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NAVIGANDO VERSO SORIA
I.
In mare.
Un giorno,
un’ora, un minuto prima della partenza, tutto il febbrile entusiasmo di chi
parte si dilegua. L’egoistico ardore con cui si son fatti i preparativi del
viaggio, la gaia fretta che par quasi quella del prigioniero cui sorrida,
ineffabile, la libertà imminente, quel vivo sogno interiore che rende un po’
folli gli occhi di colui che deve andar via, tutto svanisce, lasciando al suo
posto un dubbio freddo e sterile, una sottile e opprimente angoscia. Dice
l’anima incerta: «faccio io bene, ad andarmene? Saranno, poi, veramente belli,
fantastici, poetici i paesi dove andrò? Troverò io l’emozione che deve far
rivivere il mio stanco e arido cuore? Non furono forse le illusioni dei
viaggiatori, l’inquietudine indomita degli umani, la malattia del
vagabondaggio, l’insaziata curiosità delle immaginazioni cupide, non furono
esse che crearono queste leggende di paesi meravigliosi, questi favolosi
racconti di intense impressioni provate? O, peggio, molto peggio, non fu, non è
l’avidità complicata e complessa di quanti vivono di viaggio, società di
navigazione, società ferroviarie, mercanti, industriali, albergatori,
cocchieri, e facchini, che ha organizzato una immensa e deludente burletta? Non
è, forse, sicuramente bello, il mio paese, che conosco, che amo, che so
sopportare in tutti i suoi difetti perchè lo adoro, il paese che mi sorride,
perchè io vi nacqui e perchè lo adoro, il paese che mi ha visto vivere e che,
speriamo, mi vedrà morire?»
Così, il dubbio
morde il cuore del viaggiatore, come se le parole dell’Ecclesiaste lette, per
singolar caso, la mattina, ancora vibrassero in lui, parlandogli della vanità
di ogni cosa. L’anima confusa e triste, dice perchè andare, lasciando tutti
coloro che io amo? La vita è breve, i suoi giorni sono preziosi, appena vi è il
tempo di abbracciare una testa canuta, di baciar gli occhi dei figliuoli, di
stringere una mano amica: e io renderò, io stesso, questo tempo più breve, io
fuggirò come se avessi innanzi un avvenire immortale, mentre tutto
quello che deve finire è così corto? Io stesso lascerò indietro i volti noti e
benevolenti, coloro che mi guardano con gli occhi teneri, per vivere,
volontariamente, fra visi estranei, per udire linguaggi ignoti e duri, per
trovare dovunque l’indifferenza alla mia persona, per sentirmi solo, perduto
nel vasto mondo, senza che una mia sofferenza, che un mio grido di dolore trovi
una mano affettuosa, una parola di conforto? Così lontano? Perchè? Che cosa mi
fa esser così crudele con me stesso? Chi mi ha scacciato, chi mi ha respinto?
Non tutti forse pare che mi dicano, nel loro silenzio malinconico: rimani?». E
fra le incalzanti domande dello spirito, le soffocanti, estreme, inani
tristezze, il viaggiatore si abbatte in un accesso di miseria morale o
materiale: le sue mani improvvisamente affaticate non sanno più chiudere le
valigie, la sua mente confusa dimentica le ore della partenza e oblia il lungo
itinerario, il suo cuore tremante non osa neppure pronunziare le parole
dell’addio.
Nella sera
odorosa di maggio, mentre sul battello tiravano faticosamente l’àncora per
salpare, l’aspetto di Napoli assumeva una seduzione anche più acuta. Migliaia e
migliaia di lumi brillavano lungo la costa, salivano alle colline, quasi
inseguendosi, palpitando di luce, scintillando vivamente, come se le stelle
fossero persino discese, dal cielo notturno, a dare un incanto siderale alla
città. Il frontone di una chiesa, sopra una collina, era illuminato a festa,
celebrandosi il santo di quel giorno, e si delineava nettamente, più alto,
quasi sfolgorante: ogni tanto, sul rombo sordo e continuo della città, che
godeva la sua tiepida e pur fresca sera primaverile, il crepitìo più forte di
un razzo si udiva, e nel cielo si apriva un fiore di fuoco, dolcemente. Per la
via Marina, si vedevan bene passare le carrozze portanti i cittadini, che
andavano ai loro amori, ai loro piaceri, alle loro consuetudini serali: si
udivano le cornette dei tramvai, squillanti. E l’arco del cielo, di un azzurro
nero, vellutato, profondo, s’inchinava, nel gran chiarore molle e tenue della
Via Lattea, dove le stelle pareva soffocassero di dolcezza.
