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IN
GALILEA
I.
Andando
Per
andare da Gerusalemme a Nazareth, mentre la carta geografica v’illude con
l’inganno di una piccola distanza, ci vogliono, per via di terra, otto giorni
di cavallo, attraversando metà della Giudea, tutta la Samaria e arrivando infine
in Galilea. È un viaggio che stanca fisicamente e che infastidisce moralmente:
non lo compiono se non gli indigeni, e quei pellegrini fervidi, instancabili,
devoti sino alla idea fissa, che sono i contadini russi. Vi è un secondo modo
per andarvi, sempre per via di terra; da Gerusalemme a Jaffa, da Jaffa a Caipha
in carrozza e di là a Nazareth: circa sette giorni. Ma quali vie e quali
carrozze! Cioè, nessuna via e l’ombra fuggente di qualche carrozza, e una
sequela di pericoli più o meno incerti, più o meno fantastici, ma per questo
anche più paurosi. E allora si sceglie il terzo modo: per mare e per terra. La
piccola e ridicola ferrovia da Gerusalemme vi trasporta a Jaffa, in tre ore e
mezzo, un martedì sera: e un mercoledì mattina, un vapore del Lloyd austriaco
vi porta a Caipha e vi ci lascia, la sera del mercoledì. Il giovedì si parte,
in carrozza, per Nazareth e il viaggio, in tutto, è di due giorni e mezzo, ma
due giorni e mezzo un po’ tumultuosi, passando dalla ferrovia, al battello, dal
battello alla carrozza, dalla carrozza al cavallo, dormendo a Jaffa, dormendo a
Caipha, pranzando dove resta libera un’ora di tempo e subendo le due crisi
marittime, dirò così, dell’imbarco a Jaffa, sempre spaventoso, e dello sbarco a
Caipha, leggermente meno spaventoso.
Che
importa? La Galilea
vi attira di lontano; sentite che la sola consolazione, per l’orribile dramma
della morte di Gesù, è in quella regione dove andate, dove egli fu giovane, fu
amato, fu felice. Troppo, in Giudea, le lacrime versate, dove egli sofferse
tanto strazio, furono amare: e tutto il vostro sangue pare attossicato dalle
lugubri impressioni, dai funebri ricordi. Si prova un bisogno estremo di
risalire la vita di Cristo, di arrivare al tempo, in cui egli gustò lo
spettacolo di una natura indicibilmente florida. Rammentate? Quando una diletta
persona vi muor giovane, uno dei crucci più grandi, oltre la morte, è che,
durante la vita, colei che sparve sia stata così poco felice, da aver
considerato la vita come un lungo dolore: e voi interrogate ansiosamente il
passato, per iscovrire se quella cara morta ebbe mai un’ora, un giorno di
gioia! È, dunque, in Galilea, che si va a cercare il bel tempo giovanile e
lieto e glorioso di Gesù: questo, voi sentite, mettendo il piede sul battello.
Come
la costa di San Giovanni d’Acri apparisce e lontane lontane si vedono le vette
del grande Hermon, coverte di neve, il perfido mare di Siria si fa più azzurro:
le linee del paese, velate in una lieve nebbia, si arrotondano, acquistano una
tinta verde che cancella dal vostro spirito, a mano a mano, l’orribile visione
di un paese giallo, arido, deserto, che vi s’impresse nelle giornate di Gerico.
La piccola e industre Caipha, la cittadina del Carmelo, che pare sempre
adorante innanzi al grande santuario di Maria che la sovrasta, vi accoglie ospitalmente,
in un nitido albergotto tedesco. Qualche cosa di tenero, d’imprecisamente
tenero, ma tenero, è nell’aria, è nelle persone. All’alba, il cocchiere tedesco
viene a bussare alla porta, col suo biroccino, i cui cavallucci scalpitano e
nitriscono: è Giorgio Suss, il cocchiere, un bravo uomo di tedesco della
Westfalia, appartenente alla piccola e operosa colonia germanica di
Caipha: egli possiede tre biroccini, ma a Nazareth conduce lui, per maggiore
cautela. E nella chiarissima, fresca alba, questo viaggio di sei ore,
ballonzolando, scendendo nel letto di un torrente, penetrando fra il grano dei
campi, risalendo, fermandosi per mangiare un biscotto e bere un bicchier di
vino, sotto un gruppo di folti alberi, ha un mite e dolce sapore campestre che incanta.
Il
mistico incantesimo del paese di Galilea si fa più forte, avvincente, come si
attraversano questi campi coltivati, che rendono così ricca la pianura immensa
di Esdrelon: e ancora, ancora, pare che tutte le grazie divine sorridano, a
questa regione vivace e piacente. Chi sa più nulla di morte? A ogni angolo di
via, vicino, lontano, spostandosi come per potere magico, il monte Thabor, il
monte della trasfigurazione compare, rotondo e verde, come una immensa zolla
sgorgata dal fiorito suolo. Degli agricoltori bruni, agili, vestiti di una
semplice camicia di cotonina azzurra e di un paio di brache, s’incontrano, qua
e là: salutano, in arabo, sorridendo. Passa anche qualche carretto, carico di
legname, di pietre. Un paesaggio fine ed amabile, sotto un cielo purissimo e
dolce, con un venticello che fa battere le tende del biroccino di Giorgio Suss:
una impressione crescente di calma, di pace di serenità, di felicità pervade
l’anima. Non importa che Nazareth sia ancora lontana l’ora non sembra lunga,
l’anima si abbandona senza ostacolo, senza critica, a una nuova dolcezza. Ma
che è, questa dolcezza? Vi è un segreto, oltre quello che la Galilea sia il paese
dell’amore? Non è forse più profondo, più intimo questo senso di dedizione, di
tenerezza, di gioia silenziosa, che al principio del viaggio? Quale novella
forza ebbe il fascino di Galilea, da un ignoto potere più suadente, più
convincente? Come è che l’uomo sente, oramai, di essere nella regione di tutte
le carità, di tutte le misericordie, nel paesaggio fatto di tutte
le bellezze materiali e spirituali più di quanto lo sentiva, imbarcandosi per
Caipha? E come, dalla collina alla valle, Nazareth vi si para innanzi, ecco che
la gran verità vi risuona armoniosamente, nell’anima. La Galilea non è solo il
paese di Gesù, è il paese di Maria.
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