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Seduta in camera sua, presso
il balconcino, Chiarina tentava invano ingannare l'impazienza dell'attesa.
L'anima sua era in preda a un turbamento profondo. Aveva cercato macchinalmente
di pregare, dicendo un rosario per raccomandare la sua vita alla Madonna,
poiché era quella l'ora della decisione, ma i grani della coroncina restavano
immobili nelle sue mani e le labbra si chiudevano alle sacre parole della
preghiera: il rosario restava in grembo, abbandonato. Aveva tentato, per
distrarsi, di lavorare un poco, all'uncinetto, certe sue trine per i mobili di
broccato giallo-oro del salone, ma neppure aveva potuto
proseguire il meccanico lavorìo. Il tempo le pareva interminabilmente lungo, in
quel pomeriggio estivo: non erano dunque due ore che Giovanni Affaitati si
trovava in casa, nel salone insieme a donna Gabriella, per cercare di vincere
la crudeltà ostinata della matrigna? Due ore erano, certo; e Chiarina, sola
nella sua stanza, non osando entrare nel salone, non osando chiamare nessuno,
sovraeccitata dalle sue fantasie, e più dal silenzio e dalla solitudine
origliava, se udisse un passo, se udisse battere una porta che si chiude.
Niente. Per molto tempo, anzi, istintivamente, con un timore vago di peggior
male, ella aveva impedito a Giovannino di parlare con la sua matrigna. Ma il
giovanotto insisteva, stimando quella l'unica via di salvezza, e un giorno,
senza dirglielo, scrisse una lettera a donna Gabriella, chiedendole un
colloquio. Strano a dirsi; la matrigna acconsentì subito e anche con cortesia.
Alle otto di sera le due donne cenavano silenziosamente: i loro pasti erano
sempre taciturni o interrotti da discussioni colleriche.
«Il tuo innamorato mi ha
scritto» disse a un tratto donna Gabriella.
«Ah!» fece l'altra,
cercando di reprimere un moto di spavento. «E che vuole?».
«Vuole parlarmi. Viene
domani».
Di nuovo vi fu silenzio.
La matrigna aveva parlato seccamente, ma senz'ira: pareva non volesse essere
interrogata più oltre. Chiarina, fieramente, non disse altro. Ma fu una notte
inquieta, febbrile, per lei, fu un dormiveglia pieno di sogni che parevano
realtà, di realtà che parevano sogni. La fanciulla ora si gelava per un terrore
inaudito, ora la speranza più dolce le infiammava le vene. Non ebbe pace.
Quando, alle tre, udì il campanello, ebbe un moto come per mandar via
Giovannino, come per dirgli di fuggire. Ma restò immobile nella sua camera,
vinta dall'urto nervoso che non le permetteva di far nulla, parendole il tempo
interminabilmente lungo. Ma che diceva, dunque, di così lungo, Giovannino, alla
cocciuta matrigna? Forse costei, com'era prevedibile, non si lasciava
persuadere, e allora, forse, Giovannino la pregava, la pregava a non voler
rendere infelici due cuori che si amavano: perché la pregava quella crudele
donna? Chiarina non l'avrebbe pregata, giammai, giammai; era troppo orgogliosa,
preferiva qualunque dolore alla umiliazione di una preghiera. La fanciulla
guardava nella strada, per calmare la sua agitazione, per vincere i suoi tristi
pensieri: guardava nel vicoletto delle Gratelle, dove una stiratrice stirava,
sulla porta della sua bottega, mentre ogni tanto dava maternamente un colpo di
piede a un canestro di vimini, dove il suo bimbo sonnecchiava: a quel
cullamento il piccolino chiudeva gli occhi, placato, e la madre dava dei forti
colpi di ferro, sul petto di una camicia che fumava. Un odore acuto di conserva
di pomodoro veniva dai balconi di donna Peppina Ranaudo; la indolente grassona
usciva ogni tanto sul balcone, e con un mestolino rimescolava la conserva che
si seccava al sole di luglio. Un gran ronzìo di mosche: e da S. Giovanni a
Carbonara, la voce del venditore di limoni che malinconicamente raccomandava i
suoi limoni freschi. A Chiarina parea di essere in un sonnambulismo: appoggiava
la fronte alla persiana di stecche verdi, senza vedere quello che accadeva giù,
nella strada, senza sentire le voci o le parole dei monelli, dei venditori,
degli animali. E bizzarramente la sua agitazione era senza speranza: non le
pareva che da quel colloquio di Giovannino con donna Gabriella dovesse uscir
nulla di buono. Era in attesa ansiosa, ma di cose cattive, di cose perfide, di
nuovi tormenti inflitti al suo amore: non aspettava nulla di buono da quella
donna. Tutti i suoi rancori contro la matrigna si sollevavano rinfocolati dallo
stato di eccitamento in cui si trovavano i suoi nervi, da venti ore: ella non
aveva avuto da quella donna un solo beneficio, mai: ella le doveva tutte le sue
torture, tutti i suoi pianti, tutte le ore nere della sua esistenza: come
poteva farle bene, ora? Aspettava il male, ma un male sconosciuto, un male
ignoto, un male che non aveva mai avuto. La paura aveva finito per vincere
tutti gli altri suoi sentimenti: stretta sulla sedia, col capo abbassato sul
petto, con l'occhio senza sguardo, attendeva questo pericolo sconosciuto e i
minuti che trascorrevano ancora, avevano finito per sembrarle mortali. Alle sue
spalle, una voce bassa la chiamò:
«Donna Chiarina!».