Invece, intorno
al battello, era un’acqua nera; gorgogliante nell’ombra, con riflessi smorti e
cupi, dove errava qualche lumicino fioco di una barca rompente l’onda
tranquilla, con un ritmo eguale e monotono. Sul battello, tutto pareva nero,
meno nero e più nero. Sulle ombre del fondo, si disegnavano strani congegni di
ferro, di legno, di corde, da cui il corpo si ritraeva, temendone l’urto e vi
si agitava una piccola folla di gente, che, passando sotto la luce rossa di un
fanale, mostrava dei volti ignoti e preoccupati. Qua e là, gruppi di persone
parlavano, sottovoce: altri esseri, solinghi, si rannicchiavano in un
cantuccio, forse afflitti dai loro pensieri, forse non pensanti a nulla. Sul
pavimento di legno, di recente bagnato, si scivolava. Sul parapetto, tutto nero
e tutto umido, non si osava posare le braccia per contemplare ancora la città.
Ogni tanto, per la manovra, una corda balzava, a canto: e, cambiando posto, per
istinto, con un segreto timore, l’ambiente vi pareva ostile, nemico, pieno di
trabocchetti. Del resto, il battello figurava piccolo, meschino: nella notte,
pareva non vi si potesse dare mai un passo. Non era possibile trovare, là, nè
il comandante, nè altri: nessuno dava retta a nessuno: le persone si urtavano,
senza salutarsi e senza guardarsi.
Poi, dato il
segno della partenza, il battello sembra fare una grande riverenza
nell’inchiostro, una piroetta larga nelle ombre, per immergersi, lentamente,
nella notte più lontano. Piccolo, bizzarro, nero, penetrante sempre più
nelle tenebre dell’orizzonte, innanzi ad esso la città s’ingrandisce, più
vivida di lumi, più molle e odorosa fra i suoi colli fioriti, più affascinante
nella sua grazia notturna. Sul ponte, il movimento si è chetato. Qualche
fantasma, appoggiato ad una scaletta, guarda ancora il paese tutto ingemmato di
luce: qualche altro spettro, seduto sopra un banco, sente i primi brividi del
vento marino, che comincia a soffiare con violenza: qualche punto di brace
nell’oscurità, una sigaretta, un sigaro, accesi non si sa da chi, riluce. A un
tratto, da una grossa macchina nera, sul lato destro del battello, viene un
singolar rumore: poi, un nitrito. È un alto e largo scatolone, un box, dove
è chiuso un cavallo, in modo che se ne veda solo la testa libera, rivolta
verso la città. La povera bestia, così costretta, così legata, deve soffrire.
Nitrisce, spesso: scalpita. A ogni suono di campanella, si dibatte: e, invano,
a questo fantasma agitato di cavallo, un fantasma di soldato sta innanzi,
carezzandogli la testa, forse per tranquillizzarlo. Anche il cavallo guarda
Napoli: e mi pare triste come un uomo, in questa notte di maggio.
Ma, nell’ora
fresca mattinale, in alto mare, impossibile non lasciarsi prendere da quel
benessere tutto fisico, che, nella sua effusione, se non arriva a vincere le
tristezze, le attenua, le addormenta. Sonnecchiano le intime malinconie, mentre
tutto il resto dell’essere si abbandona alla freschezza carezzevole della bella
ora. Pare di navigare in una grande, immensa coppa, mollemente rotonda, colma
di acqua, azzurra: e la scia della nave, la gran linea di argento, schiumante,
frusciante, segna il taglio medio della coppa. L’acqua, in quell’ora ha la
lucentezza di una stoffa di seta, e il suo movimento è quieto, come un respiro.
