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Matilde Serao
Storia di due anime

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Più di un anno era passato. E dalla bottega dei santi erano partite, mari mano, tutte le statue, tutti i busti che vi si stavano scolpendo e dipingendo, nell'inverno prima delle nozze di Domenico Maresca e nella primavera delle sue nozze: il grande san Michele Arcangelo, tutto lucente di oro e di argento, e la statuettina delicata della Madonna della Salette adorna di roselline, il vecchio san Giuseppe dal bastoncello fiorito e dalla fluente barba, e il san Vincenzo Ferreri con la fiamma dello Spirito Santo sul cranio, tutti, via, in chiese lontane e vicine, in piccole cappelle umili e in vasti templi risonanti di canti, e ancora, altri busti, altre statue, erano venute fuori dalle mani che plasmavano e che dipingevano, la santa Rosalia proteggitrice degli altieri e pii palermitani, il san Ciro che i porticesi venerano, un san Matteo che i salernitani festeggiano clamorosamente, come loro patrono eccelso, e due o tre altre piccole Madonne, di Loreto, di Lourdes e di Pompei, alcune vestite di veri panni, secondo la tradizione e secondo il costume dei diversi santuarii, alcune di tutto stucco, assai più difficili a compiere, e tutte smaglianti delle brillanti tinte che il pennello e la stecca ne ritraevano. Onde, in quest'estate, la seconda dopo le nozze di Domenico, mentre l'afa del luglio opprimeva l'aria e il respiro delle persone, il fondo della bottega dei santi era restato il medesimo, ma i personaggi santi erano cangiati completamente. Teneva il centro della bottega, ora, una Immacolata Concezione, molto alta, una scoltura e una pittura, ove l'arte del pittore di santi aveva bisogno di tutte le sue curiose risorse, per raggiungere il vero tipo: una statua, tutta a fondo di legno, ricoperta di stucco, multicolore, la tunica celeste pallido e cosparsa di stelle di oro, il manto azzurro cupo, a pieghe svolazzanti e pure immote, la testa scoperta con capelli biondocastani, disciolti e inanellati sul collo e sulle spalle, le mani congiunte sul petto, i piedi nudi e rosei, calzati di coturni antichi traforati e, sotto i piedi, il globo, e, sul globo, sempre sotto i piedi della Vergine, un arco di luna inargentato, e il serpe, il serpe di Eva, vinto e calpestato dal picciolo piede della Purissima. Azzurro, rosso, roseo, lilla, grigio, verde, oro, argento, bianco. tutti i colori, tutte le tinte, formavano trionfo in questa statua, che era di carattere moderno, come moderno è il dogma della Immacolata Concezione. Dirimpetto ad essa, ma un poco più piccolo, era un san Gennaro, forse il primo vescovo di Napoli, il secondo, forse, dopo sant'Aspreno, un san Gennaro, cioè, il patrono di Napoli, colui che fu martirizzato a Pozzuoli, e che ha sempre impedito, col cenno della sua potente mano, alla lava del Vesuvio, di distruggere la città da lui protetta. Il grande vescovo aveva la sua statua sul finire: semplicemente, essendo egli rappresentato mitrato, col pastorale nella mano e col manto vescovile chiuso sul petto da una gemma, e il divoto che voleva tale statua essendo ricco e munificente, era stabilito che la mitria fosse di vero argento, il pastorale con l'arco d'argento e che, sul petto, posasse un'ametista vera e non dipinta, circondata da una polvere di brillanti. Ancora, un sant'Antonio di Padova, il Taumaturgo, in mezzo busto, ma mezzo busto al naturale, anche esso riccamente stuccato, aspettava un grande giglio di argento, il suo fiore favorito, il suo fiore simbolico, che egli porta fra le dita. Tutte queste statue erano in lavorazione, più o meno avanzata, e, dal fondo della bottega dei santi, ove tanto tempo era stata, coperta ermeticamente di tela grigiastra, tanto da nulla lasciar discernere, la grandissima statua della Madonna Addolorata, era stata avanzata, un poco, in avanti: le tele, in alto distaccate, lasciavano vedere solo il suo viso, levato, rivolto al cielo, un viso, ove un dolore profondo si esalava, nell'espressione più tragica, negli occhi lucidi di lacrime che, quasi, scorrevano. Sul cranio, erano appena accennati, dipinti, dei capelli oscuri: il resto del corpo, pareva informe, avvolto, com'era, in quella camicia scurastra. Quella statua doveva esser magnificamente vestita di una tunica di grossa seta nera, ricamata di oro, e di un manto nero ricamato di oro, il manto fermato sul capo, da una corona di argento; doveva portare un soggolo di fine battista bianca piegolinata, e, sul petto, in giro, sette spadette di argento, i Sette Dolori, e, nella mano, un fazzoletto di batista bianca, con un orlo di prezioso merletto, il fazzoletto per tergere le lacrime. Tutto questo, mancava. Il pittore non aveva eseguito che il volto dolente: una piccola piattaforma, con tre scalini, in legno, lo aveva elevato, nelle ore di fatica, sino alla testa della grandissima statua; e, in verità, quel viso pallido, alto, con quegli occhi semplici, quella bocca schiusa e contorta dai singhiozzi, quel volto di Addolorata, sovra la gran tunica senza linee, brunastra, produceva una impressione di sgomento e di tristezza. Tutt'azzurra, tutta rosea, stellata, stellante, sorridente di castità, la Vergine, nella sua figurazione della Immacolata Concezione, racconsolava tutti coloro che, involontariamente, fissando le ombre della bottega, scorgevano, lassù, emergente dagli scuri panni, il viso straziato dell'Addolorata. E questa statua aveva anche la sua storia singolare. Già due volte, in due anni, il misterioso gentiluomo che l'aveva ordinata, in segreto, a Domenico Maresca, era apparso, inquieto, agitato, chiedendo che si lavorasse a tutto andare, per consegnargli la sua Madonna Addolorata, offrendo danaro, molto danaro, tutto il danaro necessario, e il superfluo, anche, perché il suo voto, ardente e celato, si compisse e la Madonna Addolorata di cui la festa ricorre in ottobre, la prima domenica di ottobre, fosse finita per metà settembre. E già due volte, lasciata una somma di danaro, il gentiluomo era sparito, non facendosi vedere più, non avendo lasciato nome, non avendo lasciato indirizzo, malato, partito, forse, lontano, dimentico, travolto, chi sa dove, travolto, chi sa da quale bufera di piaceri o di dolori. E già due feste dell'Addolorata erano trascorse, senza che l'opera fosse non che finita, inoltrata; già due volte donna Raffaellina Galante, la ricamatrice sacra, nella sua casa di via Mezzocannone, aveva messo a telaio la veste della Madonna e non aveva continuato più il ricamo; già due volte, in due anni, Domenico Maresca aveva passato delle ore a dipingere il volto tragico di Maria, lavorando ritto sulla piattaforma di legno: e poi, giacché il gentiluomo era scomparso, giacché altri impegni sorgevano, nulla era stato continuato, aspettando.