«Che volete?» chiese ella,
come trasognata, a Carminella.
«La madre vostra vi
desidera al salone».
Chiarina guardò la
pinzochera. Aveva la faccia più verdastra del solito e le sottilissime labbra
avevano l'aridità dell'ira. La fanciulla non rispose e non si mosse.
«Donna Chiarina, la madre
vostra vi vuole al salone».
«Sta sola?» chiese la
ragazza.
«Nossignora: sta in compagnia»
rispose malignamente la pinzochera, «e vi vuole ».
«Va bene: ditele che
vengo».
Macchinalmente Chiarina
toccò il rosario, baciò una piccola, pallida fotografia di sua madre, che
teneva sopra un tavolino, si guardò nello specchio senza vedersi e si avviò al
salone. Donna Gabriella, vestita di una vestaglia bianca, carica di merletti
che aveva comperato dalla cameriera della duchessa di Episcopio, stava seduta
sul grande divano di broccato giallo del salone: quella vestaglia bianca la
faceva sembrare enorme, e accendeva anche di più il colorito rosso mattone
delle grosse guance. Donna Gabriella portava agli orecchi due magnifici
solitari e sulle grosse braccia nude quasi fino al gomito, sulle dita grosse,
rosse, quasi gonfie, era tutto un scintillio di braccialetti e di anelli
gemmati. Una grossa catena d'oro si mescolava ai merletti della vestaglia, sul
petto: e il ventaglio, metodicamente agitato, non arrivava a mitigare quella
viva tinta della grossa faccia. Gli occhi di donna Gabriella erano luccicanti.
Seduto sopra una
poltroncina gialla, modestamente vestito, ma con una naturale eleganza, coi bei
capelli biondi arricciati, pallido, ma sereno, stava Giovannino Affaitati.
Ambedue parevano tranquilli e soddisfatti, guardando Chiarina che si avanzava incerta,
senza guardarli, sentendosi palpitare il cuore sotto la gola.
«Vieni qua, Chiarina mia»
disse donna Gabriella con insolita dolcezza.
Di nuovo, senza una
ragione al mondo, Chiarina fu presa dal terrore e si mise a tremare. Pure,
guardandola e sorridendo, Giovannino la invitava ad accostarsi.
«Vieni qua, Chiarina»
ripeté la matrigna, nuovamente, con una tenerezza nella voce.
La fanciulla si accostò,
in silenzio: la piccola mano bianca e sottile che aveva il tremore della fèbbre
fu presa nelle grosse mani rosse, quasi gonfie della matrigna.
«Ti ho voluto far
contenta» pronunziò lentamente donna Gabriella, «Poiché pare che ci stia la
volontà di Dio, e don Giovannino, qua, mi sembra un buon giovane. Ti voglio
trattare meglio che lo farebbe una mamma. Con l'aiuto del Signore, a suo tempo
vi sposerete. Dammi un bacio».
Sulla delicata guancia
della fanciulla si posarono, schioccando, le grosse labbra della matrigna;
anche Chiarina fece l'atto di baciare. Ma le sue labbra non si mossero, e calde
lagrime silenziose le scesero sul volto, sul collo, sul busto del vestito.
Giovannino, sereno, beato, guardava la sua fidanzata.
«Chiamami mamma» disse
Gabriella intenerita, alla fanciulla.
Costei non rispose,
taciturnamente continuando a piangere.
«Chiamami mamma» ripetette,
quasi piangendo, umilmente.
«Mamma, mamma» scoppiò a
gridare, singultando disperatamente, la fanciulla.
Quando Carminella la
pinzochera, con quelle sue labbra sottili e violette che si stiravano nel discorrere,
con quelle occhiate oblique e false, lo andò raccontando a tutti, nel palazzo
Santobuono, nella piazzetta dei Ss. Apostoli, nel vicolo delle Gradelle,
malgrado il tono fischiante e sarcastico della serva, malgrado le sue perfide e
vaghe reticenze, vi fu un generale movimento di soddisfazione. Lo spettacolo
continuo di quel costante, invincibile amore infelice aveva intenerito il cuore
di tutti i vicini, li aveva disposti a una grandissima pietà.
«Donna Gabriella ha preso
una santa decisione» disse quella benevola grassona di donna Peppina Ranaudo,
mentre contrattava, sul pianerottolo, un canestro di pesche per quella conserva
che a Napoli si chiama percocata.
«Nessuno è santo innanzi a
Dio» ribatté la pinzochera, facendosi il segno della croce e andandosene.
Ma dovunque, dovunque,
malgrado le sue insinuazioni, malgrado lo stridìo della sua voce inacetita,
trovò che la gente sorrideva di questa buona ventura, di questo matrimonio in
prospettiva.
«Sentite, Carminè »
rispose donn'Orsolina, che oramai non ne poteva più per il fastidio che le dava
la sua gravidanza nella estate, senza denari e senza forza per lavorare,
«sentite, devo dirvi che mi fa piacere, come se quella fosse mia figlia. Il
matrimonio è una schiavitù, sissignore, ma tutte la dobbiamo avere...»
«Non tutte, non tutte »
ribatté acremente la serva pinzochera.
«È una combinazione»
mormorò bonariamente donna Orsolina, che aveva bisogno di stare bene con tutti,
«ogni tanto... succede così...».
