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Paolo Valera
La folla

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Giorgio rivide il Casone del Terraggio di Porta Magenta parecchi anni dopo che gli erano cresciuti i baffetti biondi. La facciata aveva pur sempre i solchi delle sassate dei monelli che avevano giocato con lui, e la lunga crepa perpendicolare, che pareva volesse dimezzarla, aveva conservato al centro la schiacciatura della martellata di Ernesto. Guardando, gli risorgevano gli anni in cui aveva sculacciato per il terriccio con la ragazzaglia del Casone. La penultima tegola del murello d'entrata era ancora senza la parte sporgente, sbattuta via dal suo bastone. Non c'era nulla di cambiato nell'edificio. Sole le persone avevano subito qualche trasformazione.

A momenti non riconosceva più Marianna, l'ortolana che occupava il dorso della muraglia scrostata tra l'osteria e l'entrata dell'edificio. Gli sembrava invecchiata. Era che innaffiava il largo della verzura, pigiata tra il mucchio delle cipolle e dei rapanelli rossi, con il cavo della mano che attingeva al secchio posato sul ventre.

Gli anni le avevano calcato uno zinzino le spalle nello stomaco e messo qualche rughettina sulla fronte bassa e convessa, ma non le avevano fatto scomparire la grandiosità del seno, nel quale si tuffavano ancora con piacere gli occhi libertini dei domestici delle case signorili di Sant'Ambrogio. Conosciuta come una ridanciona e una lingua che buttava sottosopra le gonnelle delle donne avariate, la sua mutria era diventata la conversazione del quartiere. L'oste Gianmaria, il bislongone che aveva sulla guancia sinistra un porro nero con peli lunghi e sparpagliati come le gambe del ragno, non sapeva cosa pensare. Non era mai stata la sua amante, ma in fondo aveva dell'affezione per la donna che viveva al dorso della sua osteria e che si era sviluppata, si può dire, sotto i suoi occhi. Le gironzolava intorno con le mani sulla schiena e la stuzzicava a sfogarsi. Sapeva della fuga della sua ragazza. Ma il Casone era pieno di queste storie. Le ragazze andavano e venivano come le passere senza destare meraviglia in alcuno.

Marianna rimaneva distratta e rispondeva a malapena col monosillabo o lo faceva tacere col gesto della mano.

Lasciatemi in pace!

Creperete, e sarà un bel guadagno per tutti!

L'ortolana si rinchiudeva nel suo mutismo e non parlava che per la vendita. Le donne avariate potevano passare e ripassare senza che scoppiassero dal suo labbro, come una volta, i frizzi audaci che rasentavano la rivelazione. Giovanna, il ventre comune che faceva parlare il vicinato tutto l'anno, entrava e usciva senza punto slegarle la lingua.

Il suo cuore cuoceva di dolore. Adalgisa, nella quale erano condensati i suoi trasporti di donna, se n'era andata in una mattina di sole senza dirle addio. Più ci pensava e più vi perdeva la testa. Sovente l'aveva dovuta sollecitare con una sfuriata di schiaffi, perché era il mestiere che lo esigeva. C'erano le ordinazioni e con le ordinazioni non si scherzava. Finita la mattinata, non si ricordava più della brutalità che le nasceva in mezzo al lavoro. Le andava vicino e le dava magari dei baci caldi e impetuosi. Il padre era stato una pelle che buttava in terra con un pugno i questurini che volevano arrestarlo. Era rimasto in una rissa, otto anni sono, col ventre tagliato in quattro per una questione di donne. Marianna gli aveva perdonato, perché ai morti bisogna perdonare. Ma non si ricordava di lui che con disgusto. Quando si è liberi d'andarsene senza voltarsi indietro e si tradisce, si è porci. Adalgisa era un'altra cosa. Adalgisa era sua, uscita dal suo corpo, carne della sua carne. Il padre era stato un donnaiolo e un sudicione, ma Adalgisa era stata concepita in un momento in cui l'uomo le aveva dato con il succo della giovinezza la virginità dei baci. Non c'è che un periodo breve della vita in cui l'amante sia veramente sincero. E questo breve periodo essa se l'era goduto fino all'ultimo secondo. Il resto non le apparteneva. Riandando le giornate del suo godimento materno, rivedeva la figliuola con le belle braccia nude che andavano da una parte all'altra a rinfrescare gli erbaggi e le si riempiva la gola di commozione. Di sera rientrava nella stamberga stracca morta, si abbandonava sulla seggiola con la faccia sul tavolo bagnata di lacrime, e si assopiva nei sogni spaventevoli.