La nave è tutta bianca, lavata da cima a fondo, i suoi ottoni scintillano, le
tendine rosse dei suoi boccaporti ondeggiano al mite vento della mattina.
Taciturni, scalzi, con un passo soffice, i marinari vanno e vengono, lavando
ancora, versando acqua in tutte le parti: hanno la loro aria tranquilla e
operosa, quella particolare alla gente di mare, abituata alla fatica
silenziosa. In tutte quelle ore di navigazione, con quel felice sesto senso
dell’uomo che è l’adattamento, il corpo si cominciato ad assuefare a tutte
quelle cose piccole, piccole cabine, piccoli letti, piccole scalette, piccole
finestre, e la coperta pare vastissima, di fronte a tutte queste cose piccole,
la terrazza alta dove il comandante si occupa del nostro cammino e, delle
nostre vite, il ponte del comando pare un paradisino, tutto bianco, in piena
luce, in pieno orizzonte.
Dove è,
dunque, la nostra città, dove sono i suoi incanti? Lontana, adesso: adesso, ci
tiene questa larga coppa di azzurro, chiusa intorno intorno dallo orizzonte, e
non finiamo mai di attraversarla, nel mezzo, senz’aver più nozione precisa del
tempo e dello spazio: ci tiene quest’aria luminosa e pura, percorsa, talvolta,
dal volo di un falco o di una tortorella stanca; e ci tiene questo semplice
piacere di vivere, per tutti i pori, senza volontà, certo, e senza pensiero,
navigando fra l’azzurro, sulla nave nitida e lucida. Sicuramente, nel più
oscuro fondo dall’anima il rimpianto vive; e, talvolta, come una fugace e
tenera malinconia annebbia l’anima e rende pensosi gli occhi senza lacrime:
talvolta, il rimpianto dà un piccolo morso, più acuto. L’uomo non muta i suoi
sentimenti: li accarezza, li culla, li compone in un riposo lungo, salvo a
ritrovarli in se stesso, più calmi, più dolci, però sempre vivi, sempre
presenti. Ma la vita strana della nave, così diversa e così immediatamente familiare,
che vi pare di avere, in altri tempi, vissuta, mentre non navigaste mai; ma
questa piccola umanità sconosciuta che vi circonda, voi sconosciuto, gente che
domani non vedrete più, che non vi vedrà più, domani: tutti questi minuti
avvenimenti della vostra singolare giornata: le cose, le persone, i fatti,
l’ambiente, vi hanno tolto ogni personalità. Chi siete voi, mai? Un individuo
qualunque che viaggia, come tanti altri individui. Che importano, poi, l’età,
la condizione, lo spirito? Tutto è fuor di voi; e voi stesso non vi appartenete
più, fate parte della nave, del suo viaggio, trasportato in una fuga ritmica
verso laggiù, dove andate, o dove andrete, se la nave e il mare lo vogliono.
Ecco, oggi, il
mare è buono: ma la notte seguente, nel sonno, voi udite il suo rombo e la sua
agitazione, a Capo Spartivento; e, al terzo dì, l’isola di Candia appare, con
le sue montagne coperte di neve, in maggio; e, per otto ore di giorno, non si
vede che Candia, e infine, infine, dopo quattro giornate di mare, in un crepuscolo
rosso e limpidissimo, voi vedete una fila di case basse o bianche, sopra un
fondo giallo di sabbia: è Alessandria di Egitto, è la terra di Cleopatra, che
voi, quasi, toccate. Più tardi, poichè il viaggio in mare vi aveva dolcemente e
costantemente tolto ogni volontà e ogni pensiero, poichè solo la inerte
fantasia subiva le prime impressioni, voi rammenterete, sempre e soltanto,
questa prima visione esterna, le casette bianche sull’arena gialla, mentre il
cupreo sole tramonta, e un soffio caldo vi dà il saluto dell’oriente.
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