Finanche le vecchie
zitelle del terzo piano, le sorelle del professore, espressero la loro
soddisfazione, dietro i cristalli dei loro balconi, salutando Chiarina con aria
festevole. Ella chinava il capo e arrossiva: tutti quelli che incontrava,
oramai, nelle scale, nel cortile, nella strada, partecipavano alla sua gioia,
salutandola vivacemente, dandole dei misteriosi buoni auguri, stringendole le
mani, abbracciandola, chiedendole quando si sarebbero mangiati questi
confetti. Don Vincenzo e donna Elia Manetta, un giorno, sotto l'arco del
portone, mentre la matrigna era andata innanzi, la trattennero raccontandole
come era andato il loro matrimonio, un matrimonio di vecchi, che essi narravano
come un idillio, togliendosi la parola mutuamente, per dirsi degli antichi
motti dolci. Finanche il cocchiere della principessa di Santobuono, un giorno,
salutandola con la frusta, con una certa aria di galanteria cavalleresca, con
un frasario pieno di complimenti, si offrì, lui e la sua carrozza, per
accompagnare alla chiesa e al municipio lo sposalizio di Chiarina e di
Giovannino; finanche il furbo sacrestano della parrocchia dei Ss. Apostoli, una
domenica, sulla soglia della chiesa, disse a Chiarina che aveva fatto fare un
triduo, a sua insaputa, perché ella fosse felice con la volontà della matrigna
mettendosi in grazia di Dio; finanche la stiratrice del vicolo delle Gratelle,
una mattina che vide comparire al balconcino Chiarina, dette un gran colpo di
ferro, sopra un petto di camicia fumicante, gridando allegramente:
«Amore! Amore!».
Chiarina sentiva intorno a
sé quest'onda di tenerezza e chinava il capo commossa, ma non volendo parere.
Aveva in sé una gran confusione di felicità, amareggiata sempre, però, da un
invincibile senso di diffidenza. Pure, tutto dovea essere dolcezza, ormai, per
lei. Giovannino Affaitati, ritenuto come fidanzato ufficiale, potea scriverle
quando voleva e averne sempre risposta; veniva in casa la sera del giovedì e la
sera della domenica, restandoci tre o quattro ore; se la ragazza usciva, egli
ne era avvertito e si faceva trovare nella strada, come per combinazione, si
univa alle due donne senza che donna Gabriella facesse alcuna osservazione e le
accompagnava dovunque andavano; se le due signore andavano a teatro egli era il
loro cavaliere di obbligo, portando la busta con l'occhialino, togliendo loro
gli scialli e i mantelli, restando modestamente in fondo al palco. In verità, a
tutti i colloqui dei due innamorati, donna Gabriella era sempre presente, non
si allontanava un momento: ma questo è anche nel costume del paese, né i due
pensavano a lagnarsene. Che importava s'ella era presente! Stavano seduti nella
stanza da pranzo, intorno a una tavola ovale: nel mezzo vi era una lampada
coperta da un gran paralume. Chiarina lavorava alacremente all'uncinetto, anche
per dare una forma al tremito nervoso che le agitava le mani: donna Gabriella,
ora in vestaglia rosa, ora in vestaglia azzurra, carica di oro, carica di
grosse gemme, agitava un grande ventaglio nero, scintillante di puntini di
argento: Giovannino faceva delle sigarette che poi fumava lentamente,
taciturnamente. Erano, in vero, serate piene di dolcezza. In esse Chiarina
sentiva svanire quel senso di amara diffidenza che le guastava tutta la sua
gioia: lo sguardo di Giovannino la circondava in un ambiente carico di
tenerezza, la voce di Giovannino, che ogni tanto rompeva il silenzio, la
carezzava come un soffio amato: e quando egli parlava con quel suo tono basso,
seduttore, ella involontariamente si fermava dal lavorare, le mani restavano
immobili, mentre il sangue le saliva a riscaldarle le guance. La matrigna, dal
primo giorno in cui aveva dato il gran consenso, continuava a mostrarsi
insolitamente cortese. Pareva che, a un tratto, magicamente, Giovannino
Affaitati avesse fatto cessare quell'odio profondo, quel profondo rancore che le
aveva armate l'una contro l'altra, e che un fascino uguale avesse vinto la
durezza del cuore dell'una, la fierezza del cuore dell'altra. Nelle sere in cui
Giovannino Affaitati non aveva il permesso di venir su, le due donne passavano
la sera insieme: ma Chiarina era sempre un po' nervosa e donna Gabriella
sbadigliava, dimenticandosi di agitare il suo ventaglio, per far brillare le
sue gemme. A un certo punto della serata un fischio dolce e sottile si faceva
udire dalla piazzetta Ss. Apostoli. Chiarina trasaliva.
«Eccolo» mormorava come a
se stessa, la fanciulla.
«Eccolo» diceva, a voce
alta, donna Gabriella.
Era Giovannino che passava
a quell'ora, per andare a passare un po' del suo tempo al caffè di porta San
Gennaro, dove era fama un tempo che si facessero i migliori gelati napoletani,
e dove accorreva una folla di borghesi, impiegati e piccoli possidenti, preti e
cabalisti del lotto. Giovannino fischiava, per farsi udire: e il fischio
amorosamente significava:
«Sono qui, ti amo, non ti
scordare!».
Chiarina restava con
l'animo sospeso.
«Dove andrà, ora? »
chiedeva dopo un certo tempo, la matrigna.
«Al caffè» rispondeva la
fanciulla, quietamente.
«A spender denari»
borbottava donna Gabriella.
