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CAPITOLO TERZO.
Forastier, che fermo il
passo
Guardi in
su l'alta fortezza,
Sappi ch'era
alpestre sasso,
Squallor
tutto ed orridezza;
Ma poi
vinse la natura
Dell'artefice
la cura.
Vedi là quei che
costrutti
Son lavor
sull'aspra schiena
A
intervallo in su condutti?
È di forti
una catena
Che la
ripida montagna
Fino al
termine accompagna.
Il forte di Fenestrelle,
di G.
Tagliazucchi.
Allorquando tra i popoli
arde accanita la guerra, nulla v'ha che intentato si lasci che recar possa a
vicenda distruzione e ruina. Ciò che natura creava a pro' dei viventi, ciò che
le arti e le scienze rinvenivano a beneficio degli uomini, vien rivolto con
assidua cura a loro danno e sterminio. Avvenne per tal modo che le meccaniche e
la chimica affinando i metalli, perfezionarono e moltiplicarono colle armi gli
stromenti di morte, e gli astrusi studii degli astri, dei venti, e la nautica
ingegnosa servirono a guidare lontane nazioni a ricercarsi sulla profondità dei
mari, e scontratesi commettere battaglie più tremende di quelle che mai si
vedessero sovra solidi piani, quindi i laghi e persino il placido corso de'
fiumi divennero sanguinoso teatro di guerre e di stragi.
Nè la ridente Italia,
perpetuo campo di bellicose imprese, offrendo numerosi arringhi ad ogni sorta
di lotte armigere, poteva andar esente dal contemplare nel proprio seno anche
pugne navali. Più e più volte il Leon di San Marco inalberato sulle sue
repubblicane navi risalì il Po ad azzuffarsi colla vipera de' Visconti o sola,
od innestata negli stemmi Sforzeschi: l'Adige, l'Adda portarono barche
guerriere, e sull'onde di Garda e del Verbano galleggiarono intere flotte. Ma
fra l'acque che si stendono a specchio degli Insubri monti, quelle su cui il
furore belligero si dispiegò più fiero ed ostinato si furono pur sempre le
Lariane. Oltre gli indigeni abitatori, tra cui durarono continue discordie, i
Romani, i Longobardi, gli Elvezii e le genti Ispane, Galliche ed Alemanne
pugnarono navalmente sul lago Comasco: qui si sfidarono da inveterato odio
sospinte le fazioni Guelfe e Ghibelline: e come i mari di Panama e del Messico
ebbe pure questo lago i suoi filibustieri, e furono i Cavargnoni, che sbucciati
dai dirupi delle loro montagne lo occuparono per alcun tempo mettendo ogni
luogo che assalivano a ferro ed a fuoco.
Ma dopo secoli di guerre
colà combattute era serbata la gloria ad un privato cittadino dell'allora
dominante Milano, di creare su quel lago forze navali sì numerose e imponenti,
che tali per l'addietro non s'erano vedute giammai, e costringere i suoi nemici
a disporne altrettante onde combatterlo e frenarlo. Fu questi, come ben si comprende,
Gian Giacomo Medici, la cui flotta composta di moltissimi legni avrebbe potuto
in que' tempi veleggiare temuta anche sul mare. Nulla aveva egli posto in
trascuranza onde le sue navi riuscissero di grossa portata e fossero con
solidità ad un tempo e prestezza costruite ed armate: e potè per l'impegno e i
mezzi da lui adoperati al perfezionamento di quelle fabbricazioni avere dai
proprii cantieri il celebre Brigantino di cui ci accadrà sovente far parola.
Fece desso erigere
arsenali in varii siti, e chiamativi uomini periti nelle arti marinaresche per
dirigerne le opere. Il più vasto però e il più d'artefici ed attrezzi
provveduto era queilo di Musso, siccome prossimo al Castello, e perciò
con maggior facilità difeso e sorvegliato. Maestro Onallo il Genovese, che,
come vedemmo, n'era capitano, lo aveva conformato a perfetta simiglianza degli
arsenali di mare. Era quello un edifizio di non molta larghezza, alquanto
lungo, e in varii scompartimenti diviso, ciascun de' quali conteneva
un'officina d'arte diversa, spettante all'armeria od alla nautica. Quivi erano
macchine a sega per le travi, telai per le vele, attorcigliatoi per le gomene e
il cordame minore, fucine pei fabbri: quivi scortecciavansi gli olmi ed i pini
per alberatura, e bollivasi la pece e il catrame per calafatare i navilii.
Trovavasi in quell'arsenale il quartiere degli spadai, de' fabbricatori delle
alabarde, degli archibugi e d'altre simili armi da braccio, non però di quelli
delle grosse artiglierie, alla costruzione delle quali richiedevasi tanto
dispendio e sì gran numero d'operatori, che appena i più gran re e le possenti
repubbliche ne possedevano le fonderie: e infatti il Medici aveva le sue
artiglierie comperate in parte dai Veneziani, e in parte conquistate ai
Francesi. Dal lato del lago dove il lido scendeva con insensibile pendío nelle
acque eranvi molti casotti schiusi di fronte, in cui stavano appuntellate sovra
congegni di travicelli le barche in costruzione, le quali condotte che erano a
compimento, venivano lanciate nel lago, lasciandole scivolare sovra un piano di
curli all'uopo apprestati.
