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In un enorme vassoio, tenuto fermo da due chierici, innanzi all'altare, alla
fine dell'ultima messa, il giorno dell'Annunciazione, nella chiesa della
Madonna dell'Aiuto, era stata solennemente benedetta la veste nera, ricamata di
oro, e il manto nero, ricamato di oro, che dovean vestire, in quel giorno, la
grandissima statua della Madonna Addolorata, nella bottega dei santi. Sovra la
ricca tunica piegata e sovra il ricchissimo manto, scintillanti, ambedue,
dell'oro lucido, onde erano fittamente ricoperti, sicché, quasi, il nero
spariva, e l'oro trionfava, solo, su queste vesti, erano deposte, per esser
anche benedetti dalle parole rituali del sacerdote e dall'acqua santa, la
corona di argento massiccio e lavorato che doveva cingere il capo della Dolente
e fermarne l'ampio manto sul sommo della testa, le sette spadette di argento
dall'elsa lavorata, che dovevano esser confitte in cerchio, in raggiera, sul
petto della Dolente, il soggolo di finissima lieve battista bianca che doveva
serrarle il collo, e il fazzoletto di battista bianca, piccolo, orlato a
giorno, con merletti, che deve esser messo nella piccola mano convulsa e tesa
di Maria dei Dolori, mentre l'altra mano si stringe sul petto, trafitto dalle
spade. La pia tradizione impone che ogni sacro indumento, prima di vestire, di
adornare le statue e i busti dei santi, abbia invocata, da Dio, la benedizione
del Cielo; ed è una funzione umile e commovente, insieme, cui sono avvezzi i
divoti di quelle chiese. che sorgono presso le botteghe dei santi. In
ginocchio, con cuore teneramente soddisfatto, tutti coloro che avevan lavorato
alla statua ed alle vesti della Madonna Addolorata, avevano udita la messa
ultima, e curvato la testa alle parole potenti della benedizione: vi erano
Domenico Maresca, il pittore dei santi, lo stuccatore e indoratore Gaetano
Ursomando, la ricamatrice donna Raffaellina Galante, con le due nipoti sue,
Concetta e Fortunatina, che, anch'esse, avevano aiutato per molti mesi al
ricamo; lo sciancato Nicolino. Con l'arte, con il semplice lavoro manuale,
molto o poco, ognuno di essi aveva contribuito a erigere, a vestire, ad
adornare il maestoso simulacro della Dolente e ognuno di essi ringraziava il
Signore di aver compiuto, grandemente e umilmente, la bella opera.
Poiché nell'autunno trascorso, il gentiluomo dalla vita oscura e bizzarra,
che già due volte, aveva fatto cominciare a tutti, pittori, stuccatori,
cucitrici, ricamatrici, il non breve e difficoltoso lavoro, sparendo poi, per
lungo tempo, senza dare più nessuna notizia di sé, nell'autunno trascorso era
riapparso. Più stanco, più vecchio, più affranto nella sua bella e nobile
fisonomia, egli era tornato di nuovo, riarso dal desiderio di avere la sua
statua, per soddisfare un voto del suo spirito, che troppo aveva tardato a
compiere. E, questa volta, egli era ritornato, sempre, ogni settimana, di sera,
alla bottega dei santi, nelle ore in cui sapeva di non trovarvi che Domenico Maresca,
talvolta solissimo, talvolta solo con Gaetano, personaggio muto che si curvava
sempre più sul lavoro, quasi a perdervisi dentro, per far dimenticare la sua
presenza. Di fronte all'ardore febbrile del gentiluomo, alla profusione del
danaro, Domenico Maresca non aveva potuto resistere, e avea dovuto abbandonare
altri lavori, meno urgenti, in verità, e dedicarsi tutto quanto alla statua
della Dolente; aveva dovuto, ogni due giorni, di fronte alle affannose
insistenze del duca, recarsi a casa della ricamatrice, in quel quinto piano di
via Mezzocannone, ove, in una stanza vasta e nuda, era teso il larghissimo
telaio della veste nera e, in tre punti diversi, a capo chino, donna
Raffaellina Galante e le due nipoti Fortunatina e Concetta, ricamavano, per ore
e ore, senza levare gli occhi, sollevando solo la mano, alternatamente,
muovendosi, solo un pochino, per prendere le forbici, o la gugliata di filo
d'oro, non dicendo una parola, con la luce che batteva sulla testa pallida e
affinata, ma dagli occhi vividi, della zia, sulle teste, già un po' consunte
dalla fatica lunga e paziente, delle nepoti. Da novembre a marzo, tutti, tutte,
non avevano fatto altro che lavorare per questa Madonna Addolorata, la più
grande e la più ricca statua che fosse uscita dalla bottega dei santi di
Domenico Maresca, a sua memoria, vestita della più splendida veste ricamata
d'oro, a memoria di donna Raffaellina la ricamatrice, che aveva cinquantacinque
anni e che ricamava da quarant'anni. Il gentiluomo aveva speso, in quei cinque mesi,
circa seimila lire per la stoffa, l'oro, gli argenti, l'opera di ricamo, e
tutti gli altri oggetti necessari a completare l'imponente figura: aveva anche
anticipato cinquecento lire a Domenico Maresca, e doveva dargli, a vestizione
completa della statua, il venticinque marzo, mille lire, ancora, di compenso.