Chiarina la guardava in
faccia, ma senza dirle nulla. Alla fanciulla restava intiera tutta la sua
antica fierezza: e non le diceva che Giovannino non sarebbe andato a spendere
denari al caffè, se essa, la matrigna, avesse permesso che venisse su più
spesso, la sera; non glielo diceva, perché sarebbe parso un pregarla di qualche
cosa, la matrigna, ed ella, proprio, non voleva pregarla di niente. Certo la
gran riconoscenza delle ore felici che passavano sul suo giovane capo aveva
domato nel cuore di Chiarina la collera fervidamente giovanile che ella avea
contro la matrigna: ma il ricordo delle pene di suo padre, il ricordo delle sue
pene, ancora non si cancellava. Non voleva domandarle nulla, ecco. Se ella
aveva mal giudicato la sua matrigna, se ella era stata ingiusta verso questa
donna, la ragazza voleva ricredersi, sì; chiedere una grazia, un favore,
giammai. Se ne stava chiusa nel suo carattere sensibile, eccessivo, ostinato,
pronto all'emozione, ma non facile a dimenticare. Donna Gabriella, annoiata,
picchiava col suo ventaglio sul bracciale della poltrona. Alla fine, seccata da
quel volto taciturno di Chiarina, che non si moveva di una linea, chiamava
Carminella. La serva sonnecchiava, pregando, in cucina.
«Diciamoci questo santo
rosario» mormorava donna Gabriella, senza muoversi dalla sua poltrona, dove
stava sprofondata.
Allora la serva prendeva
una sedia, s'inginocchiava sulla nuda terra, posava i gomiti sulla paglia della
sedia e il viso sulle mani: poi cominciava a dire il Mistero. Donna Gabriella
ascoltava, attentamente, movendo un po' le labbra come se anch'essa dicesse le
parole. Chiarina smetteva di lavorare, posando l'uncinetto e il filo sul marmo
della tavola, mettendosi una mano innanzi gli occhi, come se si concentrasse
nella preghiera.
«...fructus ventris
tui, Jesu » finiva di dire la pinzochera, con tono uniforme.
«Sancta Maria»
continuavano a dire, finendo l'Ave, le due donne, donna Gabriella a voce alta.
Chiarina sottovoce.
Quando arrivavano alle
bellissime litanie della Vergine, Chiarina s'inginocchiava anche lei,
appoggiandosi alla sedia come la serva Carminella. Solo donna Gabriella restava
seduta. potendo difficilmente inginocchiarsi per la sua grassezza: ma si
curvava un poco, come per rispetto. Talvolta mentre le litanie proseguivano, il
fischio si udiva un'altra volta da piazza Ss. Apostoli, dolce e sottile. Era
Giovannino Affaitati che ritornava dal caffè, e prima di rientrare a casa
salutava la sua innamorata: «Sono qui, ti amo, non ti scordare! ».
Solo le spalle di
Chiarina, curvata a pregare, si vedevano trasalire. Donna Gabriella si fermava
dal dire le litanie, distratta. E la serva Carminella, che intendeva tutto
questo, alzava la voce più forte, come ammonendo, irritata, pregando come se
dicesse delle ingiurie, e andandosene via alla fine del rosario, tutta
incollerita, ricominciando a dirlo da sé, sola, in cucina, perché quel primo,
con tutte quelle tentazioni, non le valeva, secondo lei, né per l'anima, né per
il corpo.
Fu così che Giovannino
Affaitati cominciò a venire in casa di Chiarina tre volte alla settimana,
invece di due: ci venne così, naturalmente, con grande conforto della ragazza
innamorata, e senza che la matrigna se ne lagnasse. Giovannino serbava un
contegno corretto: parlava poco, a voce bassa, chiedeva sempre il permesso di
fumare, aveva, specialmente con la matrigna, tale una cortesia di modi, che
questa feroce donna grassa, bitorzoluta e coperta d'oro, pareva incantata. Ora,
ogni tanto, Giovannino si spingeva a parlare del loro avvenire, con Chiarina:
costei lo ascoltava, beata, come se la più soave musica le risuonasse all'orecchio.
Prima di rispondere, intimidita levava gli occhi sulla sua matrigna: poi
rispondeva sottovoce, sempre timidamente. Una sera parlavano di corredo, di
tela, di mussola, di quanto ci vuole, per cucire a macchina, una camicia, una
sottana.
«Per una camicia, ci metto
due giorni» calcolava Chiarina, trasportata dal discorso, «per una sottana, un
sol giorno».
«Ci metti di più. ci metti
di più» osservava la matrigna, intervenendo.
«Credi pure che ci vuol
più tempo, Clara» soggiungeva, sorridendo, Giovannino, scuotendo la cenere
bianca della sua sigaretta.
Dolci discorsi!
L'indomani, Chiarina vide portare in casa da un facchino, che faceva i grossi
servizi, due pezze grosse, una di finissima tela di Olanda, una di buona mussola.
La fanciulla, tutta felice, palpava la tela per sentirne la finezza,
stropicciava la mussola per farne cader l'amido, quando impallidì, accorgendosi
di una cosa. Le pezze di tela e di mussola portavano un timbro, un timbro
curioso: ella capì subito che era dell'agenzia di pegni e spegni di sua
matrigna. Impallidì, tremò: quella roba apparteneva a della gente infelice, che
l'aveva impegnata per miseria, che non aveva mai potuto spegnarla. Una tela,
una mussola di lagrime e di sangue, come i mobili del dolore, venuti da un
sequestro: come la batteria di casseruole della cucina, roba impegnata e mai
spegnata: come i vestiti di donna Gabriella: come le gemme e l'oro che portava
addosso donna Gabriella. Lacrime e sangue di povera gente, come tutte le cose.
