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Ma nel silenzio delle notti vegliate accanto a Toto che dormiva e russava
profondamente, in quelle lunghe ore di lievi e brevi assopimenti, di sussulti
nervosi, di intervalli insonni, guardando la striscia di luce che entrava dallo
scuretto socchiuso, che Toto lasciava così per potersi svegliare prestissimo,
al mattino, talvolta soffocando di caldo sotto la coperta di bambagia tesa come
una tavola, talvolta non potendo arrivare a scaldarsi fra quelle glaciali
lenzuola di tela, Checchina sentiva crescere in sé, di nuovo, il desiderio,
vivo, forte, di andare, quel venerdì, dalle quattro alle sei, in
quell’appartamento di via Santi Apostoli. Nella notte, nella solitudine,
fissando gli occhi ardenti che l’insonnia spalancava, nelle tenebre, ella si
sentiva piena di coraggio. Questo grosso uomo che russava in tutti i toni, e
ogni tanto si rivoltava sotto le coperte di un botto solo, come mosso da un
saltaleone, non le faceva più paura; per quanto tendesse l’orecchio, non le
riusciva udire il respiro di Susanna che dormiva in uno stambugio, accanto alla
cucina. I suoi due nemici non le parevano più terribili. Andare, sì, doveva
andare, poiché aveva detto sì, quella sera, quando egli l’aveva baciata. Infine
che ci voleva dal Bufalo sino a via Santi Apostoli? Ci vorranno forse dieci
minuti, a piedi. No, più, ce ne vorranno dodici. Dal Bufalo a Santi Apostoli si
fa una via scorciatoia, tutta a tratti brevi: si sale pel Nazzareno, si
discende per via della Stamperia, si passa accanto alla fontana di Trevi,
s’infila il vicoletto di San Vincenzo e Anastasio, poi un pezzetto dell’Umiltà
l’Archetto, e si è subito a Santi Apostoli. Un quarto di ora, forse, ci si
metterà, andando piano per non dare nell’occhio. A fare il giro lungo, per il
Pozzetto, per il Corso, per san Marcello, ci sarebbe voluto mezz’ora; tanta
gente è sempre per il Corso, che vi urta, che vi ferma, che vi fa inciampare,
che vi fa ritardare. Meglio andare per le strade interne. E con la lucidità di
visione dei cervelli che la veglia notturna esalta, ella si vedeva partire di
casa, alle quattro, sorridendo un poco per la burletta che faceva a Toto e a
Susanna, la serva che si vantava di essere tanto furba, camminando piano,
piano, guardando le botteghe, il dolciere Pesoli in via della Stamperia, il
cartolaio sulla piazza di Trevi, le colombelle che svolazzano, alte, sulla
fontana; si vedeva camminare più presto, dopo, poiché era già lontana di casa
sua; si vedeva scantonare in via Santi Apostoli, guardando distrattamente i
numeri delle case; si vedeva entrare in casa di lui, che l’aspettava... qui
tutti i suoi nervi tremavano in una vibrazione, ed ella nascondeva la faccia
nel cuscino.
Sì, tutto le pareva facile, tutto le pareva semplice, tutto le pareva
vicino, possibile, nella notte che eccita le forze dei temperamenti flemmatici.
Progettava: domani faccio una grande scena a Toto e gli cavo dei quattrini,
compro almeno dei guanti, gli stivalini, il manicotto. Oppure, domani vado da
Isolina, mi faccio accompagnare dalla Coppi, che mi fa credito, e compro un cappellino;
poi, quando sarà a pagare, per forza, Toto strillerà, ma dovrà cavare i
quattrini. Oppure: domani vado da Isolina, me le butto nelle braccia, le
racconto tutto, e la prego di chiedere per me quattrini a quella donna che ne
presta; poi, in qualche modo, penserò a pagare. Oppure: se per un giorno
Isolina fosse tanto buona da prestarmi la roba sua? È vero, sono più grassa di
lei, ma le spalle hanno la stessa misura e basterà slargare l’abito alla
cintura e sui fianchi: il piede lo abbiamo lo stesso, mi pare, forse è un po’
più piccolo il mio, ma le sue scarpette mi vanno, le sono tante assestate!