Molte fatiche avevan quotidianamente pesato sulla vita di Domenico Maresca, dopo le sue nozze. Come se la Provvidenza avesse tutti intesi i bisogni della sua esistenza materiale e morale, gli aveva inviato una clientela sempre più larga e sempre fiduciosa della sua opera. Assai eran cresciute le sue necessità economiche: commesso il grave errore primiero di sposare Anna Dentale, con un fasto discordante con la sua piccola fortuna di pittore dei santi e coi suoi guadagni, egli era stato costretto a mantenere la sua sposa in un'abbondanza di vita, che gli costava molto. Anna non dimenticava che era stata una signora: anzi, non rammentava che questo: e i suoi atti misurati e calcolati, le sue parole rade ed altiere, i suoi sguardi pacati e orgogliosi, il suo silenzio istesso, esigevano che il marito, a cui si era degnata di concedersi, la tenesse come nell'antico suo stato, facendola viver bene, non contentandone i desiderii, perché ella era troppo fiera per esprimerli, ma cercando di comprenderli, ma restando sempre, Domenico, nella incertezza di aver tutto fatto e di tutto aver fatto bene. A ogni sacrificio novello cui egli si sobbarcava, sia facendole dei doni di vesti e di cappelli, sia allargando la vita familiare, sia offrendole degli svaghi, costei nulla diceva, non ringraziava, non mostrava gioia, tutto accettava come se le fosse dovuto, e aveva l'aria di aspettare ancora, tacitamente, che Domenico compisse molto meglio i suoi doveri. E quante volte, egli aveva distolto gli occhi da quel bellissimo volto che egli adorava, volto muto e chiuso, temendo di leggervi la smorfia beffarda, la smorfia disprezzante dell'incontentabilità! Sì, era bene che un fervore religioso rianimasse la gente, e che nuovi santi, o di cui la leggenda mistica si rinnovellasse, seducessero con le loro grazie, coi loro miracoli, i cuori teneri per la fede: e che le glorie del Pane di sant'Antonio attraessero le anime religiose, che le glorie di san Francesco di Assisi rifulgessero più vivide, anche nelle classi più elevate, che la Madonna di Pompei facesse celebrare i suoi fasti mistici, sino nelle lontane Americhe: era bene, perché le ordinazioni e il danaro affluissero nella bottega dei santi, e perché Anna Maresca godesse di un'agiatezza che era stata, un tempo, la poesia della sua infanzia, sino all'adolescenza, perché ella scorresse le ore come una creatura di elezione, fatta per la ricercatezza, per l'ozio, per la esistenza calma, ricca e larga. Ah, la giovine donna odiava profondamente, quasi aveva orrore dei mestiere che faceva suo marito, e non discendeva mai nella bottega, nauseata da quegli odori cattivi, da quella costante umidità da quelle mescolanze sporche, e non passava, quando usciva di casa, neppure per quella via, traversando il vico Donnalbina, per uscire a via Monteoliveto: e non aveva permesso che Domenico le donasse una sant'Anna, che egli aveva dipinta, con ardore, per fargliene una sorpresa, non l'aveva voluta, dicendo, irrispettosamente, che sant'Anna era una vecchia noiosa e lei era giovane; e Domenico non aveva mai portata la statuetta a casa, celando la sua delusione grande, e dando la sant'Anna, in dono, a una povera donna, assai divota, che viveva in una cameretta, a un quinto piano, in via Banchi Nuovi, facendo fiori di carta e di stoffa, per le chiese povere, per le chiese di provincia. Sì, Anna aveva ribrezzo di tal mestiere, che le rammentava il suo matrimonio con un uomo del popolo, con un volgare artefice, il quale lavorava in una bottega aperta, alla vista di tutti, mal vestito, sudicio, coperto di macchie, sempre silenzioso, un mestiere da stupido, diceva lei, trattandosi di rifar sempre le stesse facce di Santi e di Madonne, mestiere goffo e ridicolo, che qualunque manovale, un po' esperto, poteva fare: ma, infine, quello che essa nascondeva, per diplomazia, era il desiderio che questo abborrito mestiere, di cui ella non voleva neanche udir parlare, facesse guadagnare molti danari a suo marito. I suoi istinti innati, i suoi gusti, il misterioso lavorìo della sua anima solinga, avevano bisogno di questo danaro: e Domenico Maresca, fedelmente, umilmente, veniva a gittare, innanzi a lei, quanto egli guadagnava, malcontento che non fosse di più, sognando delle somme fantastiche, perché la sua bella signora di nulla mancasse. Noncurante, distratta, o fingendo, per condotta di vita, una noncuranza e una distrazione profonda, ella aveva l'attitudine di non chieder mai, donde venisse quel danaro: lo prendeva, come se nulla fosse, con un atto di paziente degnazione, lo spendeva subito, non ne aveva mai, o diceva di non averne, e il suo contegno era tale, che egli non osava domandarle, ove il danaro fosse passato. E se, due o tre volte, egli si era azzardato, quasi, a chiederne conto, Anna lo aveva pietrificato con tale sguardo, lo aveva punito con tale un'aria di noia sdegnosa, che giammai più egli aveva tentato una ricerca simile.

