V.
Nella
notte.
L’ora
pomeridiana si avanza e declina: i visitatori del Santo Sepolcro vanno
diminuendo, sempre più. Il giorno orientale, che principia alle cinque del mattino,
non raggiunge la estrema ora del crepuscolo: esso finisce molto prima. Già,
verso le quattro, i bazars si vuotano dei contadini, delle contadine dei
dintorni: vanno via i cammelli scarichi verso Betlemme, verso San Giovanni
nelle Montagne, verso i più vicini villaggi di Bethania, di Siloè: la,
popolazione agreste di Gerusalemme ritorna alle sue lontane e prossime dimore.
Spariscono, uomini, donne, bimbi, animali, nella via polverosa; per ritornare
l’indomani, per ritornare ogni giorno. Chiunque se ne va, ha già salutato la
tomba di Gesù. Anche le donne di Gerusalemme, come il giorno scende, rientrano
nelle loro nuvole di mussola bianca, nel loro mantello candido, tenuto fermo,
innanzi alla bocca, da una mano bruna inanellata grossolanamente di argento,
col polso adorno di quei braccialettini di cristallo azzurro che si fabbricano
a Hebron, paese di Abramo: anche esse, piamente, prima di chiudere la loro
giornata, sono venute a salutare, affettuosamente, in silenzio, il Sepolcro. I
mendichi cristiani, cha abitano in qualche capanna di fango secco, fuori la
città, sotto il Monte degli Ulivi, mendichi laceri, sporchi, senza età, senza
fisonomia, tanta è la loro sporcizia, l’arsura del sole, tanti sono gli stenti
e tanto è deformativa la fame, i mendichi, anche essi, stringendo al petto la
loro scodella di stagno, dove hanno raccolto qualche centesimo dalla pietà dei
credenti, se ne vanno: quegli ammassi di cenci luridi spariscono dai pressi
della chiesa, dalla chiesa istessa, mentre le loro dita aggranchite formano la
umile sigaretta, che è il retaggio del soriano più povero e più infelice, senza
la quale egli non vivrebbe. I pellegrini religiosi, di ritorno da qualche gita
alla valle di Giosafat, alle Tombe dei Re, alle Vasche di Salomone, si
affrettano agli ospizii latini, armeni, greci, russi, dove è costume di
rientrare, prima che tramonti il sole: i più ricchi pellegrini se ne vanno ai
due o tre alberghi di Gerusalemme, dopo aver inchinato, prima che il giorno
muoia, l’augusto marmo. Sempre più solitaria e silenziosa, la
grande chiesa. Ancora, verso il lato della rotonda che appartiene ai copti, vi
è per terra accovacciata, presso uno degli enormi pilastri, qualche donna di
cui non si vede il volto, immobile nella preghiera; poi, si leva e se ne va. Invece,
sulla piazza, i venditori ambulanti di rosarii, di scapolari, di crocette, di
medaglioncini d’argento falsi, raccolgono in certe bisacce la loro povera merce
e spariscono; con essi, partono il venditore di panini dolci o l’acquaiuolo
ambulante. Nessuno più discende dalla stradetta a scaglioni, che unisce mezza
la città di Gerusalemme alla piazza: nessuno più appare sotto la porticina che
appartenne ai Templari e che unisce l’altro lato di Sionne alla chiesa delle
chiese. Il canto degli uccellini è più lento, è più fioco. Il sole è disceso.
Un rumor cupo e profondo si allarga per gli archi, per le cappelle. Le porte
della chiesa sono sbarrate sino all’indomani. Colui che, compiendo il maggiore
atto di adorazione mistica, volle passare la notte in veglia, nella chiesa,
presso la tomba, è oramai solo col suo Signore.
