II.
In
palanchino.
Chi
mai andrebbe a Gerico, fra i più ardenti e più curiosi viaggiatori di
Palestina, se il miserabile gruppo di dieci case e di venti capanne, perduto nella
gran pianura solitaria e soffocante di Rihha, non fosse la tappa di riposo,
venendo da Gerusalemme, per andare sulle sponde di quel deserto, metallico e
fumigante Mar Morto, ove furono sepolte Sodoma e Gomorra, per andare in quel
fresco paesaggio idilliaco che è il Giordano, con le sue sponde fiorite, il
Giordano dove Gesù fu battezzato dal Precursore? Chi vorrebbe mai soggiornare
in quell’atroce Gerico, oggetto di segreto terrore morale e di aperto ribrezzo
fisico, Gerico che sembra collocata, dopo le eterne sei ore di discesa che ci
vogliono, dalle altitudini di Sionne, proprio in fondo a un pozzo affogante di
calore, dove l’aria greve opprime i polmoni, dove il cielo sembra così alto e
così lontano che l’occhio si riabbassa pieno di sgomento, sentendo di esser nel
punto più basso della terra? Chi non riporta indietro dalla breve dimora,
necessaria per il sonno dell’uomo, come per quello delle bestie, una
impressione di fastidio, di depressione, di fantastico sgomento? Chi non si
rammenta di Gerico dove invano tentò di dormire, due volte, nell’andare e nel
tornare dal Mare Morto e dal Giordano, come di un posto bizzarro e angustioso,
dove la mente più tranquilla ha sognato di esser precipitata in un buco,
profondissimo, pieno di vapori acri, pieno di fruscii singolari come di rettili
misteriosi e perfidi, in un buco donde non sarebbe mai più potuto venir fuori?
Chi non sente vive nella memoria le sensazioni d’incubo che Gerico produce,
Gerico che è quattrocento metri sotto il livello del Mediterraneo, le
sensazioni di non potere camminare sulle aridissime pietre del suo torrente,
per otto mesi disseccato, senza provare il languore di una lenta vertigine nel
cervello; di non potersi distendere sovra il letto di una strana casetta di
ricovero, tenuta da due mutole vecchiette russe, senz’aver la paura di morir
soffocato in quel torpore malaticcio, che cade sui nervi; di non poter toccare
cibi, senza che abbiano sapore di cenere, e di non poter sorbire bevanda, senza
sentirla pesante e salmastra al palato? Il più vivo istinto quando l’uomo ha
subito la prima impressione di Gerico, è il desiderio della fuga, irritante e
prepotente desiderio che non vi lascia un minuto: partire, partire, partire,
andare al Mare Morto, al Giordano, andare, dovunque, fuori che a Gerico,
gittarsi verso le montagne di Moab, affrontare i beduini predatori delle tribù,
oltre il Giordano, fuggire nel Deserto, ma non restare a Gerico, dove è
impossibile non agonizzare, come agonizza una povera mosca precipitata in fondo
a un imbuto!
La
fuga! La piccola casa di legno, mattoni e calcina, dove si dorme per il prezzo
di tre lire la notte, è posta in fondo a un lungo viale: essa è avvolta di un
silenzio e di una solitudine, che dà l’immediato brivido dell’avventura. Le due
vecchie russe hanno delle vesti bigie, delle cuffie bianche e strette,
monacali, e un goletto bianco ampio che loro stringe il collo: non sanno una
parola di francese, d’italiano o di greco. Vanno e vengono, taciturne, con
passi lievi. Pure, ogni tanto, la casetta, che ha un primo piano, sul
pianterreno, scricchiola. Non si sa chi vi sia, di sopra; chi vi sia accanto,
intorno. La stanza dove si dorme, è a terreno, dà sul viale: le finestre sono
sbarrate di ferro, e sporgono sulla campagna. Il letto è avvolto in una
zanzariera così fitta che, lì dietro, pare che vi si possa nascondere un
cadavere, come nei Misteri di Udolfo di Anna Ratcliffe. Fuori, il
dragomanno, cioè il fido compagno, cioè la guida e il difensore, dorme in una
stanzetta da pranzo, sopra un divano; ma è lontano. Se si chiamasse, non
udrebbe. Il beduino di scorta, il moukre o cavallaro, il suo garzone,
dormono in capo al viale, sotto una tettoia, dove dormono anche le bestie: sono
lontanissimi. E si passano due notti, così, avendo aperte tutte le finestre,
senza poter respirare, uscendo fuori nel viale che è coperto da un pergolato,
cercando le stelle a traverso gli alberi, interrogando tutti gli stravaganti
rumori di quel silenzio, aspettando non so quale apparizione fra immaginaria o
reale!