Oltre a ciò, la Provvidenza, riempiendo di costanti lavori la esistenza di Domenico Maresca, lo toglieva alle cure morali più infimamente crucciose. Neppure nelle espansioni della luna di miele, Anna Maresca aveva nascosto, a suo marito, il distacco invincibile fra le loro due vite. Essa gli era rimasta, anche moglie, non solo superiore, ma lontana: e i minuti del possesso che lo riempivano, lui, timido, casto, ma appassionato e tenero, di una emozione profonda, la lasciavano tranquilla, corretta, disinvolta, e lontana, lontana sempre. A poco a poco, ella era diventata, in questi momenti, che Domenico Maresca rammentava, egli, con le frenesia dell'amante, ella sempre più gelida: in capo a un anno, ella aveva assunto una maniera di accogliere le tenerezze amorose di suo marito, con tale una sorpresa e, anche, con una sorpresa così seccata che, spesso, avvilito segretamente, Domenico Maresca reprimeva il suo amore. Quante volte, a sfuggire un bacio di suo marito, ella voltava la testa in , con un atto naturale, come se fosse suo dovere di schivarlo! Quante volte ella assumeva, sin dalle prime parole, un'attitudine di donna che non vuole comprendere, a cui non piace di comprendere! Tutta una serie di gesti, di atti, di motti, ella aveva studiati, forse, nelle sue lunghe ore di solitudine, per togliersi d'attorno questo noioso amore esaltato di suo marito:, tutto un piano che ella aveva formato, perché egli non la infastidisse, piano che ella eseguiva matematicamente, con una rigidità singolare e che disperdeva ogni desiderio, ogni slancio, ogni entusiasmo di Domenico, desiderii, slanci, entusiasmi, spontanei e ingenui, destinati ad esser debellati, distrutti, dalle armi sagaci e pronte di un'avversaria, preparata alla battaglia e che aveva tutto per restar vittoriosa.

‑ Ella non mi amadiceva Domenico Maresca, nei suoi più brutti momenti.

E lasciava la casa, col capo curvo sotto questo pensiero trafiggente, prendeva la via della bottega, sulle sue gambe che così male portavano il corpo, vi arrivava turbato, molto turbato, e si metteva all'opera, subito, per calmare la sua agitazione. Non vi riusciva, da principio: ma i visi, che, sotto le sue dita di plasmatore si formavano nella creta, continuamente, i visi, i cui colori, le cui tinte, la cui vita nasceva sotto il suo esperto pennello, finivano per assordare la trafittura del suo cuore, finivano per mettervi su, lentamente, goccia a goccia, il balsamo di un oblio temporaneo. E ciò egli riteneva per un miracolo, tutto a lui dedicato, per un miracolo, che i santi e le Madonne compivano solo per lui, poiché egli li aveva sempre onorati, poiché egli aveva dedicato le sue umili fatiche alla loro glorificazione.

Dopo una, dopo due ore di lavoro, tutta la sua vaga amarezza si tramutava, mirabilmente, nella bontà del suo cuore, in un nuovo germoglio di amore per Anna. E parendogli un secolo che le fosse lontano, spesso lasciava tutto in asso, si cambiava di abito, in un angolo della bottega, si dava una pulita con una spazzola e correva a casa. Ahi, che nulla era mutato, in colei che egli adorava! Talvolta la trovava più tacita e più pensosa della mattina: ella lo vedeva arrivare, con un atto di sorpresa sgradita, aggrottava le sovracciglie, non gli domandava nulla, poco o nulla gli rispondeva. Occupata, distrattamente, alle faccende di casa, compite senza piacere e senza interesse, ella passava da una camera all'altra, lasciandolo solo: egli udiva la voce breve, comandare nettamente a Mariangela, senza una parola superflua. Spesso, ella leggeva certi suoi romanzi: e non lasciava di leggere. Spesso sonnecchiava, in una poltrona: e appena schiudeva gli occhi. Deluso e umiliato, egli fingeva di cercar qualche cosa, per non confessare di esser venuto, senza una ragione, solo per tenerezza, solo per rivederla: gironzava per la casa, senza scopo, con le mani pendenti: e finiva per andarsene di nuovo, col cuore stretto, dicendo fra sé:

‑ Sempre la stessa: ella non mi ama.