Anche, aveva promesso un dono in danaro a Gaetano Ursomando e un regaluccio a
Nicolino. Così, con costanza e con pazienza, con ardore e con precisione, tutti
avevano messo le ore, le giornate, le settimane a questa fatica così ben
ricompensata, a questa fatica che, pel più oscuro di essi, era anche una
consolazione dello spirito: e così, al giorno stabilito, essi avevano potuto
inginocchiarsi innanzi all'altare e veder santificato il proprio sforzo.
Finita la cerimonia, in chiesa, Gaetano e Nicolino avevano sollevato il
vassoio con le vesti, e si erano diretti alla porta, seguiti da Domenico
Maresca e dalle tre ricamatrici: altri divoti e divote venivano dietro, quasi
in processione, mormorando delle preci, ripetendo delle laudi. La bottega dei
santi era dirimpetto: solo pochi passi la dividevano dalla soglia del tempio: e
Domenico si fece avanti, con la grossa chiave, ne schiuse le porte, i due
uomini col vassoio vi entrarono, vi entrarono le donne: e la gente che era in
chiesa, chiedeva di assistere alla vestizione: sì sapeva bene che, là dentro,
si preparava qualche cosa di maestoso, in onor della religione, in gloria di
Maria. Ma con garbo, con atti brevi e cortesi, quasi senza parole, il pittore dei
santi allontanò tutti, e dopo un poco, rientrò, solo, nella bottega dei santi,
chiudendone a chiave, alle sue spalle, la porta. Qualcuno, più ostinato, era
restato dietro ai vetri, cercando di scorgere nell'interno: ma la polvere di
gesso, la polvere di stucco, la biacca, covrivano così fissamente quei vetri,
che anche quelle ombre testarde sparvero, poiché nulla potevano intravedere. E
la vestizione della Dolente ebbe principio solo per mano di coloro che avevan
faticato intorno alla statua e alle vesti, ebbe principio in un silenzio
profondo.
L'altissima statua di Maria Addolorata era in mezzo alla bottega, collocata
sovra un primo e rozzo piedistallo di legno, e sovra un secondo, a triplice
giro di ovali d'oro lucido, su fasce rotonde di oro opaco: era su questo che
doveva partire e con questo doveva essere collocata sull'ignoto altare
dell'ignoto tempio. Accanto ad essa, di lato, vi era il trespolo con tre
gradini e la breve piattaforma ove l'opera di Domenico Maresca si era svolta.
La Madonna Addolorata mostrava il bel volto ovale e delicato, straziato da
un'angoscia indescrivibile, e il lavorio d'arte del pittore si estendeva sino
al collo: dopo, cominciava una lunga, rigida tonaca di tela bianca, che
giungeva sino ai piedi: dalla tonaca escivano le due mani, dipinte finemente,
l'una aperta sul petto e raggricchiata, con un'espressione commovente, nelle
dita schiuse, l'altra distesa e chiusa con attitudine convulsa: e i due piccoli
piedi, anche, si vedevano, curiosamente chiusi in sandali antichi, nudi ne'
sandali, come quelli delle carmelitane, piccoli piedi rigidi e immobili, quasi
inchiodati dal dolore. E, intorno a quella figura dolorosa, chiusa nella bianca
camicia senza linee, tutte le altre statue, intorno, sembravano piccole,
meschine, minuscole. Un san Sebastiano, a mezzo busto, nel cui sanguinante
torace, nel collo nudo, nelle braccia nude, erano confitte delle leggere e
brillanti frecce di argento; un san Giovanni, ripetente, nella testa giovanile
ricciuta, quella del Donatello, vestito di una clamide bianca, e portante un
alto bastone da pastore, di argento, curiosamente cesellato: una santa
Filomena, un mezzo busto a stucco, molto barocca, dal viso singolarmente
esaltato, caduta in estasi e tenente nelle mani una lunga penna, la penna
dell'amor divino, anche essa in argento; un san Tommaso d'Aquino, con un grosso
anello d'oro, con un topazio al dito, stringente un libro santo, con la gran
barba spiovente sul petto. E malgrado i loro colori, le vesti, gli ornamenti di
argento buono, la Dolente col suo viso di suggestione profonda, di cordoglio,
nella sua lunga tunica bianca, sovrastava sovra ogni immagine, sovra ogni
figura. Domenico Maresca era salito sulla piattaforma e si era fatto il segno
della croce.
- Andiamo, in nome di Dio - disse donna Raffaellina, segnandosi anch'essa.
