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Se ho finito? Non ho un ette da aggiungere. Io saluto i
lettori che mi hanno accompagnato fino a questo punto come si salutano i compagni
di un lungo viaggio. Siamo partiti senza conoscerci, abbiamo attraversato
insieme un ambiente ingrato, un ambiente purulento, un ambiente sanguinoso,
incoraggiandoci gli uni gli altri dove le pozze rosse erano più larghe, dove il
delitto era più spaventevole, dove l'omertà era più testarda, dove la
cosa era più violenta e assassina, e adesso, alle porte del processo, ci
salutiamo direi quasi commossi. Se ho dei rimorsi? Due, o signori. Due,
implacabili, atroci che mi inseguono, che mi perseguitano, che mi dànno
l'incubo notturno, che mi tormentano anche quando sono nelle braccia di lei,
della mia Laura che vi ho presentato, che mi terrorizzano sovente come due
fantasmi. Il primo è tutto letterario. È il rimorso di non avere avuto tempo di
fucinare la frase per ambientarla e renderla molle, flessuosa, morbida nelle
pagine delle carezze, energica, brutale, virulenta nel capitolo sdegnoso o
corruscata dall'odio collettivo, brunita, tersa, musicale nella narrazione
tranquilla e oggettiva. Il secondo è di avere dato poca importanza a un
personaggio del dramma che doveva essere la chiave di volta dell'edificio che
ho costruito. Augusto Bartolani doveva avere più spazio. Egli è una figuraccia,
un confidente interessato, un intruso nel materiale d'istruzione; ma è anche la
spia che elimina ogni dubbio, che dà requie alla coscienza più meticolosa e la
convinzione alla coscienza del giurato. Come è, o signori, che quest'uomo in
prigione, quest'uomo che ignorava l'assassinio di Emanuele Notarbartolo,
quest'uomo che non conosceva i particolari della tragedia, ha potuto comunicare
nella carcere napoletana al questore Lucchesi che gli autori materiali del
delitto erano Fontana Giuseppe di Vincenzo, Garufi Pancrazio di Rocco Rosario e
Carollo Giuseppe di Vincenzo? Sentite la deposizione del questore Lucchesi, e
poi dite se non ho ragione di dolermi di non averlo piantato in mezzo al libro
come l'uomo che spalancherà loro la porta dell'ergastolo.
«Sa ella qualche cosa delle
dichiarazioni del Bartolani?»
«Ero questore a Palermo. Una
mattina andai dal Codronchi per ragioni di servizio. Di solito lo trovavo
imbronciato. Mi venne incontro ilare, fregandosi le mani. Siamo vicini, mi
diss'egli, a mettere le mani sugli assassini di Notarbartolo. Rimasi un po'
incredulo. Il Commissario civile mi fece sedere e mi narrò che il procuratore
generale di Napoli gli aveva scritto che un detenuto di quelle carceri voleva
fare delle rivelazioni sull'uccisione di Notarbartolo, ma che non voleva farle
che a un Ministro. Gli si mandò il viceispettore di pubblica sicurezza Gatta in
nome del Ministro, ma il Bartolani non volle saperne. Allora vi andai io in
persona, accompagnato dal Gatta. Ero autorizzato dal Ministro. Gli dissi che
per le confidenze ch'egli avrebbe fatto alla autorità giudiziaria la sua
condizione sarebbe stata migliorata».
«Cioè?»
«Gli si sarebbe diminuita forse
un po' la pena e avrebbe ottenuto le somme promesse dalla famiglia della
vittima, dall'amministrazione ferroviaria e dal governo. Fu allora che egli mi
denunciò il Fontana, il Garufi e il Carollo. Mi narrò particolari della
tragedia compiuta in treno, come uno che fosse stato presente o vi avesse
partecipato».
«Come aveva potuto sapere tutto
questo?»
«Da un condetenuto, certo
Francesco Ghetta, di Villabate come il Fontana. Il fratello del Ghetta fu
appunto colui che riscosse il vaglia in Tunisia per conto del Fontana».
«Si ricorda la data di questo
colloquio?»
«Mi pare che sia avvenuto
nell'aprile del 1897».
«Il Bartolani le ha proprio
fatto i nomi?»
«Sissignore. Prima nominò il
Fontana, poi il Carollo dicendomi che era il conduttore del treno, e per ultimo
mi parlò del Garufi, aggiungendo ch'egli ne era il frenatore».
«Egli era proprio informato
bene!»
«Dica informatissimo! Il Ghetta
è della malavita siciliana, suo fratello fu incaricato di riscuotere il vaglia
per conto di Fontana che aveva bisogno di un alibi, ed è naturale che tra
questa gente si sapesse tutto».
«Il Francesco Ghetta non ha due
fratelli?»
«Quello che riscosse il vaglia
ad Hammamet, il 6 febbraio 1893, fu il tappezziere».
«Il Fontana ha proprio
esercitato il commercio agrumario?»
«Mai. Egli ha sempre fatto il
guardiano. I proprietari siciliani affidano questo servizio alle figure più
losche della mafia. Il Fontana si è dedicato agli agrumi un po' prima del
delitto. Dopo l'assassinio si mise di nuovo a fare il guardiano».