E, più tardi, non osando ritornare a casa, temendo di leggere in qualche lieve sorriso che, ogni tanto, si delineava sulla tumida e voluttuosa bocca di Anna, tutto il ridicolo in cui ella teneva queste visite improvvise d'innamorato goffo, egli vi mandava lo sciancatello Nicolino, con un bigliettino, dove si chiedeva di una cosa qualunque, senza importanza, ma si aspettava risposta: o, infine, Nicolino era incaricato di un'ambasciata, a voce, e gli s'ingiungeva di portare la risposta, senz'altro. Abbassato il capo sulla sua opera, con le belle mani abili che andavano e venivano, Mimì Maresca tendeva l'orecchio, a udire ì passi bizzarri dello sciancatello, che dovea ritornare. Talvolta, costui tardava; e in silenzio attivo, Mimì Maresca già fremeva d'impazienza. Lo storpio rientrava in bottega: e ripeteva la risposta:

‑ La signora si pettinava e non ha potuto scrivere.

Oppure:

‑ La signora dormiva.

Oppure:

‑ La signora ha detto che ve ne parlerà stasera, quando tornate a casa.

Oppure la risposta dura:

‑ La signora era uscita.

Durissima notizia! Il marito innamorato e non amato, non amato più, o non amato mai, trasaliva tristemente. E a malgrado che tutto egli volesse nascondere, vergognandosi della sua inquietudine, temendo persino il giudizio del suo fedelissimo Gaetano Ursomando, che nulla aveva mai l'aria di vedere e udire, egli soggiungeva, ansioso:

Uscita? Dove è andata? Da quanto è uscita?

‑ Non lo soera, per lo più, la risposta dello sciancatello.

Ritorna da Mariangela e domandaglielo.

Ah che nell'intervallo, Mimì Maresca non potea riprendere il lavoro: gironzava per la bottega, con quei suoi passi incerti e strascinati, brancicando con le mani fra i colorì e i pennelli. rovesciando qualche vasetto di porporina, e gittando degli sguardi spersi sulle piccole Madonne e sulla immensa Addolorata del fondo. E di nuovo, la voce di Nicolino risuonava:

‑ La signora è uscita da un'ora; non ha detto dove andava,: Mariangela suppone che sia andata da qualche parente.

Così! Non passava giorno, in cui Anna Dentale non si vestisse in elegante abito e non andasse a trovare suo padre, i suoi zii, le sue zie, le cognate, le cugine, le parenti lontane. Il costume della piccola borghesia napoletana, in una austera riservatezza, non consente che le donne maritate escano, senza essere accompagnate dal loro consorte: molto più le spose. E tante di esse, coi mariti alle botteghe, ai commerci, alle industrie, agli impieghi, si rassegnano facilmente a una vita claustrale, aspettando la domenica per uscire, a messa, e ad una passeggiata, col marito. Non Anna! Senza chieder permesso, senza chieder consiglio, senza chieder parere, dalla prima settimana, ella era uscita sola, in qualunque ora del giorno, con grande mormorazione del quartiere: e a qualche rimostranza affettuosa del marito, fatta solo all'inizio di queste uscite, ella aveva rudemente risposto che non intendeva di deperire in quella brutta e deserta casa di via Donnalbina, che voleva vedere i suoi, sempre, e che li sarebbe andati a trovare ogni giorno. E i Dentale erano numerosissimi: se ne scovrivano ogni giorno di più, lo zio Casimiro, il prozio Stefano, l'arciprete Giovanni, il canonico Ottaviano, la zia Carolina, la cugina Candidella, nomi costantemente nuovi, che si accumulavano coi vecchi. Don Carluccio, chiusa la farmacia sua, rabberciato alla meglio il fallimento, per isfuggire all'accusa di bancarotta fraudolenta, si era assoggettato come giovane, da un suo parente, altro farmacista, in via Costantinopoli: ma vi lavorava poco, malcontento, impaziente, impertinente, e vi guadagnava pochissimo: la figliuola non solo lo soccorreva di danaro, ma lo andava a cercare, spesso, in farmacia, se ne uscivano, via, insieme, parlottando in segreto, complottando, diceva il parente farmacista. Anche Domenico, per affetto, per gentilezza di animo, aiutava di denaro suo suocero, né costui risparmiava il genero: ma sempre dall'alto, con un fare da gran signore, promettendo sempre di restituire, come se avesse dovuto rifar fortuna, un giorno: e, infine, don Carluccio Dentale si era organizzata una buona vita, con tutto ciò che gli serviva. Di sera, spesso, si presentava in casa Maresca, all'ora del pranzo, e aveva l'aria di elargire un onore grande al padron di casa, discorreva con altiera bonarietà, quasi sempre con sua figlia, conservando un segreto disdegno per Mimì, uomo di popolo, nato da gente di popolo, a cui egli aveva dovuto sacrificare Anna Dentale, una signora! Chiacchierando, con la sua figliuola, ambedue avevano un gergo familiare, dei ricordi a cui Domenico nulla intendeva, dei sorrisi d'intelligenza, dei sensi sottintesi nelle frasi; e citavan nomi, fatti e date che egli ignorava; e si abbandonavano alle memorie, ai progetti, alle speranze, isolandolo, obliandolo, come se egli mai fosse esistito, escludendolo, persino, da ogni discorso di avvenire. Alla sfuggita, ogni tanto, Mimì comprendeva che Anna e il padre si eran veduti, nella giornata, che erano andati insieme, chi sa dove, chi sa in quale ora. Talvolta, sempre al principio, un po' scherzando, un po' sul serio, egli aveva rivolto, a tavola, qualche dimanda suggestiva. Subito, aggrottate le sopracciglia, Don Carluccio aveva assunto un contegno offeso:

