un maggior agitarsi
di ventagli, un cambiar di posto di uomini, di signore, un alzarsi e abbassarsi
di occhialini, mentre le poltrone restavano deserte. Il giro delle visite era
cominciato; i mariti, i fratelli, uscivano dal proprio palco per lasciar posto
ai visitatori, andando essi stessi a far da visitatori altrove, un chiacchierio
leggero si elevava, mollemente, dai palchi di prima e seconda fila al lubbione,
dove studenti, operai, commessi di negozio, s'inchinavano incuriositi,
abbagliati. Tristemente, fra le palpebre socchiuse, Anna Acquaviva guardava
quel palco di prima fila, vuoto, pieno di ombra, e le pareva di esservi entrata,
in quella tenebra, smarrendovisi, in una notte lunga, simile al girasole che
languisce, nelle interminabili ore che il sole scompare. A un tratto, sempre
parendo di gittare così una notizia, a chi voleva o non voleva udirla, Laura
disse:
– Luigi Caracciolo
e Cesare Dias sono dalla contessa d'Alemagna.
Anna si volse
subito, prendendo l'occhialino. Essi erano colà, da varii minuti, dirimpetto
alla bellissima signora vestita di rosso, seduti uno accanto all'altro, in modo
che si vedevano i due profili, il pallido e nobile profilo di Cesare Dias e il
profilo giovanile, un po' insolente, di Luigi Caracciolo. La contessa
d'Alemagna, una viennese assai intelligente, assai spiritosa, parlava loro
vivacemente, battendo sul bordo del palco, a colpetti brevi e leggeri, il suo
gran ventaglio di piume rosso fuoco; e doveva dire certamente qualche cosa
d'interessante, poichè i due uomini sorridevano, si vedeva l'angolo del loro
sorriso, e aggiungevano qualche parola di commento, ogni tanto, che la contessa
d'Alemagna ascoltava con la sua aria intellettuale, riprendendo subito la
conversazione. Le fanciulle Acquaviva non dicevano nulla, fra loro: ma mentre
Anna aveva lasciato l'occhialino, deponendolo sulla sedia di mezzo, un piccolo
strato di pallore si distendeva sulle guance brune, scacciandone quel po' di
sangue, che il calore del teatro vi aveva chiamato.
– Vi sentite
male? – le chiese premurosamente Stella Martini, impensierita, poichè era la
prima volta che la fanciulla andava in pubblico dopo la malattia, la convalescenza
e il lungo periodo di riposo.
– Nossignora,
grazie – mormorò la fanciulla impallidendo sempre.
– È forse il
caldo: aprirò la porta del palco – soggiunse maternamente la damigella.
–
Laura, siedi qui – pregò Anna, levandosi.
Mentre la sorella
si metteva al suo posto, Anna andò in fondo al palco, di cui Stella Martini
aveva socchiuso la porta. La ragazza si appoggiò allo stipite, respirando
lungamente, con gli occhi chiusi. La buona donna le prese la mano, che rimase
inerte nel guanto di seta bianca, fra le sue.
– State
meglio, mia cara?
– Grazie,
molto meglio: era il caldo.
E tentò di
ritornare innanzi, fatalmente attratta: ma Stella Martini la trattenne, temendo
che il caldo la disturbasse di nuovo. Anna restò, respirando l'aria fresca che
veniva dai corridoi. Lo scricchiolìo dei passi e il chiasso delle porte
continuava: l'intervallo mondano del gran teatro napoletano si svolgeva, in
tutta la sua leggiadra frivolezza e in tutta la sua sentimentale profondità.
– Vi
piacciono assai gli Ugonotti, Stella? – disse Anna, per dir qualche
cosa, per liberarsi, anche un minuto, dalla suggestione di tornare innanzi a
vedere che succedesse nel palco della contessa d'Alemagna.
– Assai: e a
voi?
– A me,
immensamente.
– Temo –
soggiunse la buona donna – temo che, dopo, vi piacciano anche troppo. Sapete...
al quarto atto... non proverete forse una impressione molto forte?
– Non
importa, Stella – replicò la fanciulla, con un pallido sorriso.
– Vogliamo
forse andar via, prima del quarto atto? Se i vostri nervi ne dovessero
soffrire...
– Io non
soffro – mormorò ella, parlando a sè – o meglio, amo soffrire così.
