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Quando il marchese d’Aragona giunse, alle sette meno dieci minuti, come
vuole la consuetudine, Checchina era ancora in camera sua, a vestirsi. Aveva il
viso rosso, due placche di fuoco sulle guance, tanto la vampa del fornello le
aveva mandato il sangue alla testa. Era stanca morta, aveva dovuto far tutto
lei, perché Susanna si ricusava ogni tanto, con acredine, seccata di questo
pranzo. Già, alla mattina non si era potuto andare alla messa in sant’Andrea
delle Fratte, e Susanna era implacabile, quando non aveva potuto ascoltar la
messa. A quell’ora, pel caldo, per la fatica, per l’idea che tutto sarebbe
andato male, una grande confusione era nella testa di Checchina: gli occhi le
brillavano, come per febbre. Quattro volte si era lavata le mani per paura che
avessero il sito di pesce e macchinalmente le fiutava, come in un
sonnambulismo. Uscendo nel salotto, il marchese le diresse un complimento sulla
sua buona cera e Toto Primicerio si ringalluzzì. Il marchese era in soprabito
chiuso, cravatta di raso bianco, con spillo di brillanti, a ferro di cavallo:
si toglieva lentamente i guanti, donde le mani uscivano bianche e morbide, come
quelle di una donna. Mentre ella restava in piedi, impacciata dal suo vestito
nuovo di lana foglia morta, con un’arricciatura di merletto al collo che le
solleticava la nuca, pensava, disperatamente, che forse era meglio dargli del
brodo invece delli gnocchi.
Toto Primicerio continuava a dire e a insistere che quello era un pranzetto
alla buona, in una casa modesta, che non aveva a che fare coi banchetti
principeschi: il marchese sorrideva, con una grande finezza, e non rispondeva.
Quando Susanna, con una voce brusca, annunziò che li gnocchi erano in tavola,
egli s’inchinò e offrì il braccio alla signora. Ella sentì il sottile profumo
che egli portava, forse nei capelli, forse nel fazzoletto: un profumo molle e
dolce: le pareva di averlo sulle labbra, come un sapore di zuccherino. In
verità, sul principio del pranzo, ella fu molto in pena, perché tutto andava
male. Susanna dava al marchese certe occhiate di diffidenza e serviva di
malagrazia. I piatti e le forchette tardavano un secolo, dalla cucina: e
Checchina taceva, senza osar di chiamare, fissando la tovaglia, tutta
imbarazzata. Toto Primicerio aveva una grossa allegria di medico in festa,
arrischiava lo scherzetto, parlava familiarmente al marchese, come se fossero
compagnoni: gli narrava di una quantità di gambe segate, di budella ricucite e
riadattate nel ventre, di carotidi recise e di flemmoni che gonfiavano un
braccio come un pallone. Il lume filava, e quando si abbassava, la luce era
troppo fioca. A un punto il marito disse:
— Caro marchese mio, questi gnocchi e la torta che assaggerete in fine di
pranzo, sono opera di questa Checca mia, che ha le mani benedette.
Il marchese le fece un complimento squisito. In verità, egli fu finissimo.
Parve non si accorgesse neppure di tanti piccoli incidenti volgari, non guardò
mai Susanna, come se non esistesse, prese due volte della frittura e parlò
sempre, con la massima scioltezza. Parlava a mezza voce, con una erre
molto lieve, quasi aspirata, e una esse infantile, molto dolce; quella
voce aveva delle intonazioni molli, come carezzevoli, e nelle più semplici
parole, pareva che ondeggiassero soffi caldi, aliti avvincenti di tenerezza.
Parlando, fissava negli occhi il suo interlocutore, col suo sguardo serio,
pensoso, mentre un lieve sorriso compariva sotto l’arco biondo dei mustacchi e
la mano morbida scherzava col coltello. Checchina, sollevata dal suo incubo, si
rincorava, vedendo la disinvoltura da gran signore con cui il marchese di
Aragona non si accorgeva di nulla: il viso rosso diventava roseo, e
l’arricciatura che le solleticava la nuca, le cagionava un fastidio dilettoso,
invece che una pena. Ogni tanto, sotto lo sguardo del marchese, le palpebre le
battevano, come se la luce fosse troppo viva nella stanza; ma anch’ella
sorrideva, silenziosamente, annuendo col capo a quello che diceva. A proposito
della torta, che era forse un po’ troppo cotta, abbrustolita nell’orliccio,
egli disse qualcosa di molto delicato, sulla dolcezza della donna. Checchina
non intese bene il senso delle parole, ma la voce la carezzò come una musica.
Il marchese non prese il caffè, che forse era molto cattivo, ed ella gliene fu
grata in cuor suo: i denari non le erano bastati per comprare la macchinetta.