‑ No, no, caro Mimì, non scherziamo. Quando mia figlia è con me, voi nulla dovete sapere. Sono il padre e basta. È già molto, avervela data in moglie. Non intendo sopportare altro.

Quanti Dentale esistevano, e loro affini, e amici loro, tutti in rapporto con Anna e che costei vedeva sempre, mentre suo marito si affannava a plasmare i visi rosei e ridenti agli angioletti, intorno all'Assunzione di Maria, e dipingeva di un bianco latteo le nuvole che portavano in Cielo la Vergine! Abitava, tutta questa gente, nei quartieri più eccentrici, più lontani fra loro, a santa Teresa di Capodimonte, all'Arenaccia, a Montecalvario, a santa Lucia, a Basso Porto, a Materdei; ve ne era persino una, Francesca Dentale Catalano, oltre la Riviera di Chiaia, alla Torretta! E Mimì si figurava Anna, andando a piedi, alle visite più vicine, in tram verso quelle più accessibili, in carrozza da nolo alle più lontane, se la figurava... dove, dove, posto che egli si confondeva, in tanta parentela, in tante amicizie, con tanti nomi?

La sera, egli, malgrado che sapesse di annoiarla. non poteva reprimere la domanda:

- Sei uscita?

Per lo più, ella non rispondeva alla prima richiesta, in una di quelle sue distrazioni tanto opportune.

- Già.

- Sei andata... dove?

- A fare una visita.

Silenzio, ancora.

- Dalla tua madrina, donna Giuseppina?

-... no.

- Da tuo padre?

-... no.

- Da Francesca Dentale?

-... no, no. Sono andata altrove...

- Ah!... - esclamava lui, come aspettando.

Ella si decideva..

- Sono stata da Maria Garzes.

- E chi è, costei?

- Non la conosci. Una mia compagna di monastero.

- E dove abita?

- A Salvator Rosa.

- È maritata?

- Sì, maritata; agiata.

- E chi ha sposato?

- Un signore, naturalmente - concludeva lei, per punirlo delle sue investigazioni.