E gli porse, dal primo scalino del trespolo, ove era ascesa anch'essa, una
grossa gonna di tela nera, una sottana molto larga, a folte pieghe sui fianchi,
molto insaldata, che il pittore dei santi, con gesti cauti e discreti, infilò,
dalla testa, sul corpo della statua, discendendola pian piano sino alla
cintura, stringendola e serrandola dietro, con nastri saldi e con forti spilli
chiusi. Con una delicatezza lieve, come se portasse un neonato, come se
portasse la più preziosa delle reliquie, donna Raffaellina prese la veste di
grossa seta nera, tutta ricamata di oro, sui due lati, davanti, in un intreccio
arcano di fiori e di foglie, e la porse a Domenico Maresca: a sua volta,
costui, sollevò l'abito singolare e, dalla testa, ne vestì la statua. Subito,
la gonna di seta si schiuse, si ampliò, divenne larghissima, sovra la sottana
di tela, che era stata messa apposta per darle quel largo giro: il busto lungo,
casto, rigido, si assettò sul busto della statua, perfettamente, mostrando con
qual cura erano state prese le misure ed eseguite le varie prove. E presa
dall'impeto dell'opera sua, la ricamatrice salì gli altri due gradini, si tenne
in equilibrio per miracolo, presso Domenico Maresca, e si mise ad aggiustare
con le mani bianche, agili, fini, di donna che ha passato la vita a ricamare
con le sete e con l'oro gli arredi sacri e le sacre vesti, il soggolo bianco al
collo della statua, cingendone la nuca, fasciandola sin quasi al mento, come è
la tradizione antica. Insieme a Domenico Maresca, reggendosi malamente, a
rischio, ora l'uno, ora l'altro, di precipitare da lassù, stendendosi,
ritraendosi, curvandosi, sempre con gesti di riverenza, verso la santa effigie
che essi rivestivano, compirono la più difficoltosa operazione, quella del
collocamento del magnifico manto, dal capo sulle spalle, sulla persona, sino ai
piedi, fermandolo, solidamente, sotto i ganci della crociata corona di argento
massiccio, messa un poco indietro, sul capo levato, componendolo con pieghe
fluttuanti, innanzi, perché tutto il ricamo si vedesse bene, raddoppiando la
ricchezza del ricamo della veste, e arrotondandolo, sino giù, sull'abito. E,
dall'alto, Domenico Maresca, parlando per la prima volta, a voce bassa e
tremante, disse a Gaetano Ursomando:
- Dammi le spade.
Costui gli porse, subito, le sette piccole spade, da configgere sul petto
del simulacro, in sette aperture, appositamente praticate nel busto dell'abito.
Ma, prima che egli ne configesse una sola, la ricamatrice lo arestò,
dicendogli:
- Diciamo i Misteri dolorosi.
E, Domenico Maresca, Raffaellina Galante, le due giovani ricamatrici, lo
stuccatore, lo storpietto, a ogni spada che era fitta nel petto della statua,
dicevano uno dei sette Misteri dolorosi e come l'ultimo finiva, l'ultima spada,
completando la raggiera, aveva trafitto il cuore della Madre Addolorata. Con un
moto rapido, il pittore dei santi mise il fazzoletto di battista, a fiocco,
nella mano distesa della statua. Tutti si segnarono novellamente. La vestizione
era fatta.
In tutta la singolarità delle sue vesti, metà monacali, metà sovrane, in
quella bizzarria ieratica di sete e di ori, fra orientali e bizantine, in tutto
quel lusso sfolgorante e pure funebre, la Madonna Addolorata riempiva, del suo
maestoso aspetto, la bottega dei santi. Il sole penetrava, in quell'ora
meridiana, dentro la bottega e tutto l'oro del minuzioso, folto, intricato
ricamo, brillava nella sua lucidezza, rilevandosi sui toni di oro più cupi e
più tranquilli. Sui due teli davanti della veste e sul petto, sulle due falde
davanti del manto e sulla testa, all'orlo della veste e sulle braccia, i fiori,
le foglie, i viticci, s'intrecciavano, non si distinguevano più, ove
cominciassero, ove finissero, era un'onda crescente di ricamo che covrirà il
nero, era una spuma d'oro che si allargava, dapertutto, in una ricchezza
invadente. Lo sguardo vi si fermava, attratto, allucinato, abbacinato da tutto
quell'oro; e sottraendosi a stento, aveva impressioni più dolci, più pacate,
sull'argento della corona, sull'argento della raggiera di spade, sul biancore
mite del soggolo: e, infine, l'occhio si posava sulla fascia trambasciata della
Dolente e ne riceveva l'impressione più pietosa, poiché il sentimento espresso
così vivamente dal pittore, aveva avuto la cornice dalle vesti, dal manto e
dagli ornamenti, poiché i simboli e gli emblemi nel lutto dell'abito, nel fasto
lugubre dell'oro, nella corona chiusa, nelle spade e nel fazzoletto intriso di
lagrime, completavano l'opera dell'arte e della pietà.
- Quanto è bella! - mormorò Fortunatina, una delle due ricamatrici,
ingenuamente, mitemente.
- Quanto è bella! - ripetette l'altra, mitemente, ingenuamente.
- Tu ci devi assistere, Madonna Addolorata - disse donna Raffaellina
Galante, piamente.
- A te ci raccomandiamo - disse, a bassa voce, Gaetano Ursomando.
- Tu pensa a noi, Maria - disse lo storpio.
Ultimo, a capo basso, quasi a sé stesso, desolatamente, Domenico Maresca,
soggiunse, ultimo:
- Nelle tue mani, Maria, nelle tue mani!
Si bussò, alla porta, mentre essi dicevano alla Dolente l'animo loro umile e
triste. Nessuno udì, veramente, distratto da quel momento culminante, ove le
loro fatiche materiali avevan avuto il termine e la loro anima semplice poteva
sfogare i sentimenti repressi. Dopo un minuto, si bussò alla porta, di nuovo,
rapidamente e vivacemente:
- Chi è? - chiese, di dentro, Domenico, con accento diffidente.
- Aprite, dunque! - esclamò una voce imperiosa.
Domenico riconobbe quella del duca. E, con molta precauzione, presa la
grossa chiave, aprì per metà una impannata, lasciandogli appena lo spazio per
entrare e richiudendo subito a chiave.
- La Madonna? - gridò il gentiluomo, senza levar gli occhi.