E in questo sopravvenne la matrigna.
«Ci basterà?» chiese
spiegando la tela, spiegando la mussola per guardarla contro luce.
«Credo... credo che ci
basterà» mormorò la ragazza, confusa. Poi, con uno sforzo grande, soggiunse:
«Grazie!».
«Che! dicevo che se non ci
bastasse, ne ho dell'altra, tela, mussola, lino, tante pezze, l'agenzia è
piena, questi straccioni non fanno che impegnarne. Buona roba, però.
Misuriamola, dunque».
E si misero a misurare,
silenziosamente. Chiarina sentiva una fitta al cuore, inguaribile. La sera,
quando venne Giovannino, fu più silenziosa del solito: ma la matrigna, per far
ammirare la propria munificenza, fece portare la tela e la mussola, di cui una
parte era già tagliata. Giovannino ammirò la qualità, domandò il valore, poi chiese
alla sua fidanzata:
«Chiarina, hai ringraziato
la nostra buona mamma del regalo splendido che ci ha fatto?».
«Ho ringraziato» mormorò
la ragazza, senza levar gli occhi dal suo lavoro.
«E vi ringrazio anch'io,
bella mamma nostra» disse Giovannino con la sua voce da seduttore. Donna
Gabriella si faceva vento, estasiata. Poi, chiamata, lasciò la stanza. E
Chiarina sottovoce, rapidamente, disse a Giovannino:
«Lo sai? è roba
dell'agenzia».
«Be'? e che fa? » chiese
lui meravigliato.
«Roba impegnata, ti dico»
ribatté lei sgomenta.
«Capisco. E che fa?»
ripetette lui, quietamente.
La fanciulla soffrì
crudelmente, in quel momento: ma la matrigna rientrava e non osò dire altro.
Tutto il palazzo, il giorno seguente, parlava della generosità di donna
Gabriella, che faceva fare a Chiarina un corredo degno della figlia di una
principessa. Ma la ragazza, disillusa, scorata, non aveva potuto chiudere
occhio tutta la notte. Si era addormentata male, al mattino, parendole, nel
sogno di aver addosso una fantastica camicia di lagrime, una fantastica sottana
di sangue... e che donna Gabriella e Giovannino di ciò ridessero assai, assai.
Ci vollero molti giorni a vincere i suoi scrupoli: e la delusione le restò nel
cuore, dolorosa. Adesso lavorava alla macchina, anche di sera: il ticchettio
dell'ingranaggio la distraeva da certi fastidiosi pensieri. Talvolta era così
assorta nel lavoro, che la matrigna e Giovannino discorrevano insieme senza che
essa se ne accorgesse nemmeno. Egli parlava alla grossa donna, tutta leziosa
nelle sue vestaglie da giovinetta, con un profondo rispetto che la lusingava e
aveva certe arie di attenzione, nell'ascoltarla, che lusingavano la grossa
donna, rossa e tronfia. Ma come Chiarina levava gli occhi, Giovannino
ricominciava a guardare la sua fidanzata con tanta tenerezza, che ella si
sentiva morire d'amore, le parlava con tanta dolcezza, che ella smetteva di
lavorare, vinta: e la macchina taceva, Ora, discorrevano spesso della loro
futura casa: cioè Giovannino faceva il disegno di una bella stanza da letto,
con un grande letto di ottone scintillante, appositamente fatto da Angelo
Pesce, con un armadio di mogano, tutto scolpito e una grande lastra di
cristallo per vedersi:
«Ci vuole la toelette
di mogano col marmo grigio» suggeriva maternamente donna Gabriella.
«Anche la toelette,
naturalmente, e una bella poltrona a sdraio, a piedi del letto, perché adesso
così usa» aggiungeva Giovannino.
Quando udiva questi dolci
progetti Chiarina, che amava sempre più Giovannino, si perdeva nei sogni più
lieti. Il giorno del matrimonio rappresentava per lei la liberazione, tutto
l'oblio naturale del doloroso passato, il principio di una serena vita nuova,
accanto al suo amore, loro due, soli soli, tenendosi per mano, nella gioia come
nel dolore: ella sarebbe libera libera, accanto a lui, per sempre, divisi
materialmente solo dalla morte, ma uniti anche di là, poiché ella
credeva. Oh venisse presto questo giorno in cui ella sarebbe uscita dalla casa
dove aveva tanto sofferto, per andarsene col suo sposo, nella loro casa, dove
sarebbe stata la più felice fra le donne. Questo sognava la pia fanciulla
innamorata; ma una sera, mentre Giovannino parlava di una bella immagine della
Vergine, la Madonna di Valle di Pompei, da appendere al muro della stanza da
letto, Chiarina, smettendo di lavorare, osò domandare:
«E il salotto?»,
«Quale salotto?
«intervenne a dire sorpresa la matrigna.
«Il salotto per vedere
qualcuno» disse, quasi tremando, la ragazza.
«E non vi basta il mio? È
bello, mi pare, tutto di broccato giallo, pare nuovo, Io, poi, non vedo
nessuno, per voi resterà sempre libero».
«Ah!» fece la ragazza,
senz'altro.
Sparito il soave sogno di
libertà, di solitudine: sparito per sempre, malignamente. Giovannino, con gli
occhi bassi, taceva. La matrigna, quella sera non si mosse un momento dalla sua
poltrona. La ragazza lavorava vivacemente, un po' nervosa, spezzando spesso il
filo, spezzando l'ago della macchina. Quando Giovannino si levò per andarsene
ella si alzò, risolutamente, seguendolo fin fuori la porta. Là fuori lo trattenne.