– Abbiamo
fatto male a venire – disse Stella, crollando il capo.
– No, no,
Stella: lasciatemi stare, io sto bene, io sono felice, non mi levate di qui.
Se ne andò
innanzi, al secondo posto, di fronte a Laura. Costei aveva continuato a
guardare la sala co' suoi limpidi occhi, e non aveva udito nulla del piccolo
dialogo, fra Stella e Anna. E quando Anna si fu seduta, le dette la notizia:
– Cesare Dias
e Luigi Caracciolo non sono più dalla contessa d'Alemagna.
– Già – disse
Anna, sordamente.
– Forse
verranno qui – soggiunse Stella Martini che aveva ripreso il suo posto, accanto
a Laura, adesso.
– No, no,
l'intervallo è finito – disse indifferentemente la bellissima creatura.
–
Finito – concluse Anna, con voce strozzata.
Di nuovo,
silenzio nella sala, per il secondo atto.
Ancora
qualche licenziamento discreto, nei palchi, una stretta di mano, una parolina
sussurrata, lasciandosi. Qualcuno, più familiare, restava; insediato, deciso a
non muoversi: restava chi per anni di amore, di devozione, di consuetudine, di
tacita indulgenza del mondo aveva acquistato un diritto di passar la sua serata
con la donna che aveva amato, o che lo aveva amato; restavano coloro che
avevano così bene guadagnato, più del cuore della moglie, il cuore del marito,
tanto da diventare indispensabili, più come amici che come amanti.
Dove si era
seduta adesso, Anna Acquaviva, al secondo posto, vedeva meno bene il palco
numero quattro, di prima fila; per guardarlo, doveva voltarsi un poco,
lasciando vedere tutto il suo interesse. E mentre Cesare Dias e Luigi
Caracciolo, di ritorno dalla visita fatta alla contessa d'Alemagna e da un giro
pei corridoi, fumando una sigaretta, si rimettevano ai loro posti, mentre ella
si sentiva riprendere da quella mano ignota, rapita in una speranza e in un
desiderio, parve ad Anna che tutti la osservassero nel suo fatale acciecamento
e sorridessero del sentimento, che ella non riesciva a celare. Per due minuti le
battè il cuore così precipitosamente, sotto la gola, per la vergogna di essere
stata sorpresa, che le sembrò di morire lì, mentre invece di arrossire,
impallidiva. E a malgrado la nebbia, in cui le appariva la folla, a malgrado
che i suoi occhi, guidati dal cuore, le mostrassero solo quello che le piaceva
di vedere, quando, per darsi un'aria disinvolta, si fermava a considerare la
gente estranea, a lei indifferente, il sottil velo si levava dalle cose
circostanti che apparivano, nella loro verità, così chiare, così luminose nella
loro manifestazione! E in un palco dove una snella donna stava assorta, udendo
lo note del copri-fuoco famoso, senza scambiare una parola con suo
marito. Anna ben vedeva dove i distratti e profondi sguardi della donna si
posavano, così, naturalmente, attratti da un sol punto, anche essi; ma da certe
palpebre abbassate di fanciulle immerse nel loro abituale sonnambulismo dei
venti anni, ella bene vedeva, Anna, scivolare obliquamente la scintilla di
un'occhiata, chi sa dove diretta; ma in certi palchi, dietro le candide spalle
di una signora, dietro la testa immobile dalle ciocche brune capricciosamente
pettinate, bene vedeva Anna il profilo di colui che le sedeva alle spalle, in
penombra, vigile al suo posto, obbediente alla sua consegna, costante se non
fedele, mentre la signora era serena, raggiunto l'equilibrio nella tranquillità
del cuore e dei nervi.