La
notte è salita, quasi, dal basso in alto, mettendo la oscurità, prima intorno
alle forti colonne della rotonda, poi sulle due gallerie superiori ed ha
smorzato l’azzurro chiaro del lucernario: dietro i pilastri, intorno alle
cappelle, per tutti gli avvolgimenti strani di quella singolarissima
architettura, l’oscurità è diventata tenebra. Qua o là, fiochissimi punti
luminosi. Lassù, dietro l’abside, si erge, alta, bruna, la seconda chiesa, quella
del Calvario, legata a quella del Sepolcro da due erte scalinate di marmo:
avvolta di nero, nella notte, solo qualche lampada appena scintilla, sul posto
del Golgotha, dove fu conficcata, in terra, la Croce. Nella cappella
di San Salvatore, in quella di Santa Maria Maddalena, dei nostri francescani,
ancora qualche lumicino, tra l’ombra profonda: le cappelle sotterranee,
tagliate nella roccia, dove sono le tombe di Giuseppe d’Arimatea o della sua
famiglia, dove è stata trovata la
Croce, coi loro piccolissimi lumi profondi, hanno l’aria di
bocche nere, aperte nella terra, pronte a ingoiare. E l’anima travagliata e
contrita, che domandò questo lungo e terribile colloquio notturno col suo
Signore, che volle parlare al suo Dio come una sol volta si parla, nella notte,
è presa da una emozione estrema. Tutte le sue facoltà fisiche sono paralizzate
e annullate da questa commozione: tutti i suoi sensi sono aboliti o in preda ad
allucinazioni bizzarre. Ritto, presso la porta della sacra edicola, non osando
ancora entrarvi, non osando fare un passo nella chiesa, egli lascia il suo
essere sommergersi.
Innanzi
agli occhi spalancati sull’ombra, le proporzioni del tempio s’ingrandiscono, si
fanno immense, si fanno vaghe, sterminate, senza confini:
talvolta, come un soffio fa vacillare la luce delle lampade che ardono,
sottilmente, qua e là, e sembra che uno spirito sia passato sovr’esse e le
abbia fatte tremare. Non si odono, forse, dei passi lievi che sfiorano il
suolo? Chi sospira, profondamente, nella notte? Vi è, forse, qualcuno laggiù,
dove qualche cosa di bianco pare che trascorra? Tutto, tutto intorno nella
chiesa deserta o forse non deserta, nel silenzio interrotto da susurri forse
fantastici, è un assurgere d’ombre e di suoni misteriosi: l’occhio nulla vede,
ma immagina dolenti e irosi fantasmi usciti dalle loro fosse lontane e venienti
ad aggrupparsi intorno alla tomba delle tombe: l’orecchio nulla ode, ma la
fantasia ode mormorii bassi, dove par quasi di riconoscere le voci piene di
tristezza e piene di rampogna, di coloro che amammo, e che partirono prima di
noi: e nelle brune onde notturne, quasi smisurate, in cui è immerso il tempio,
par che viva e si agiti un mondo di figure svanenti, i volti lividi di morenti,
di mani scarne e febbrili che si levano per benedire, per dare l’ultimo addio,
mondo di tristezza e di paura, su cui si leva, pianamente, qualche
parola sommessa e amara, qualche singulto soffocato, qualche grido sordo di chi
muore, di chi muore...
L’anima,
folle di dolore e di sgomento, in un moto disperato, penetra, vacillando, nella
cameretta funebre e si stringe alla tomba, come un figlio al seno
materno, come a una pietra che sia la salvezza suprema, come a una vivente
pietra di soccorso e di amore. E le labbra convulse, la cui febbre si placa sul
marmo gelido, nella notte profonda, ripetono ancora, al Signore, la grande, la
incessante domanda, quella che, nelle ore più tetre e nelle ore più esaltate,
sgorga dalla bocca di chi soffre e di chi crede, la domanda del figlio a suo
padre, la domanda dell’Anima al Cielo, ma fatta, in quel momento, più alta, più
solenne, più decisiva. «Poichè è la notte, poichè siamo soli, o Signore, poiché
tu vedi quello che io penso, quello che io sento, Signore, poichè io venni qui,
alla tua tomba, e volli restare una notte, in tua presenza, dimmi, o Signore,
quale è la Verità
e la Via!
L’anima
aspetta. E come nel chiaror vivo delle quarantanove lampade che ardono
perennemente sul Santo Sepolcro, si quetano i terrori vani dello spirito, pare
che una novella serenità plachi l’agitata coscienza. In verità, quanto vi era
dentro di falso, di gretto, di meschino, di frivolo, è crollato come un grande
muro che impediva di bere l’aria viva, che impediva di vedere il cielo azzurro:
sono scomparse le superbe e inani vicende dell’orgoglio: l’ardore misero e
breve degli egoistici interessi, i desiderii fallaci e ingannevoli, le voglie
cupide o basse, tutte le menzogne tutte le ipocrisie, tutti i tranelli
dell’istinto, sono spariti, qui, questa notte, ora. È sciolto il duro nodo, che
teneva l’Anima avvinta ai trionfi della vanità e ai piaceri dei sensi:
l’immondo legame dello Spirito con tutte le gioie esteriori, con tutte le
parvenze della bugiarda felicità, ecco, è troncato. Libera, l’Anima. Così
volle, che venissero a sè, le anime, Gesù Cristo che fu sepolto qui: così le
volle, staccate da quanto vi ha d’impuro e di mortifero nella vita: e così le
ebbe, intorno a sè: e così le avrà, nel nome della sua fede: e così saranno
libere, sempre, per divino potere, toccando la pietra della sua tomba.