Il dar de' martelli, il
rintronar delle incudini e de' percossi fianchi delle navi, lo stridere delle
seghe e delle lime, il gridare de' lavoratori, il rumoreggiare universale annunziarono
di buon mattino l'operosità che per tutto regnava in quell'Arsenale. Maestro
Onallo, disceso dalle sue camere, accompagnando Gabriele e Messer Tanaglia,
mentre attraversava con loro le officine, veniva incessantemente circondato dai
capi delle arti, dai sovrastanti, dai custodi de' magazzini che avevano a
richiederlo intorno alle opere fatte, o addomandavano istruzioni per quelle da
intraprendersi: ma egli ne li faceva scostare non porgendo orecchio ad alcuno,
intentissimo a prestare ogni ufficio di cortesia a que' due che disponevansi a
partire di là. Gabriele aveva già fatto ricercare di Falco, dicendo che non
sarebbesi di quivi allontanato senza di lui, onde questi dopo aver avuto una
mattutina conferenza con Trincone e Guazzo, se ne stava attendendolo alla porta
dell'arsenale, appoggiato a suo moschetto. Quivi venuti presero commiato dal
Mastro Genovese, che sino alla soglia li volle seguire, e si misero di
compagnia sulla strada del Castello.
Il vento del lago che
suol spirare da tramontana dal far del giorno sin presso a mezzodì, e chiamasi Tivano
(forse dal corrotto accozzamento delle due francesi parole petit vent
perchè non soffia mai nè furioso nè gagliardo), aveva quel mattino scacciate le
nuvole e i nebbioni di che era stata tutta ingombra l'atmosfera il dì
antecedente. Splendeva quindi limpido il giorno, e le montagne spazzate e nette
innalzavano le loro acute sommità dorate dai raggi nascenti del sole,
disegnandole sovra l'azzurra vôlta del cielo, le acque del lago leggermente
increspate dalla brezza mattinale, riflettendo il sereno dell'aria, mostravansi
cilestrine, qua e là più vivacemente screziate da alcun raggio solare che
trapassando pel vano delle valli veniva a dardeggiar su di loro.
Gabriele con Falco e
Messer Tanaglia andavano di buon passo sulla strada che costeggiando il lago
correva dritta verso il Porto del Castello, presso il quale era l'entrata
comune alla fortezza. S'incontravano per quella via gran numero di persone, ed
erano soldati, barcaiuoli, contadini e contadine con canestri e provvigioni di
pollami, di granaglie, di frutti che recavansi al Castello, o da questo ne
venivano per varie bisogna al borgo di Musso. Vedevansi pure gli abitanti
d'altri paesi guidando bestie con alte some venire a mercanteggiare in quella
Terra, ch'era allora la
Capitale della costiera; miravansi altresì ricchi signori che
vi si conducevano a diporto montati sovra cavalli doviziosamente bardati, su
varii de' quali sedevano in groppa donne o fanciulle strette in abiti eleganti
alla foggia dei tempi: fra mezzo a questi camminava alcun viandante e
pellegrino costretto a battere quella strada onde evitare le vessazioni del
viaggio per barca: e siccome l'opposta sponda e tutte le alture dei monti erano
occupate da vedette e da guardie, e difese dalle artiglierie, non rimaneva
alcun libero passaggio per chiunque avesse d'uopo oltrepassar Musso, sì movendo
verso l'Alpi che procedendo alla volta di Como, fuorchè quella strada medesima
praticata sulla riva. Passava questa a piedi del Castello sotto un lungo arco
di massicce mura che formava una gran porta detta la Porta di Musso,
la quale appoggiava il suo fianco sinistro (guardandola dalla banda di Musso)
all'ultimo baluardo del Castello, ed il destro alla muraglia del porto, per cui
la strada correva per lungo spazio tanto al di qua che al di là di quell'arco
fra ruvide e grosse muraglie ristretta. Presso la Porta di Musso, che era
munita da ambi i lati da battenti coperti di lamina di ferro, e rafforzati
interiormente da travi stavano sempre gabellieri e uomini d'armi, gli uni
destinati a riscuotere le tasse delle mercanzie che di là transitavano a norma
delle gride bandite dal Medici, gli altri per esaminare i salva - condotti de'
passeggieri più ragguardevoli e notare chi si fossero ed a che venissero.
La vista di quella
moltitudine di persone che percorrevano quella via, produsse la più piacevole
impressione a Maestro Tanaglia. Le strette di cuore da lui provate nella
burrascosa vicenda recentemente trascorsa facevangli trovar gradito il vedersi
ritornato ad un luogo il cui soggiorno gli era sembrato da prima pesante e
noioso. L'imponenza del Castello dentro cui stava per riprendere le sue
cancelleresche faccende, la sicurezza che inspiravano quelle mura, i belligeri
apparati, i molti uomini pronti e interessati a difenderlo, fornivano al suo
spirito un più che evidente e vantaggioso raffronto coi gravi perigli ch'ei per
esperienza sapeva che s'incontravano in ogni altra dimora. Felicitavasi quindi
in cuor suo, ed era forse la prima volta che sinceramente il facesse, di godere
la protezione del Castellano, aver la confidenza di lui, tener parte attiva nel
regime del suo dominio. Così pensando, camminava con più lentezza e gravità,
volgendo con importanza il capo a dritta e mancina a quelli che gli passavano
d'appresso: ricomponendosi l'abito alla persona, e col palmo della mano
lisciando i capelli che da tre dì non aveva potuti assettare.