Domani, domani ci vado e le dico tutto. Le pareva di avere una forza nuova che
non aveva mai sentito in sé, un coraggio grande, un’audacia che fa superare allegramente
qualunque ostacolo, una volontà così ferma che nulla poteva vincerla o
spezzarla. Rideva di orgoglio, nella notte, sollevando le spalle, come se
volesse provarsi ad alzare un peso immenso, per giuoco, per provare le sue
forze. Poi, dopo aver rifatto venti volte, ampliandolo, lo stesso progetto,
vedendolo tutto aggiustato, tutto pronto, tutto bello, ella arrivava sempre
all’estremo del suo sogno, a quell’arrivo in quella casa, da lui che
l’aspettava... e tutto s’inabissava in una confusione di fantasie sognanti le
sensazioni della mitezza ombrosa, della mollezza calda, del silenzio profondo,
della carezza voluttuosa delle cose ricche e belle.
Ma l’alba la buttava in un sonno plumbeo, da cui invano, per mezza ora,
tentavano di destarla gli strilli e i borbottamenti di Toto. Si levava
spossata, con la bocca amara e pastosa, esaurita dall’insonnia. Ogni mattina
Toto gliene inventava una.
— Sarà stata la braciola di maiale che t’ha fatto male, Checca mia.
— Se ti senti male, perché non prendi il citrato di magnesia effervescente?
È una bibita piacevole e ti spazza lo stomaco come una scopa.
— Checca mia, più ti guardo e più mi pare che tu debba avere della
coprostasi: perché non ti decidi addirittura per un po’ d’olio di mandorle?
Fresco spremuto, da Garneri, è una bellezza.
— Sì, sì, lo prenderò — mormorava lei, chinando il capo.
Così dal mattino, lentamente, svaniva la sua volontà, la sua forza, il suo
coraggio. Invano tentava di ritrovare l’audacia delle veglie notturne. L’idea
di chiedere denaro a Toto le era insopportabile, non avrebbe saputo donde
cominciare ed egli avrebbe finito col non darle un soldo; cercava di
rianimarsi, di mettersi su, per parlare, ma le parole le morivano sulle labbra,
lo lasciava uscire senza dirgli nulla. Susanna le pareva l’altro ostacolo
insormontabile, era sicura di non poterla ingannare, quella serva diffidente,
sospettosa, dallo sguardo scrutinatore di beghina. Per Isolina, le veniva una
vergogna grande di quella confessione, non per altro, perché le pareva brutto
narrare la sua miseria, la sua inabilità, la sua inesperienza. Come avrebbe
avuto il coraggio di presentarsi dalla Coppi per avere il cappellino di
velluto? E se quella glielo rifiutava? sarebbe stata una mortificazione da non
potersi sopportare. Nella sua vita, non aveva mai piantato debiti dalla modista
o dalla sarta, con lo istintivo orrore del debito che è in tutte le tranquille
coscienze borghesi. E quell’altra donna, l’usuraia, Isolina glielo aveva detto,
era una strega, non si poteva combinare nulla con lei. Non vi era da fare
nulla, nulla. Mentre macchinalmente levava la polvere, in salotto, dal servizio
di tazze, dalle bomboniere e dal piattino di frutta artificiali, mentre aiutava
Susanna a pulire i broccoli per la minestra, mentre rimetteva la pedana di mussola
a una sottana tutta sfilacciata sull’orlo, mentre versava l’acqua calda sul
marmo della toilette e vi strisciava su un pezzo di potassa per cavarne
le macchie, ella demoliva, in sé, silenziosamente, tutti i progetti della
notte. Le parevano un sogno, una pazzia. Financo l’itinerario così semplice, di
notte, le sembrava, di giorno, tutta una confusione, un imbroglio; ella avrebbe
certo smarrita la via. Quando veniva la sera, tutto era crollato, tutto era
caduto, in polvere, scomparso; ella non aveva osato pronunziare una parola,
fare un atto, nulla, nulla che la riavvicinasse ai suoi progetti. Ed era anche
sicura, quel giorno, di perdersi per la strada. Sentiva, alla fine della
giornata, acutamente il dolore della propria inerzia, sentiva tutta l’amarezza
di una disfatta ingloriosa, in una battaglia dove ella non aveva avuto il
coraggio né di attaccare, né di difendersi. Dentro di sé, si lamentava
ingenuamente dei fatti che accadevano, delle cose che la circondavano, delle
persone fra cui viveva, di sé stessa che non sapeva far nulla, che era
impotente a tutto.