Potessero tutti gli uomini altieri e folli della loro alterigia, tutte le donne
belle e giovani e folli della loro bellezza e della loro gioventù, potessero
venire, qui, per vivere una notte in questa chiesa, dove è il Vostro sepolcro,
Signore, presso questo letto funerario, dove Voi avete dormito il sonno della
morte: tutta la loro superbia e tutta la loro vanità cadrebbero, nella lunga
ora notturna, soli con Voi che portaste un’anima divina e che foste il più
umile fra gli uomini: è in questa solitudine profonda, presso la lapide che ha
chiuso il Vostro corpo martirizzato, che dovrebbero piegare la testa tutti gli
egoisti, tutti gli spensierati, tutti gli indifferenti, coloro che vivono solo
pel proprio benessere, coloro che vivono senza chiedersi la ragione della vita,
coloro che disperdono, vanamente, le più nobili forze spirituali, qui, innanzi
a Voi che amaste il più puro ideale, che sapeste amarlo, che sapreste farlo
amare, che voleste morire perchè questo ideale vivesse, nei secoli dei secoli!
L’Anima
pensa, ascolta, ricorda. Tante cose Egli disse, nella sua vita di profonde e
indimenticabili parole! Pure, una è più vibrante, più misteriosa e più larga: Tu
ti preoccupi di molte cose, o Marta, e una sola è necessaria. Una sola? Non
è, dunque, necessario che i nostri desiderii si compiano, che i nostri sogni si
realizzino, che i nostri amori sian corrisposti, che i nostri odii sieno
efficaci, non è necessario? No, non è necessario. Una cosa sola è
necessaria: Colui che per due giorni giacque, in questa roccia, aveva detto
questo. La saldezza degli affetti familiari, la venerazione dei figli, la
gratitudine degli amici, la fede e la lealtà di tutti, non sono, dunque, cose
necessarie? Non bisogna, dunque, piangere o gemere, se tutte le nostre fatiche
non ebbero compenso e se tutti i nostri sentimenti furono scherniti? Non
bisogna, dunque, dolersi se nulla condusse alla sua mèta il nostro intelletto e
il nostro cuore? Se noi restammo per via, se giacemmo, inerti, senza più sangue
nelle vene, senza più volontà nell’anima, senza più desiderio, senza più
speranza, dobbiamo noi consolarci, solo in noi? Solo in noi? Sempre in
noi? Una sola cosa è necessaria: la vita dello spirito.
L’Anima
vede e sa. Egli visse la grande vita dello spirito e volle che tutti, per lui,
la vivessero. Quanti erano dolenti, oppressi, infermi, infelici, quanti deboli
per il sesso, per l’età, per la condizione, donne, vecchi, bimbi, malati,
poveri, conobbero, da lui tutte le consolazioni interiori che sollevano, che
purificano: quanti subivano le contingenze odiose di tutte le sventure, gli
abbattimenti di tutte le miserie, le tristezze di tutti gli abbandoni, seppero
che vi è, nella propria coscienza e nella sublime idea dell’ultimo compenso la
fonte purissima di ogni conforto. La vita dello spirito che assunse in lui una
forma divina, nell’oblio di tutti i calcoli umani, nel perdono di tutte le
offese, nella pietà verso tutti i peccatori umiliati, contriti, nell’amore per
tutti i sofferenti, egli la dette in dono a tutti coloro che credettero in lui
e che in lui crederanno: dono divino, fatto solo per guarire le anime, fatto
solo per compire i più meravigliosi miracoli interiori. La vita dello spirito
che può essere semplice e umile ma sempre consolatrice che può essere grande,
potente e che può condurre l’uomo sulle cime dell’ideale, che forma dei
martiri, che forma degli eroi: che è il sorriso della giovinezza, la forza
della virilità, la benedizione della vecchiaia: la vita di Colui che nacque in
Betlemme e che morì in Gerusalemme. Dice l’anima, quieta, serena, oramai
pacificata: Tu mi hai parlato, o Signore in questa notte terribile e dolce: tu
hai risposto al tuo servo. Io conosco la Verità e la Via.
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Dal vano rotondo
della cupola, scende, nel tempio, la luce dell’alba e circonda la sacra
edicola. Poi, il sole vi penetra e l’avvolge in un’aureola trionfale.
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