«A ben riflettere,
diceva tra se, dovrei pur chiamarmi fortunato, solo che potessi evitare di seguire
quello spensierato di Gabriele, che nelle sue spedizioni incappa sempre in
qualche malanno. Nel Castello, dopo Gian - Giacomo, non son io forse il primo
personaggio? tutta questa canagliaccia non deve dessa star sottoposta agli
ordini e alle gride che vengono scritte da me? Il Mandello, il Borserio, e quel
manigoldo del Pellicione mostrano di tenermi in poco conto perchè io non aguzzo
la stambuchina al par di loro a danno del mio prossimo; ma quello che dà i
saggi pareri a Gian Giacomo sono io, e senza di me nulla si fa d'importante.
Anche il Cancelliere Morone non sapeva menar che di penna, eppure il Duca se lo
aveva più caro che venti comandanti di squadre, e Carlo l'Imperatore darebbe
mezze le gemme della sua corona per averne un paio degli uomini di quella
fatta. È vero ch'io non conosco le teorie della Ragion di Stato al pari
di lui, ma egli non possedeva al pari di me l'alta Scienza Blasonica,
proclamata da tutti non meno di quella utile e gloriosa. Oh! se si trattasse
una volta la pace, e che questi soldati cessassero dall'assordar tutto il mondo
non parlando che d'ammazzamenti e di guerra, comincierei ben io ad alzar la
voce e darmi a divedere per quell'uomo che sono».
Così fantasticando ei
proseguiva il cammino, e nello stesso mentre Falco teneva con Gabriele
ragionamenti ch'erano per questi del massimo interesse, sebbene l'armigero
montanaro punto non ne dubitasse. La triste disposizione di spirito destata in
Falco la sera antecedente, s'era in lui protratta la notte, e gli aveva l'animo
ingombro di mille dubbiosi pensieri, e come suol avvenire che i sentimenti
profondi e angosciosi ci risvegliano in cuore più vivo l'affetto per le persone
lontane cui andiamo congiunti con nodi di sangue o d'amore, così accadde che
quasi tutt'i pensieri di lui furono rivolti alla sua rupe, poichè mai tanta
pena aveva altravolta provata nell'essere discosto da sua moglie e dalla
figlia. Sapeva per fatto fin dove era capace di spingersi l'accanimento de'
nemici, e ben immaginava di quanto doveva aver avvelenito ed acceso il loro
desiderio di vendetta l'ultima intrapresa da lui contro di essi condotta: però
sembravagli che gravissimo periglio sovrastasse a quelle donne se sole e
indifese rimanevano più oltre nel loro isolato abituro, considerando che la
naturale difficoltà del luogo era troppo lieve riparo a proteggerle contro la
rabbia d'uomini feroci che si fossero dati a rintracciarle. Restarsi sempre
seco loro onde difenderle, era per lui impossibile, poichè la sua vita
dipendeva interamente dall'esercizio delle proprie forze nel modo che le aveva
sino allora esercitate: unico rimedio alla sicurezza loro gli si appresentava
adunque il trovare ad esse un asilo, in luogo dalle ostili incursioni più
validamente guardato. Tal progetto d'abbandonare il soggiorno della terra
nativa, che Falco era venuto raffigurando la notte come una dolorosa e
necessaria risoluzione, gli si riofferse il mattino sotto più evidente e meno
spiacevole aspetto, alloraquando trovossi sulla via del Castello con Gabriele.
Mirava egli i molti edificii di Musso, i tanti altri casamenti contadineschi, e
i palazzotti sparsi in que' dintorni, in cui gli abitatori menavano vita sicura
sotto l'immediata protezione del Medici che ne era il Signore, e in alcuna di
quelle case, andava pensando, poteva rinvenirsi un albergo convenevole a sè, ad
Orsola ed a Rina, ove lasciandole, per recarsi ad affrontare rischii e
combattimenti, avrebbe conservato l'animo tranquillo sul loro destino,
qualunque si fosse stata la sorte che lo attendesse. Dell'esecuzione di tal
divisamento, ch'egli fermò tosto in pensiero, ben comprendeva doverne dare
contezza al signor Gian Giacomo, senza la cui concessione, un uomo qual egli si
era, non avrebbe potuto trovar mai chi quivi l'accogliesse; si fece quindi a
tenerne parola a Gabriele, sulla cui cooperazione faceva fondamento, appoggiato
a quanto aveva in suo favore operato.
«Si vede, signor
Gabriele, gli disse, che questo è il paese dove si battono gli scudi e i
cavallotti4, e che qui tutti ne hanno a ribocco: ogni giorno par dì di
fiera, tanta è la gente che vi viene a trafficare: i ricchi signori lasciano le
altre terre per starsi in questa, sì che a guardarsi dintorno sembra un bosco
di case; se Musso va aggrandendosi di tal passo, diventerà tra poco qualche
gran città da farne invidia a Como. Qual differenza tra questi bei fabbricati e
il mio povero casolare che sta solitario sulla montagna come il nido di un
uccello selvatico. Voi il vedeste, e lo potete dire. Ma pure sappiate ch'io non
avrei mai avuto desiderio di cangiare quel mio coviglio con alcune di queste
abitazioni, e nemmeno col castello d'un re, se non fosse un sospetto che m'è
entrato in cuore, che un giorno o l'altro i camicioni rossi5 abbiano a
montare la sù, e cogliendovi le mie donne alla sprovvista, trattarle col
vitupero con cui adoperano que' cani scellerati contro chiunque dà loro nelle
mani. Oh! se s'attentassero salire la montagna quand'io mi stessi sotto il mio
tetto! Ne li sentirei venire se avessero il piede di volpe, e appostandoli col
mio moschetto, ne manderei più d'uno a rotoloni giù per gli scogli come tronchi
di quercie spaccate. Darei poscia io stesso il fuoco al mio casolare, e mi
condurrei Orsola e Rina sulle alture dei monti, dove essi cercherebbero indarno
d'innoltrarsi d'un passo. Ma temo che abbiasi a battere la selva mentr'io mi
son lontano, ed ho per ciò determinato di farle snidare di là per condurle in
sicuro».