- Eccola.
Vedendola innanzi a sé, quale l'aveva pensata nei suoi sogni spasimanti di
peccatore contrito, quale l'aveva immaginata, nelle sue ore di abbattimento
mortale, quale l'aveva desiderata, nelle sue ore di disperata e vana penitenza,
vedendola nell'aureola di splendor tetro come egli l'aveva invocata nella sua
dedizione spirituale, nella ricchezza funebre dell'oro simile alle coltri dei
cadaveri, vedendola negli occhi disperati, nel cuore trapassato, sotto una
corona pesante che ne accasciava il picciol capo arrovesciato, e sotto il manto
mortuario, innanzi alla realtà della sua visione e della sua preghiera, il
gentiluomo sussultò, il suo viso si decompose ed egli vacillò, come se
svenisse. Gli dettero una sedia: vi cadde: e nulla sapendo più, nulla vedendo e
nulla udendo, come un essere misero e caduco, fra quei miseri e caduchi, egli
si nascose la faccia fra le mani, scoppiando in pianto.
Niuno osò accostarsi a lui, pronunziare una parola. Quella povera gente,
attese, mutamente, in attitudine di rispetto, che la emozione del duca avesse
tutto il suo sfogo. E, presto, negli occhi imperiosi del gentiluomo, le lagrime
si disseccarono; con uno sforzo di dissimulazione, il suo viso si ricompose,
riassunse l'aspetto freddo e orgoglioso che persisteva, sempre, anche nel
pallore crescente, anche nelle linee consumate. Fermo sulle sue gambe, egli si
levò, andò ai piedi della immensa statua, per vederne meglio i particolari, vi
girò attorno lentamente, osservando tutto con minuzia, portando in questo esame
come la glacialità di un mercante. E, infine, ritornato innanzi al ricco e
nobile simulacro della Dolente, egli disse, con tono breve e asciutto, a
Domenico Maresca:
- Avete fatto una bella cosa. Sono contento.
Il pittore dei santi accennò con un inchino, con la testa, senza nulla
rispondere. E l'altro, seccamente:
- È pronta per essere trasportata?
- Prontissima.
- Sta bene. Vi rammentate, Maresca?! miei uomini verranno a prenderla,
dopodomani mattina, all'alba. V'incomoderete qui, voi stesso, a quell'ora, per
darne la consegna.
- Certo.
- Scelgo quell'ora, per evitare la curiosità della gente. Le persone che io
manderò, sono molto esperte e fanno l'imballaggio con rapidità. Massima
rapidità, segretezza massima. È inteso?
- È inteso, signore.
- Un'altra cosa essenziale. Oggi e domani la vostra bottega sarà chiusa, non
voglio che vi entri nessun curioso, nessun indiscreto. Oggi è festa,
naturalmente; ma se per domani vi dà fastidio, tener chiuso, compenserò questo
fastidio.
- È inutile. Riposeremo, domani, dopo tante fatiche.
- Chi conserva la chiave di questa bottega, Maresca?
- Io.
- Voi, personalmente?
- Personalmente.
- Non vi fidate di nessuno. Promettetemi che la porterete via, questa
chiave, a casa vostra, che non l'affiderete a nessuno, e che dopodomani,
all'alba, verrete qui, solo, a riaprire, per la consegna.
- Lo prometto.
- Non mando a rilevare domani, la Madonna, per mie ragioni particolari; e me
ne dispiace, ve lo assicuro. Ho aspettato tanto, e, ora, queste ventiquattro
ore mi seccano. Non vi è che fare! Alle volte, né la volontà, né il danaro,
bastano a togliere un ostacolo materiale. Pure, Maresca, mi fido di voi che,
per contentare il mio desiderio, nessuno vedrà, qui, la mia Madonna e
nessuno saprà ove io la mando. È il mio desiderio! Che fate, ora, quando me ne
sarò andato?
- Se vi piace, chiuderemo.
- Ecco. È festa. Chiudete subito.
Raccolti in un angolo, lontani, in una paziente aspettativa, gli altri nulla
avevano udito di questo dialogo, avvenuto a bassa voce. Ancora una volta, il
gentiluomo mise gli occhi sul viso della Dolente e ve li tenne, intenti,
ardenti, riflettenti un dolore torbido e intimo. Poi, scosse il capo, e
mettendo la mano in tasca, ne cavò il portafogli.
- Per voi, Maresca - gli disse, consegnandogli un biglietto azzurro di mille
lire.
Il pittore dei santi ringraziò semplicemente, chiudendo in un vecchio e
sdrucito portafogli il prezzo delle sue lunghe e buone fatiche. E, man mano, il
gentiluomo donò cento lire alla ricamatrice, cinquanta allo stuccatore
Ursomando, venti lire a ognuna delle due ragazze ricamatrici, dieci lire al piccolo
sciancato, e ognuno di costoro volendo esplodere nei vivi e verbosi
ringraziamenti meridionali, ognuno, commosso della sua generosità, volendo
baciargli la mano, egli ebbe due o tre atti imperiosi e duri, per non essere
ringraziato, né a voce, né con gesti.
- Addio, Maresca - egli disse dalla porta, uscendo.
E in quel senso di sorpresa generale che aveva destato, in quella gente
semplice, il suo contegno strano, la ricamatrice ebbe un moto di spalle, una
parola definitiva:
- Poveretto... chi sa!.
