|
CAPITOLO QUARTO.
Vedi uno
cremesino
Ha il manto e la
berretta, uno la bruna
Toga si affibbia
all'omero, un stiletto
Brandisce questo, e
quegli un'asta, e sovra
L'inculto capo ha la
mural ghirlanda:
Chi fia colui ch'è sì
sparuto e macro?
Perchè quest'altro la
cotenna arriccia
E i mustacchi
arronciglia? Infra lor tutti
Gagliardo in armi ed in
feroce aspetto
Giganteggia Ugolin.
Maltraversi e Scacchesi, Rom. Poet.
di Tedaldi Fores.
Nella sala del Castello,
appellata delle udienze, stava, come dicemmo, il Castellano circondato da'
suoi. Egli era seduto sovra un seggio cui faceva baldacchino un ampio gonfalone
di colore purpureo, polveroso e traforato in più parti da palle nemiche; al di
sopra di questo vedeasi sospesa una campana di bronzo con cerchii d'argento,
che chiamavasi la Martinella,
l'uno e l'altro de' quali arnesi venivano attaccati ne' giorni di festa o di
guerra all'albero maggiore del brigantino che faceva in certo modo sul lago la
funzione dell'antico Carroccio sì famoso ai tempi delle repubbliche lombarde.
Gian Giacomo Medici,
presso al suo trentesimosesto anno, era vigorosissimo della persona, poderoso di
braccio quanto altri mai, non di troppo alta levatura, nè corpulento oltre il
convenevole: nerboruto e ben proporzionato delle membra, lasciava scorgere in
esse tutta l'attitudine che possedeva ai moti rapidi e vibrati. Il suo aspetto
era ben degno d'un capo d'uomini armigeri: atto ad atteggiarsi ad imperiosa
severità e fierezza, sapeva spirare ben anco intrepidezza ed indomabile
coraggio, cui aggiungeva a suo grado un far grave od affabile, non dilicato, a
dir vero, ma più che mai opportuno ad infondere rispetto insieme ed amichevole
confidenza a quelli che seco lui contrattavano. Aveva neri capelli, corti e
ricciuti come la barba e le basette, fronte alta spaziosa, naso rilevato
aquilino, arcuate e folte le sopracciglia: lo sguardo appariva a primo tratto
imponente, ma chi l'esaminava accuratamente scopriva in esso quella sagace
penetrazione di cui Medici era in sì alto grado dotato, e di cui sapeva trarre
mirabile partito in ogni politica e guerresca circostanza. L'abito suo era
semplice, e non affatto cittadinesco in quell'incontro nè del tutto militare.
Gli copriva il petto un corsaletto d'acciaio terso, lucente, ma senza smalti o
rabeschi, aveva ampie maniche e braconi allacciati al di sopra del ginocchio,
di velluto bruno con striscie più nere; portava al fianco una lunga spada con
impugnatura larga e rintrecciata onde servire alla mano di scudo, e teneva
infissa obbliquamente nella cintura una pistola abbellita con intagli d'avorio,
arma pregevolissima e rara a que' tempi, sebbene il congegno per iscaricarla
essendo a ruota la rendeva incomodo e complicato ordigno.
Siccome Gian Giacomo non
chiudeva un animo soggetto ad essere agevolmente sorpreso o sbigottito, non
aveva prestata che poca fede all'annunzio dell'imprigionamento del fratello
Gabriele e del Cancelliere, nè se n'era posto gran fatto in agitazione; ed
abbenchè per qualunque possibile evento avesse tosto ordinato a' suoi Capitani
andassero in traccia di loro per ricondurneli ad ogni costo, era convinto che
quella notizia fosse derivata da uno de' consueti abbagli di Luca Porrino. Per
ciò allorquando rientrarono in quella sala il Mandello e il Pellicione facendo
lieto viso, egli comprese all'istante essere la triste novella già smentita,
onde al giungere che quivi fece Gabriele con sua comitiva, alzandoglisi
d'incontro, girò intorno sorridente il volto, quasi dir volesse = ben mel
sapeva ch'ei non era preso.