Per
lo più, a Gerico, si va a cavallo. Sono sei ore, da Gerusalemme poi, altre
quattro per andare al Giordano e al Mar Morto, poi, quattro per ritornare a
Gerico, e le ultime sei per rientrare a Gerusalemme: in tutto venti ore a
cavallo, da dividere in due giorni e mezzo. Io... andai in palanchino. Con una
sottile unione fra la ragione e la fantasia, il palanchino è più comodo e più
poetico, soddisfa le ansietà di un modo di locomozione nuovo e strano, mentre
lascia le ossa più intatte. Il palanchino orientale è una portantina di legno,
ma col davanti tutto aperto: ha due finestrette, aperte, sui lati: ha lo
sgabello e la spalliera imbottiti di crine e foderati di una tela grigia: è
molto alta dal terreno e per entrarvi bisogna appoggiarla in terra, come una
garitta. Le quattro stanghe, avanti e indietro, passano in due forti anelli di
ferro, attaccati al basto di due vigorose mule, una avanti, un’altra in dietro:
ed ecco, il palanchino, insieme con la persona che vi è dentro, è sollevato e
va, va, ondeggiando un poco, non molto, va, dando a chi è seduto dentro, il
primo senso di un viaggio per mare, senza mal di mare.
Dolce,
incancellabile nella memoria, tutto quel tragitto, di notte e di giorno, in
palanchino, per ricercare ancora le tracce delle vecchie istorie sacre, per vedere
dove Egli chinò la testa al battesimo di Giovanni, umile, mentre il bruno e
rude predicatore del deserto impallidiva, bagnando d’acqua la fronte del suo
Signore! Noi partimmo da Gerusalemme all’una e mezzo pomeridiana: a quell’ora,
già comincia il vento fresco e, andando verso Gerico, si ha il sole alle
spalle. La piccola carovana era così composta: il palanchino con la
viaggiatrice, palanchino pieno di valigette, di libri, di mantelli per il
fresco della notte, di ombrelli per il calore del sole, di fazzoletti di seta
contro il sole medesimo e adorno persino, a una delle sue finestrette, da un
gran fascio di rosei oleandri, ondeggianti anche essi, come tutto il resto: il
dragomanno Issa a cavallo, scortante fedelmente la piccola navicella terrestre:
il beduino di scorta Ahmed, a cavallo, armato sino ai denti, giovane, magro,
bruno, taciturno, fumante le sue sigarette, sempre: il moukre Giovanni,
a piedi, guidante un asinello con le provvisioni e il suo garzone Giuseppe, due
arabi che parlottavano, talvolta, ma per lo più sonnecchiavano, a cavallo
dell’asino, su cui cavalcavano un’ora per ciascuno. Innanzi, andava il beduino,
figura esile e precisa, nella finezza e nella limpidità dell’aria orientale:
ogni tanto si fermava, immobile come una statua equestre, aspettando il resto
della carovana; poi veniva il palanchino col suo moto di fluttuazione che
rendeva un po’ impreciso il paesaggio, ma più attraente: e, attorno, tutto il
resto della breve truppa.
Oh
le lunghe ore passate in una cara taciturnità, in quella taciturnità, stato
ideale del viaggiatore che vuol sentire cento volte più forti, più vibranti,
più intime le sue impressioni, in quella minuscola cella di legno seguente il
passo sicuro delle mule, con quell’orizzonte fuggente innanzi agli occhi, coi
pezzi di paesaggio apparenti e sparenti dalle finestrette laterali, paesaggi
profumati all’odore di mandorla amara di un fascio d’oleandri, morenti al sole
di maggio! La via lunga, lunghissima, senza gaiezza, senza vita, serpeggiante
fra colline aride e gialle, scendente lungo le coste di montagne brulle, la via
che precipita, in sei eterne ore, da Gerusalemme sino al fondo di quel
terribile imbuto che è Gerico, aveva, innanzi alla curiosa cornice del
palanchino, come l’indefinito di una strada percorsa in sogno, senza camminare,
senza cavalcare, senza rumore di ruote, sospesa a mezz’aria, con
quell’ondeggiamento monotono e pure cullante la visione.
Passavano
le alte montagne, su cui Sionne irradia attorno la sua gloria, fuggivano, alle
spalle, le case di Bethania, dove vissero Marta e Maria, che amarono il
Signore e che egli predilesse, sparivano, dopo essere apparsi nella cornice del
palanchino, come in un succedersi di quadri, tutti i digradanti colli pietrosi,
dove neanche l’affamato sciacallo trova un pascolo, e sempre più la casettina
di legno ambulante scendeva, scendeva, lungo le eminenze rocciose, nel letto
dei ruscelli, nei fossi che le piogge dell’inverno avevano scavati, scendeva
fra le montagne di pietra di San Saba che furono abitate da eremiti, da
penitenti e il cui aspetto ha qualche cosa di pauroso. Ma il dragomanno, il
cavallaro, il garzone, andavano, con quella tranquillità e ostinata pazienza
araba che affronta tutti i disagi e che divora, placidamente, tutte le
distanze: mutissimo, il sottile beduino dai pugnali incrociati nella cintura
dal fucile ad armacollo. E non una parola dei libri, fu letta!