La comitiva, lentamente, si sciolse: ognuno di coloro che aveva passato dei
mesi intorno alla grande effigie e che, ora, non l'avrebbe vista più, si
licenziò da essa, con una breve orazione, con un segno di croce, passandole
innanzi, salutandola con un inchino: le due ragazze si inginocchiarono,
baciandole il lembo della veste, su cui anche le loro abili mani avevano
intessuto l'oro, in lavoro silenzioso, e che, adesso, era diventata sacra,
benedetta da Dio, messa sulla statua benedetta, parte istessa della Madonna
Addolorata.
- Ci vediamo dopodomani, verso mezzogiorno - disse il pittore dei santi, a
Gaetano Ursomando e al ragazzo, volendo obbedire rigorosamente agli ordini del
duca.
- Ci vediamo - dissero quelli, andandosene, abituati a una obbedienza cieca:
e contenti del dono avuto, del riposo, di tutto.
Alle loro spalle, Domenico Maresca chiuse a chiave la porta della bottega e
restò un momento, solo, davanti alla Madonna Addolorata. Poiché, nella sua
perfetta onestà, egli voleva mantenere in tutto e per tutto la parola data al
gentiluomo, voleva partire, anche lui, subito, rinserrando preziosamente il
simulacro dietro le pesanti, duplici porte della sua bottega. Non l'avrebbe
vista, sino all'alba del secondo giorno, in cui la Dolente doveva lasciare per
sempre la bottega, ove era stata circa tre anni, non l'avrebbe vista più: così
egli aveva promesso e così doveva mantenere. E senza parole, si appoggiò col
capo, col viso, ai piedi della Dolente, calzati di sandali, nudi nei sandali, e
immobili sul piedistallo, quasi li avesse pietrificati lo spasimo: senza
parole, egli mise la sua bocca su quei piedi, che, pure esciti dalle sue mani
di artista, adesso, benedetti, consacrati, formavano parte di una figura
divina, formavano parte di un simbolo di dolore e di pietà. In quell'atto di
reverenza, di umiltà, di abbandono, il pittore dei santi concentrò tutta la sua
anima semplice, e raccolse tutto il suo spirito semplice, e adorando la
Dolente, dandole l'ultimo saluto, affidò a Lei, nella vita, nella morte, la sua
salvazione.
Malgrado il sonno profondo in cui era immerso, Domenico Maresca, percepì, a
un tratto, di trovarsi nelle tenebre. Ma non giungeva ad aprire gli occhi,
combattendo contro il suo torpore: quando, anche lo colpì il puzzo di uno
stoppino spento nell'olio, un puzzo forte e disgustoso che finì per svegliarlo.
Aprì gli occhi: era all'oscuro. La piccola lampada, accesa innanzi a una
immagine di san Domenico Guzman, la piccola lampada, con cui egli era stato
avvezzato a dormire, da quando era piccino, consuetudine diventata invincibile,
si era spenta. Ciò accadeva, talvolta, quando la serva si dimenticava di
rifornirla di olio, dell'acqua, o dimenticava di cambiarvi il lumino consunto.
E, immancabilmente, questo piccolo incidente, aveva il potere di risvegliare
Domenico, qualunque fosse il sonno in cui era tenuta e abbattuta la sua
persona.
- Bisogna riaccendere la lampada - egli pensò, male risvegliato, ancora.
Con la mano, cercando di non far rumore, tastò sul tavolino da notte, per
cercarvi la scatola dei fiammiferi. Non la potette trovare ed ebbe un moto di
delusione e di lassezza, con la testa sull'origliere: temeva di risvegliare
Anna; costei era abituata a dormire sempre, con la lampada accesa o spenta, e
s'irritava assai di essere svegliata, quando Domenico faceva del rumore, per
riaccendere la lampada, burlandosi, amaramente, di lui, come di un bimbo
pauroso che non sapesse dormire all'oscuro. Domenico rimase qualche minuto
immobile, sveglio, guardando nell'ombra, tendendo l'orecchio, a udire il respiro
di Anna.
- Dorme profondamente - disse, fra sé.
E pensò di alzarsi, pianissimo, senza disturbarla, per riaccendere la
lampada. Quella profonda oscurità, lo opprimeva, da un canto, e gli dava una
inquietudine singolare, dall'altro: sentiva che non si sarebbe riaddormentato,
se non rivedeva la fioca luce del lumino, nel bicchiere rosso innanzi a san
Domenico. Con una cautela di movimenti, arrestandosi ad ogni secondo, per non
produrre neppure uno scricchiolìo del letto, egli mise fuori le gambe, trovò le
pianelle, si levò in piedi: tastò lungamente sul tavolino da notte, dove si
ricordava di aver deposta, senz'altro, come ogni sera, una scatola di
fiammiferi. Niente. Come fare? La sua inquietudine misteriosa lo eccitava
sempre più: egli fece qualche passo, distese la mano, trovò sulla sedia, a
piedi del letto, i suoi panni, infilò i suoi calzoni. Poiché in camera non vi
erano fiammiferi, poiché nella sua giacca non ne avrebbe ritrovati, perché non
fumava, voleva andare in cucina, ove ne avrebbe trovati. Levando i passi, con
una lentezza singolare, per non farsi udire, a tastoni, fermandosi,
barcollando, eppur continuando il suo cammino, egli uscì dalla stanza da letto.
- Meno male che Anna non si è svegliata - disse, fra sé, con un sospiro di
sollievo.