Raumiliato, egli cessava d'indagare. E le doveva credere sulla parola: poiché, per metodo, Anna aveva fatto sì, che i suoi parenti, salvo suo padre, non vedessero che raramente, molto raramente, suo marito. Con un'abilità perfetta, dovendo egli stare a bottega, tutto il giorno, non facendosi restituire che pochissime visite, non andando con lui, di domenica, quando egli era libero, che a messa, a passeggiare in Villa e, la sera, in un teatro, ma sempre sola, con lui, evitando gl'incontri, fuggendo ogni gita in compagnia. Anna aveva isolato Mimì Maresca. A qualche tentativo infelice lui, per vedere qualcuno di costoro, almeno i parenti più prossimi, a qualche atto di cortesia, di familiarità che egli aveva voluto compiere, ella aveva opposto un rifiuto secco: e se il pittore dei santi aveva voluto insistere, Anna gli aveva fatto intendere, pur senza dirlo, che i suoi parenti. essendo di un ceto molto più alto del suo, non avevano piacere di trattarlo. Immediatamente, nella sua triste semplicità. egli aveva ceduto. Sempre gli ricadeva sulle spalle, come un peso di pietra, questa differenza di condizione: Anna non gli risparmiava una sola volta questa verità, in ogni particolare quotidiano della vita, in certe lezioni che gli infliggeva, con fare altezzoso e noncurante, in certi segni costanti di disprezzo, che ella esercitava contro di lui. Ogni sua consuetudine semplice, ogni suo costume, ogni tradizione familiare, ogni uso popolare, tutto questo svolgersi dell'esistenza, in una certa maniera, avevan trovato in Anna un giudice rigido, inesorabile: e tutto, lentamente, malvolentieri, egli aveva dovuto mutare, anche quello che più gli era caro, anche quello che era stato caro a suo padre, a suo nonno, anche quello che egli vedeva fare a tutta la gente della sua condizione. Frizzante, sardonica, Anna colpiva, dalla sommità della sua signorilità, tutto ciò che per tanti anni era stato il fondo della vita di Mimì Maresca, fondo grezzo ma onesto, volgare, forse, ma bonario, superstizioso, forse, ma non mancante di tenerezza: e Mimì chinava il capo, rinunziava a mangiare certi cibi, in certi giorni, rinunziava a certe ore di riposo, nella stagione estiva, rinunziava a celebrare certe feste, rinunziava a certi pellegrinaggi, in certi anniversarii. Ella non transigeva. Era una signora: e tale voleva restare, e tentava, inutilmente, diceva lei, di dargli qualche gusto di signore. Ella si era rifiutata, violentemente, a ricambiare nessuna delle visite fattele, con pompa, dai parenti Maresca. Solo negli otto giorni, dopo le nozze, in gran lusso, col suo più bell'abito, coi suoi più ricchi gioielli, ella aveva acconsentito a visitare la moglie del compare di anello, donna Gabriella Scafa, la ricca moglie del Re della Immagine, quel marito e quella moglie che dominavano, con un imperio sovrano, tutta la regione di san Biagio dei Librai, sino a via Tribunali, sino a Forcella, sino al Duomo, dovunque una piccola o grande bottega di figure e di figurelle esponesse le sue immagini, quei possenti Scafa che il trionfo della oleografia sacra, a buon mercato, aveva arricchito. Con costoro, sì, una o due volte l'anno, in cerimonia, accompagnata da Domenico Maresca, trattenendosi un quarto d'ora, scambiando delle frasi convenzionali, senza nessuna cordialità: e ricevendo la visita di ricambio, allo stesso modo, in via Donnalbina. mandando a chiamare Mimì in bottega e portando, Anna, la sua più ricca vestaglia. A nessun altro, una visita: neppure alla zia Gaetanella Improta, quella dell'eredità, quella che non portava cappello, pur avendo molti danari. Quando la Improta era nominata, quando si nominava un parente Maresca, la bella bocca di Anna Maresca si gonfiava di sprezzo e il suo silenzio, ostinato, ingrandiva anche più quella espressione costante. Nessuno di essi aveva osato farle una visita, avendone compreso l'animo nella festa di nozze, e man mano, Domenico Maresca, era stato messo da parte anche da queste antiche parentele, da quelle umili conoscenze, gente che gli voleva bene, prima, ma che, adesso, lo compativa, crollando il capo, prevedendo chi sa quali brutte conseguenze, da questo matrimonio; e se, per caso, egli s'incontrava con uno di costoro, se egli andava loro incontro, con le braccia aperte, con il suo buon sorriso sulle grosse labbra smorte, l'altro assumeva un contegno gentile ma distaccato: se egli nominava sua moglie, l'altro, subito, troncava il discorso. Tutto egli comprendeva, Mimì Maresca, con una sensibilità profonda, affinata, adesso, da un amore che ne eccitava i nervi e le facoltà: sentiva che lo sfuggivano, sentiva che lo compativano, sentiva che essi temevano di Anna, sentiva che essi prevedevano cose molto cattive. E si rinchiudeva, sempre più, nella solitudine della sua passione ardente, oscura, esclusiva e unica: e si aggrappava, per poter vivere, a questa passione di cui Anna non gli permetteva, oramai, più, che pochissima o niuna manifestazione. E non avevano figli!

- Ringrazio Iddio, mattina e sera, perché non mi manda figli - esclamava lei, ogni tanto, guardando suo marito nel viso, perversamente.

A questa parola sacrilega, a questa preghiera sacrilega. Domenico Maresca allibiva. In tutte le classi sociali napoletane, è così profondo il desiderio, il bisogno, la necessità di avere dei figliuoli, che un matrimonio senza figli, è considerato con viva compassione per i coniugi e, anche, con una senso di disistima. Scendendo, poi, nella piccola borghesia, nel popolo, le nozze infeconde sembrano una sventura familiare. Più innamorato che marito, più amante che padre, Mimì Maresca provava, sul principio, molto superficialmente la nostalgia di questi figli che non venivano: ma, un anno e mezzo dopo, in lui, fatto più preoccupato, più triste, più segretamente infelice, deluso profondamente dall'amore, crucciato dai sospetti più intimi, non potendo più orientare la sua misera vita sentimentale, cercando un punto sull'orizzonte cui tendere il suo cuore deserto, questa nostalgia si era fatta più acuta: e non poteva comporre, con le sue nobili mani dedicate alla più sacra delle fatiche, con quelle mani che erano la sola bellezza della sua brutta persona, con quelle mani in cui si traduceva la dolcezza della sua anima, non poteva plasmare, o dipingere una testa di angioletto, senza fremere di invincibile malinconia. Egli voleva fare, nel suo ardente desio, una statuetta del bambino Gesù, alla maniera antica, come i pittori di santi antichissimi: una statuetta, alta come un bambino di due anni, un piccolo Gesù roseo e biondo, con le manine aperte e distese, con la boccuccia schiusa. Questo bambino Gesù si veste di un abituccio di raso grigio perla, abituccio orlato al collo, alle maniche e alla gonnelluccia di una trina di oro, e la stoffa è tutta ricamata a zecchini di oro, scintillanti: sul bel capino riccioluto si posa una coroncina chiusa di argento: e al collo, sul petto, sulle braccia tese del piccolino, si appendono fili di oro con medaglioni, vezzi di perle, vezzi di coralli, e tutti gli strani ex voto della fede meridionale. Se Dio gli dava un figlio, una figlia, Mimì Maresca avrebbe offerto al Signore questa sorridente e ricca effigie del suo Divin Figlio, opera di Mimì Maresca, la statuettina dai piedini rosei e nudi sul piedistallo, e tutto fornito da lui, la veste, la coroncina, l'oro, i voti. Nulla sapeva Anna di questo già potente e dolente desiderio del marito, poiché egli non osava parlarne. Solo, qualche volta, indirettamente, gli usciva dal cuore, al derelitto pittore dei santi, innanzi all'altiera creatura del suo inutile amore, una esclamazione d'invidia, se si parlava di una coppia cui era nato un figliuolo: solo, qualche sospiro, gli usciva dal petto, se incontravano, nelle loro passeggiate della domenica, delle famiglie placide. precedute da una piccola schiera di figliuoli, vestiti graziosamente.

