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V.
Cesare Dias
proteggeva le assiduità del suo giovane amico Luigi Caracciolo, presso la sua
pupilla Anna Acquaviva. Le proteggeva correttamente, con quella fine e giusta
misura che egli adoperava in tutte le cose, senza aver l'aria del padre che
vuole assolutamente maritare una sua figliuola e che accarezza il fantasima di
qualunque matrimonio.
In verità,
cresceva in lui il desiderio di maritarla, di togliersi l'increscioso pensiero
di quella sorveglianza, di affidare ad altri, a chi ne avesse più diritto, a
chi potesse esercitarla molto meglio, di cedere a un marito, infine, la
protezione di quell'anima debole e fragile, già infranta nel dolore una prima
volta e minacciante sempre di ricadere in un dolce errore. Per tanti sintomi
che non isfuggivano al suo occhio sagace, lo teneva una continua segreta
inquietudine sulle rivoluzioni che potevano accadere nel cuore di Anna. È vero,
però, che ella, tenuta continuamente da lui in un ambiente di pace e di
freddezza, sempre corretta da lui ogni volta che la morbida fantasia, che il
generoso cuore la facevano dare in un'esclamazione, in una frase, in un
singhiozzo subito represso, sempre dominata col sarcasmo, con lo sguardo severo
di chi si meraviglia e si dispiace che una malattia morale sussista ancora,
sempre respinta da una parola mordente, da un cenno di disdegno che la sola
pietà temperava, è certo, dunque, che Anna aveva molto cangiata la sua
apparenza, il suo modo di vivere, tutta la manifestazione del suo pensiero e
del suo sentimento.
Un senso di
tenera obbedienza, una rassegnazione senza dolore, una umiltà affettuosa
trapelava da qualunque cosa ella facesse o dicesse.
Si vedeva che
ella spiava tutti i modi per riescire gradita, pur sacrificando tutto quello
che era stato, un tempo, la sua idolatria; si scorgeva che ella studiava la
forma e la sostanza del proprio discorso, e che si immergeva nel silenzio,
quando proprio le tranquille e perverse teorie di Cesare Dias la ferivano
mortalmente. Questo, egli chiamava darle un cuore di bronzo, avvezzarla a tutte
le asprezze, a tutte le delusioni, elevare il suo spirito in una regione alta e
sterile, dove fosse finito ogni entusiasmo, ma fosse anche finita ogni sofferenza:
e bene spesso, quando egli faceva l'esperimento di sentirla vibrare
unisonamente a quanto le diceva, Cesare Dias si gloriava dell'opera propria
come un novello creatore, come colui che ha trasformato il metallo più
indocile, più refrattario, quello dell'anima umana. Ma non era tranquillo.
Tanta docilità, tanta obbedienza, espressioni passive di una volontà piegata,
domata, gli davano sospetto: e si metteva a chiedere a se stesso, se la
fanciulla non fosse un mostro d'iprocrisia, se ella non fingesse da mattina a
sera, chi sa perchè, bruciando dentro, mentre era placida e calma di fuori,
nascondendo Dio sa quale disegno, mentre di fuori misurava finanche le parole.
Ma non era
stata sempre un tesoro di lealtà, la sua vita? Ma non aveva ella peccato di troppo
oblio, di troppa magnanimità? No, non era possibile. Cesare Dias conosceva
assai bene la natura umana, quella cattiva e quella buona, per credere che si
potesse cangiare l'intima essenza di uno spirito, e che potesse diventare
ipocrita chi non aveva mai mentito. Eppure, non poteva essere tranquillo. Quale
ragione profonda, potente, che egli ignorava, di cui egli dubitava, a tratti,
quale causa segreta e fortissima aveva indotto Anna Acquaviva a piegare il suo
temperamento, il suo carattere, a vincere l'entusiasmo, a velare il tono della
voce, a frenare le lagrime che volevano sgorgare, a dir di sì, sempre sì,
sempre, anche quando le più semplici o le più care idee, sue del passato erano
contraddette? Quale mano invisibile, lentamente, ogni giorno aveva cancellata
una riga dal libro del passato, fino a che ella niente più vi potesse leggere,
e che dovesse cifrare la sua novella vita dal giorno in cui era fuggita a
Pompei?
Ah no, no,
Cesare Dias non era rassicurato; conosceva la forza della propria volontà,
sapeva quale era il proprio dominio sopra altrui, misurava anche tutte le
speciali condizioni di dolore, di vergogna, di infermità fisica in cui aveva
ricominciata l'educazione di Anna Acquaviva: ma non bastava. Vi era qualche
altra cosa.
Di Laura non
si preoccupava: la bellissima e saggia Minerva si sarebbe maritata, se voleva,
dopo, quando le piaceva, con chi le piacesse: egli era certo che Laura avrebbe
fatta da sè una buona scelta. Egli era del parere di tutti gli uomini di
quarant'anni, che quando vedono una fanciulla di venti, dicono: bisogna
maritarla. Ma Anna Acquaviva era un carico così pesante d'anima, che solo
il matrimonio poteva dare al tutore la libertà.