Erano soli. La luna illuminava il pianerottolo, le scale e il cortile.
«Hai inteso ciò che ha
detto la matrigna?» domandò ella, giuocherellando col lucchetto della porta.
«Che ha detto?» fece lui,
come infastidito.
«Che non abbiamo bisogno
di salotto. Abiteremo dunque con lei? ».
«Pare».
«E perché?».
«Perché non abbiamo
denari, figliuola mia» disse lui, carezzandole i capelli, lievemente.
Ella si schivò:
«Dovremo, dunque, vivere
con la sua elemosina?».
«Che elemosina! È mamma: ha
denari e non sa che farsene; ha soltanto te; ha il dovere di darti da vivere».
«Tu dovresti lavorare,
Giovannino; tu dovresti darmi da vivere. Io voglio mangiare solo pane. ma da
te, non da lei, Giovanni».
«E lo farò, figliuola mia,
lo farò; cercherò di lavorare, di guadagnare. Per ora, capirai... è difficile
trovare. M'ingegnerò».
«Promettimi che troverai»
diss'ella, supplichevole.
«Te lo prometto. Ma pel
principio, sarà difficile, bisognerà che ci accomodiamo qui... vedrai. ci
staremo bene...».
«Ma dopo, almeno dopo,
promettimi ancora, che dopo ce ne andremo, che non vivremo della sua elemosina
» lo scongiurò lei.
«Non dire queste parole
cattive ed esagerate; sei un po' stravagante, tu. Quando non ci sono denari,
bisogna esser ragionevoli. Ti prometto quello che vuoi, sta' tranquilla ».
Si lasciarono turbati.
Donna Gabriella stava in piedi, nella stanza da pranzo, come se aspettasse con
impazienza il ritorno della nipote.
«Hai tardato » disse
soltanto, con un lieve aggrottare di ciglia.
«Scusate, scusate » disse
l'altra, scoppiando in lagrime.
E quelle lagrime le
rimasero in cuore, malgrado lo sfogo materiale. Non si poteva acconciare
all'idea di dover vivere in casa della matrigna, mangiando il pane che ella le
dava per carità. che tante volte le aveva rinfacciato di darle per carità: non
poteva sopportare questa idea, per sé, per Giovannino, per la fierezza della
loro nuova famiglia. E intanto, dovunque andava, sentiva dir bene della bontà
di donna Gabriella, una santa donna, che dopo aver dato alla figliastra un
corredo da principessa, ora le preparava un appartamento bellissimo cedendole
nientemeno che il suo salotto di broccato giallo-oro. Sì:
ma Chiarina non sapeva consolarsene. Tanto che ogni sera, con una certa ansietà
domandava a Giovannino se avesse cercato, se avesse fatto delle pratiche. Egli
le rispondeva, vagamente, di un posto nelle ferrovie, ma bisognava avere delle
protezioni presso il direttore generale; di un concorso nella illuminazione
della città, come impiegato d'ordine, roba municipale, ma bisognava conoscere
il sindaco e l'assessore del ramo. Vagamente, ella s'appagava per poco, ma poi
intendeva che egli non cercava sul serio, che le diceva delle parole così per
consolarla e ingannarla. E insisteva, insisteva, con un certo affanno, fino a
che egli si stringeva nelle spalle, come infastidito Invece, ora, egli parlava
spesso di affari con la matrigna di Chiarina: dapprima gliene aveva domandato
con cautela, come se si trattasse di cose estranee ed essa gli aveva risposto
incertamente. Ma poi, a poco a poco, ella aveva cominciato a precisare
chiaramente le sue cose e parlargli di quanto ha attinenza con l'oscuro e tetro
mondo delle agenzie. Chiarina ascoltava, sorpresa: talvolta guardava Giovannino
spaurita, quasi che volesse accertarsi esser proprio lui, non un altro, che
discorreva di quelle tetre cose.
«L'ufficio» diceva
donna Gabriella, quando voleva nominare l'agenzia.
«L'ufficio»
ripeteva Giovannino, quando voleva nominare l'agenzia, con aria di misteriosa
compunzione.
Non osavano ancora darle
il suo duro nome. Ma ormai ne parlavano ogni sera, a lungo, malgrado l'aria di
sofferenza che prendeva il volto di Chiarina, ogni volta che cominciavano
questo discorso. Donna Gabriella si lagnava amaramente che quelle streghe di
femmine, quelle che portano per conto di un terzo che si vergogna l'oggetto a
impegnare, esigevano un diritto troppo alto, una lira sopra ogni dieci lire.
«E alla fine, queste
brutte scellerate che lavoro fanno?» soggiungeva donna Gabriella quasi arrabbiandosi,
«aspettano il povero vergognoso che non ha il coraggio di entrare nell'ufficio,
gli levano di mano, con buona maniera, mettiamo l'orologio, e per questa sola
fatica si prendono, per esempio, tre lire sopra trenta... ».
«Una vera camorra»
approvava Giovannino, con la sua voce che aveva cadenze attraenti.
«E non ci è rimedio,
capite! non ci è rimedio; dire che anche io l'ho fatto, sul principio, questo
mestiere di piccola impegnatrice risparmiando la vergogna di entrare nell'ufficio
a tanta gente, ma l'ho sempre fatto onestamente, prendendo mezza lira ogni
dieci lire; con l'aiuto di Dio, con la protezione della Vergine, facevo tanti
affari che valeva lo stesso!...».