Ah divine,
divine sgorgavano le note di Meyerbeer dall'orchestra sapiente e dalle sapienti
gole dei cantanti, ascendevano in fluttuanti onde al cielo alto della sala,
frangendosi mollemente, carezzando le orecchie e le anime degli ascoltanti; ma
indotti dall'amore, ma fatti più passionabili dalle suggestioni invincibili
della musica, quanti volti concentrati in una sola espressione, quanti occhi
immersi nel languore di una lunghissima contemplazione, quante rosee bocche
ferme, taciturne, frenanti le dolci parole dell'amore, soffocanti le sillabe di
un nome adorato, dandosi solo a un sorriso che aveva l'espansione di un fiore,
fiore eterno dell'anima, fiore parlante dell'amore: quanti pallori che si
allargavano sui volti impercettibilmente e li trasformavano, unico segnale di
una emozione repressa: quanti vividi colori ascendevano alle candide fronti
dando loro l'esaltazione di una celestiale speranza! Ella, sì presa dalla
sconosciuta mano del suo destino, si perdeva nella contemplazione di
quell'unico punto del teatro, le labbra un po' schiuse, gli occhi morenti di
dolcezza, fremendo a ogni frase larga e amorosa della musica; ma intorno
intorno, anche le altre, anche gli altri, tutti quelli che erano giovani o si
sentivano ancora giovani, tutti quelli che avevano un cuore ardente, una
fantasia mobile, dei nervi vivaci e la fede nel loro avvenire, tutti quelli che
si pentivano della mala scelta, tutti quelli che avevano già errato, senza
pentirsi dell'errore, ma pentendosi della persona, infine tutti i neofiti,
tutti i catecumeni, tutti i peccatori, tutti i penitenti dell'amore sentivano
la fatal legge della passione, nascente o morente, vigorosa o languida,
fiaccola riattizzata dalla musica, dalla notte, dal calore, dal bisogno del
cuore, vampa più alta per l'arte, per la bellezza, per la seduzione, per la
ricchezza. Invero, quella gran sera, a S. Carlo, era un focolaio incandescente
di passione, dove segretissima, dove trapelante appena, dove così manifesta che
era impossibile non vederla, e la dolorosa sorpresa d'amore di Valentina, il
dramma vibrante nell'anima di Raul erano due anelli di quella lunga e forte e
salda catena passionale, che vincolava tutti i cuori colpiti dalla fatal legge.
Non sola, Anna; forse, neppure prima, poichè ella non poteva sapere quanti
sgomenti, quanti pericoli, quanti strazi nascosti, in tutti quei cuori. E un
rivolgimento di gioia, di abbandono, si fece nel suo spirito. Le sembrò di non
esser più colpevole, di essere stata assolta da ogni suo traviamento, di
trovarsi, infine, innocente e ingenua nella legge comune, di fare, infine,
quello che tutti gli altri facevano, molti assai meno innocenti di lei, molti avviantisi
così a una tragedia imminente e irreparabile: ella non obbediva che al naturale
sentimento del cuore, all'istinto che parla alto insieme al sentimento,
nell'ora della giovinezza, quando e l'arte e la debolezza della vita sociale, e
tutte le carezze dell'eleganza, rinforzano il sentimento e l'istinto
dell'amore. Ella era giovane, ella aveva risalita la curva della vita, ella si
sentiva rinata, rifatta nelle forze morali e fisiche, ripresa dal turbine
vertiginoso dell'esistenza; non doveva arrossire, poichè tutti amavano come
lei, e lei aveva il diritto di amare come tutti. Certo, come già le lacrime
piangevano nelle voci di Valentina e di Raul, anche nell'amor suo, anche
nell'amore degli altri, stasera, stanotte, domani, fra un anno, sarebbero scoppiati
i singhiozzi della disperazione: e che importava? Nell'amore vi è chi possiede
una divina incoscienza e vi si abbandona col fervore dell'ingenuità, con la
speranza della virtù, con le meravigliose illusioni della giovinezza; e vi è
chi conosce, chi sa perfettamente il proprio destino e vi s'abbandona
egualmente, vedendo tutto e volendo accettare tutto, subir tutto, fino
all'ultimo. Anna, non sola, e non prima, forse, in quella contemplazione della
persona amata, vi si perdette dolcemente, senza rossori, senza rimorsi, con la
sapienza dei cuori consci, con l'abnegazione altamente umana dei cuori
sapienti. Invescatrice dolcezza, dolcezza stupefacente! La persona cara non
sapeva o non voleva sapere, o era lontana da quel magico circolo passionale, e
neppur questo finiva per importarle, tanta era la fiducia dell'amore in se
stesso, tanta era l'allettante stupefazione che arrestava ogni giudizio della
mente, che immobilizzava in una morbida meraviglia ogni potenza umana. Che
tempo passò? Giammai ella lo seppe. Due volte sua sorella Laura le parlò: ella
non intese; non rispose. Invero, la teneva lo stupore caldo e molle della
incipiente passione.