Così,
gentilmente, sempre che poteva farlo senza dare nell'occhio, Cesare Dias
portava Luigi Caracciolo dalle ragazze. Qualche volta, in teatro: qualche
volta, quando le incontrava, passeggiando a piedi, alla Villa, dov'egli sapeva
che esse andavano e dove si faceva trovare così per combinazione; insieme
qualche volta, in un concerto o in qualche rara festa, dove le fanciulle
intervenivano se una loro lontana parente, una marchesa Sibilia, una siciliana,
le poteva accompagnare. Coglieva l'occasione sempre: appena Cesare Dias si
accostava alle fanciulle Acquaviva, in pubblico, si poteva esser certi che dopo
due minuti appariva il biondo e bello Luigi Caracciolo. Era, certo, una tacita
intesa fra quei due, una cosa forse neppure detta, ma fatta così semplicemente,
così naturalmente, che non si prestava a pettegolezzi. E d'altronde non era
lodevole Cesare Dias, di voler bene maritare una sua pupilla?
Anna aveva
l'aria di non accorgersene. Quando il suo tutore appariva, presentandosi alle
ragazze con quella fine eleganza di modi che era una delle sue seduzioni, ella
lo accoglieva con un sorriso luminoso, stendendogli la mano, fissandolo con gli
occhi brillanti di gioia, stando a sentire quello che ei diceva, e da tutto il
suo contegno trapelava una benevolenza umile, di essere inferiore, che un
incontro, un saluto rendono felice. E quando arrivava Luigi Caracciolo,
francamente essa gli stendeva la mano, parlava con lui un poco, conservando,
senz'alterigia, una grande distanza. Anche lui trattandosi di signorine che
conosceva da poco, si teneva riservato, pur volendo mostrare, come aveva, un
certo spirito, una certa coltura: e si scorgeva, osservando finamente, che egli
portava Anna su certi soggetti favoriti, dove egli poteva sfoggiare quello che
sapeva, e dove Anna poteva dirgli la sua opinione in proposito. Ma le
conversazioni, anche, erano così brevi! Al teatro in un intervallo: alla Villa,
in una passeggiatina su e giù, di dieci minuti; in un ballo, la durata di una
quadriglia; e sempre presente o Laura, o Stella Martini, o la zia Sibilia; e
sempre presente, o sorvegliante da lontano, il tutore Cesare Dias. Il discorso
non diventava mai molto serio, restava nei limiti della graziosa frivolezza
mondana. La relazione fra Luigi Caracciolo e Anna Acquaviva era quella comune
alla gente aristocratica, che salvo casi eccezionali, salvo rari amori prepotenti,
si fonda sopra la mutua convenienza e sopra una incipiente simpatia. La
rigorosa regola nobiliare inibisce ogni colloquio, ogni intimità, ogni
abbandono dello spirito, ma bene spesso, se non è un inganno il valore della
fortuna annunziata, è un inganno reciproco, una reciproca inconscia illusione,
in buona fede, sul proprio carattere. Ma anche le donne di gran sangue hanno
più modo di sopportare la freddezza coniugale: han la forma levigata, che le
salva dal mostrare le loro tragedie: hanno soccorsi ed aiuti morali dalla
ricchezza, dalle distrazioni. La corte di Luigi Caracciolo ad Anna Acquaviva
era dunque fatta come tutte le altre, nel loro principio, vale a dire in una
forma così mite, così poco noiosa che poteva esser tollerata anche se non
piaceva, e che poteva esser subito dimenticata, se il presunto fidanzamento non
accadeva.
Lentamente,
però, nel carnevale, la corte di Luigi Caracciolo si venne così accentuando,
che egli ebbe proprio l'aspetto dell'uomo innamorato: compariva dovunque
andassero le ragazze, immancabilmente; non si scompagnava da loro, che quando
non era più possibile di starvi insieme; e pareva che inventasse tutte le
combinazioni per poter vedere quasi ogni giorno le due fanciulle.
Volontario o involontario,
Cesare Dias era complice di Luigi Caracciolo. Costui, adesso, s'ingegnava di
entrare più in intimità con Anna: se ella parlava di un libro, glielo mandava,
con un bigliettino, e segnava col lapis alcuni brani più sentimentali del libro
e, dopo, ne domandava il parere alla fanciulla: se ella nominava un'amica
d'infanzia, egli voleva sapere tutti i particolari di quell'amicizia con
quell'interessamento che tutti gli innamorati prendono per le più semplici cose
della donna che amano: e in fondo a tutto, poi, vi era una pungente curiosità
di conoscere qualche cosa del primo amore di Anna Acquaviva. Egli aveva inteso
dire, così, vagamente, che ella aveva avuto una grande passione infelice e che,
dopo, una malattia l'aveva messa in pericolo di morte.
E di fatti a
certi pallori che improvvisamente egli vedeva diffondersi sulla faccia di Anna,
a certe intonazioni di voce mentre parlava, a certe parole che, pronunziate da
qualcuno, pareva la facessero partire per il paese dei sogni, egli vedeva che
una immensa scossa aveva subìto l'anima, avean subìto i nervi di Anna. Ah, ella
aveva avuto il suo segreto, con quegli occhi così pieni di visioni, con
quell'istantaneo e fugace tremolìo delle labbra, con quel suo silenzio
profondo. No, non voleva discorrerne e il bel Caracciolo, che aveva molto
spirito e molta finezza, ci si ostinava, ci si irritava, quando si nominava
l'amore: e il suo animo si rivelava, allora solo si vedeva che egli era
innamorato, non molto, alla sua maniera, ma innamorato. In quanto ad Anna,
qualunque accenno al passato, massime se fatto in presenza di Cesare Dias, la
turbava, la faceva trascolorare. Spesso si allontanava, quasi che non potesse
reggere a un'impressione troppo forte: o se era lieta, la sua allegrezza
scompariva, una tetraggine invincibile vi succedeva, o se l'allusione era
troppo trasparente, gli occhi le sfavillavano di sdegno, tutto il suo viso si
serrava chiuso nell'offesa, e non era possibile più di strapparle una parola.