«Siete stata sempre una
gran buona donna» esclamava Giovannino commosso guardandola, con ammirazione.
Chiarina fremeva ogni
tanto, come se udisse delle cose insopportabili, ma poi la mente le si
confondeva e non udiva più, sentendo il rumor vago delle parole sentendo come
un dolore senza puntura, un dolor sordo ma continuo. Una sera, per spiegare
meglio a Giovannino certe cose, donna Gabriella andò a prendere di là, i
registri dell'agenzia. I fidanzati rimasero soli:
«Perché fai questo,
Giovannino, perché lo fai?» domandò affannosamente la ragazza, tutta smarrita.
«Tutto è buono a sapersi» disse
lui, quietamente, buttando la sigaretta. Ella non replicò. Egli aveva su di lei
un potere assoluto, lo adorava come un Dio, ma come un Dio che la poteva
egualmente far piangere e far ridere. Soffriva per lui, ma non replicava,
obbediente, domata. Tutta la sera, piegati sui grossi libri sudici, donna
Gabriella e Giovannino stettero a studiare il crudele ingranaggio per cui
l'impegnatore è sempre perfettamente al sicuro del suo capitale, per cui esige
un interesse realmente crudele, e finisce per confiscare un oggetto che ha il
triplo del valore del capitale esposto: il crudele ingranaggio per cui è quasi
sempre impossibile che colui che ha impegnato un oggetto, lo ricuperi mai.
«Ottanta volte sopra
cento, a conti fatti, l'oggetto resta a noi» finì trionfalmente donna
Gabriella, richiudendo il suo grosso e sudicio libro.
«È bellissimo, bellissimo»
mormorò Giovannino meditabondo.
E malgrado le
supplichevoli occhiate della sua fidanzata, egli chiese a donna Gabriella di
prestargli quei libri, solo pel giorno seguente, che era domenica e non le
servivano: ei voleva farvi sopra uno studio, vedeva delle cose nuove, lui,
chissà che non potesse darle qualche miglior consiglio. Quando, uscendo, andò a
stringere la mano della sua fidanzata, la trovò gelida.
«Che hai, Chiarina?» le
chiese sottovoce.
«Soffro, mi fai soffrire»
rispose ella quasi svenendo.
«Non far la sciocca,
lasciami fare, vedrai».
Ma d'allora in poi, i loro
dialoghi d'amore furono brevissimi. Tutta la serata, - Giovannino veniva adesso
ogni sera, senza che gli si facesse nessuna osservazione dalla matrigna - era
passata nel parlare dell'agenzia dei pegni, dell'interesse, della cartella,
dello scatolino, per cui si pagava un altro diritto, insomma di tutto il
negro corteo di negre parole che circonda questo strazio della povera gente.
Giovannino ne parlava senza ribrezzo, con disinvoltura: aveva capito subito
tutto, si faceva esperto, dava dei consigli pratici; donna Gabriella lo
guardava con l'occhio intenerito. E, nascostamente, un giorno, Giovannino verso
le dieci si recò all'agenzia, dove troneggiava donna Gabriella, e vi restò sino
alle dodici. Finì per andarvi ogni giorno, ma di nascosto da quella povera
innocente di Chiarina: e diventava, lui, Giovannino dallo sguardo ammaliatore,
dalla voce così soave, diventava lui così aspro al guadagno, così sottile e
rapace accumulatore di soldi, di mezze lire, di lire, che donna Gabriella era
in uno stato di beatitudine. Ora, per andare all'agenzia, la grassa
impegnatrice si acconciava coi migliori vestiti, coi cappelli più pomposi:
stretta nel busto in modo da soffocare, portando sempre addosso quattro o
cinquemila lire di gioie, e aveva comprato del Rossetter, per tingersi.
Chiarina la vedeva uscire, ogni mattina, e la seguiva con lo sguardo, presa da
un involontario tremito di paura: talvolta nervosa, agitata, senza sapere il
perché, l'aspettava alla finestra, alle due del pomerIggio, fremendo
d'impazienza. Infatti, un giorno, dal balcone del salotto che aveva sulla
piazza, la vide tornare accompagnata da Giovannino. Ella si ritrasse indietro,
colpita, ma inconscia ancora.
La matrigna salì, sola:
«Ho incontrato Giovannino» disse subito, e mi son fatta accompagnare un poco ».
«Ah!» fece l'altra.
Ma la sera, il segreto del
lavoro di Giovannino all'agenzia fu scoperto: poiché, ridendo, la grossa e
grassa impegnatrice disse al fidanzato della sua figliastra:
«Vi ricordate, eh,
Giovannino, quel tale che voleva impegnare l'orologio di nichelle?».
«Se non ci ero io, ve la
faceva» rispose Giovannino, senza sgomentarsi ma senza voltarsi verso Chiarina.
«È vero, ho visto che
siete assai astuto, siete proprio nato per fare l'impegnatore».
La ragazza si alzò,
improvvisamente, e uscì dalla stanza. I due rimasero un po' in silenzio, guardandosi.
Il primo a parlare, con disinvoltura, fu Giovannino; ma ogni tanto come un
tremito gli passava nella voce. Chiarina non ricompariva.
«Carminella, che fa
Chiarina?» chiese donna Gabriella alla serva che aveva chiamata.
«Sta dicendo le divozioni
» rispose seccamente la pinzochera avvolgendo i due in una sola bieca occhiata:
e se ne andò.