L'immenso cortile, rotto da un gruppo di case che si elevava coi tetti spioventi e le grondaie sgangherate, era rimasto tale e quale. Con i detriti disseminati per gli angoli, dove le donne accumulavano la spazzatura domestica e i cocci della terraglia frantumata, con le pozze in cui sprofondavano i piedi, con i guazzi intorno ai quali s'insudiciava la ragazzaia, con la tromba della vasca slabbrata che perdeva con l'acqua le lavature, le quali finivano per fermentare nel terreno del ciottolato che s'allungava fin laggiù, in fondo alla latrina, sempre spalancata e sempre nauseabonda.

La parte più rumorosa del cortilone era quella ombreggiata a destra, la quale serviva di lavorerio nelle giornate di bel tempo e dove Martino narrava, tra una pennellata e l'altra di verde e di giallo che dava alle gelosie delle casacce delle vie adiacenti, la storia intima delle famiglie che aveva veduto formarsi, crescere, diminuire e disfarsi.

Egli era alto, ossuto, con l'ampio padiglione delle orecchie cicatrizzato dai geloni degli inverni crudeli, con il naso lungo che puntava verso terra, coi peli del colore del sale grosso che gli giravano sotto il mento egli davano l'aria di lupo di mare.

Gli usci degli inquilini non avevano segreti per lui. Egli sapeva dove c'erano gli ubbriachi, dove si battevano le donne, dove si pativa la fame, dove si consumava l'adulterio, dove si sgobbava dalla mattina alla sera per impedire l'entrata al bisogno e dove di notte non si rincasava che saltuariamente.

Parlando con Paolino, il chiavaiuolo che leggeva il «Secolo» e che s'ostinava a credere che il progresso di quarant'anni aveva alterato anche le abitudini del portone del Terraggio, egli s'arrabbiava e numerava gli usci delle donne che vuotavano i catini e i pitali giallastri dalle finestre, malgrado le sgridate di Fioravanti.

L'idea fissa di Martino era che certa gente rimane refrattaria a qualsiasi mutamento sociale. È nata così e così deve morire. Potrete farle mangiare più companatico, ma non potrete mai convincerla dell'utilità della forchetta e del tovagliolo. La Giacinta Brunetti del terzo piano, blocco A, ha lavorato e lavora come una negra, frustandosi la pelle per mettere da parte i risparmi, ma non ha mai abbandonato il suo porcile. Cuoce sul pattume della sua stanza con la indifferenza o col gusto della scrofa. La Bigiona è invecchiata lassù, al 134 del blocco B, coi suoi figli, col suo uomo, coi suoi gatti, coi suoi stracci, con la sua immondizia, senza mai sentire il bisogno di dire all'imbianchino di rischiararle le pareti. I suoi guadagni sono in fondo al pagliericcio incrostato di melma. Mangia come una volta quando era una pitoccona che assecchiva nella miseria. Si pulisce il naso col dorso infracidito della mano, e perde dappertutto la puzza del suo tafanario immerdato.

Il chiavaiuolo si lasciava spuntare il risolino e limava col colpo lungo come chi sa di essere a tu per tu col testardo. Parlare di tovagliolo dove si mangia pane e coltello era imitare il medico di Santa Corona, quando consigliava gli ammalati a tenersi su lo stomaco con delle ale di pollo e dei bicchieri di vino sostanzioso. Lui, che non era meno vecchio di Martino e che assisteva ai drammi del Casone da oltre quarant'anni, si ricordava benissimo delle serate in cui doveva scappare all'osteria con la tazzina della cena per salvarsi dagli sfoghi puzzolenti della poveraglia fuori per le ringhiere a mangiare la minestra. In allora le scarpe si potevano dire il privilegio di tre o quattro famiglie. La pelle dei loro piedi era un cuoio che resisteva ai chiodi vecchi e arrugginiti. Adesso non ci sono più piedi nudi, tranne quelli della minutaglia tribolata.

Credi tu che sia stato il progresso che abbia insegnato loro a proteggersi le piote? No, caro mio. Sono stati i vetri che gliele tagliavano. Non si progredisce, non c'è progresso. Io sono rimasto quello che era mio padre. Accendo gli zolfanelli sul muro, vado per la strada in maniche di camicia, e mi metto in bocca il fondo sugoso della mia pipa come un boccone di stufato.