Ma se era invece Cesare Dias che faceva allusione a un amore, a una delusione,
al crollo di una speranza, alla follia della passione, allora essa, chinando
gli occhi, taceva, ascoltando tutto, rassegnatamente, senza dar segno di
dolore, di collera. S'intendeva che ella considerava Cesare Dias come il suo giudice
naturale e che da lui solo, in qualunque ora della vita, avrebbe tutto
sopportato.
Luigi
Caracciolo, che era acuto, vedeva bene tutto questo e, tormentato dalla
curiosità, talvolta, aveva lealmente chiesto a Dias di che si trattasse.
Costui, con quel suo sprezzo di tutte le sciocchezze umane, gli aveva ripetuto,
che sì, sì, Anna Acquaviva aveva avuto dell'interesse – è la parola degli
uomini corretti – per un giovane, un bravo giovane, che del resto si era
condotto come se fosse un gentiluomo. E perchè non era stato possibile il
matrimonio? Il giovane era povero. E la ragazza lo aveva molto amato? Mah...
un'esaltazione, una fantasia, ciò succede alle ragazze un po' vivaci,
intelligenti. E adesso, lo aveva dimenticato? Sì, perfettamente dimenticato.
Questo
dialogo, per poco, appagava Luigi Caracciolo: ma sentiva che non era quella
tutta la verità, e che solo Anna Acquaviva gliel'avrebbe detta, chiedendola.
L'aveva apprezzata leale. E quando si trovavano insieme, sempre, veniva
in mente a Luigi di chiederle del suo amore passato: la domanda gli bruciava le
labbra. Ma, per riguardo, la respinse sempre.
Però, con
tutto questo, le assiduità di Luigi Caracciolo erano diventate così chiare e
Cesare Dias aveva tanto il contegno di un vecchio parente che, sempre
serbando la massima dignità, favorisce un fidanzamento di fanciulla, che non
riesciva più ad Anna fingere di non saperne nulla. Talvolta, quando il suo
tutore si presentava, a braccetto di Luigi Caracciolo, Anna diventava nervosa,
fissava Cesare Dias con un'espressione vivissima di interrogazione, quasi
volendogli dire: ma perchè fate questo? Egli aveva l'aria di trascurare
questa muta domanda di Anna: egli sentiva bene che per arrivare al suo scopo,
gravi sarebbero stati gli ostacoli da superare e che convincere Anna a sposare
Luigi Caracciolo era voler prendere una fortezza inespugnabile. Ma con la sua
ostinata volontà contava di vincere. Non vedeva forse l'umiltà di lei? Non la
vedeva chinar gli occhi e abbassar la voce, non era forse anche il cuore che
s'inchinava così? Non sembrava adesso ella fatta di una docile cera, dove la
mano dello scultore potesse mettere la sua impronta imperiosa? Soltanto... egli
non era certo che Anna avrebbe obbedito in questione di amore, di convenienza
matrimoniale. Ella si sarebbe certo ribellata; anzi, già si ribellava. Con una
irritazione latente, intravvedendo le intenzioni di Luigi Caracciolo, fremendo
di collera interna quando vedeva che queste intenzioni erano approvate da
Cesare Dias, ella si sfogava trattando Caracciolo con quella scortesia che è
sempre pronta all'attacco, che non ammette difesa e con cui le donne
crudelmente avvelenano quelli che esse non amano. Lo contraddiceva, spesso, per
partito preso: se egli parea sentimentale – egli era spesso sentimentale, alla
sua maniera, con un fondo di sensualità, – ella diventava ironica, diceva dei
paradossi contro il sentimento, prendeva a prestito dal suo tutore il lieve, ma
pur doloroso flagello del sogghigno: la voce si faceva aspra ed ella sembrava
cattiva. Sempre amabile, Luigi Caracciolo finiva col darle ragione, ma si
vedeva che lo faceva obbedendo a un senso interno di affetto. Egli aveva l'aria
di sentire il torto di lei e di darle ragione, solo perchè era donna, perchè
era una cara persona che gli piaceva moltissimo.
– Voi
approvate per compiacenza: che debolezza! – diceva lei, arrabbiata, come si
arrabbiano ingiustamente e scortesemente le donne, con gli uomini che esse non
amano.