Pure, poco dopo. Chiarina
ricomparve. Si fermò, ritta sulla soglia:
«Madre!» disse, con voce
assai tramutata, «madre!».
«Che è?».
«Permettete che io dica
due parole a Giovannino?».
«Dille pure».
«Deve essere in segreto,
scusate. Vorrei che venisse di qua».
«Non puoi dirle davanti a
lei?» disse Giovannino, cercando di schivare il colloquio
«Non posso, scusa,
Giovannino; scusate, madre, ma debbo parlare in segreto» affermò, un po'
commossa nella voce, Chiarina
«Andate andate,
Giovannino, contentatela» fece donna Gabriella con la sua aria di protezione
materna.
«Per ubbidirvi» fece lui,
con un inchino.
Chiarina lo prese per la
mano e lo menò fuori il terrazzino, fuori quel terrazzino dal pozzo aperto dove
avevano tenuto tanti deliziosi colloqui, quando il loro amore era così
contrastato. Era notte oscura, una gran freschezza saliva dal pozzo aperto:
eran lì fra quelle funi molli che ingombravano il terreno. Giù, sul terrazzo
del primo piano, la serva della bella grassona, donna Peppina Ranaudo, tirava
su faticosamente un secchio d'acqua, al lume di una fioca candela,
canticchiando. Chiarina stringeva ancora convulsamente la mano del suo
fidanzato:
«Come hai cuore di far ciò?»
chiese affannosamente.
«Che cuore di che?».
«Come puoi fare, anche tu,
anche tu, amor mio, un mestiere così svergognato, così crudele?».
«Non esagerare, Chiarina».
«Non sai che è un mestiere
di lagrime e di sangue? Non sai che tutti ci odiano, per questo: e che queste
maledizioni della povera gente ci colpiscono?».
«Non esagerare».
«Non sai che io ne morrò,
per la pena?».
«Non si muore per così
poco» mormorò lui, sorridendo, nell'ombra.
«O amor mio, amor mio»
gridò ella, torcendosi le braccia, «come potete voi far questo amandomi?».
«Calmati, Clara calmati»
fece lui spaventato.
E le prese le mani,
nell'ombra, gliele carezzò, le disse sottovoce delle parole vaghe, quasi per
stordirla nel suo dolore. Ella ascoltava, ancora fremente, chetandosi a poco a poco;
egli arrivava, adesso, a dei discorsi più pratici, più positivi.
«Figliuola mia, tu stessa
mi hai pregato di trovare del lavoro, per non campar di elemosina della
matrigna. Ho cercato, hai visto, ho cercato assai, non ho trovato niente: tutto
è questione di fortuna, di protezione. D'altronde tant'altra gente in merito,
più di me, sta sul lastrico. Io non ho trovato nulla. Allora ho pensato di
rendermi utile alla matrigna. Ti credi che non mi sia costato? Ho sofferto, ma
ho sopportato, per amor tuo, per non farti vivere di elemosina...».
Ella singhiozzò
nell'ombra.
«Non piangere, Clara, non
c'è da piangere. Certo, non è un bel mestiere; ma per te, farei tutto Anche la
matrigna. credilo, è una buona donna. Con noi si è condotta benissimo. Di che
ti puoi lagnare? E i suoi interessi, capisci, figliuola mia, i suoi interessi
sono nostri. Capiscilo una volta, cara, stupida mia, noi dobbiamo ereditare da
lei. E d'altronde poi, se vi è della gente che ha bisogno d'impegnare quanto
possiede, qualcheduno glielo deve pure impegnare, nevvero?'
«Non dir così» mormorò
lei, esausta.
«Non lo dico. Ma quello di
badare ai nostri interessi, cuor mio, non me lo puoi rimproverare. Sai qual è
la mia sola paura? È che la tua matrigna si rimariti. Allora staremmo
freschi!».
Ella lo guardò nell'ombra.
«Ma non lo farà, credo»
soggiunse subito lui, per temperare l'effetto delle sue parole. «È già di età,
è una buona donna, bisogna pigliarla per il suo verso. Sei calma, ora?»
«Sì».
«Mi vuoi bene?».
«...Sì».
«Credi che io te ne voglio,
tanto tanto?»
«...Sì ».
«Mi dai un bacio?».
Era la prima volta che lo
chiedeva. Ella fece un passo indietro, appoggiandosi allo sportello del pozzo e
disse:
«No!».
«Sei cattiva: me lo darai
un'altra volta» disse lui, ridendo un poco, per celare il suo imbarazzo.
Rientrarono, senz'altro.
Ma la fanciulla disse che era stanca e che voleva andare a letto. In verità, da
quella sera non trovò più sonno: il suo eccitabile temperamento, esaltato dal
dolore e dall'amore, non le faceva aver pace. La notte riaccendeva il lume,
passeggiava per la stanza, scriveva, poi lacerava le lettere piene di strazio
che le uscivano dalla penna, dirette a Giovannino. Metteva la testa nella
catinella dell'acqua fredda, per calmarsi: un brivido gelato la colpiva.
Talvolta, dietro la porta, sentiva un lieve passo. Era Carminella che dormiva
poco discosto e che veniva, a piedi scalzi, a origliare.
«Signorina?».
«Che?».
«Vi sentite male?».
«No: ma non posso
dormire».
«Ditevi le orazioni».
«Le ho dette».
«Ditele un'altra volta».
«Niente ci può,
Carminella, niente ci può».
«Raccomandatevi alla
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