Invece Toto Primicerio volle che si sturasse una bottiglia di vieux cognac,
che gli aveva regalato un suo cliente di Francia. Il marchese allora levò il
bicchierino e fece un brindisi alla signora Primicerio: la quale, per
corrispondere, bevve un bicchierino di cognac, liquore che non aveva mai
bevuto, di un fiato solo.
Nel salotto, tutti tre tacquero un momento. Vi faceva freddo in quella
stanzetta povera di mobili, senza tappeto, con quelle tendine grame. Come se si
potesse riscaldarla coi lumi, Checchina fece portare l’altro lume che esisteva
in casa; ma non aveva paralume e accecava, a guardarlo. Ella sedeva sul divano,
ritta sul busto, sentendo per la prima volta la miseria di quella stanza e
soffrendone acutamente: appena appena se udiva la voce armoniosa del marchese
di Aragona che le diceva male della villeggiatura di Scozia, dove gli
Altavilla, suoi cugini, avevano un castello. Vi era freddo laggiù: ella
rabbrividiva qui: le lagrime le salivano agli occhi. Toto Primicerio si
lasciava vincere dall’irresistibile sonno degli uomini adiposi, che hanno molto
mangiato e molto bevuto. Ella rivolgeva a suo marito certe timide occhiate,
quasi supplicando di non addormentarsi: Toto, come tutti gli uomini grassi,
russava. Toto non capiva e, disteso sulla poltroncina, ogni tanto chiudeva gli
occhi e abbassava la testa sul petto. Alla fine uno sguardo di Checchina lo
svegliò, come una scossa elettrica: egli si levò, arrivò sino alla finestra,
guardò nella strada per avere un’aria disinvolta, poi uscì dalla stanza, d’un
tratto solo, senza voltarsi. Egli aveva bisogno di dormire un’oretta, dopo il
pranzo.
Questo bel marchese di Aragona finse di non vedere l’uscita del marito.
Disteso nella poltroncina con una gamba accavallata sull’altra, egli mostrava
il piede aristocratico, calzato dalla calza di seta rossa e dalla scarpa di
copale: una mano arricciava, affilava i mustacchi biondi, e l’altra si poggiava
sul bracciuolo del divano, dove Checchina era seduta. Checchina, ora, respirava
meglio, ché suo marito dormiva, largo disteso, sul letto coniugale. Ella osava
alzare sul marchese i suoi grandi occhi romani, immobili forse nell’espressione,
ma profondi. Di nuovo sentiva quel molle profumo di violetta, che le dava un
intenerimento ai nervi. Il marchese d’Aragona aveva ancora abbassato il tono
della voce: ora le diceva della propria casa, un quartierino da scapolo, dove
egli passava delle lunghe ore solitarie.
— Perché non vi ammogliate, allora? - disse ella, ingenuamente.
Poi si pentì della soverchia familiarità. Egli non rispose alla domanda: vi
fu silenzio.
— La casa è solitaria — mormorò egli, di nuovo, guardando Checchina — in
quella malinconica via dei santi Apostoli. La conoscete? Sì?… mi fa piacere.
Non il palazzo di Balduccio Odescalchi, il principe Odescalchi, un mio amico:
no, quello accanto, dopo un arco. Sono al primo piano: ventiquattro scalini. Io
detesto le scale lunghe: mi fanno male al cuore. Nella mia famiglia è
ereditaria la malattia di cuore: ne moriamo tutti molto presto. Che importa? La
vita deve essere breve e buona. La mia è troppo lunga: e non è bella
sicuramente. Non vi è mai nessuno in casa mia: vi sono due porte nell’appartamento,
il mio cameriere prepara, dal mattino, tutto quello che mi può servire nella
giornata. Poi, resto solo. Il quartierino ha le triplici tende di seta gialla,
di merletto bianco e di broccato che lo difendono contro la soverchia luce. Io
amo molto la penombra, in cui si può sonnecchiare. Vi sono dei tappeti
dapertutto, e la casa tutta quanta è un po’ foderata, un po’ imbottita, contro
il freddo: il caminetto del salotto ha sempre una fiammata viva. Io sono molto
freddoloso: nel calduccio mi sento felice. Sono sempre solo, in quella casa:
per divertirmi, abbrucio una pastiglia orientale che profuma la stanza, fumo
una sigaretta, e aspetto che venga… chi? Un sogno, un fantasma, una bella donna
semplice e buona, che mi volesse bene, che io adorerei…
— Volete venirci voi? — soggiunse subito, baciandola improvvisamente sul
collo.
— No, no — disse lei, difendendosi le labbra col braccio.
— Vieni mercoledì, dalle quattro alle sei, vieni, Fanny.
— No, mercoledì — rispose Checchina, vinta da quel nome.
— Venerdì allora, alla stessa ora.
E fattole un profondo inchino, se ne andò. Susanna gli fece lume, con una
lampadina a olio, per le scale.
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