In questo stato di cose, con l’esaltamento della fantasia nella notte, con
l’assoluta mancanza di volontà nel giorno, venne il venerdì mattina. Ella non
aveva deciso niente. Alle quattro doveva andare, poiché gli aveva detto di sì,
quando egli l’aveva baciata. Come, in che modo non sapeva. Quella mattina, più
che mai, Toto le parve strillone, collerico, taccagno: voleva lasciare due lire
e cinquanta per la spesa, con la scusa che non aveva altri spiccioli. Quando
Susanna ricordò al padrone che, essendo venerdì, doveva lasciare altri
venticinque soldi per la lavandaia che avrebbe portato i panni dal bucato, ne
venne una lite, fra la serva e il padrone. Toto era seccato, era seccato,
capite, di queste continue spese straordinarie, ogni giorno una cosa nuova;
bisognava chiedere il permesso alla signora del terzo piano di sciorinare la
biancheria sul terrazzo, già vi era la fontana, si poteva da ora innanzi lavare
in casa. Susanna rispondeva che non ci era avvezza a stare una giornata con le
mani nell’acqua, e che, per otto lire il mese, anche troppo ci rimetteva la
salute.
— Otto lire, col trattamento — gridava continuamente Toto.
— Bel trattamento!
Quando se ne fu andato, dopo aver cavato a uno a uno i venticinque soldi,
Susanna soggiunse, a conclusione:
— Oggi, venerdì, tredici: sta Cristo morto, per terra, per i peccati nostri.
Checchina, che non aveva aperto bocca, trasalì. Anche la data, a cui non
aveva pensato, una data fatale, una combinazione strana di numero e di
giornata. Una paura dell’ignoto le nasceva dentro, questo appuntamento giusto
di venerdì nel giorno tredici, quando il proverbio dice che non si sposa e non
si parte, e la religione stabilisce il venerdì come giorno lugubre, in memoria della
morte del Redentore. Andò in cucina, gironzò un momento:
— Brutta giornata, oggi — disse.
— Dio ne scampi dalla tentazione — rispose la serva. — Se dicessimo il
piccolo rosario delle anime del Purgatorio, quello a tre decine di avemmarie,
col requiem aeternam invece del Gloria Patri?
— Diciamolo pure.
Allora, mentre Susanna versava in un piatto le lenticchie per la zuppa e vi
soffiava dentro, scotendole, per farne andar via la polvere, e poi le scostava
col dito, per toglierne i sassolini, le pagliuchelle — mentre Checchina metteva
un mucchietto di bicarbonato in un pezzetto di tela, ne faceva un batuffoletto
annodato col filo, per metterlo a bollire con le lenticchie, perché cocessero
più presto, le due voci si elevarono monotone, senza intonazioni speciali,
senza inflessioni, nell’abitudine della preghiera, nella indifferenza della
preghiera quotidiana. Alla fine Checchina détte in un sospiro di sollievo,
quasi che quel senso di paura superstiziosa si fosse dileguato. Cristo doveva
essere placato, in quel giorno fatale, poiché gli avevano detto il rosario:
Cristo doveva aiutarla in tutto quel venerdì, in quello che essa desiderava. Da
questo interno convincimento ella trasse un po’ di coraggio, per dire a
Susanna:
— Puliscili tu, oggi, i lumi, fammi il piacere.