E il piccolo
sorriso del bel Luigi Caracciolo che diceva esser vero ciò e che soggiungeva
esser graziosa la debolezza con le persone a cui si vuol bene, la seccava
assai. Come tutte le anime che portano in sè una gran parola segreta, Anna
desiderava che tutto intorno ad essa si armonizzasse col suo pensiero
dominante; e quando tutto intorno le era contrario, un profondo rancore la
faceva diventare tetra, e la persona che riassumeva in sè questa
contraddizione, colui che con la sua presenza, co' suoi discorsi combatteva,
inconscio, l'eterna idea di Anna, le diventava odioso. Costui era Luigi
Caracciolo. Pareva ritrosia di fanciulla; ma poteva anche sembrare, a volte,
una vivace antipatia. Finì per osservare Cesare Dias, che aveva l'occhio acuto,
e che, senza darlo a divedere, sorvegliava la coppia: due o tre volte quando
Anna aveva cercato di evitare la più semplice conversazione o un ballo di più,
trattando Caracciolo con assai scarsa cordialità, egli aveva notato ciò, e solo
un piccolo aggrottamento di sopracciglia aveva indicato la sua noia. Un giorno
però, che ella aveva voltato le spalle a Caracciolo, in un concerto, Cesare
Dias, uscendo le disse:
– Avete
trattato assai male Caracciolo, Anna.
– Non mi pare
– diss'ella, fremendo pel tono duro delle parole e più pel senso che
contenevano.
– Pare a me –
disse lui, recisamente. – Vi prego di non farlo più.
– Obbedirò –
mormorò ella.
Ma per varii
giorni fu di un umore atroce. Laura, che seguitava a dormire nella stanza di
lei, udì che ella sospirava, la notte, anche nel sonno. Due o tre volte, un po'
inquieta, le aveva chiesto che avesse: e malinconicamente, intenerita dalla
domanda, Anna aveva risposto:
– Non ho
niente, niente: dormi in pace.
Quando rivide
Caracciolo, lo trattò con una esagerata dolcezza, in cui quasi quasi si
rivelava lo sforzo di essere amabilissima. Egli prese tutto per moneta
contante: ma Anna, ogni tanto, si voltava a Cesare Dias come se egli fosse il
suo suggeritore, per prenderne la parola. E dopo tre o quattro incontri, in cui
ella aveva caricato le tinte della sua cortesia, ne chiese a Dias
trionfalmente:
– Va bene
così?
– Di che? –
domandò lui, distratto.
– Il modo
come tratto Caracciolo.
– Avete
bisogno di approvazione? – chiese lui, meravigliato. – Quello è un obbligo di
cortesia.
– Siccome mi
avevate detto... – balbettò lei, umilmente.
– Vi ho detto
qual era il dovere di una fanciulla costumata, ecco tutto.
Ella chinò il
capo, contrita. Aveva fatto quello sforzo di dolcezza per piacere a lui, Cesare
Dias, e Cesare la trattava così male! E non potendo contro lui aver neppure un
minuto di collera, neppure un minuto di reazione, tutta la sua antipatia
nascente per Luigi Caracciolo crebbe e si sviluppò in poco tempo. A farlo
apposta – non era forse un motto d'intesa? – tutti quanti ne elogiavano la
simpatia, la posizione, e quel senso più profondo d'intelligenza che lo rendeva
superiore ai giovani della sua classe. Luigi Caracciolo pensa questo, Luigi
Caracciolo dice quest'altro, Luigi Caracciolo viene oggi: perchè non è venuto
Luigi Caracciolo? Sua sorella istessa, così taciturna ed estranea a tutte le
vicende umane, Stella Martini, la zia marchesa Sibilia e quanti altri pochi
ella vedeva, infallibilmente, le parlavano di lui. Ella levava le spalle, senza
rispondere. Taceva, il suo silenzio era una concessione; ma tacendo si capiva
che pensava delle cose spiacevoli. Però quando era il suo tutore che nominava
Caracciolo, vantandone l'eleganza, non solo, ma anche una certa serietà di
condotta, allora ella diventava nervosissima; lo guardava meravigliata che
potesse dire bene di un personaggio volgare e antipatico, e sorrideva d'ironia,
vedendo che Dias ne seguitava a parlare con gravità. E un giorno, presa da una
vivace impazienza, non sopportando più questa lenta imposizione che le veniva
fatta, ma non sopportando specialmente che Dias, a lei proprio, proprio lui, le
vantasse un altr'uomo, volle dire qualche cosa:
– Ma lo
prendete proprio sul serio? – chiese a Dias.
– Chi?
Caracciolo?
– Già,
Caracciolo.
– Io prendo
sul serio ogni uomo, quando lo merita: e me ne intendo, ve lo assicuro.
– Non voglio
contraddirvi: – diss'ella pianamente – ma non è questa la mia opinione.
– Voi avete
un'opinione, in proposito? – egli riprese, con una velatura di disdegno.
– Sissignore,
ne ho una anch'io.
– E perchè?
– Mah...
così.
– Le opinioni
delle ragazze non contano, mia cara. Siete molto intelligente, non vi è dubbio:
ma non capite niente.
– Ma insomma
– esclamò ella, turbata assai – volete persuadermi che Caracciolo è una persona
di talento?
– Sì – disse
lui.
– Che è una
persona di cuore?
– Sì –
replicò lui, seccamente.
– Che è
simpatico, infine?
– Sì – egli
ribattè per la terza volta.
– Ebbene,
ebbene – ella disse, sconvolta – io lo trovo sciocco di mente, arido di cuore e
spesso ridicolo nei modi. Nessuno mi convincerà del contrario. Quello è una
bambola, non un uomo. Così fosse un uomo. Queste cose le intende anche un
ignorante.