«Saggiamente tu pensi
(rispose Gabriele fatto attentissimo a quel parlare, ed a cui il suono del nome
di Rina fe' salire un lampo di rossore sul volto): è dover tuo di provvedere
alla loro salvezza, chè nel luogo ove ora si trovano può essere ad ogni istante
minacciata: le intraprese e le azioni tue ti fecero sì noto, che è gran
meraviglia che i nostri nemici non abbiano per anco fatto prova d'assalirti
sulla tua rupe: e certo se accingendovisi prendessero tua moglie o tua figlia,
che la Vergine
le protegga! sfogherebbero su di esse lo sdegno che nutrono da tanto tempo
contro di te. E chi potrebbe colà difenderle? chi accorrere in loro soccorso,
per strapparle a quegli inferociti che ne farebbero strazio per farti sentire
più crudele e tremenda la loro vendetta? In quella isolata dimora da cui sta
con te assente ogni amico tuo, invano spererebbero nella foga del periglio, che
da Nesso giungessero armi e braccia in aita? Bene pensasti adunque di mutare
soggiorno, ed agevole riuscir ti deve di trovarti un asilo più tranquillo e
difeso».
A queste parole, che il
giovinetto pronunciò caldamente, Falco, dopo breve silenzio, in cui mostrava
star maturando una decisiva risoluzione: «Ho stabilito, replicò, di venirmi a
collocare sotto le guardie d'un castello del signor Gian Giacomo, scegliendo
stanza con suo acconsentimento o qui a Musso, o là vicino alla rocca di
Corenno» e ne additò della mano la torre al di là del lago.
«Non dubitare, o Falco,
ripetè Gabriele animato da visibile contento; mio fratello ti accorderà non
solo d'abitare in questa sua terra, od ove più t'aggrada, ma ti terrà, se lo
vuoi, in una delle sue case, e sarà sempre proteggitore di tua famiglia:
potrebbe egli pagarti con minor ricompensa l'avermi salva la vita?»
Così parlando erano
pervenuti là dove la strada s'internava come dicemmo fra la muraglia meno alta
del Porto, da cui vedevansi sopravanzare le sommità di gran numero d'alberi di
nave, dai quali pendevano corde, puleggie e vele attortigliate, e quella
dell'ultimo bastione che massiccia e inclinata formava scarpa al Castello,
Maestro Tanaglia progredendo verso l'arco detto la Porta di Musso,
sotto cui era l'ingresso alla fortezza, si pose alla destra di Gabriele che,
come n'era partito, voleva colà rientrare al suo fianco.
Ma noi, pria di
procedere accompagnandoli più oltre, crediamo indispensabile il dare ai nostri
lettori un'idea, quanto più potremo precisa, di quel Castello che occupa sì
luminoso posto nella storia del Lago, desumendola dalle vestigia che tuttora ne
rimangono e dalle descrizioni di antichi scrittori che ne poterono raccogliere
veritiere notizie.
L'Ericio Puteano, autore
d'una Istoria Cisalpina, fece cenno di quel Castello colle seguenti parole: Era
una rocca sovra una scabra ertezza posta come a vedetta di tutto il lago, di
triplice lorica e di altrettanti castelli provveduta6. E veramente
la falda di monte su cui si erigeva quel forte venne da lui a buon diritto
chiamata una scabra ertezza a causa della natura del sasso di cui va
composta, e di sua alpestre configurazione. Sulla sponda occidentale del lago,
da Rezzonico a Musso, le montagne si dirompono scendendo all'acque in valloncelli
e pianerotoli coperti d'erbe e di piante; ma poco a settentrione dell'ultimo
Borgo si scorge il monte nudo, erto, petroso protendersi lungo il lago per un
tratto considerevole. Dall'un lato si stanno con Musso altre picciole terre
disseminate pel pendío, dall'altro la montagna s'interna con rapido
rivolgimento quasi ad angolo retto ver ponente formando un seno o piuttosto un
golfo contornato da verdeggiante pianura, che si stende da Dongo a Gravedona.
Questa schiena di monte, che s'appellava ne' passati tempi la Montagna del Castello, ed
ora che le mura di esso stanno diroccate al suolo, vien detto il Sasso di
Musso, è formata d'una pietra bigia, ruvida, spugnosa, congiunta così come
fosse un solo gran masso, su cui allignano pochi sterpi e bronchi radicati
nelle screpolature, entro cui le pioggie infiltrano un minuto terriccio. Due
vallette tagliano di prospetto la fronte di quel gran sasso, l'una ver Dongo,
che nomasi la Val
- orba, in fondo alla quale stagnano acque nereggianti; l'altra, la Val - del - merlo, più della
prima angusta, ma fruttosa in suo seno d'ulivi. Vicino a quest'ultima, dalla
parte di Musso, sovra alcuni rialzi che formano un profilo distinto del monte,
s'erigeva il Castello, ossia i varii forti che il componevano: poichè dalla notabile
altezza dove trovavasi il maggior fabbricato ch'era la vera rocca, scendevano
baluardi, mura e torri non interrotte sino alla strada, chiudendo altre rocche,
ed alla strada congiungevansi per mezzo dell'arco, ch'era la Porta di Musso, alle mura
del Porto, che s'avanzava co' suoi moli nel lago. Siccome que' forti che
formavano il Castello, erano stati in tante riprese da diversi dominatori
costruiti, e in epoche disparate ampliati e precinti di bastioni e di vedette,
mostravano nelle varie foggie architettoniche di loro torri e finestre, nel
colore delle mura l'indole e la distanza delle età di chi gli aveva innalzati,
offrendo norma specialmente a distinguere la nazione o il lignaggio de' passati
signori negli stemmi e nelle imprese che vi stavano scolpiti ad ornamento.