Le faceva schifo, ora, toccare quel cencio sporco e passare mezz’ora a
rigirare lo spazzolino rotondo dentro il tubo. Susanna acconsentì, senza dire
nulla. Allora Checchina, in sé, discoraggiata, così, come se parlasse fra sé:
— Voglio andare da Isolina, oggi. È venuta tre o quattro volte, da me.
L’altra non rispose, occupata a risciacquare certe stoviglie.
— Ci potrei andare quando Toto va a Santo Spirito, per la visita della
sera... verso le quattro.
— Fossi in lei, veda, non ci andrei — disse la serva, rivoltandosi,
improvvisamente.
— E perché?
— Perché quella lì, tutti lo sanno, è una gran peccatrice avanti a Dio e
avanti agli uomini.
— Ma no... povera Isolina...
— Sì, povera Isolina! Bella povertà, che sta dalla mattina alla sera immersa
nel peccato! Come se non si sapessero tutti gli orrori che commette! Solo quel
babbeo del marito non sa niente: ma ci dovrebbe essere un’anima cristiana che
lo avvisasse.
Checchina guardò la serva, con aria spaventata.
— Mi ha fatto tre o quattro visite — ripeté poi, ostinandosi — dovrei
fargliene una oggi.
— Eh, ci vada pure, poiché le fa tanto piacere. Scommetto che se se ne
confessa a padre Fileno, dell’amicizia che ha con la signora Isolina, il padre
gliela proibisce, sotto pena di non darle l’assoluzione.
— Per oggi solo... — disse l’altra, transigendo.
Nel dopopranzo, vi fu un avvenimento. — Venne un cliente, un provinciale
febbricitante, lo mandava il marchese di Aragona. Toto si détte da fare, chiuse
la porta dello studio, lo interrogò lungamente, gli scrisse una lunga ricetta,
lo trattenne per un’ora. Checchina passeggiava su e giù, morendo d’impazienza.
Il provinciale lasciò cinque lire, un prezzo insperato pel dottor Primicerio, a
cui davano ordinariamente due lire. Toto venne fuori, entusiasmato, con quella
carta sudicia di cinque lire.
— E una, Checca mia! Questo marchese è una gran brava persona: vedrai,
vedrai, ne verranno degli altri, di clienti e di carte da cinque. Lo diceva io,
questi nobili, sono incapaci di tenersi una gentilezza. Sono le tre, è meglio
che mi vesta, per andare all’ospedale. Vedi, ci sono delle soddisfazioni a fare
il medico.
Mentre egli si spogliava per rivestirsi, ella lo seguiva passo passo, come
per aiutarlo.
— Sei contenta, Checca?
— Contenta.
— Cercherò di vederlo, questo marchese, per ringraziarlo. Chissà dove abita!
Infine è un galantuomo. Non ti pare?
— Mi pare.
— Se lo vedo, gli dico di ritornare, qui, a trovarci, qualche sera, dopo
cena.
— Diglielo pure.
Il dottore se ne andò, fischiando un’arietta, tutto felice della professione
che aveva presa, compatendo tutti gli altri infelici, avvocati, ingegneri,
professori. Allora Checchina cavò fuori il vestito foglia morta, il
cappellino, il mantello, i guanti, prese un fazzoletto pulito, di tela, e
adagiò tutto sul letto. Dal mattino Susanna l’aveva pettinata, ella ripassò il
pettine nei capelli, per lisciarli un poco, non volle richiamarla per farsi
pettinare di nuovo, non ne ebbe il coraggio. Poi cominciò a vestirsi
lentamente, guardandosi molto nello specchio, scoprendo che aveva tre macchie
di lentiggini sotto l’occhio sinistro: ma a una certa distanza non si vedevano.
Ella detestava tutta quella brutta roba che si metteva addosso: il busto
dell’abito, ecco, slargava troppo alla cintura e serrava sul petto da soffocarla.