Lasciarsi vivere, per sei ore, subendo tutto l’incanto austero e tetro di un
ambiente sacro ai grandi fatti umani, sacro ai cataclismi della natura, reso
deserto per aver troppo vissuto, forse, e aver troppo visto, e aver visto
troppo grandi cose, forse: essere abbandonato completamente o completamente
assorto nelle cose vere e nelle cose fantastiche, che si mescolavano in quel
singolare viaggio: sentirsi così lontano, così staccato dal mondo fino allora
conosciuto, liberato da ogni influenza estranea, solo, solo, solo, di fronte al
paesaggio ampio e solingo, di fronte a quella mèta che si avanzava lentamente e
sicuramente: sentirsi un altro, con uno spirito nudo e ingenuo come
quello di un fanciulletto, ma con la vibrazione di chi ha vissuto e ha
assaporato l’ardore della vita come quello del sogno. O alto palanchino odoroso
di oleandri, navigante per le vie asciutte, fra pietre spaccate dal sole, mi
basta chiudere gli occhi, per provare ancora il tuo cullamento, per vedere
alzarsi e abbassarsi un paese tragico e affascinante, ahimè, oramai vivente
solo nella memoria, evocato solo dal cuore che non sa dimenticarlo!
Ma
il viaggio di notte in palanchino, ha qualche cosa di magico. Alle tre dopo
mezzanotte, il dragomanno viene a bussare alla porta della cameretta di Gerico
e, nell’ombra profonda, fra un muoversi di fantasmi bruni, la carovana riparte,
verso il Giordano. Nulla si scorge per la tenebra fitta, ma le buone mule hanno
il passo così sicuro! E il palanchino va, va, in tutto quel nero, penetrandovi
dentro, scendendo, inclinandosi, risalendo, sfiorando, talvolta, degli alti
cespugli, con un fruscìo che lascia degli aromi nell’aria; profondandosi sempre
più nel nero, avendo solo, innanzi, un pezzo di cielo stellato. Allora, sì, che
quell’andare, in tal maniera, pare l’entrare in un paese di sogno, sconosciuto,
misterioso, per vie inesplorate, per cammini incerti e fantastici, in un breve
nido alto, che è una sedia, una culla, una casetta, la dimora di un personaggio
appartenente, oramai, anche a una esistenza di sogno. Strani profili perduti
nell’ombra vanno intorno: rompe le tenebre il picciol fuoco mobile nella
sigaretta del beduino. Quel movimento, nella notte, diventa sempre più proprio
a un viaggio fatto nei solinghi delirii dell’allucinazione: movimento
incerto, confuso, avvolto di tenebra, fra piante di tenebre, fra sentieri
ignoti, sotto un arco di cielo, le cui stelle non furono mai viste da chi viene
da lungi. Invano lo sguardo si acuisce, nella notte: invano l’anima sognante fa
piegare il corpo fuori del palanchino, cercando di scorgere la via. Vi è,
forse, una via? E la mèta, dove è? Ma esiste forse, una mèta, o questo viaggio
ha qualche cosa d’interminabile, d’infinito, nelle oscure onde dell’aria
notturna? Non andrà l’anima, per sempre, per sempre, in una grande tenebra,
chiusa fra tre pareti di legno, con un moto di nave o di culla, vedendo
cullarsi innanzi le stelle di una piaga ignota?
Quando
più intensa si fa la sensazione, leggermente, sulla terra, cominciano a
dileguarsi i fitti veli della notte, come se una mano li sollevasse, ad uno ad
uno; qualche cosa lentamente si viene precisando in una penombra dove già la
luce assume forza: le ombre da nere diventano bigie e un’aria fredda, una vera
carezza, in Oriente, colpisce la carovana che va sempre, in questo lume del
giorno che rinasce. Questa ora è squisita. L’alba, in quel gran deserto
cosparso di sale che è fra Gerico e il lago di Asfaltide, non ha la tristezza e
il mal odore cittadino; non è il cattivo momento dei sonni pesanti e delle
levate dolorose, di chi deve andare al lavoro: essa ha una delicatezza e una
forza di vita, sparse a lunghe mani, con la luce sovra i piani che discendono
dal monte della Quarantena dove Gesù fu tentato dal Maligno, sino alle sponde
dell’acqua maledetta. Tutto sorge ed esiste, nell’alba, passando
dall’allucinazione alla realtà, e la grandezza di quella solitudine ove
Giovanni ha parlato, si manifesta in tutta la sua nobiltà e la sua imponenza.
La gente che va, nell’alba, è pallida e ha gli occhi pieni di visioni, ancora.
Ma il sole si leva e qualche cosa di vasto, d’immoto, di scolorato appare. E il
Mare Morto.
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