La parte principale,
ch'era la più ampia ed elevata, avevasi recente data, perchè fatta pressochè
tutta erigere dall'ultimo suo possessore, il Medici. Ben quattrocento passi
s'innalzava dessa dal piano del lago, e formava lo stremo superiore del
castello, e tre terrapieni sostenuti da rivellini, scendenti ad uguali distanze
come altrettanti scaglioni, su ognun dei quali eravi un forte con torri e
bastite, dividevano il rimanente dello spazio; e questi erano le tre loriche o
corazze dall'oltremontano Storico accennate. A fianco di essi scendeva un
doppio ordine di mura munito di altre torri che li serrava tutti in un sol
corpo, e vi si aggiungevano in più luoghi palafitte e steccati. Nella sommità
l'ultimo muro della fortezza non avea già a ridosso l'erto pendío della
montagna: un profondo taglio di smisurata grandezza, praticato nel vivo masso,
ne ve lo disgiungeva a guisa di vasto fossato; e chi dal giogo del monte avesse
avuto in animo di calare alla volta del Castello, dopo essere disceso a grave
stento per la precipitosa e nuda balza, giuntovi dappresso trovava
quell'insuperabile ostacolo del taglio, ove chi fosse stato sì ardito e
fortunato da scendervi illeso trovava il fondo ghermito di triboli, punte e
lame taglienti, e vedeasi di fronte la rupe inaccessibile, e su quella la
muraglia del Castello, da cui scagliavasi per appositi pertugi una grandine di
palle e di saette a recare inevitabil morte. Le torri, le mura, i baluardi
andavano orlati di merli, e forati da lunghi ordini di feritoie e di
balestriere: in molti siti vedevansi le muraglie guarnite di grosse pietre
tagliate a tetragoni, ov'era il posto delle artiglierie, poichè fra i castelli
italiani fu l'uno de' primi quel di Musso ad aversi ne' suoi valli costrutte le
ballatoie per le colubrine e le bombarde. Sopra una torre d'ogni forte stava
inalberata una bandiera coll'armi del Castellano, e sull'alto della torre più
elevata di tutto il Castello sventolava il grande stendardo Mediceo che portava
per insegna tre palle d'oro in campo rosso.
Tal era il prospetto
generale che di quel Castello si offriva a chi il guardava da lungi sul lago,
dai monti o dalla sottoposta via; ma quelli che venivano considerando da vicino
e partitamente le sue quattro rocche sui diversi spaldi innalzate, discernevano
agevolmente quanto l'aspetto di ciascuna fosse dall'altro svariato. Il più
antico di que' guerreschi edificii era il secondo, procedendo dall'alto, le cui
mura più brune, e più dell'altre semplicemente erette, ne attestavano a chiare
note la vetustà. Ma chi ne avea poste le fondamenta? Erano dessi stati i Galli,
i Romani, o gli aborigeni Lariensi? Ciò si asconde nella notte dei tempi, e
vano per noi sarebbe il tentare di rintracciarne notizia. All'epoca di cui
parliamo erano già scorsi più di otto secoli da che i Goti ne avevano fatta una
Rocca che veniva nomata di San Childerico, perchè contigua ad essa si erigeva
una chiesa sacrata a quel santo Re del settentrione, e quivi si chiuse nel
settecento, protetto dai valorosi Pievesi, il longobardo Ansprando col figlio
del re Liutberto, per sottrarsi alle persecuzioni del possente Ariberto II,
contro cui non gli valsero gli scogli ed i baluardi di che andava doppiamente
munita l'Isola Comacina. Que' nordici dominatori avevano data all'antica Rocca di
Musso una gotica forma: non s'intende però disegnar con tal nome
quell'architettonica foggia cui peculiare distintivo sono i frastagli, le
gugliette, le statue, i rabeschi, che comunemente col titolo di Gotica suol
indicarsi, e che fu propria d'un'età a noi meno di quella discosta, ma bensì
una maniera semplice e liscia all'intutto, avente solo qualche grossolano
intaglio nelle modanature. La
Rocca infatti di San Childerico presentava un rettangolo non
elevato di troppo nè largo, costrutto interamente di pietre, con fronte piana
fiancheggiata da due quadrate torri cinte di merli a fil di muro, avea quadre
le finestre e la porta, sovra cui s'apriva nel muro una loggia distinta da
colonnette in tre vani, ad ognuno de' quali corrispondeva una picciola porta. S'ignora
come il patrocinio della Chiesa di quella Rocca passasse da San Childelrico a
Santa Eufemia, cui venne dedicata assai prima che il Medici la possedesse; e
mantenne poscia per sempre, poichè fra le tante mura che rendevano
inespugnabile quel luogo, unico quel tempietto rimase fino a' dì nostri
incolume e solitario sulla balza del monte.