- Beati loro! - mormorava lui.

E, subito, Anna Maresca ribatteva:

- Anche tua madre, non ne ha fatto che uno.

Egli impallidiva mortalmente. Era una cosa insopportabile, per lui, udir nominare sua madre da Anna: poiché ella lo faceva glacialmente, con una malvagità premeditata, guardando negli occhi suo marito, costringendolo ad abbassarli, costringendolo a tacere e a divorare la sua amarezza.

 

Alle otto di sera, un sabato, di settembre, Mimì Maresca bussò in fretta alla porta di casa sua, in via Donnalbina. Ordinariamente rientrava alle sette, per il pranzo: ma, in quel giorno, il lavoro forte che vi era stato in bottega, il viavai di clienti, degli ordini da dare a Ursomando e allo sciancato Nicolino, per il lunedì, gli avevano portato via più di un'ora.

- È tardi, Mariangela, ho fatto tardi - disse lui, alla vecchia domestica che era venuta ad aprirgli, passandole avanti. - Il pranzo sarà pronto?

- Sì - rispose costei, con un accento singolare.

In un minuto, Mimì, aveva percorso le tre piccole stanze dell'appartamentino. Anna non vi era. Sconvolto, egli corse in cucina, ove la serva si affaccendava attorno ai fornelli.

- Mariangela, dove è la signora?

- È uscita.

- Uscita? Da quando?

- Dalle quattro. prima, forse.

- E non è tornata? Alle otto? Come è possibile?

Una pena viva ispirava le sue esclamazioni. La antica domestica che lo aveva visto nascere, che lo aveva cullato, portato a scuola, amato come un figlio e venerato come un padrone, lo guardava con atto di profonda pietà:

- La signora ha mandato una lettera per voi - ella mormorò. - La lettera è in istanza da pranzo, al vostro posto, dove si mettono sempre le lettere.

Egli vi corse. Un bigliettino era deposto, sul suo tovagliolo: scritto a lapis, sovra un mezzo foglietto che pareva strappato da un taccuino maschile, e chiuso in una busticina da carta da visita. Diceva, il biglietto: «Caro Mimì, devi pranzare solo. Sono andata a far visita a Francesca Dentale, perché era l'onomastico di suo marito Gennarino, e mi hanno gentilmente trattenuta a pranzo. Non t'imbarazzare per venirmi a prendere, perché vi è chi mi accompagna - Anna». In una profonda confusione, egli cadde sovra una sedia, al suo posto, in quella stanza da pranzo, ove erano sempre in due, da un anno e mezzo, e dove, quella sera, gli toccava restar solo, pranzar solo, poiché Anna lo abbandonava, con una libertà di azioni, una disinvoltura e una indifferenza completa. Mai, mai, era restata a pranzo fuori di casa, neppure col padre, né per un invito formale, né per una occasione fortuita e, così, a un tratto, per affermare la propria indipendenza, di fronte ai parenti Dentale, ella non rientrava, pranzava altrove, lontana, avvertendone con un biglietto arido, senza una parola di scusa, senza un saluto, senza dire a che ora sarebbe rientrata, togliendogli anche, brutalmente, il diritto di andarla a riprendere, facendogli intendere, chiaramente, che voleva fare il suo comodo e non esser infastidita da lui.

- Debbo servire? - domandò timidamente, dalla porta, Mariangela, al suo padrone che, con la testa fra le mani, coi gomiti puntati sulla tavola da pranzo, cercava vincere i suoi nervi tesi dallo spasimo.

- Servi pure.

Ma della buona zuppa di erbe fumanti, egli non prese che una cucchiaiata: brancicò, col coltello e con la forchetta, un pezzo di carne allesso e lasciò stare tutto. Si passava, macchinalmente, la mano sulla fronte, volendo calmarsi, volendo riprendere un po' di tranquillità, sempre con la paura che qualcuno indovinasse la cura insopportabile che aveva dentro. Anche di Mariangela aveva soggezione, quantunque ne conoscesse la devozione assoluta. E tentò, con uno sforzo, di chiarire, alla sua domestica, quell'assenza così strana, la padrona che lascia la casa e il marito, per andarsene a pranzo, da parenti che egli non vedeva mai, in un rione lontano, per ritornare chi sa a quale ora della sera, forse avanzata.

- Me lo imaginavo... - egli mormorò, come fra sé... - Era naturale che donna Francesca Dentale la trattenesse a pranzo... è san Gennaro, oggi... aveva un bell'abito, Anna, oggi?

- Sissignore. Quello nero, tutto ricamato di perline.

- Oh! E ti ha detto nulla, per me?.

- No. Se lo doveva immaginare, però, che sarebbe ritornata di notte, perché ha portato via la mantellinasoggiunse la domestica, candidamente.

- Ah! - esclamò lui, trafitto di nuovo. - E chi ha portato questa lettera?

- Un fattorino di piazza.

- Da dove veniva?

- Da Chiaia, mi ha detto.