«Sa se il Palazzolo andasse a
Villabate?»
«Lo si può dire il direttore di
Villabate. È il suo centro d'azione. Ha parecchie possessioni da quelle parti».
«Del Carollo sa nulla?»
«È della famiglia dei
pregiudicati. Nel 1875 dirigevo il servizio di Pubblica Sicurezza contro il
brigantaggio. Dopo l'uccisione del brigante Leone tutti gli altri suoi compagni
scomparvero come per incanto. Sapevo che un cugino dell'accusato doveva avere
relazione con loro. Andai nella vallata con quindici guardie a cavallo e me lo
feci tradurre dinanzi. Misi sul tavolo due mila lire in tanti biglietti da
cento e gli dissi: Io sono certo che tu sai dove i briganti si sono rifugiati;
se ce li fai prendere il denaro è tuo. Il Carollo non ne volle sapere. Egli non
sapeva nulla, non li conosceva, non li aveva mai visti. Gli feci capire che
c'erano delle ragioni persuasive e allora mi narrò il nascondiglio dei picciotti».
«Ci impadronimmo di quindici
briganti».
«Ritorniamo al Bartolani».
«Le ha pure comunicato le armi
con cui si sono serviti gli assassini di Notarbartolo?»
«Sissignore. Il Fontana era
armato del trinciante e il Carollo del pugnale. Il Garufi doveva fare la
guardia di fuori».
«Le somme promesse al Bartolani ascendevano?»
«A quarantamila lire circa».
«La promessa è stata fatta in
iscritto?»
«Sissignore. La dichiarazione è
stata lasciata nelle mani del Bartolani».
«Ella è ancora in servizio?»
«Nossignore. Sono a riposo da un
anno. Ero prefetto di Girgenti, ma l'aria mi faceva male e ho dovuto
andarmene».
«Adesso spieghi come il
Salvatore Diletti, capo stazione, ha conosciuto il Ferdinando Fontana».
«Il procuratore generale Cosenza
teneva dietro al processo. Un giorno venne il commissario civile a dirmi che il
Fontana era stato arrestato e che bisognava farlo vedere al capo stazione
Diletti. Era necessario sapere se lo riconosceva per l'individuo del quale
aveva dato i connotati. Lo feci venire; andando alle carceri di Palermo gli
dissi: "Noi abbiamo arrestato un individuo: guardi bene se è quello
ch'ella ha veduto nello scompartimento con Notarbartolo." Non mancai di
avvertirlo che si trattava di mandare un uomo in galera. Una volta che fummo
nel raggio, il signor Diletti venne pregato di guardare attraverso le spie
delle celle e di dirmi se c'era quello che si cercava. Guardò di qua e di là
dicendo sempre di no. Arrivato alla cella del Fontana vi si fermò più a lungo e
disse, come sorpreso: "Iddi è — è lui. Egli è precisamente l'individuo
che vidi nello scompartimento col Notarbartolo." Ma poi, come pentito,
aggiunse: "Voi mi farete ammazzare e io sarò indubbiamente
assassinato." Lo condussi, colla stessa carrozza dal procuratore generale!
E là il Diletti ebbe la gentilezza di ripetere parola per parola, quello che
pochi minuti aveva detto a me. Non capisco poi come non lo si sia processato
subito. Si vede che c'è una mano "magica, misteriosa, potente che
impedisce che se ne faccia la luce. È così che si spiega come il Fontana, il
Carollo e il Garufi siano stati carcerati e scarcerati"».
«Grazie, ella può andarsene.
Venga il detenuto».
«Perché siete stato condannato a
diciotto anni?»
«Per avere falsificato delle
cambiali».
«Chi avete conosciuto nel
carcere di Napoli?»
«Io era addetto all'ufficio di
matricola e stavo con quelli che si mantenevano del proprio. Avevo così modo di
stare coi compagni all'aria. Il Ghetta era in prigione per avere speso dei
biglietti falsi. Sotto la stessa accusa c'erano Fontana, Randazzo e sei altri.
Seppi poi che il Fontana era stato prosciolto, anche perché si era messo di
mezzo una persona influente. Chiacchierando si venne a parlare di Notarbartolo.
Da una confidenza all'altra, egli mi confidò che il Fontana, il Carollo e il
Garufi erano davvero gli autori del delitto».
«Com'è che il Ghetta lo sapeva?»
«Non me lo disse. Forse lo seppe
dallo stesso Fontana, col quale era in intimissimi rapporti».
«Prima di parlarne col Ghetta
sapevate di questo delitto?»
«Nulla perché io ero in
carcere».
«Che cosa vi ha egli detto?»
«Che il Fontana, il Carollo e il
Garufi avevano "operato" per ordine di un mandante. Il Fontana
avrebbe organizzato l'assassinio e il Carollo vi avrebbe preso parte».
«Dite tutto quello che vi
disse».