È nota la possanza de'
Visconti: dal Taro alle Alpi, dal mar Ligure all'Adriatico tutto fu un giorno
soggetto alla loro ducale corona. Non paghi delle numerose castella che aveano
elevate pel piano lombardo, vollero premunire i poggi, le valli e le coste dei
laghi di poderose fortezze per avervi più certo dominio e difesa. Corenno e
Rezzonico videro allora costrutte le loro torri, e nel 1363 sorse un'altra
Rocca, fatta in brevi anni condurre a compimento da Galeazzo Visconte, sulla
montagna del Castello di Musso, sotto a quella di San Childerico. A diversità
de' primi posseditori di questa, che nell'erigerla non aveano avuto di mira che
di formarsi in essa un riparo, il Visconte nell'edificare la nuova rocca ebbe
in animo di costruire una fortezza che valesse a tenere in freno i confinanti e
i vassalli, e l'innalzò quindi in una posizione mediana tra l'antica ed il
lago, spianando il pendio ed allargando lo spaldo con approcci di murate e
terrapieni. Quadrangolare era la Rocca Visconti, che avea la maggior parte de'
suoi muri contesti di mattoni: una sol torre le sorgeva nel mezzo dal lato del
monte, nel quale s'apriva la porta con arco di sesto acuto, della qual forma erano
pure le finestre che andavano difese da grosse ferriate; a metà della torre
stava infissa una gran lastra di marmo su cui scorgevansi a rilievo le spire
d'un serpe incoronato col fanciullo tra' denti, e vedevansi qua e là per le
mura scolpiti scudi con insegne d'aquile e di croci, ritratti di duchi e
duchesse, immagini di santi, tra cui non mancavano quelle di sant'Ambrogio e di
san Giorgio colla sferza e la lancia.
Situate com'erano quelle
due propinque rocche al limitare delle tre libere pievi di Dongo, Gravedona e
Sorico, andarono soggette a numerose e singolari vicende nel passar che
facevano in potere dell'uno e dell'altro dei signorotti che battagliando
s'impossessavano delle vicine terre. Venute in potere de' Francesi, furono sul
finire del 1500 date in feudo col borgo di Musso al maresciallo Gian Giacomo
Triulzo, detto il Magno, guerriero e duce il più illustre dell'epoca, di cui
durerebbe intatta e limpida la fama, se apporre non gli si dovesse a grave
colpa l'aver capitanate armi straniere a danno della propria patria,
riducendola a doloroso partito; e di tale obbrobriosa azione ebbe condegna pena
gli ultimi anni di sua vita, nei tanti contrassegni di noncuranza e di sprezzo
che ricevette alla Corte del gallico re Francesco primo.
A' tempi del maresciallo
Triulzo il formidabile ritrovato delle artiglierie diffusosi tra le principali
nazioni, abbenchè imperfetto e in molte sue parti difettoso, aveva cangiato
d'assai il modo dei combattimenti, e prodotte considerevoli innovazioni
nell'arte del fortificare, arte che fu necessitata a totalmente differire da
quella adoperata allorquando non s'adoperavano ad atterrare le mura che arieti
e catapulte, e nelle pugne non venivano lanciati che sassi e dardi. Divenuto
adunque il Triulzo feudatario di Musso e delle sue Rocche, pensò ridurle a tale
che valessero a sostenere gli assalti di quelle recenti armi fulminatrici; alzò
a tal fine al di sotto di esse, poco discosto dal lago, un baluardo di grosse
mura coi valli atti a sostenere lungo tutta la fronte le artiglierie, e questo
serviva di scarpa, diremo così, al Castello; ai lati di quel baluardo tracciò
due linee di mura che salendo paralelle pel monte venivano includendo la Rocca Visconti e
quella di Sant'Eufemia ad un forte di cui egli piantò le basi, e che esser
dovea assai più di quelle spazioso. Ma fosse predilezione ed interesse pel suo
Marchesato di Vigevano e per la
Signoria di Musocco, fossero le gravi cure delle faccende
politiche e guerresche, il Triulzo non badò a dar compimento alle ideate ed
intraprese opere intorno al Castello di Musso, non tenendo di quel Borgo a
cuore altro che la zecca, i di cui scudi d'oro e d'argento, detti del Sole,
ebbero corso e furono ricercati per tutta Europa.