Con la consuetudine che aveva, da tanti anni, della sua piccola casa, si
diresse all'oscuro, senza troppo inciampare, verso la cucina. Da che, l'anno
scorso, Anna aveva licenziato la vecchia Mariangela ed egli non aveva avuto il
coraggio di opporvisi, e la poveretta aveva dovuto prendere, a giorno fisso,
implacabilmente, la via del paesello ove era nata, e donde mancava da tutta una
vita, essi avevano cambiato due o tre domestiche, per capriccio di Anna, per lo
più, o perché erano indolenti, insolenti, mangione. - L'ultima, una giovine, vi
stava da un paio di mesi miracolosamente, poiché Anna sembrava proteggerla
molto: ma lei, come le altre, andava via dalla casa, la sera, dopo il pranzo e
dopo aver rigovernato le stoviglie. Era Anna che aveva voluto così, dicendo che
si nauseava di tenere a dormire in casa queste donne sudicie, che sciupavano la
biancheria, che forse, avrebbero portato degli insetti nel letto e nella casa.
Era, anche, una economia, poiché le domestiche che vanno via di sera, si
compensano meno delle altre, che restano a dormire. Domenico che aveva fatto
compiere, vilmente, il sacrificio di Mariangela, nulla aveva tentato di
osservare, a questi mutamenti. Il dietrostanza oscuro dove, un tempo, dormiva
la fedele Mariangela, era vuoto: e in quella notte, in quel silenzio, mentre si
avviava alla cucina, Domenico pensò, che, in altri tempi, tante volte, quando
si era alzato, a quell'ora, Mariangela si era svegliata subito, con quel senso
fine dei cani di custodia, e gli aveva chiesto se voleva qualche cosa. Nulla,
ora; la casa era deserta di quell'antica fedeltà, e Mariangela aspettava la
morte, in vita divota e solinga, ad Airola, in un piccolo paese di montagna.
Sospirando, tastando qua e là, Domenico finì per mettere le mani sopra una
scatola di fiammiferi da cucina, di legno, dalla capocchia di zolfo. Bisognava
contentarsi, poiché gli era impossibile continuare la sua notte nelle tenebre.
- Povera Mariangela! - mormorò fra sé.
Rientrò nella camera da letto, smorzando di nuovo i passi, diminuendo quasi
il respiro, per non turbare il riposo di Anna, sua moglie. La lampada spenta
era collocata sovra un cassettone, a sinistra del letto coniugale, dal lato di
Domenico: appoggiato al cassettone, egli strofinò due fiammiferi, prima di
avere la fiamma fosforica e male odorante, tossi per il fosforo, e riaccese il
lumino, sempre tenendo le spalle voltate al letto, cercando, per cautela, di
nascondere le sue operazioni. Vide che l'olio non mancava e che il lumino era
nuovo: esso si era spento, non da sé, ma dalla mano di qualcuno che lo aveva
annegato nell'acqua. Nella stanza si diffuse un pallido chiarore. Domenico si
voltò verso il letto. Esso era vuoto, deserto, Anna non vi era. Egli si accostò
di più, per vedere meglio. Il letto era deserto e vuoto: Anna non vi era. Si
avvicinò moltissimo, toccò, con le mani, le coltri un po' rimboccate donde la
donna si era levata, toccò l'origliere, in un incavo rotondo donde la testa
della donna si era sollevata, toccò tutto il letto, con le mani, due volte. Era
vuoto e deserto, Anna non vi era.
E fulmineamente, una certezza gli squarciò tutte le fibre e tutta l'anima:
Anna lo aveva abbandonato. Anna era fuggita. Non credette a un caso singolare,
a un accidente bizzarro, a una combinazione qualsiasi, che attenuasse o
contradicesse l'orrenda verità: tutta la orrenda verità gli fu palese, senza
velo d'illusione alcuna. Come coloro che, in un istante, apprendono il massimo
male, che li abbatte e li travolge, come coloro che sono toccati, in un
istante, in un solo istante, dalla folgore del dolore, una vertigine lo colse,
più forte, più forte, lo gittò sovra una sedia, ai piedi del letto, fatto vasto
e deserto, donde Anna era fuggita; e nei giri larghi, ove egli perdeva
conoscenza, girando attorno a lui, il letto, la stanza, la casa, la città,
l'universo, in questi giri, in cui si sprofondava la sua conoscenza, egli
pensò:
- Io muoio, va bene.
Ma non morì. Qualche minuto dopo, o molti minuti dopo, non intendendo bene
la misura del tempo, supponendo che fosse passato un secolo di dolore o un
secondo di altissimo dolore, Domenico Maresca si ritrovò solo, caduto di
traverso sovra una sedia, sovra dei panni, solo, in quella stanza, solo,
innanzi a quel letto, solo, in quella casa, in quella notte. E il terrore di
quella solitudine, di quel silenzio, di quella penombra, un freddo terrore lo
colse: si levò, come un pazzo, accese le due candele steariche nei candelieri,
sulla toilette di merletto, escì nel salotto, accese il grande lume a
petrolio, che era sul tavolino centrale, corse in istanza da pranzo, accese la
sospensione, la luce si diffuse dapertutto, nelle poche stanze della piccola
casa, tutto fu chiaro e fu chiara la solitudine, e fu chiaro il deserto di
quella casa, una solitudine ultima, irrevocabile, un deserto ove neppure la voce
di una familiare, di una serva sarebbe venuta ad aiutare la disperazione
dell'uomo, che era stato abbandonato e che aveva fatto la luce per avere,
quasi, il senso più largo e più estremo del suo abbandono. Tutto era a posto,
tutto era in ordine, nella stanza da pranzo, nel salottino, ma tutto vi aveva
un aspetto funebre, di dimora, ove, un tempo, fosse stata la vita di esseri
palpitanti, vibranti e donde questa vita si fosse ritratta, per sempre.
