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Un giorno — di venerdì — il dottore Toto Primicerio, mentre stava per
uscire, disse a sua moglie Checchina, che gli spazzolava le spalle del
soprabito:
— Sai, ho invitato a pranzo il marchese d’Aragona.
Ella si fermò dallo spazzolare, immediatamente.
— Capisci — continuò il marito, senza voltarsi — è stato così compito, con
noi, a Frascati, bisognava usargli una cortesia, qui, in Roma. Vede tutte le
famiglie nobili, dà del tu a tutte le principesse romane: mi sarà utile. Viene
domenica, alle sette, l’ora della nostra cena: essi pranzano, a
quell’ora. Per un giorno pranzeremo anche noi alle sette.
Quando egli si voltò, vide sua moglie un po’ pallida, tutta seria.
— Questo pranzo ti secca, Checca mia? Ora è fatta e non si può disfare…
— Un marchese… qui da noi… lui che va a pranzo da tutte le principesse…
— Ebbè, qui si contenterà e non morirà mica di fame. Aggiusta tu con Susanna
— concluse Toto, con la bella tranquillità romanesca, andandosene all’ospedale
di Santo Spirito a rassettare braccia slogate e a medicare piaghe purulente.
Andò via, il dottore, ma nella casa stretta rimase la sua traccia,
quell’invincibile fetore di acido fenico.
Checchina non aggiustava nulla con Susanna. La serva era in cucina e
schiumava il brodo, borbottando contro l’empietà del padrone che mangiava carne
di venerdì, mentre lei, Susanna, si contentava di un pezzo di baccalà fritto.
Checchina stava in camera, seduta accanto al largo, alto letto maritale, con le
mani in grembo, tutt’assorta nei suoi pensieri, non accorgendosi di essere
ancora in pianelle e col fazzoletto di tela al collo. Un marchese che va dalle
principesse e le abbraccia e dà loro del tu, a pranzo da loro! Ma perché dunque
Toto lo aveva invitato? Come gli era venuto in mente di far questo? A Frascati,
il marchese di Aragona villeggiava dai principi di Altavilla: egli scarrozzava
ogni giorno con la principessa, l’accompagnava alla messa, uscivano a cavallo
insieme, ella tutta chiusa nell’amazzone nera, col velo nero attorcigliato al
cappello da uomo e una rosa thea all’occhiello, egli in costume di
velluto verde oliva, cravatta di raso nero, speroni di acciaio e frustino nero.
Essa, Checchina, li aveva visti a passare, due o tre volte, come
un’apparizione. Era un bel giovane, il marchese d’Aragona, alto, con una testa
ricciuta e gli occhi malinconicamente espressivi. Un giorno, scendendo da
cavallo, si era un po’ storto un piede e Toto Primicerio era stato chiamato ad
Altavilla per curare quest’inezia. Ma d’allora, ogni volta che il marchese
d’Aragona incontrava Checchina Primicerio, le faceva una scappellata profonda,
quel gran saluto aristocratico che lusinga le donne borghesi. Tre volte l’aveva
salutata così: una domenica, sulla piazza, dove suonava la banda municipale fra
la chiesa e il caffè, mentre le belle frascatane passeggiavano, la testa e le
spalle nascoste nello scialle di lana bianca; un mercoledì, nel pomeriggio,
ella cuciva dietro i vetri del suo balcone, rimettendo i polsini a una camicia
vecchia di suo marito, e il marchese di Aragona, passando nella via, salutò; un
lunedì, di mattina, ella era con Susanna, in un vicolo recondito di Frascati, a
contrattare la compra di certe ceste di pomidoro da un contadino, per farne
conserva, per l’inverno, e il marchese d’Aragona, passando, salutò: questa
volta ella aveva arrossito, lo ricordava bene, ma non sapeva perché, forse
perché Susanna litigava forte col contadino, sul prezzo. Ora questo marchese
veniva a pranzo - ed ella non sapeva che dargli da mangiare a questo nobile,
avvezzo alle fantasie culinarie dei grandi cuochi. Avevano un servizio di
piatti solo per sei persone, comprato a una vendita, da Stella, e mancava la
salsiera e l’insalatiera: sarebbe bastato? E l’insalata, poiché ci vuole,