A un tratto,
volgendosi, mentre di nuovo il sipario scendeva, ella si vide innanzi la figura
di sua sorella Laura: trasalì. Una fredda e pura sorgente parve attraversasse
quel paesaggio, già tinto dei più vividi colori. Laura Acquaviva, in quel
nebuloso abito bianco che poco concedeva alla moda muliebre dei teatri
meridionali e tutto concedeva dalla poesia alla purità, conservava quella
giovanile e serena glacialità datale dai chiari grandi occhi bigi, larghi occhi
senza amore e pieni di limpida luminosità, dalla trasparenza della pelle, dal
molle nimbo biondo dei capelli, dalle linee tutte caste, dalla bocca fresca, simile
a un fiore mai schiuso. E Anna ebbe un moto di devoto rispetto, di umiltà
terrena innanzi a sua sorella, che non si lasciava tangere dalla fiamma di
quell'incendio, che si posava bella della sua profonda virtù spirituale, fuori
della legge comune, anzi, superiore alla legge comune. Laura non guardava
nessuno, non pensava a nessuno, fissava il palcoscenico, seguiva i passi della
De Giuli Borsi, prendeva l'occhialino per osservare un'acconciatura, così
serenamente, che ella sembrava la sola creatura umana, giovane e bella, che non
sentisse nè la voce interiore, nè la voce dell'ambiente. Pure, quando due volte
Laura parlò ad Anna, senza che costei le rispondesse, una lievissima ombra
fugace appannò quel bianco volto; ma niuno la osservò. E mentre il sipario
discendeva, ed Anna, uscita del suo incantesimo, rientrava in sè, un po'
smarrita; Laura le disse, egualmente, nel tono di tutte le altre notizie
mondane che le aveva date:
– Vi è
Giustino Morelli.
– Ah! – fece
l'altra, non sapendo reprimere la contrazione del suo viso.
Ma ebbe la
forza di non domandare dove fosse. Piombata da un cielo di dolcezza alla realtà
della sua esistenza, dove ancora permaneva la traccia spirituale della sua follia,
reagendo, ribellandosi al passato, volendo annullarlo anche fuori di sè, poichè
in se stessa era morto, Anna non chiese. Levò il bianco ventaglio all'altezza
del viso, e mandò indietro due lacrime roventi, che stavano per scenderle sulle
guance. Impensierita, Stella Martini la guardava, temendo di far peggio,
dicendole qualche cosa. Poi trovò:
– Abbiamo
fatto male a venire, Anna – le mormorò.
– Non temete
– rispose costei. – Sto bene, sono felice – soggiunse, enigmaticamente.
Bussarono
pian piano alla porta: entrarono Cesare Dias e Luigi Caracciolo. Con due parole
il tutore lo presentò alle due sorelle. I due uomini si sedettero, Cesare Dias
accanto ad Anna Acquaviva, Luigi Caracciolo dirimpetto, accanto a Laura. La
conversazione, leggera, si annodò subito sullo spettacolo. Sovraneggiando il
suo turbamento, Anna sola discorreva, con Cesare Dias e con Luigi Caracciolo:
Stella Martini non interveniva, e Laura con le palpebre abbassate, attenta, non
pronunziava una parola.
– Stagno ha
un talento d'artista... un gran talento – osservava Luigi Caracciolo, col suo
sorrisetto blando, passando pianamente le dita intorno alla barbetta bionda.
– E tanto
cuore... tanto sentimento – soggiunse Anna.
– Il talento
d'artista basta – ribattè Cesare Dias, con un accento nel quale la cortesia
temperava la secchezza.
Anna
consentì, col capo.
– Del resto,
il numero degli artisti di canto, sul palcoscenico, si va così restringendo.
Una folla di mediocrità, con qualche cima, niente altro – continuò Caracciolo.
– Ah, io ho
udito i grandi... – sospirò Cesare Dias.
– Già, già,
tu hai dovuto udire Fraschini, Negrini, Nourrit... ai suoi tempi – disse
sorridendo Luigi Caracciolo, con la fatuità di chi ha ventisei anni, e che
crede debbano durare eternamente.
– Ero
ragazzo, quando li ho uditi, è vero... il che non toglie che adesso io sia
vecchio – terminò di dire Cesare Dias con quella velatura di malinconia che era
così bizzara in lui.