Sgomento, come folle, vacillante, egli corse di nuovo nella stanza da letto:
là, ai piedi del letto, vi erano, dal lato ove dormiva la moglie, le pianelline
sue: sovra la sedia era disposta la sua vestaglia di lana azzurra, le braccia
pendenti, aperte, come in atto di ineluttabile disperazione.
- Oh Anna, Anna! - gridò, vanamente, l'abbandonato.
Il suo grido stesso, in quella camera muta, gli ridestò nel cuore, smarrito
e straziato, dei tumultuosi sentimenti d'ira, di gelosia, di amara e beffarda
curiosità, dei sentimenti novelli nella sua natura mite e fiacca, un impeto di
collera come non ne aveva mai avuto, tutta la collera repressa in quegli anni
d'infelicità e dì oppressione, un furor di anima debole che si è maturato per
anni: e gittandosi sulla vestaglia azzurra, con le mani, coi denti, coi piedi,
la lacerò, la fece a brandelli, la pestò, imprecando al nome di Anna.
- Assassina, assassina della vita mia, assassina! - gridava, solo, nella
stanza vuota.
E si slanciò, per compiere qualche altra vendetta manuale contro le vesti,
contro la biancheria di Anna, per soddisfare quel desiderio cruento e fugace
che aveva di strappare, di svellere, di rompere, di calpestare, si slanciò
contro il settimanile di Anna, che era a destra del letto, aprì il primo
cassetto ove era la chiave, aprì il secondo, il terzo, il quarto, tutti,
tirandoli violentemente, sbattendoli nel richiuderli: erano vuoti, lisci,
vuoti, vuoti.
- Ha portato via la sua roba, tutta la sua roba! - gridò, ancora,
esterrefatto.
E si arrestò, vinto da un tremito nervoso così forte, così forte, che le sue
mani non potettero più rinchiudere l'ultimo cassetto. Andò a un grande armadio
a specchio, ove erano le vesti e i mantelli di Anna; era socchiuso. lo schiuse
perfettamente: vuoto, liscio, le gruccie sospese e libere, non una veste, non
una giacchetta. Traversò di nuovo la casa, andò nella stanzetta ove, un tempo,
aveva dormito Mariangela e ove vi erano altri due armadi, di biancheria e di
vestiti. Tutta la roba di Anna mancava. Il corredo di biancheria così ricco e
così elegante, per cui egli aveva speso tanto denaro, tre anni prima, e di cui
ella non aveva usato che una parte, tutti gli abiti donatile nelle nozze, dopo
le nozze, tutti, sino ad uno, da mattina, portatole dalla sarta, due giorni
prima, e di cui Domenico aveva saldata la nota, tolto via, portato via, la roba
pagata col danaro del pittore dei santi, non un fazzoletto lasciato, non un
nastrino, non un cencio di merletto. Freddamente, da tempo, Anna non solo aveva
premeditata questa fuga, ne aveva dovuto combinare, lungamente, il piano, ma lo
aveva dovuto eseguire, giorno per giorno, ora per ora, da tempo! Sì, ella era
partita, nella notte, un'ora prima, forse, due ore prima, appena lo aveva
visto, immerso, il pittore dei santi, in una densità profonda di sonno. ma non
si porta via, tanta roba, di notte.
- La roba, via, prima, - egli pensò, amaramente - e lei, questa notte,
quest'assassina della mia vita!
Tremando, nella persona, nelle mani, come se avesse il ribrezzo della febbre
terzana, egli ritornò in camera da letto: gittò uno sguardo sulla sveglia.
Erano le quattro del mattino.
- Questa notte, due ore fa: non sola. Con Mariano Dentale - pensò, ancora,
mordendosi le labbra, in un accesso impotente di furore geloso, nella inanità
dell'uomo tradito e abbandonato.
E insieme al nome del bel giovinotto così beffardo, così seducente nella sua
insolenza, insieme a questo nome che, per tre anni, era stato l'incubo segreto
della sua anima, un ricordo lo colpì, dandogli un nuovo sussulto di spavento.
Non aveva inteso dire che Mariano Dentale doveva partire per l'America, per
farvi fortuna, non lo aveva udito, così vagamente, due o tre volte, negli
ultimi tempi, mentre Anna era assorta, muta, indifferente, come sempre, Anna
che, certo, era partita con lui. Con qual danaro? Con qual danaro? Mariano
Dentale era un pezzente. Con qual danaro? Un pezzente!