Erano le edificazioni in
tal punto quando giunse sul Lago, nel suo primo vigore giovanile, Gian Giacomo
Medici, volgendo l'anno 1516. Salvatosi colla fuga da Milano, ove avea troppo
prestamente trattato con successo le armi, si collegò cogli altri suoi
concittadini che esuli al par di lui traevano la vita a ventura: fatto loro
capo, per l'ardimento, l'intrepidezza, la sagacità sua somma, condusse le più
arrischiate imprese combattendo contro i Francesi, i Grigioni ed i
Valtellinesi: e contribuì non poco al ritorno degli Sforza in Milano ed alla
gran vittoria di Pavia riportata dalle armi imperiali. La prima volta ch'ebbe
veduto il Castello di Musso, colpito dall'imponente sua posizione e dalle sue
numerose fortificazioni, gli nacque pensiero d'impadronirsene, e di fermar
quivi la sede del suo comando. Guerreggiava in quel tempo a sostegno delle
parti de' Ducali e degli Spagnuoli contro i soldati di Francia, una squadra dei
quali occupava il Castello di Musso: ei gli assalì, li vinse, gli scacciò;
prese possesso delle Rocche e vi si stabilì colle sue bande armate. In premio
di tal fatto il duca Sforza e il De Leyva, generale di Carlo V, il proclamarono
Castellano di Musso. Proseguendo la guerra contro i Grigioni, le sorti si
volsero, ed ei fu vinto ed assediato da loro nel proprio Castello. Stretto
d'assedio e condotto agli estremi attese in vano soccorso dai Ducali, a favore
dei quali egli aveva tanto operato. Pieno di sdegno per questo mancato aiuto,
ch'ei considerò tradimento (a cui memoria ed odio fece nel Castello stampare
monete di cuoio coll'impronta d'una F spezzata colla leggenda fracta
fides), liberatosi dall'assedio degli Svizzeri, dichiarossi indipendente e
nemico del Duca, facendosi dominatore assoluto della parte superiore del lago,
stendendo il suo comando a Lecco ed a molte altre Terre in Valtellina, in Valassina
ed in Brianza. Resosi così potente signore, fece condurre a termine le opere
del Castello cominciate dal Triulzo: ordinò s'aprisse il gran taglio nel monte
sopra ad esso: ingrandì e rafforzò le mura, ristaurò le Rocche e il baluardo:
costrusse il molo del porto che cinse di forti muraglie, eresse la gran porta
sotto cui passava la strada, e diede in somma a tutte quelle fortificazioni la
grandiosa forma che presentavano nel momento a cui si riferisce il nostro
racconto.
Pochi istanti prima che
Gabriele con Falco e il Cancelliere s'avviassero al Castello, una barca venuta
rapidamente dall'altra sponda del lago, e colà approdata, mise a terra un
valletto di Luca Porrino capitano della Rocca di Corenno, il quale richiese
d'essere immediatamente guidato dal Castellano. Tale frettoloso messaggio fece
supporre ai soldati ed ai rematori, che stavano oziando sparsi qua e là presso
le mura del porto, che fosse accaduto qualche importante avvenimento. Spinti
per ciò dalla curiosità, si raccolsero intorno ai due uomini che avevano
condotto nella barca il valletto, e seppero ben tosto che desso era venuto a
recare a Gian Giacomo la novella che Gabriele e Maestro Lucio erano caduti
nelle mani dei Ducali, siccome notizia giunta a Corenno da brevissimo tempo. Ad
un tratto quella nuova si diffuse per tutto: i soldati già attendevano
desiderosi il comando di partire, i rematori accorrevano al porto, e si
disponevano nelle navi, animati gli uni e gli altri dalla brama di recarsi a
liberare quel loro giovine capitano, quando egli stesso coi due suaccennati
compagni arrivò appunto alla gran porta presso l'ingresso del Castello. I
soldati e gli altri tutti che quivi trovavansi, maravigliati non poco nel
vederlo comparire, fattiglisi incontro, si schierarono sul suo passaggio
salutandolo rispettosamente, e rallegrandosi poscia tra loro tumultuosamente
che falsa fosse la voce di sua prigionia, schernendo e ingiuriando i barcaiuoli
di Corenno che l'avevano propagata.
Intanto Gabriele, Falco
e il Cancelliere, passando sotto oscura vôlta e salendo un'angusta scala, erano
entrati nella stanza delle guardie ove vedevasi una lunga fila d'archibugi a
ruota appoggiati alle pareti, colle miccie accese, e vi stavano sempre uomini
d'armi seduti intorno a rozze tavole a giuocare od a novellare bevendo. Di là
per un'altra scala praticata nella spessezza del muro riuscirono ad una
picciola spianata superiore a quella prima fortificazione ch'era il baluardo
fatto erigere dal Triulzo, e che chiamavasi allora la Casa del
Maresciallo. Così di scala in scala, le quali scorgevansi o cavate nel
masso, o su quello costruite, ascesero alla Rocca de' Visconti, che appellavano
la Torre
del Biscione, e da questa alla Rocca di Sant'Eufemia.
Quando stavano per porre
il piede sull'ultima gradinata, che si era quella che adduceva al più alto
edifizio detto il Forte del Medici o del Castellano, videro
uscirne tre personaggi che alle vesti mostravansi capitani, i quali seguiti da
altri molti, si diedero a calare correndo al basso. Gabriele e Maestro Lucio
conobbero ben tosto che l'un d'essi era il Borserio comandante l'antiguardo
della flotta, e gli altri il Negro e Pirro Rumo capitani di navi; presumendo
che scendessero per qualche premurosa fazione navale, li attesero allo spaldo
onde non recar loro inciampo mettendosi per le scale che ristrette erano.
Disceso che si fu alquanti gradi il Borserio, s'avvide d'essi loro, e
raffiguratili, fermossi d'un tratto, alzò le braccia cogli indici stesi verso
di essi, ed «Ecco, gridò, ecco Gabriele e il signor Cancelliere, essi medesimi
in persona tornati sani e salvi al Castello. Come adunque ci si vien dicendo
che gli Spagnuoli gli agguatarono e li presero? non hanno dessi in compagnia
Falco di Nesso? egli è ben lui quel del berretto di rete e del moschetto.
Salite, salite (e così gridando con maggior forza li salutò delle mani),
venivamo a ricercar di voi, giacchè volevano farci credere che foste dati nel
laccio della gente di là giù, e ve ne andaste seco loro stretti alla catena?»