– Trovo
inutile d'insistere su ciò, mia cara – disse Cesare Dias, diventato un po'
pallido, ma serbando una apparenza glaciale. – Io non ci entro. Io non ho
bisogno e non m'importa affatto di convincervi, su nulla. Pensate quel che
volete, di chiunque; non è compito mio di raddrizzare la vostra fantasia. Vi
avverto che ho ancora, a vostra disposizione, una quantità d'indulgenze per
molte stravaganze; ma che, fra tanti, un gran difetto trovo imperdonabile:
l'ingratitudine. Avete inteso? Io detesto gl'ingrati.
– Ma che
volete dire? – esclamò lei, angosciata.
– Null'altro:
buona sera.
Voltò le
spalle e se ne andò. Stette dieci giorni senza riapparire in casa Acquaviva. Non
aveva mai mancato per tanti giorni, quando stava in Napoli. Stella Martini, non
vedendolo, ingenuamente, mandò a chiedere sue notizie. Cesare fece rispondere
dal suo cameriere, senza neppure scrivere lui una riga di risposta, che egli
stava benissimo in salute, che ringraziava della premura. In realtà era furioso
che nella prima scaramuccia con Anna a favore di Luigi Caracciolo, costei lo
avesse battuto; furioso non solo per il suo amor proprio offeso, ma perchè quel
piano di matrimonio si andava dileguando. Ma andate a giuocare di finezza, con
una giuocatrice di audacia e di abbandono, come Anna Acquaviva! La sua collera
era mescolata di vivaci sospetti, ancora confusi, ma sempre più vivaci, poichè
era impossibile che la condotta di Anna non avesse un movente segreto; ed egli
arrivò persino a dubitare, che ella fosse ancora innamorata di Giustino
Morelli.
Intanto,
saggiamente, si asteneva dall'andare in casa Acquaviva, sapendo che con tutte
le donne, tranquille o stravaganti, il metodo dell'astensione è sempre
efficace. Difatti Anna si era immediatamente pentita di quello che aveva detto,
non perchè non fosse la verità, ma perchè sentiva di aver offeso Cesare Dias,
forse assai profondamente. Ma come poteva fare, come poteva fare, Signore?
forse che ella non aveva capito qual'era l'intenzione del discorso di Cesare
Dias, forse che ella poteva tollerare da lui, proprio da lui, una simile
intenzione? Fino a che aveva potuto, per non dispiacergli, per non dargli di sè
ancora una pessima impressione, ella aveva sopportato quel Luigi Caracciolo. Ma
ora! Ma ora che aveva dovuto udire dalla bocca di Cesare Dias istesso l'elogio
di Luigi Caracciolo, ora che per costui ella aveva dovuto litigare con la sola
persona innanzi alla quale si sarebbe inginocchiata, anima e corpo, ora non
pareva più possibile affidarsi al tempo e tutto doveva decidersi subito.
Pure,
l'assenza sprezzante di Cesare Dias le cagionò una cocente amarezza. Il suo
pentimento, la sua mansuetudine si mantennero profondi nei primi giorni, in cui
egli non si lasciò vedere, sentendo, riconoscendo ella di aver avuto torto,
nella forma. Avrebbe dovuto tacere, quando aveva udito nella sua voce fremere
lo sdegno: e invece, incauta, superba, aveva levato la testa e la parola, per
offenderlo! Nei due primi giorni, massime nelle lunghe ore di veglia notturna
all'oscuro, soffocando i sospiri, perchè Laura sua sorella non udisse, mille
volte ella pensò di scrivergli due parole per chiedergli perdono, ma subito
dopo pensava che forse lo avrebbe così irritato maggiormente; e intanto,
mentalmente, si umiliava innanzi a lui, gli domandava quel perdono, sempre,
come fanno i bimbi, nel pianto. Credeva, sperava che sarebbe ritornato e
calcolava di andargli incontro, mentre entrava, di stringergli la mano e di
dirgli una leale parola di scusa: non aveva ancora misurato, che cosa potesse
essere la silenziosa vendetta di lui.
Egli non
venne. E allora in Anna un sordo dolore si sovrappose alla sua contrizione, il
dolore continuo dell'assenza che punge come un tribolo e che niente viene a
calmare, poichè tutte le cose umane ricordano quell'assenza: un sordo dolore
che finì per convertirsi in una smania segreta, che la faceva trasalire a ogni
rumore di campanello, a ogni vettura che si fermava nella strada. Ella non
aveva più requie. In se stessa lo accusava d'ingiustizia, nè osava dire altro.
Perchè era così ingiusto con lei, che viveva soltanto, dal fatale giorno di
Pompei, per ubbidirgli, anima devota, anima schiava? Perchè punirla così, lei
che aveva riconosciuto solo la nullità di un Luigi Caracciolo? Ogni ora che
trascorreva aumentava le sue tribolazioni, tanto più che non aveva un cuore in
cui sfogarsi, un petto su cui piangere: e nel riserbo in cui si manteneva, non
osava neppure osservare, che Cesare Dias non veniva da varii giorni. Solo
Stella Martini, due volte disse:
– Il signor
Dias non si vede... sarà occupato.
– Forse –
rispose distrattamente Laura.
– Forse –
rispose con voce fievole Anna.