- Già. E chi gliela aveva consegnata?.

- Un giovanotto, mi ha detto.

- Ah! - disse lui, senza aver forza di conoscere altro.

Col coltello, tagliuzzava minutamente la corteccia dell'arancia, che aveva cercato di mangiucchiare. Si levò di tavola, andò in salotto, vi restò, in piedi, guardandosi intorno con quello sguardo sperso che egli assumeva, nelle ore difficili della sua vita.

- Volete del caffè? - chiese la vecchia fedele, dalla porta.

- No, no.

E per non mostrare anche più la sua miseria morale, aprì un giornale della sera che Anna comperava, con un soldo, quotidianamente, da uno strillone: e che ella leggeva lungamente, per isfuggire, spesso, alla conversazione con suo marito. Mimì scorreva le colonne di parole e di lettere e non intendeva nulla. Due volte, guardò l'orologio: non erano ancora le nove. E pensava, tra sé stesso, che non avrebbe resistito, ad attendere, in casa, Anna. Egli non esciva mai, dopo pranzo: e certo, Mariangela, avrebbe compreso la sua ansia, vedendolo partire: e si vergognava. Ma come resistere? Si sentiva male: correnti di gelo, correnti di fuoco gli attraversavano la persona: ebbe paura di aver la febbre, una febbre improvvisa, che gl'impedisse di andare. Mariangela rientrava, adesso, in salotto e lo guardava coi suoi buoni occhi amorosi e pieni di pietà. Voleva dirgli qualche cosa, si vedeva, mentre egli fremeva di fuggire.

- Che vuoi? - chiese lui, rodendo il freno, fingendo una calma perfetta.

- Volevo dirvi, don Domenico, che questi sono gli ultimi giorni che resto al vostro servizio - ella pronunciò, con uno sforzo per celare la sua emozione.

- E perché? Perché? - esclamò il padrone, stupito.

- Perché me ne vado - ella soggiunse, rassegnatamente.

- Te ne vai? Dove, te ne vai?

- Ho una sorella, ad Airola, vicino Benevento; è il paese dove sono nata, Airola. A questa sorella e a me, nostro padre ha lasciato una casetta, una stanza e una cucina sola; niente altro. Vado a morire , nel mio paese, don Domenico.

- E mi vuoi lasciare? Dopo tanti anni! - gridò lui, sinceramente commosso, dimenticando i suoi guai.

- Io non vi lascerei - mormorò essa, con dolcezza servile. - È la vita che mi lascia.

- Tu puoi campare molti anni ancora, Mariangela!

- Ma non posso più servire - ella replicò, sempre con umiltà, a capo basso.

- E come vivrai, poveretta? La casa non basta.

- Ho qualche soldo, da parte, dopo tanti anni, che servivo qui: io non spendevo nulla, papà vostro e voi, eravate così buoni! Non pensate; avrò sempre un tozzo di pane.

- Oh Mariangela, Mariangela, tu te ne vai! - disse lui, dolorosamente. - Te ne vai, così, dopo tanti anni! E Anna lo sa?

- Lo sa - disse l'altra, con tono rassegnato.

- E che dice? Che ti ha detto?

La vecchia domestica non rispose. Mimì ebbe l'animo attraversato da un sospetto.

- Non ha detto nulla, per trattenerti?

Mariangela levò gli occhi sul volto e, a bassa voce, confessò la verità.

- È lei che mi ha licenziata.

- Lei? Lei?

- Sì, lei.

- Licenziata, proprio?

- Oggi. Prima di uscire. Per la fine del mese.

- E perché? perché?

- Dice che sono vecchia, che non posso più servire, che non ho mai saputo servire. Sono vecchia, io; ed essa ne vuole una giovane - disse rapidamente, tremando, la poveretta. E per umiltà di animo cristiano, soggiunse:

- La padrona ha ragione. Sono vecchia. non mi reggo più in piedi, me ne debbo andare.

E, involontarie, sole, due lunghe lacrime discesero sulle guance scarne e rugose, gelide lacrime di vecchia creatura povera e finita, oramai.

- Povera Mariangela - disse lui, con un sospiro profondo, ove parve si esalasse tutto il suo rammarico impotente e inutile.

Non altro. Il suo tormento lo riprendeva, a morsi atroci, e, senza più aver la forza di reprimersi, afferrò il cappello e uscì di casa, accompagnato dal pio e tenero augurio di Mariangela, un augurio in cui, quella sera, trapelava, anche. la tristezza delle cose che non sono più.

- La Madonna vi accompagni, in ogni passo che date.

Quando fu fuori di casa, Mimì Maresca, nella molle serata di settembre, attraversata da qualche debole soffio fresco di un autunno che si avanzava, quando i suoi rapidi passi lo ebbero portato, dalla stretta e tetra e deserta via di Donnalbina, ove solo due fanali a gas, fiochi, diradavano le tenebre, in via Monteoliveto, bene illuminata, animata da viandanti, in ogni senso, attraversata continuamente dai trams che venivano da lontano, dai quartieri estremi sul mare, quando egli fu tra la gente, camminando in fretta, si sentì sollevato. un poco. Niuno sapeva dove corresse quell'uomo dallo scialbo e floscio viso, tutto assorto in un pensiero fisso, ed egli stesso andava, andava, verso via Fontana Medina. verso Piazza Municipio, spinto da un istinto di ricerca affannosa,