– Che
contano, gli anni? – riprese subito Anna. – Altre cose contano, più profonde,
più intime, non gli anni, che sono un fatto esteriore e fallace.
– Grazie di
questa affettuosa difesa, mia cara! – esclamò, ridendo, Cesare Dias – ma essa è
dovuta alla vostra bontà d'animo.
– La gioventù
irradia – disse Luigi Caracciolo, inchinandosi, per sottolineare il
complimento.
Anna rimase
interdetta, agitata. Nulla più le faceva perdere l'equilibrio che la
conversazione mondana, basata sullo spirito spicciolo e sulla frivola
galanteria.
– Non
abbastanza – riprese Cesare Dias, per ispiegare il complimento e per dare sfogo
alla sua filosofia. – Per quanto io stia spesso con queste mie due fanciulle,
Luigi, che sono due fiori di gioventù, io non mi sento meno vecchio. Credo di
aver cento anni, per lo meno. Quanti cambiamenti di governo ho visto? Otto o
nove forse. Ho più di un secolo sicuramente, cara Anna.
E si rivolse
a lei, con quel lieve, ironico sorriso che adoperava contro gli altri e contro
se stesso.
– Perchè dite
queste cose? Esse sono così tristi... – mormorò Anna.
– Diamine, si
sa che sono tristi; la giovinezza è il solo bene che si rimpianga di tutta la
vita.
– Ma non
lagnarti, caro Cesare, sii giusto! Non vale più la sapienza che la prima
ignoranza; non è meglio aver l'esperienza autunnale, che il naufragio nelle
sciocchezze primaverili? Tu sei il maestro di noi tutti: noi lo veneriamo,
signorina – e accentuò leggermente la frase, rivolgendosi ad Anna.
Sul volto di
Anna passò un'ombra ed ella lasciò cadere il discorso.
– E voi che
ne dite, saggia e tranquilla Laura? – domandò Cesare Dias, riprendendo la conversazione.
– È meglio la gioventù o la vecchiaia? È meglio sapere, o meglio ignorare? Qui
si sottopongono alla vostra ragionevolezza, cara Minerva, i problemi più ardui.
Siete fanciulla, ma siete anche Minerva. Illuminateci. Debbo essere contento di
essere il maestro, o è più felice il mio scolaro Caracciolo?
Laura pensò
un minuto, co' begli occhi intenti, poi rispose:
– Meglio
sarebbe esser giovani e sapienti.
– Il problema
è risoluto – pronunziò Cesare Dias.
– E
l'intervallo è finito: tutto viene a tempo. Buona sera, buona sera: ciao,
Cesare.
Così si
licenziò Caracciolo, correttamente, senza dare la mano che a Dias, il quale si
era levato: parve avesse compreso, o sapesse che Dias restava.
Anna che aveva
spalancato gli occhi, aspettando ansiosa, li riabbassò, tranquillizzata. La
porta si richiuse senza rumore.
– Un grazioso
giovane – osservò Cesare Dias.
– Grazioso –
confermò Stella Martini, per cortesia, e perchè le era permesso di dare il suo
parere.
– Nella mia
qualità di centenario, resto qui – disse Cesare Dias, sedendosi di nuovo
accanto ad Anna, nella penombra, mentre dirimpetto, accanto a Laura, vi era
Stella Martini.
– Starete
male, per vedere lo spettacolo – disse costei.
– Non voglio
vedere; mi basta udirlo, questo quarto atto.
Anna non
aveva risposto nulla, lei. Adesso, per cortesia, non si voltava tutta verso il
teatro, per non dare le spalle assolutamente a Cesare Dias, e perchè le metteva
un senso d'imbarazzo addosso, sentirselo lì dietro lei. Temeva di muoversi! le
due sedie erano vicine e i due vestiti, il vestito nero, moderno ed elegante
uniforme dell'uomo di società, così austero e così galante nella sua nerezza, e
il vestito di seta bianca, la candida stola della fanciulla che va in società,
si sfioravano. Ella aveva paura di urtare, col braccio destro, il braccio di
Cesare Dias che teneva in mano il cappello piegato: ella non aveva mai più
raccolto il suo ventaglio di pizzo bianco, caduto, per non obbligare Cesare a
raccoglierlo. Ogni tanto, cautamente, col fazzolettino si |