Ma
null'altro. E dentro intanto si sentiva consumare dall'inquietudine, dalla pena,
dal sospetto, dalla gelosia. Sì, dalla gelosia! Non aveva mai pensato che anche
la vita di quell'uomo doveva avere il suo segreto d'amore, lungo o breve,
frivolo o profondo, come lo ha ogni uomo, per un mese, per un anno, per dieci
anni: come lo deve avere specialmente un uomo ricco, disoccupato e forte, come
Cesare Dias; non ci aveva mai pensato, ingenua, sciocca, quasi che le altre
donne non esistessero, quasi che molte non meritassero di essere amate, quasi
che egli non fosse degno della più bella! Adesso, nell'amarezza dell'assenza
che non ha conforto, questo pauroso pensiero era sorto, e nelle agitate
cogitazioni si ripresentava così cruccioso, in certi momenti, che le pareva
insopportabile.
Era mai
possibile che in quel mondo di belle donne eleganti e disoccupate, egli non
avesse una donna che amava, ove forse andava a passare le ore di cui non dava
conto, dove forse, oh Dio, passava queste intere giornate, in cui non si
lasciava più vedere? In capo ad una settimana il movimento psicologico di Anna
era così tumultuario, vi si agitavano turbinosamente tanti sentimenti, che ella
sentì di nuovo che la sua testa si smarriva, come quando aveva voluto fuggire
con Giustino Morelli. Come allora!... Più di allora!
Allora non
aveva mai conosciuti i brucianti affanni della gelosia, che guastano per sempre
ogni purissima gioia dell'amore; allora colui che ella amava, aveva per lei una
devozione così assoluta, che ella non aveva mai il senso della gelosia, amaro
come il fiele, di cui coloro che amano veramente, non si guariscono mai. Ma chi
era, dunque? Di quale donna si trattava? Quale era la persona che lo attraeva
così profondamente da fargli dimenticare la sua fanciulla? La contessa
d'Alemagna, forse! non ne aveva Anna inteso parlare, così, riservatamente, qua
e là, ma sempre con una vaghezza di notizie? Ma doveva esser lei, proprio lei,
la bruna vivace con degli occhi azzurri, dalla carnagione fiorente di
giovinezza, dai vestiti eleganti nell'originale audacia, lei, una incantatrice
irresistibile! Ahimè, la povera Anna, negli otto giorni di assenza di Cesare
Dias, conobbe tutte le fasi della ingenua speranza e della ingenua
disperazione, della gelosia torturatrice che avvilisce e che esaspera, tutti i
combattimenti di chi è prima in lotta con se stesso, poi con le cose che lo
circondano e con le persone che sembrano nemiche, come le cose. Egli non
veniva, non veniva, forse non sarebbe venuto più. Glielo aveva detto: egli
detestava gli ingrati. Ingrata, lei! Ma doveva dunque ringraziarlo, poichè egli
voleva maritarla a Luigi Caracciolo? Ingrata, lei, è vero? Tre o quattro volte
si era seduta al tavolino per scrivergli una lettera, dicendogli di ritornare:
ora scriveva un semplice bigliettino, tutto timido, ora una lunga lettera
passionale, piena di bizzarrie e di contraddizioni, dove la parola amore non
era certamente scritta, ma dove si leggeva in qualunque altra parola: ora era
una lettera d'amore, breve e rude: ma tutte queste varie forme, in cui si
sfogava la sua passione e il cruccio di non vedere Cesare Dias, finivano per
sembrarle o sfacciate, o frivole, o inefficaci: ed ella lacerava tutto,
disperata, non sapendo più che mezzo adoperare per ricondurlo in casa
Acquaviva. Fu ella che suggerì candidamente a Stella Martini, che mandasse da
Dias a chiedere notizie: e la secca risposta che Dias era in Napoli e che stava
bene, la fece gelare; fu ella che cercò di uscire, di andare in qualche posto,
dove potesse incontrare Cesare Dias. Laura preferiva, spesso, restare a casa,
leggendo un libro, o lavorando a una bellissima tovaglia di altare, di trina
che imitava l'antica, od occupandosi del governo di casa, ciò che faceva da
quando era stata malata Anna: e Anna usciva sempre con Stella Martini, quasi
fosse stata presa, a un tratto, da una feroce smania di veder gente. Giusto, in
un pomeriggio di febbraio, incontrarono Dias, a piedi, per il marciapiede di
via Caracciolo. Ella si fece pallidissima e si fermò, decisa a non lasciarlo
passare avanti.
– Oh come
state?... bene, nevvero? – gli chiese, tremando.
– Benissimo –
disse Cesare Dias, con un lieve sorriso.
– Non vi
abbiamo visto più – soggiunse Stella Martini che lo rispettava profondamente,
perchè egli le usava una quantità di riguardi.
– ... non mi
pare – disse lui, con aria sbadata.
– Mancate da
varii giorni – mormorò Anna, guardandolo negli occhi.
– Varii?
– Otto
giorni.
– Otto? Sono
proprio otto? Ne siete sicura?
– Li abbiamo
contati – ella soggiunse, voltando la testa in là, come se volesse guardare il
mare.
–
Grazie della cortesia – e s'inchinò galantemente.
Ella si sentì
punta dalla parola e dal gesto.
– Non è per
cortesia, è per affetto..., è per gratitudine – aggiunse, fissandolo.
– Bene –
approvò lui, con finezza. – Vi mettete sulla buona strada. Verrò domani a
trovarvi.
