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Paolo Valera
L'assassinio Notarbartolo

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COMMIATO

 

Se ho finito? Non ho un ette da aggiungere. Io saluto i lettori che mi hanno accompagnato fino a questo punto come si salutano i compagni di un lungo viaggio. Siamo partiti senza conoscerci, abbiamo attraversato insieme un ambiente ingrato, un ambiente purulento, un ambiente sanguinoso, incoraggiandoci gli uni gli altri dove le pozze rosse erano più larghe, dove il delitto era più spaventevole, dove l'omertà era più testarda, dove la cosa era più violenta e assassina, e adesso, alle porte del processo, ci salutiamo direi quasi commossi. Se ho dei rimorsi? Due, o signori. Due, implacabili, atroci che mi inseguono, che mi perseguitano, che mi dànno l'incubo notturno, che mi tormentano anche quando sono nelle braccia di lei, della mia Laura che vi ho presentato, che mi terrorizzano sovente come due fantasmi. Il primo è tutto letterario. È il rimorso di non avere avuto tempo di fucinare la frase per ambientarla e renderla molle, flessuosa, morbida nelle pagine delle carezze, energica, brutale, virulenta nel capitolo sdegnoso o corruscata dall'odio collettivo, brunita, tersa, musicale nella narrazione tranquilla e oggettiva. Il secondo è di avere dato poca importanza a un personaggio del dramma che doveva essere la chiave di volta dell'edificio che ho costruito. Augusto Bartolani doveva avere più spazio. Egli è una figuraccia, un confidente interessato, un intruso nel materiale d'istruzione; ma è anche la spia che elimina ogni dubbio, che requie alla coscienza più meticolosa e la convinzione alla coscienza del giurato. Come è, o signori, che quest'uomo in prigione, quest'uomo che ignorava l'assassinio di Emanuele Notarbartolo, quest'uomo che non conosceva i particolari della tragedia, ha potuto comunicare nella carcere napoletana al questore Lucchesi che gli autori materiali del delitto erano Fontana Giuseppe di Vincenzo, Garufi Pancrazio di Rocco Rosario e Carollo Giuseppe di Vincenzo? Sentite la deposizione del questore Lucchesi, e poi dite se non ho ragione di dolermi di non averlo piantato in mezzo al libro come l'uomo che spalancherà loro la porta dell'ergastolo.

«Sa ella qualche cosa delle dichiarazioni del Bartolani

«Ero questore a Palermo. Una mattina andai dal Codronchi per ragioni di servizio. Di solito lo trovavo imbronciato. Mi venne incontro ilare, fregandosi le mani. Siamo vicini, mi diss'egli, a mettere le mani sugli assassini di Notarbartolo. Rimasi un po' incredulo. Il Commissario civile mi fece sedere e mi narrò che il procuratore generale di Napoli gli aveva scritto che un detenuto di quelle carceri voleva fare delle rivelazioni sull'uccisione di Notarbartolo, ma che non voleva farle che a un Ministro. Gli si mandò il viceispettore di pubblica sicurezza Gatta in nome del Ministro, ma il Bartolani non volle saperne. Allora vi andai io in persona, accompagnato dal Gatta. Ero autorizzato dal Ministro. Gli dissi che per le confidenze ch'egli avrebbe fatto alla autorità giudiziaria la sua condizione sarebbe stata migliorata».

«Cioè?»

«Gli si sarebbe diminuita forse un po' la pena e avrebbe ottenuto le somme promesse dalla famiglia della vittima, dall'amministrazione ferroviaria e dal governo. Fu allora che egli mi denunciò il Fontana, il Garufi e il Carollo. Mi narrò particolari della tragedia compiuta in treno, come uno che fosse stato presente o vi avesse partecipato».

«Come aveva potuto sapere tutto questo?»

«Da un condetenuto, certo Francesco Ghetta, di Villabate come il Fontana. Il fratello del Ghetta fu appunto colui che riscosse il vaglia in Tunisia per conto del Fontana».

«Si ricorda la data di questo colloquio

«Mi pare che sia avvenuto nell'aprile del 1897».

«Il Bartolani le ha proprio fatto i nomi

«Sissignore. Prima nominò il Fontana, poi il Carollo dicendomi che era il conduttore del treno, e per ultimo mi parlò del Garufi, aggiungendo ch'egli ne era il frenatore».

«Egli era proprio informato bene

«Dica informatissimo! Il Ghetta è della malavita siciliana, suo fratello fu incaricato di riscuotere il vaglia per conto di Fontana che aveva bisogno di un alibi, ed è naturale che tra questa gente si sapesse tutto».

«Il Francesco Ghetta non ha due fratelli

«Quello che riscosse il vaglia ad Hammamet, il 6 febbraio 1893, fu il tappezziere».

«Il Fontana ha proprio esercitato il commercio agrumario

«Mai. Egli ha sempre fatto il guardiano. I proprietari siciliani affidano questo servizio alle figure più losche della mafia. Il Fontana si è dedicato agli agrumi un po' prima del delitto. Dopo l'assassinio si mise di nuovo a fare il guardiano».