«Incominciò a raccontarmi di
un'inchiesta avvenuta al Banco di Sicilia, perché pareva che l'amministrazione
non fosse troppo regolare. Si parlava di rimandare alla direzione il
Notarbartolo. Allora dei personaggi compromessi decisero di farlo assassinare
come fu assassinato, mentre ritornava dal suo castello di Mendolilla. Venne
ammazzato in un tunnel e usciti dal tunnel doverono buttarlo al di sopra di un
murello, in un vallone, che lo avrebbe riversato in mare. Durante l'assassinio
avevano spento il lume della vettura. Il parapetto del ponte è riuscito troppo
alto e il cadavere rimase in terra.
Le macchie di sangue sono state
lavate dal Garufi...»
«Vi disse che cosa abbia fatto
il Fontana? Non mi disse che cosa abbia fatto. Ma mi narrò come si sia
procurato l'alibi in Tunisia.»
«Vi raccontò se avevano portato
via degli oggetti?»
«Sì, mi disse che avevano
portato via il fucile, la cartucciera, il portafoglio, ecc., per far credere
che lo scopo del delitto era il furto».
«Chi v'ha consigliato di fare le
rivelazioni all'autorità giudiziaria?»
«Il direttore del carcere, al
quale avevo detto tutto».
«Quando?»
«Alla fine di gennaio o ai primi
di febbraio del 1897. Venne il commendatore Lucchesi, e venni in seguito
tradotto a Palermo, ove feci la mia dichiarazione firmata».
Basta. Mettete assieme le dichiarazioni
del Diletti, del Lucchesi e del Bartolani, e poi ditemi se tre dei quattro
accusati possono sfuggire alla reclusione. Anche del quarto il Lucchesi ha
detto parole tanto gravi da non far nascere dubbi di sorta. Ma io consiglio i
lettori ad aspettare il verdetto.
Signori, addio.
[2]
La ferocia contro le spie è documentata nella lettera che il famoso brigante
Musulino ha scritto pochi giorni sono al direttore della Tribuna. Il
Musulino lavora nella provincia di Reggio Calabria. Può darsi però che sia
apocrifa, perché l'ortografia scorretta di certe parole è troppo dissimile
dall'ortografia corretta di certe altre. Il primo periodo poi non pare possa
essere di colui che scrive carciare per carcere, innenzioni per
intenzioni ecc. Sia di chiunque è in essa una verità che è in tutta la
delinquenza internazionale. La spia non ha quartiere in nessun paese, fra non
importa quale popolazione di malviventi.
"Illustre signor Direttore,
Se non sentisse anche Ella orrore al nome del firmatario di questa lettera,
Giuseppe Musulino, La pregherei accordarle un posticino nel suo diffuso
giornale. Non vi è città, villaggio e borgata, tranne nei paesi che mi
conoscono, in cui al solo sentire il mio nome non hanno orrore, spavento ed
anche ribrezzo come a quello di un orco.
Eppure non sono nato delinquente! Fino all'età di venti anni la mia fedina
penale non era macchiata di una goccia d'inchiostro, il mio animo era alieno
dal sangue! Uomini perversi mi hanno reso malvagio e feroce. Fui condannato a
21 anno di galera innocente, a 21 di galera per un mancato omicidio che non
avevo commesso, senza alcuna ferita!
Evaso dal carcere ero accompagnato da intenzioni benigne come la vergine mia
giovinezza, quando la forza pubblica squinzagliata dietro di me mi prendeva di
mira come si prendon le belve feroci.
Allora assalito d'una furia infernale non maturai altro che sentimenti di
vendetta contro i vili spergiuri che col rovinare me avevano rovinato le
speranze della mia famiglia ed affranta la tarda età del mio povero padre!
Rispetto l'onore ed il lavoro degli altri. Ho sorelle anche io, ed alla vista
delle giovinette, invaso da una specie di sacro terrore, mi inchino riverente
avanti la beltà; operaio e figlio di operaio amo coloro che sudano sui campi da
mane a sera a produrre la ricchezza sociale, invidiandoli, perché la sventura
non più mi permette portare il contributo delle mie braccia.
Avrei potuto massacrare mille volte la forza pubblica, ma compiango tanti
poveri giovani che, senza odio, sono esecutori di ordini.
Il Governo col mettermi una taglia di cinque mila lire non ha fatto altro che
aumentare le vittime.
In questa settimana ho commesso un omicidio e due ferimenti, e questi ultimi
per effetto della taglia.
A Giuseppe Angelone di Roccaforte lasciai la vita perché padre di sette figli,
al giuda Iscariota di Antonio Princi, gliela lasciai perché non mi
riuscì.
Incontratomi col carabiniere, l'uccisi perché aveva posto mano alla carabina,
ed ho immerso una famiglia, che non conosco, nel lutto; oggi piango anch'io con
sua madre; ma doveva salvare la pelle.
A 23 anni sono spezzate tutte le mie speranze; e malgrado ciò non tocco
nessuno, ma assalito mi difenderò fino all'ultimo sangue nella speranza di
cadere un giorno fulminato da un colpo d'arma da fuoco, anzi che ritornare di
novo in galera, imprecando contro coloro che hanno fatto scrivere questa pagina
di lutto e di pianto.
Ringraziandola anticipatamente, signor direttore, mi creda
Umilissimo evaso
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