«È pur vero, rispose
Gabriele montandogli all'incontro, v'avevamo incappato, ma vi fu chi tagliò il
nodo e ci rese libero il corso a ritornarcene a Musso».
«Mai sì, che
s'aspettavamo che veniste voi a scioglierci dalla ragna, disse Maestro Lucio,
stavamo freschi! ci traevano a loro posta gli occhi, il sangue, la pelle e
giungevate in tempo come il soccorso di Pisa!»
Sfilarono di comitiva su
per le scale, chiamandosi e rispondendosi l'un l'altro del modo in cui era ita
la cosa, e pria che pervenissero al Forte, scorsero nuovamente uscir frettolosi
da quello due altri capitani col valletto di Luca Porrino, ed erano il Mandello
e il Pellicione; questo, veduti i primi che retrocedevano, arrestatosi: «Che il
malanno vi colga! esclamò con ira. Perchè non siete ancora nelle vostre barche?
Qual diavolo vi porta indietro?» «È qui il signor Gabriele; è qui il
Cancelliere», ripeterono più voci. «Oh che siano i ben venuti! ma per la spada
di san Michele! (era il suo intercalare) come va questa faccenda? o tu hai
mentito per la gola, disse rivolto al valletto, o Luca Porrino era più briaco
del consueto quando ti ha spedito. Dimmi tosto il vero, o per...» «Che vale lo
spaventare questo ragazzo, l'interruppe placidamente il Mandello: essi son
giunti, nè serve cercar più oltre; ritorniamo tosto a renderne avvertito il
signor Castellano».
La porta del Forte
rimanevasi sempre aperta, non necessitando quivi gran cautela di difesa, poichè
non pervenivano colà che gli abitanti del Castello, o le persone che erano già
state alle altre porte riconosciute: ciò non pertanto andava dessa munita di
pesante saracinesca, tenuta sospesa da grosse catene di cui vedevasi il
battitoio nell'imposta: stavano su quella a continua guardia quattro uomini
d'armi coperti di tutta armatura colla lancia e lo scudo; al passare dei
rientranti Capitani in compagnia di Gabriele quelli posarono le lancie al
suolo, portando lo scudo al petto, e questi resero il militare saluto.
Attraversato un
porticato, entrarono nella parte dell'edificio abitata da Gian Giacomo. Le
stanze non ne erano nè eleganti, nè adorne di ricche mobiglie: le principali
avevano appesi alle pareti alcuni ampii e vecchi quadri, su cui stavan dipinte
battaglie, o ritratti di prelati e di guerrieri ch'erano gli antenati de'
Visconti o del Triulzo, poichè il Medici non s'era curato di possederne de'
proprii: le tavole e le scranne erano di legno foggiate all'antica e coperte di
cuoio.
Per quelle camere
vedevasi una folla di persone d'ogni grado, sì civili che addette alla milizia,
notai, magistrati, uomini di chiesa, i quali tutti stavano in aspettazione
d'essere introdotti dal Castellano onde esporgli le proprie bisogna e chiamarne
provvedimento. Sull'entrata della sala ove Gian Giacomo dava udienza a' suoi
vassalli, vedevansi due sergenti d'armi, armati di corazza e di picca, che rattenevano
l'affluente moltitudine. Allorquando giunse colà il valletto venuto messaggiero
da Corenno, era stato agli aspettanti dato avviso che alcun più non s'avanzasse
sinchè non ne ricevessero nuovo ordine. Molti a tal cenno partirono, e gli
altri, fatti dall'impazienza e dalla curiosità fra loro amici, si riunirono in
piccioli crocchii ragionando e fantasticando in cento guise.
«State a vedere (diceva
un mercante di drappi Bergamasco venuto a chiedere la diminuzione delle gabelle
imposte sulla propria merce, trattosi nel vano d'una finestra accanto ad un
curiale, ad un frate e ad uno schioppettiero Mussiano), state a vedere che i
fabbricanti di Chiavenna mandano ad offrire una gran somma al signor Medici
onde faccia chiudere il passo ai panni delle nostre gualchiere: cercano ogni
mezzo per ruinarci, se non basta la guerra a trarci in miseria; le pescano
tutte per farci del male: ormai un povero mercante non sa più come tenersi in
piedi».
«No, no, no, rispondeva
gravemente il Frate, quel corriere mostrava in volto troppo turbamento, per
essere un messo di buon augurio; io lo direi portatore dell'annunzio di qualche
sconfitta data dai Ducali agli uomini di Monguzzo o di Lecco».
«Se ciò fosse,
pronunciava il Curiale alzando la destra in aria di disputa, son di parere che
sarebbesi ricevuto previamente l'avviso della battaglia, o per lo meno da
quelli che vennero questa mane da que' paesi se ne avrebbero avute notizie; ma
ciò non avvenne, dunque (e fece un inchino) nego suppositum, illustrissimi
domini». Lo Schioppettiero sorrideva lisciandosi le basette, e
incrocicchiando le braccia zufolava leggiermente.
Mentre tenevansi tali e
consimili discorsi, si pervenne a sapere di che realmente trattavasi,
arguendolo da alcune tronche parole pronunciate dai capitani nell'attraversare
che fecero frettolosi quelle stanze per partire. Nacque subito allora un
bisbigliarsi all'orecchio, un ragionare sommesso: si dedussero variatissime
conseguenze secondo la diversità degli interessi: chi condolevasi apertamente,
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