«Sa se il Palazzolo andasse a Villabate

«Lo si può dire il direttore di Villabate. È il suo centro d'azione. Ha parecchie possessioni da quelle parti».

«Del Carollo sa nulla?»

«È della famiglia dei pregiudicati. Nel 1875 dirigevo il servizio di Pubblica Sicurezza contro il brigantaggio. Dopo l'uccisione del brigante Leone tutti gli altri suoi compagni scomparvero come per incanto. Sapevo che un cugino dell'accusato doveva avere relazione con loro. Andai nella vallata con quindici guardie a cavallo e me lo feci tradurre dinanzi. Misi sul tavolo due mila lire in tanti biglietti da cento e gli dissi: Io sono certo che tu sai dove i briganti si sono rifugiati; se ce li fai prendere il denaro è tuo. Il Carollo non ne volle sapere. Egli non sapeva nulla, non li conosceva, non li aveva mai visti. Gli feci capire che c'erano delle ragioni persuasive e allora mi narrò il nascondiglio dei picciotti».

«Ci impadronimmo di quindici briganti».

«Ritorniamo al Bartolani».

«Le ha pure comunicato le armi con cui si sono serviti gli assassini di Notarbartolo

«Sissignore. Il Fontana era armato del trinciante e il Carollo del pugnale. Il Garufi doveva fare la guardia di fuori».

«Le somme promesse al Bartolani ascendevano

«A quarantamila lire circa».

«La promessa è stata fatta in iscritto

«Sissignore. La dichiarazione è stata lasciata nelle mani del Bartolani».

«Ella è ancora in servizio

«Nossignore. Sono a riposo da un anno. Ero prefetto di Girgenti, ma l'aria mi faceva male e ho dovuto andarmene».

«Adesso spieghi come il Salvatore Diletti, capo stazione, ha conosciuto il Ferdinando Fontana».

«Il procuratore generale Cosenza teneva dietro al processo. Un giorno venne il commissario civile a dirmi che il Fontana era stato arrestato e che bisognava farlo vedere al capo stazione Diletti. Era necessario sapere se lo riconosceva per l'individuo del quale aveva dato i connotati. Lo feci venire; andando alle carceri di Palermo gli dissi: "Noi abbiamo arrestato un individuo: guardi bene se è quello ch'ella ha veduto nello scompartimento con Notarbartolo." Non mancai di avvertirlo che si trattava di mandare un uomo in galera. Una volta che fummo nel raggio, il signor Diletti venne pregato di guardare attraverso le spie delle celle e di dirmi se c'era quello che si cercava. Guardò di qua e di dicendo sempre di no. Arrivato alla cella del Fontana vi si fermò più a lungo e disse, come sorpreso: "Iddi è — è lui. Egli è precisamente l'individuo che vidi nello scompartimento col Notarbartolo." Ma poi, come pentito, aggiunse: "Voi mi farete ammazzare e io sarò indubbiamente assassinato." Lo condussi, colla stessa carrozza dal procuratore generale! E il Diletti ebbe la gentilezza di ripetere parola per parola, quello che pochi minuti aveva detto a me. Non capisco poi come non lo si sia processato subito. Si vede che c'è una mano "magica, misteriosa, potente che impedisce che se ne faccia la luce. È così che si spiega come il Fontana, il Carollo e il Garufi siano stati carcerati e scarcerati"».

«Grazie, ella può andarsene. Venga il detenuto».

«Perché siete stato condannato a diciotto anni

«Per avere falsificato delle cambiali».

«Chi avete conosciuto nel carcere di Napoli

«Io era addetto all'ufficio di matricola e stavo con quelli che si mantenevano del proprio. Avevo così modo di stare coi compagni all'aria. Il Ghetta era in prigione per avere speso dei biglietti falsi. Sotto la stessa accusa c'erano Fontana, Randazzo e sei altri. Seppi poi che il Fontana era stato prosciolto, anche perché si era messo di mezzo una persona influente. Chiacchierando si venne a parlare di Notarbartolo. Da una confidenza all'altra, egli mi confidò che il Fontana, il Carollo e il Garufi erano davvero gli autori del delitto».

«Com'è che il Ghetta lo sapeva

«Non me lo disse. Forse lo seppe dallo stesso Fontana, col quale era in intimissimi rapporti».

«Prima di parlarne col Ghetta sapevate di questo delitto

«Nulla perché io ero in carcere».

«Che cosa vi ha egli detto

«Che il Fontana, il Carollo e il Garufi avevano "operato" per ordine di un mandante. Il Fontana avrebbe organizzato l'assassinio e il Carollo vi avrebbe preso parte».

«Dite tutto quello che vi disse».