E con la sua
solita correttezza, si allontanò, non volendosi fermare per molto tempo con
quelle signore. Stella Martini e Anna proseguirono verso Mergellina, camminando
un po' più presto, quasi quell'incontro avesse loro ridata l'allegria. Ella
andava vivamente, guardando il mare, con un indefinito sorriso sulle labbra,
con un lieve colorito che le saliva alle guance pallide, ravvivandole.
Stringeva le mani nel manicotto: non aveva egli stretto una di quelle mani,
prima di separarsi da lei? Non parlavano, ma giunte a Mergellina, tornarono indietro,
pian piano, poichè ella sperava d'incontrarlo un'altra volta: era l'ora della
passeggiata. Difatti lo incontrarono di nuovo, ma in carrozza; era salito sopra
l'alto carrozzino di fabbrica viennese, elegantissimo, che Luigi Caracciolo
guidava maestrevolmente.
Anna
Acquaviva li vide venir da lontano, rapidamente: salutò e sorrise, ad ambedue,
con un sorriso così luminoso di persona felice, che Luigi Caracciolo lo prese
per sè e sferzò più lietamente i due alti cavalli che facevano la trottata,
quasi danzando: e Cesare Dias ne fu contentissimo, perchè quel sorriso gli
parve il compimento delle parole dette da Anna. Ed essa, quando Stella Martini,
arrivate che furono al largo della Vittoria, le chiese se voleva ancora
passeggiare, rispose di no, che voleva ritornare a casa. Lo aveva visto, gli
aveva detto che lo aveva aspettato con ansia, aveva ottenuta da lui la promessa
che sarebbe andato a casa Acquaviva il giorno seguente: lo aveva incontrato di
nuovo, gli aveva sorriso; questo doveva bastarle, non doveva chieder troppo
alla Provvidenza, in un sol giorno. Anna se ne andava a casa, contenta quasi
che avesse riacquistato un tesoro: eppure egli era stato freddo, disdegnoso,
Cesare Dias! Ma che importava ad Anna Acquaviva? Lo aveva riacquistato: ecco
tutto. E purchè ella potesse godere un'altra volta della cara presenza, purchè
ella potesse udire la sua parola, sedendo presso a lui, interrogarlo,
rispondergli, purchè egli venisse ogni giorno, a quella tale ora ed ella
potesse fingere a se stessa, che quell'ora le fosse personalmente consacrata,
non importa, non importa! Certamente era stato un caso averlo incontrato, e se
quel caso benedetto non fosse avvenuto, potean forse passare quindici giorni,
senza che egli riapparisse: certamente, Cesare Dias, non vi aveva messo nulla
di suo, a passeggiare per via Caracciolo, giusto in quell'ora che Anna vi era:
certamente lei e Stella Martini lo avevano quasi pregato di ritornare: ma tutto
questo gli rassomigliava tanto, era così tutto lui in quella condotta, che Anna
si contentava, pensava che era già una gran fortuna aver procurato quella pace,
senza bisogno di lettere.
Ella
benediceva il caso, e la giornata, e la dolcezza di quel pomeriggio di
febbraio, in cui lo aveva riveduto, anche se aveva dovuto udire la stessa voce
un po' sarcastica, puntata dallo stesso sarcastico sorriso. Stella Martini le
parlava; ma ella rispondeva a monosillabi, sorridendo, chinando il capo, simile
a colui che si porta in sè una felicità segreta e sorride dell'inconscio mondo.
Così Anna discendeva,
nell'amor suo, in quello stato crescente di adorazione, in cui basta la sola
persona amata, per far trasalire di gioia un'anima: stato di adorazione in cui
la persona amata può esser tutto, cattiva, perversa, indifferente,
disprezzante; può avere nel suo aspetto, nella sua voce anche l'odio, non
importa, non importa, purchè venga, purchè si degni di farsi vedere, purchè si
degni di farsi adorare! E quando un'altra voce, ahimè, molto fioca, le andava
ripetendo, quasi a intorbidarle la felicità di quell'ora, che, infine, egli era
molto disdegnoso, molto indifferente, preso da altri interessi morali, non
dando nessun peso alle sofferenze taciturne di Anna, anzi disprezzandole, ella
crollava il capo, già vinta, già legata per sempre, mormorando fra sè la parola
della dedizione:
– Egli è
così.
Egli era così
e così bisognava accettarlo, poichè nulla al mondo lo avrebbe mutato e poichè
sarebbe forse male che si mutasse. Egli era così, assai diverso da quanti ella
aveva conosciuti, tipo solitario, pensante e vivente un pensiero e una vita
morale opposta a quella di Anna. Accettarlo così: o perderlo.
– Stava bene,
il signor Dias – disse Stella Martini. – Verrà domani...
– Domani, sì
– soggiunse Anna sorridendo.
– La sua
assenza mi dispiaceva tanto.
– ... anche a
me.
– Voi gli
volete bene, è vero? – domandò ingenuamente Stella Martini.
– ... sì –
fece Anna, dopo una esitazione.
– Egli è
buono... in fondo... malgrado quelle cose che dice... – osservò la damigella di
compagnia, nella sua bonarietà.
– Egli è così
– mormorò Anna, con un gesto della mano che accennava al fatto compiuto.