Non se ne era mai accorta, oggi se ne accorgeva. Un guanto era scucito, perdé
del tempo a ricucirlo e non aveva filo nero; lo ricucì col filo grigio, non ci
sembrava troppo, poteva andare. Provò due o tre volte il cappello, per dargli
un’inclinazione diversa, ma finì col metterlo come lo metteva sempre. Si guardò
un’ultima volta nello specchio e le parve di fare una figura molto meschina,
molto miserabile: ma, oramai, che poteva farci più? Lentamente si avviò,
stretta nel mantello: entrò in cucina.
— Esce? — domandò la serva.
— Vado da Isolina.
— Piove — disse l’altra, bruscamente.
— Come, piove?
— Non se n’era accorta? Piove da mezz’ora.
Checchina andò alla finestra della stanza da pranzo: il cortile era tutto
bagnato. Ma potevano essere anche le fontane: andò alla finestra del salotto,
l’unica che dava sulla via. Pioveva proprio, fino fino, senza scroscio, ma
continuamente. Ella aprì i cristalli, mise una mano fuori, come se non credesse
ai suoi occhi: il guanto si picchiettò di goccioline di acqua. Sedette un
momento, quasi le mancassero le forze. Poi si alzò:
— Piglierò l’ombrello — disse alla serva.
E ambedue lo cercarono da per tutto quest’ombrello, l’unico di casa, uno di
quelli da sei lire e cinquanta.
— Stava dietro l’armadio — continuava a ripetere Checchina, come un
pappagallo.
— Stava, stava, ma non ci è.
E frugavano ancora, guardando in ogni posto, anche dove non poteva stare,
sotto il letto, dentro la credenza, nel cassetto dell’armadio. Niente, non vi
era.
— Guardiamo bene — diceva ella ancora, ostinata.
— È inutile guardare, non vi è. Lo avrà preso il signore, vedendo che voleva
piovere. Se ne rammenta lei, se il signore l’avesse messo sotto il braccio,
l’ombrello?
— Non me ne rammento, non ho guardato.
— Bè, lo avrà preso lui, è inutile perdere la testa più.
E se ne tornò in cucina. Pure, con la cocciutaggine nervosa di chi vuol
ritrovare a ogni costo un oggetto perduto, Checchina cercò ancora, rivolgendo
certe occhiate smarrite a tutti gli angoli dove l’ombrello poteva essere.
Niente, niente. Ritornò alla finestra; pioveva più forte, ora, la fontanella
che sta all’angolo del Pozzetto rigurgitava di acqua, passavano certe cappe di
ombrelli lucide di pioggia, sotto cui si movevano certe gambe dai calzoni arrovesciati
e dalle scarpe infangate. Pioveva: non si poteva uscire, senza l’ombrello. Per
prendere una carrozza ci sarebbero voluti sedici soldi e forse una lira,
perché, di questi tempi cattivi, i cocchieri romani sono tanti ladri. Pioveva
sempre e i vetri si appannavano, ella non vedeva più chi passava per la via.
— Maddalena ce lo avrà un ombrello da prestarmi? — chiese alla serva,
rientrando in cucina.
— Maddalena? Ce lo avrà di certo: ma io non glielo chiedo. Sono due giorni
che quella brutta strega non mi saluta, quando passo.
Checchina voltò le spalle, senza dire altro, aprì la porta e discese le
scale, come un automa. In verità le salivano le lagrime agli occhi per
l’umiliazione, ma cercava di non piangere.
— Maddalena mia, io ho da uscire, per vedere un’amica, la signora Isolina,
per un affare; piove, e Toto s’è portato l’ombrello. Per favore, me lo
prestereste l’ombrello vostro?
— Con tutto il cuore e che le pare, signora mia! Si trattasse di quella
beghina falsa di Susanna, direi di no, ché quella non darebbe un sorso di acqua
a un moribondo. Ma per voi, cara signora mia! La disgrazia, vedete, è che non
ce l’ho, ché mio marito se l’è portato via da stamane e io avevo da andare ai
Coronari e nemmanco ci son potuta andare. Se aspettate che torni, all’Avemmaria...