— Gli è che ci sono dei ciechidisse Paolino scoraggiato. — Questo sì. Luigiona, la lavandaia del pianterreno, può dirlo. Anni sono la maggioranza non si cambiava la camicia che ogni tanto e non buttava via le pezze dei piedi degli uomini che proprio quando erano stracotte dal sudore. Più di un lunedì non andava al fosso perché l'intero vicinato lasciava passare la domenica come un giorno feriale. Nessuno si mutava, nessuno si sentiva infastidito dai pidocchi grossi come il riso. Ora le sue braccia non bastano più. Essa manda al lavatoio cinque o sei donne e non riesce sempre in fine di settimana a dare a tutti un po' di biancheria pulita. Il bucato costa e, quando la gente lo paga, vuol dire che di progresso ce n'è stato. Chi sacrifica il grappino, o qualche cosa di più necessario, per la pulizia del corpo, si è elevato.

Martino dondolava la testa dicendo che non voleva occuparsi delle inezie. La vita non doveva essere studiata a individui o a gruppi, ma a moltitudini. Perché sono le moltitudini che danno l'assieme, l'idea generale.

— E l'idea generale, caro mio, è che gli straccioni sono rimasti i porconi di prima. Basta guardarsi a torno.

A quattro passi da loro, rasente il muro, sotto la ringhiera, dove di solito asciugavano le lenzuola sulla corda si riproduceva ogni domenica la scena stomachevole delle donne che si cercavano gli insetti sulla testa.

— Tu non avrai mica le fette di salame sugli occhi, per diobacco! Alla domenica viene giù una frotta di donne che si scambiano il servigio di pettinarsi e di cercarsi tra i capelli i trottapiani. Ti pare del progresso? So bene che vi faccia venire il vomito. Ma la gente non la faccio io. La descrivo come la trovo. Parecchie di loro, caro mio, si contentano di finirli tra un'unghia e l'altra dei ditoni, ma la Rosa se li schiaccia sotto i denti con piacere triviale. E la schiacciatura della Rosa è il gusto di quasi tutte le nostre donne.

Paolino, con la sua flemma e la sua lima che andava avanti e indietro sulla chiave nella morsa con la lentezza delle parole che pronunciava, non voleva leticare. Ciascuno era padrone di pensarla come voleva. Per lui era una questione esaurita. Nessuno riuscirebbe mai a fargli credere che gli inquilini della sua gioventù si lavavano la faccia tutte le mattine come quelli della sua vecchiaia.

Luraschi era asciutto. Non partecipava che difficilmente alle chiacchiere del cortilone. E quando vi prendeva parte, era per buttare nel mezzo la sua esperienza. Egli era candido come l'anima sua. I suoi genitori erano poveracci che non gli avevano insegnato né a leggere, né a scrivere.

Bestia! — gli disse Martino spazientito. — Che cosa volevi che ti insegnassero quello che non sapevano?

Luraschi non se l'aveva a male. Non poteva aprir bocca senza che qualcuno gli desse della bestia. Lui non ne aveva colpa e tutte le volte che glielo si diceva dava una martellata più violenta, come per soffocare la voce di chi lo insultava. Il suo ragionamento era che i suoi genitori gli avevano dato un mestiere. Da trent'anni egli maneggiava allo stesso posto la pialla del padre e come il padre inchiodava casse da morto per l'appaltatore. Non c'era anima viva che lo avesse veduto a zonzo o che potesse dire ch'egli avesse dei vizii. Sua moglie era sua moglie e non cercava altro. E tuttavia non poteva dire di essersi messo alla pari col libretto della spesa. Era una corsa trafelata lungo la quale rimaneva indietro eternamente una settimana. Pagava la pigione in tempo, perché questo era il primo dovere dell'operaio onesto. Ma né lui, né i suoi di casa avevano mai potuto darsi il lusso di una scampagnata. Aveva nella testa Caravaggio fino dalla nascita di Pietrino, il terzo dei suoi figli. Tutti gli anni ripeteva loro che voleva condurveli nel giorno dell'apparizione della Vergine Maria, la Madonna che consola gli afflitti, sana gli storpi e ridà la vista ai ciechi. E tutti gli anni la scarsezza lo obbligava a trovare delle scuse.

Credetelo: quando un operaio lavora come lavoro io e conduce la vita modesta che conduco io, il progresso non può essere progresso.

Paolino se la cavava con delle spallate. A parlare con gli ignoranti non c'era sugo. Anche un orbo poteva vedere il perché questo inchiodatore di casse da morto non riusciva a saldare le partite domestiche. Perché era un senza testa che prolificava come i gatti.

— Tu sei una bestia, ecco tutto.

— E va bene!

Sicuro che va bene! — aggiungeva Martino.

— Ma se sono della vostra?

— Non sono mai colle bestie, io!

 




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