«Incominciò a raccontarmi di un'inchiesta avvenuta al Banco di Sicilia, perché pareva che l'amministrazione non fosse troppo regolare. Si parlava di rimandare alla direzione il Notarbartolo. Allora dei personaggi compromessi decisero di farlo assassinare come fu assassinato, mentre ritornava dal suo castello di Mendolilla. Venne ammazzato in un tunnel e usciti dal tunnel doverono buttarlo al di sopra di un murello, in un vallone, che lo avrebbe riversato in mare. Durante l'assassinio avevano spento il lume della vettura. Il parapetto del ponte è riuscito troppo alto e il cadavere rimase in terra.

Le macchie di sangue sono state lavate dal Garufi...»

«Vi disse che cosa abbia fatto il Fontana? Non mi disse che cosa abbia fatto. Ma mi narrò come si sia procurato l'alibi in Tunisia

«Vi raccontò se avevano portato via degli oggetti

«Sì, mi disse che avevano portato via il fucile, la cartucciera, il portafoglio, ecc., per far credere che lo scopo del delitto era il furto».

«Chi v'ha consigliato di fare le rivelazioni all'autorità giudiziaria

«Il direttore del carcere, al quale avevo detto tutto».

«Quando?»

«Alla fine di gennaio o ai primi di febbraio del 1897. Venne il commendatore Lucchesi, e venni in seguito tradotto a Palermo, ove feci la mia dichiarazione firmata».

 

Basta. Mettete assieme le dichiarazioni del Diletti, del Lucchesi e del Bartolani, e poi ditemi se tre dei quattro accusati possono sfuggire alla reclusione. Anche del quarto il Lucchesi ha detto parole tanto gravi da non far nascere dubbi di sorta. Ma io consiglio i lettori ad aspettare il verdetto.

Signori, addio.



[1]              Così nel testo, ma probabilmentedistratto”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

[2]              La ferocia contro le spie è documentata nella lettera che il famoso brigante Musulino ha scritto pochi giorni sono al direttore della Tribuna. Il Musulino lavora nella provincia di Reggio Calabria. Può darsi però che sia apocrifa, perché l'ortografia scorretta di certe parole è troppo dissimile dall'ortografia corretta di certe altre. Il primo periodo poi non pare possa essere di colui che scrive carciare per carcere, innenzioni per intenzioni ecc. Sia di chiunque è in essa una verità che è in tutta la delinquenza internazionale. La spia non ha quartiere in nessun paese, fra non importa quale popolazione di malviventi.

                "Illustre signor Direttore,

                Se non sentisse anche Ella orrore al nome del firmatario di questa lettera, Giuseppe Musulino, La pregherei accordarle un posticino nel suo diffuso giornale. Non vi è città, villaggio e borgata, tranne nei paesi che mi conoscono, in cui al solo sentire il mio nome non hanno orrore, spavento ed anche ribrezzo come a quello di un orco.

                Eppure non sono nato delinquente! Fino all'età di venti anni la mia fedina penale non era macchiata di una goccia d'inchiostro, il mio animo era alieno dal sangue! Uomini perversi mi hanno reso malvagio e feroce. Fui condannato a 21 anno di galera innocente, a 21 di galera per un mancato omicidio che non avevo commesso, senza alcuna ferita!

                Evaso dal carcere ero accompagnato da intenzioni benigne come la vergine mia giovinezza, quando la forza pubblica squinzagliata dietro di me mi prendeva di mira come si prendon le belve feroci.

                Allora assalito d'una furia infernale non maturai altro che sentimenti di vendetta contro i vili spergiuri che col rovinare me avevano rovinato le speranze della mia famiglia ed affranta la tarda età del mio povero padre!

                Rispetto l'onore ed il lavoro degli altri. Ho sorelle anche io, ed alla vista delle giovinette, invaso da una specie di sacro terrore, mi inchino riverente avanti la beltà; operaio e figlio di operaio amo coloro che sudano sui campi da mane a sera a produrre la ricchezza sociale, invidiandoli, perché la sventura non più mi permette portare il contributo delle mie braccia.

                Avrei potuto massacrare mille volte la forza pubblica, ma compiango tanti poveri giovani che, senza odio, sono esecutori di ordini.

                Il Governo col mettermi una taglia di cinque mila lire non ha fatto altro che aumentare le vittime.

                In questa settimana ho commesso un omicidio e due ferimenti, e questi ultimi per effetto della taglia.

                A Giuseppe Angelone di Roccaforte lasciai la vita perché padre di sette figli, al giuda Iscariota di Antonio Princi, gliela lasciai perché non mi riuscì.

                Incontratomi col carabiniere, l'uccisi perché aveva posto mano alla carabina, ed ho immerso una famiglia, che non conosco, nel lutto; oggi piango anch'io con sua madre; ma doveva salvare la pelle.

                A 23 anni sono spezzate tutte le mie speranze; e malgrado ciò non tocco nessuno, ma assalito mi difenderò fino all'ultimo sangue nella speranza di cadere un giorno fulminato da un colpo d'arma da fuoco, anzi che ritornare di novo in galera, imprecando contro coloro che hanno fatto scrivere questa pagina di lutto e di pianto.

                Ringraziandola anticipatamente, signor direttore, mi creda

                Umilissimo evaso

                Giuseppe Musulino."




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