— Grazie, Maddalena, non importa.
— Poco ci può mancare, una mezz’oretta.
— Non importa, non importa...
— Che vi ho da fare, signora mia, la buona intenzione ce l’ho...
Checchina dette un’occhiata sulla via. Pioveva sempre, ma meno di prima. Se ne
risalì sopra pian piano, decisa ad aspettare che cessasse di piovere. Infine,
non doveva esser molto tardi: egli aveva detto dalle quattro alle sei. Ma non
aveva l’orologio. Dietro i vetri, ritta, compresa da quella umidità
crepuscolare, guardava dirimpetto, nel vano nero di una finestra, se le goccie
di pioggia si diradassero. Non aveva idea più dell’ora, niente. Fino a che, a
poco a poco, cessò di piovere e ella si avviò. Alla porta sonarono:
— È la lavandaia — disse Susanna.
— Ora ho da uscire — rispose Checchina.
— E che ci vuole, a legger la lista? Quella non se ne va e lo sapete, che io
non so leggere.
Ma la cosa tirò in lungo. La lavandaia cominciò a lamentarsi del cattivo
tempo che non le permetteva di far asciugare i panni, a scuotersi l’abito che
era tutto bagnato. Checchina, ritta, presso la tavola da pranzo, sfogliava con
le dita tremanti il quaderno delle liste, non trovando la giornata, mentre la
lavandaia faceva dei gruppi separati, un gruppo le lenzuola, un altro le
camicie, un altro i tovaglioli, un fascio i fazzoletti e le calze. Cominciarono
a verificare, ma la lista non combinava. Checchina aveva sbagliato il foglio,
era una vecchia lista, bisognò ricominciare dal principio. In ultimo, risultò
che mancava un lenzuolo e che un fazzoletto era stato scambiato. Qui la lite fu
tra Susanna e la lavandaia, poiché questa diceva che il lenzuolo non lo aveva
avuto mai, e Susanna sosteneva di averglielo consegnato, con le proprie mani.
— Ci è scritto? — domandava, gridando alla padrona, la serva.
— Ci è scritto — rispondeva Checchina macchinalmente.
— Ebbene, ci deve essere.
La lavandaia scoteva il capo, poco convinta. Essa non perdeva mai niente,
non aveva che quattro famiglie, tutti erano sempre soddisfatti della sua
esattezza, aveva consegnato le tre altre partite, non vi era nulla di
soverchio.
— Guardate bene nell’armadio, il lenzuolo ci sarà, io non l’ho avuto —
continuava.
Finalmente, guardando bene, il lenzuolo fu trovato, arrotolato nella coperta
bigia da stirare.
— Come è che lo ha scritto? — chiese la serva, mortificata, alla padrona.
— Non so.
Poi venne la questione del fazzoletto scambiato, Checchina non aveva mai
avuto fazzoletti con la lettera R, diceva Susanna. Ci volle del bello e
del buono per convincere la lavandaia a riprendersi il fazzoletto, per cercare
se fosse di qualcun altro, a cui avesse dato quello della signora. Essa non
perdeva mai nulla, s’era visto col lenzuolo che, poi, dopo tante liti, era in
casa: anche questo fazzoletto scambiato doveva essere un errore. Infine lo portava
via, avrebbe visto, non era punto sicura, avrebbe riportato indietro quello,
che non era mica cattivo, tutto di tela e grande. Al momento dei soldi, fu il
difficile: la lista era di trentadue e Susanna non ne aveva che venticinque. La
lavandaia li voleva tutti, naturalmente; aveva da comprare il sapone, lei, ed
era una pietà dover lavare d’inverno, nell’acqua gelata. Checchina stava a
sentire, senza intervenire, immobile, l’occhio distratto, calcolando
mentalmente che ora potesse essere. Tanto che, quando finalmente la lavandaia
fu andata via, borbottando ancora, Susanna si lagnò con la padrona, che la
lasciava sempre sola nelle questioni, a combattere per gl’interessi di casa,
che finalmente a lei, Susanna, non gliene avrebbe dovuto importare niente, che
tanto nessuno gliene teneva conto, neppure il signor padrone, quello là meno di
tutti, poi. Checchina, senza darle retta, andò a vedere se piovesse. Non
pioveva, ma era già scuro, accendevano i lampioni. Esitò un istante, poi si
decise. Non doveva essere tanto tardi, d’inverno le giornate sono così brevi!