I gioielli di Anna Dentale, quelli, cioè, che suo marito le aveva donati
alle nozze, e nelle sue feste, durante tre anni, qualche altro dono avuto, dal
compare, dai parenti, erano chiusi, ordinariamente, in uno dei tiretti, il
superiore, del cassettone di Domenico, e per maggiore sicurezza, alla loro
volta, erano tutti raccolti in un cassetto di sicurezza, di ferro, non molto
grande, di cui Domenico teneva la chiavettina. Quando aveva bisogno di
adornarsi, Anna cercava la chiave del cassettino e, per lo più, la restituiva
immediatamente a suo marito, con una smorfia di sarcasmo, per quella
diffidenza. Accanto a questo cassettino, dei gioielli, ve ne era un secondo più
grandicello, di cui teneva sempre la chiavettina Domenico, non affidandola mai
a sua moglie, e in esso, da anni, erano chiusi quei titoli di rendita al
portatore che suo padre gli aveva lasciati, circa trentamila lire, raccolte
dopo una vita di lavoro. In verità, con il matrimonio, con le spese consecutive,
Domenico Maresca ne aveva dovuto distaccare e vendere, di titoli, per
dodicimila lire e ve ne erano, quindi, rimasti solo diciottomila, non toccate
più, naturalmente, dopo, presa solo la rendita, poiché i guadagni del pittore
dei santi erano bastati a fare andare innanzi la casa. Anna sapeva che, lì
dentro, vi era tutta la piccola fortuna di Domenico: ma aveva sempre finto di
non saperlo, di non interessarsene, uscendo dalla camera, con un'alzata di
spalle, quando egli apriva il tiretto del cassettone, quando immergeva il viso
nel fondo, per schiudere misteriosamente il cofanetto di ferro. Dopo, Domenico
richiudeva e metteva la chiave del cassettone nel taschino del suo panciotto,
ove già erano le chiavettine dei due cofanetti di ferro. Folle di spavento,
dunque Domenico Maresca afferrò i suoi panni, frugò nel taschino del panciotto:
nessuna delle tre chiavi vi era: si voltò al cassettone, e vide che il tiretto,
come il settimanile, come tutti gli armadi, era socchiuso: folle di spavento,
lo aprì tutto, vi cercò, con gli occhi, freneticamente, i due cassettini di
ferro. Non vi erano. Tastò con le mani, come aveva tastato il letto, donde Anna
era fuggita: i due cofanetti non vi erano più, più, essa li aveva portati via,
essa aveva rubato i gioielli, essa aveva rubato il denaro.
- Assassina e ladra! - gridò il povero pazzo, nella notte, maledicendo
l'infame.
E volle uscire, correr per le vie, correr dietro ai due ladri del suo onore,
della sua felicità, della sua fortuna, volle raggiungerli, ove si trovavano,
essi che si portavan via tutto, quei due ladri ma più ladra lei, che gli
toglieva la sua persona e che gli derubava quanto egli aveva, tutto, tutto,
glacialmente, cinicamente, come una scellerata. Oh li avrebbe ritrovati, non
potevan esser lontani, non potevano essersi imbarcati, quella notte istessa,
per l'America, sarebbe andato in questura, avrebbe fatto dei telegrammi per
fermarli, per arrestarli. Diciottomila lire, tutto quello che egli aveva.
tutto, portato via, dalla donna, dal suo amante! Voleva uscire, cominciò a
vestirsi frettolosamente, mettendosi le scarpe, la camicia di giorno, i
calzoni, un panciotto, la giacchetta, frugando macchinalmente nelle tasche,
dove aveva poche lire spicciole, tre o quattro, forse: aprì il portafogli ove
aveva riposto le mille lire dategli dal duca, per la Madonna Addolorata. Non vi
erano. La sera, le aveva fatte vedere ad Anna, con un sorriso di soddisfazione,
ed ella appena le aveva guardate, nella sua alterigia signorile. Prima di
fuggire, scelleratamente, Anna aveva rubato anche quelle, lasciando suo marito
con le poche lire che aveva, egli, in saccoccia.
- Ladra, ladra! - gridò ancora, lui, nei singhiozzi che gli salivano dal
petto,
Frugandosi, ancora, nelle tasche della giacchetta, non trovò la chiave della
bottega dei santi. Rovesciando le sedie, urtando nei mobili, senza cravatta,
afferrando macchinalmente il cappello, in anticamera, egli escì di casa, si
dirupò per le scale oscure, ritrovando, a stento, la via, nel piccolo portone
senza portinaio ove essi abitavano, e di cui i battenti erano chiusi solo con
un lucchetto. Nella via Donnalbina, l'oscurità era grande, egli corse in piazza
Ecce Homo, rasentando le mura, con la consuetudine antica che non lo
faceva sbagliare, anche attraverso il delirio fisico e morale che lo
trasportava: traversò, di corsa, la piazza Madonna dell'Aiuto, e si precipitò
contro le porte della bottega dei santi. Come i cassetti, e i tiretti del
settimanile, come le porte degli armadii, come i tiretti del cassettone, le
porte della bottega erano leggermente schiuse: entrandovi, Domenico inciampò
nella chiave, che era caduta per terra, lasciatavi dai fuggiaschi, dai due
ladri.
Il delirante non si ricordò, più tardi, come egli aveva acceso il grande
lume a petrolio, che aveva, dietro, un grande riflettore di metallo: certo che,
ai suoi occhi, che tanti successivi spettacoli terribili avevano veduto,
l'ultimo spettacolo si offerse. La bottega dei santi era svaligiata e
devastata. Dal petto e dalle spalle del san Sebastiano erano state strappate le
freccie di argento e lo stucco che si era rotto, qua e là, mostrava il fondo di
creta, il fondo di legno; dalla mano del san Giovannino era stata tolta la
mazza pastorale di argento e, nella fretta, il braccio si era spezzato per
metà; dalla mano di santa Filomena era stata strappata la penna di |