Quando
rientrarono a casa, Laura osservò subito l'aria raggiante e umile, nel medesimo
tempo, di Anna. Costei andava e veniva, senza posare il manicotto e il
cappello, non potendo star ferma. Poi, a un tratto, si fermò, e disse a Laura:
– Sai,
abbiamo incontrato Dias...
– Ah! – fece
Laura, senza interessarsi.
– Sta
benissimo.
– Era
naturale.
– ... e verrà
domani.
– Bene –
conchiuse Laura.
E si allontanò
con la sua aria di vergine saggia che conosce tutto, che apprezza tutto e che
non si meraviglia più di nulla. Pure, l'indomani, mentre Anna, subitamente
intimidita, udendo il campanello che annunziava Cesare Dias, se n'era fuggita
nella propria stanza, fu Laura che gli andò incontro, col suo bel sorriso di
persona tranquilla.
– Oh savia
Minerva! – l'interpellò Dias, stringendole la sottile mano bianca. – Voi state
bene, è naturale, perchè voi non potete essere inferma: e voi non avete affatto
contato i giorni della mia assenza. Io v'intendo. Io sono savio come voi: anzi
come tutti i sette Savii della Grecia.
Ella rispose
con un sorriso: Cesare Dias la guardò con ammirazione. Poi venne Anna: era un
po' imbarazzata, e il pallore e il rossore si alternavano sul suo viso. Parlava
a scatti, subitamente inquieta: gittava delle occhiate scrutatrici a Cesare
Dias, il quale, invece, conservava tutta la sua superiorità di animo,
arrovesciandosi sulla sedia, chiacchierando con la solita familiarità, quasi non
fosse mai mancato un minuto da quella casa. Ebbe anche lo spirito di non
nominare affatto Luigi Caracciolo, e Anna, che aveva aspettato questo nome per
poter mostrare a Dias la propria docilità, fu delusa. La questione sorta fra
loro e che si era chiusa con quell'amaro rimprovero d'ingratitudine di Dias
parve dimenticata; la persona che l'aveva provocata era sparita nel nulla. Anzi
Dias ebbe il contegno magnanimo dell'uomo che non ha neppure rammentato la
causa dell'offesa, per delicatezza; e Anna si vide più che mai confusa da
quell'alterezza generosa. Durò qualche giorno tale astensione: poi, vedendo che
Anna per farsi perdonare quella prima scaramuccia, cedeva a ogni cosa che egli
dicesse, assai felice di potersi mostrare docile con Dias: pian piano Luigi
Caracciolo rientrò in campo, riprese terreno e finì per diventare di nuovo e
più di prima un personaggio importante di quel gruppo. Egli riapparve,
discretamente incoraggiato da quel sorriso che aveva ricevuto in via
Caracciolo, fantasticando di un qualche lento o improvviso mutamento nell'animo
di Anna: e le sue maniere avevano acquistato, in quel periodo di assenza, come
una novella tinta di dolcezza; egli trattava adesso la fanciulla con un
ossequio di anima devota, che vive la sua vita alle ginocchia della persona
amata. Ella non aveva potuto frenare un movimento di repulsione, quando lo
aveva riveduto, perchè non gli potea perdonare di averla fatta litigare con
Cesare Dias: ma Luigi non se n'era accorto, ed ella si era subito rimessa,
decisa a trattarlo bene, fino a che poteva. Però mentre ella, per piacere a
Cesare Dias, s'inebbriava di sacrificio, con gli occhi chiusi per non vedere il
suo pericolo imminente, dentro si consumava sentendo che le sue transazioni
erano vigliacche e che l'avrebbero condotta a un dolore più profondo. Si
comprometteva con Luigi Caracciolo, senza volerlo, ogni giorno di più: vale a
dire, come si compromette una ragazza che si deve maritare con un giovane,
prendendone i fiori, rispondendo a un biglietto, accettandone la conversazione
che gira intorno intorno all'amore, udendone i complimenti che hanno entità di
dichiarazione amorosa, ascoltandone i racconti del passato e i progetti
dell'avvenire: e alla sera, quando si trovava sola, ella, riassumendo quello
che aveva fatto nella giornata, fremeva di collera, di disprezzo per la propria
debolezza, poichè tanti passi aveva fatto sulla via del pericolo. Ma la paura
di vedere sparire, per otto giorni, ancora una volta, Cesare Dias, la paura che
egli andasse di nuovo a passare gli otto giorni del rancore presso la contessa
d'Alemagna, o presso un'altra qualunque donna che egli amasse, la rendeva così
vile, che ella seguitava a transigere, non sapendo più dove si sarebbe fermata,
sentendo di giungere presto a una delle terribili giornate della sua vita.
Cesare Dias, un po' tranquillato sul conto di Anna, si mostrava soddisfatto,
paternamente, e pareva quasi che egli attendesse una imminente occasione
propizia, per lanciare la grande parola. Anna quasi gliela vedeva apparire
sulle labbra, questa parola suprema, e impallidiva di spavento. Adesso l'umore
di Anna era diventato così variabile, così nervoso, che ella passava dalla
tristezza al pianto in un minuto e che, talvolta, mentre fioriva la
conversazione intorno a lei, ella si concentrava in un pensiero profondo,
tetro, donde non si scuoteva, come se tutta l'anima sua fosse presa.
– Che avete?
– le diceva Cesare Dias.
– Nulla |