Poteva andare ancora.
— Va sola? — chiese Susanna.
— Sola.
— A quest’ora?
— Non è tardi.
— Non sarà tardi, ma è scuro.
— Che fa? È tanto vicina, Propaganda!
— Scusi, ma non conviene proprio a una donna onesta camminare sola, a
quest’ora. Girano tanti malintenzionati! E poi, è proprio l’ora per essere
presa per una di quelle.
— Quando una va per la sua via, non le accade niente.
— Lo so, ma se il dottore sa che lei è uscita sola, a quest’ora, va
sicuramente in collera e se la piglierà con me, che non dovevo lasciarla andar
via così.
— Avevo promesso a Isolina...
— Bè, facciamo così, ora mi vesto in un minuto e ce l’accompagno io, dalla
signora Isolina. In due non ci diranno niente, eppoi, so rispondere io, agli
sfacciati.
— E in cucina chi ci baderà?
— È tutto pronto, copro il fuoco con la cenere e sono da lei. Aspetterò in
anticamera, che lei abbia fatto la sua visita; mi dirò un altro rosario, per
non parlare con quella sciagurata di Teresa, che non è altro, che la Madonna le
tenga la mano sul capo.
Checchina, perduta, si sedette nella stanza da pranzo, senza saper che cosa
fare. Udiva Susanna che si moveva nello stambugio, urtando alle pareti, per far
presto, indossando il vestito di lanetta. Non era più possibile impedire a
Susanna di accompagnarla. Ora, doveva andare da Isolina, sino a Propaganda: e
restar lì a far la visita. Era stata presa, non era possibile liberarsi di
Susanna. Uscirono, tirandosi dietro la porta: Checchina camminava fiaccamente,
come se il terreno fangoso la trattenesse. Davanti alla chiesa di Sant’Andrea
delle Fratte, Susanna si segnò. Isolina non vi era. Checchina respirò.
— Meglio così — mormorò la serva. — Andiamocene.
Se ne tornarono, sempre in silenzio. Al portone Maddalena fermò Checchina:
— Se lo voleva l’ombrello, Nino era tornato dalla fabbrica...
— Non serve più, grazie — rispose Checchina, con molta dolcezza.
— Tanto, su da lei, è tornato anche il signore.
— Ah! — fece l’altra, semplicemente.
Né salì più in fretta. Toto era rientrato, aprendo l’uscio con la sua chiave
e si cambiava le scarpe.
— Sei uscita con questo tempo, Checca?
— Non pioveva, quando sono uscita.
— Dove sei stata?
— Da Isolina.
— E che fa?
— Niente: non vi era.
— Ci potrai tornare.
— Già.
— Io sono stato all’ospedale: poco da fare, una lussazione, una gamba rotta,
null’altro. Ne ho profittato per andare sino al Caffè di Roma, sai, al
Corso, per vedere, se ci fosse il marchese d’Aragona...
— Con la pioggia sei andato?
— Avevo l’ombrello. M’ero ricordato che il marchese d’Aragona mi aveva detto
che pranzava qualche volta a quel caffè. Ho preso un caffè: accidenti, costa
cinque soldi e uno di mancia al cameriere, che ha anche fatto il muso storto.
Non l’ho trovato il marchese...
Seguì un silenzio, ella si svestiva lentamente, riponendo man mano la sua
roba. Quando fu ad abbottonarsi la giacchetta di casa domandò:
— Che ore sono, Toto?
— Le sei.
Ella voltò, per un istante, la faccia verso la parete.
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