l’insalata, in un pranzo, dove l’avrebbe messa? Ecco, gli si potevano dare li
gnocchi col sugo di carne: li gnocchi li avrebbe fatti lei, Checchina, e il
sugo, Susanna, che, a questo, era brava. Poi sarebbe venuta la carne col contorno
di patate, cotte nel sugo: poi un piatto di pesce fritto. Ma come fare se
Susanna si lamentava, sempre, che la padella era alta in mezzo e l’olio cadeva
ai lati e nel mezzo il pesce diventava nero, abbruciacchiandosi? Ci voleva una
padella nuova o bisognava rinunziare al fritto. Le posate d’argento erano sei,
ma una forchetta aveva due rebbi storti: presto presto, in cucina, Susanna
avrebbe dovuto lavarle, come i piatti, se non bastavano. E l’arrosto, l’arrosto
ci voleva! Non usa il pollo, nelle case aristocratiche? Come lo avrebbe
arrostito, se i fornelli erano due, in cucina, e mancava il girarrosto? Questo
pranzo sarebbe costato una quantità di quattrini; come dirlo a Toto, quante
cose ci mancavano nella casa! Un marchese, con un’aria così seria da gran
signore, che portava al dito un anello con un brillante, uno zaffiro e un
rubino, ella lo aveva visto benissimo; un marchese che sicuramente varie
principesse dovevano amare - bisognava dargli anche il piatto dolce. Che cosa
sapeva fare, ella, di dolce, da quando era giovanetta? La torta con la conserva
di amarena? Quante uova metteva, allora, con un chilo di fior di farina, mezzo
chilo di zucchero finissimo e mezza libbra di burro? E il forno per cuocerla,
la torta? Veramente avrebbe potuto mandarla giù, dalla portinaia, che aveva il
forno: bisognava pregarla di questo favore, quella dispettosa Maddalena che
litigava sempre con Susanna, sul proposito della confessione, ché Maddalena era
proprio una eretica - poi, il giorno seguente, se ce ne avanzava di torta, glie
ne avrebbe mandato un pezzetto, per fargliela assaggiare e ringraziare della
cortesia.
E il caffè si dà in tavola, non è vero, dopo che si è sparecchiato? Susanna,
alla mattina, lo faceva sul fuoco, il caffè, con la ribollitura del giorno
prima e un po’ di caffè fresco; mentre questi nobili, con la loro aria sempre
svelta e vivace, è chiaro che prendono il caffè fatto con la macchinetta, sullo
spirito e tutto caffè fresco, tre o quattro cucchiaini per tazza, senza
ribollitura. Appunto la settimana prima Bianchelli aveva fatto una grande
esposizione di macchinette, tutte lucide, fiammanti, che parevano di oro e di
argento. Ce ne voleva una: e poi, in due giorni, Susanna doveva imparare a
usarla. Ci volevano cinquanta lire, per questo pranzo. Toto non gliele avrebbe
mai date. Le dava tre franchi il giorno per la spesa; ma avevano il vino in
casa e ogni tanto qualche regaluccio da un cliente, una forma di cacio, un
salame, qualche cestino di frutta. Anche, per lasciare quelle tre lire, Toto
borbottava; e Susanna, in cucina, giurava nel nome di Santorsola, patrona di
tutte le vergini, che non ci si arrivava, non ci si arrivava, e i beccai erano
tanti cani e i fruttaroli tanti ladri di strada. Come avrebbe fatto per
chiedere a Toto tutti questi quattrini, pel pranzo del marchese? Giusto aveva
prestato le sei lire, risparmiate a furia di stenti, a quella sventata di
Isolina: con sei lire qualche cosa si poteva fare… — e a quest’ultimo pensiero,
arrossì, ricordandosi.
Poi si alzò, andò in cucina e stette a guardare, distratta, Susanna che
tagliava minutamente una pastinaca per metterla nel brodo. Non diceva nulla,
tutt’assorbita. Due o tre volte la serva borbottò contro il carbonaio che non
aveva proprio coscienza, né timor di Dio, a vendere il carbone adacquato per
farlo pesare di più, ma la padrona non le dette retta. A un punto, Checchina le
disse, come ridestandosi:
— Li sapresti fare, Susanna, i riccioli sulla fronte?
— Quale riccioli? — chiese l’altra sbalordita.
— Come quelli di Isolina — mormorò la padrona a bassa voce.
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