Gabriele corso a lui
affettuosamente l'abbracciò, e per suo invito sedutoglisi d'accanto gli disse
all'orecchio alcune rapide parole accennando coll'occhio Maestro Lucio, che
dopo essersi piegato in un profondo inchino era rimaso immobile di fronte al
Castellano, e Falco che s'arrestò poco da esso discosto, e che sarebbe stato
certamente di là ripulso se, oltre il seguire Gabriele dappresso, col proprio
contegno fiero e sicuro non avesse persuasi gli astanti ch'egli sentivasi in
diritto di colà rimanersi.
«Cancelliere (disse Gian
Giacomo a Maestro Tanaglia, dopo aver misurato Falco d'uno sguardo indagatore),
voi farete cosa graditissima a noi tutti esponendoci con esatta narrativa il
successo della vostra spedizione col mio Gabrio, ch'essere dee stata per vero
fortunosa se diede luogo a strane dicerie».
Messer Lucio si dispose
immediatamente a soddisfare quella inchiesta, e fece il più minuto racconto di
tutta l'accaduta ventura, esagerando ben anco il periglio in cui s'erano
trovati, e magnificando con molte esclamazioni tanto il proprio coraggio quanto
l'arditezza adoperata da Falco per la loro liberazione: mano mano che
progrediva narrando, gli occhi del Castellano, de' suoi Capitani e degli altri
personaggi ch'ivi si ritrovavano, fermavansi con maggior curiosità ed
attenzione sul Montanaro di Nesso, le cui forme, l'abito e l'arme ben ne
caratterizzavano la forza e l'audace costume.
«Il tuo navicello
equivalse altre volte ad una mezza flottiglia», disse a lui rivolto Domenico
Matto, capitano di nave, figlio del valoroso ammiraglio delle Tre Pievi, «e mio
padre ti tenne sempre in conto di espertissimo comandante da che fosti seco
alla battaglia di Limonta». «Questo è quello stesso, o signor Castellano,
soggiunse Lodovico Bologna, che fece salvi gran numero de' nostri, quando
ceduta che ebbi Chiavenna allo Zeller, nel ritirarmi colla mia banda fui
sorpreso dai Valtellinesi a Proveggia, ove saremmo stati tutti spinti ad
affogarci nel lago o nell'Adda, se la barca di Falco e alcune altre poche delle
nostre non fossero giunte in tempo facendo forza di remi onde raccoglierci».
«Oh per la spada di san
Michele! aggiunse il capitano Pellicione, non è questo quel Falco sì noto della
rupe di Nesso? Non ti sovviene, Alvarez, di quel giorno in cui trovandoci sulla
spiaggia di Soríco sotto l'olmo dell'osteria a vuotarne una misura, egli ci
venne e bevette con noi, e quando fummo per partirne, sbucciati non so quanti
ribaldi volevano ammazzarci, e noi combattemmo contro di loro sì fattamente,
che nacque un parapiglia per tutto il paese? allora non fu pel modo con cui
questi seppe menare le mani, che noi rimasimo padroni del campo?»
«Non vuoi che men
ricorda? m'ho ben presente come se il vedessi ancora, ch'ei maneggiava quel suo
moschetto e il pugnale come il più bravo guerillas della Morena»; rispose con
una voce fatta roca e strillante dal lungo uso di bevere e gridare Alvarez
Carazon disertore Catalano, il più intrepido e spensierato uom d'armi che mai
vi fosse, gran fidato del Pellicione, che aveva corso del mondo assai e
navigato per fino alle nuove Indie allora recentemente scoperte, del qual
viaggio, che s'aveva a que' tempi del maraviglioso, esso non menava altro vanto
fuorchè d'aver quivi fatto macello di centinaia d'abitatori e rubate in gran
copia verghe e polvere d'oro e d'argento.
Falco, sorpreso al
vedersi fatto scopo delle parole e dell'interessamento di que' Capitani, e più
di quello di Gian Giacomo stesso che sempre fisamente il mirava, a lui rivolto
con aspetto sicuro e franco disse: "Voi trovate un pregio in me l'avere
combattuto con valore in varii scontri contro gente che essendo a me nemica è
nemica pure del signor Castellano; ciò a me non pare sia sì gran merito da
valermi le vostre lodi, perchè sappiate che mi stimerei uomo infingardo e da
nulla, se quelli contro i quali determinai di pugnare non mi avessero a
incontrare sempre munito di tutta la mia forza e di tutto il mio coraggio».
Gian Giacomo avea più
volte udito far menzione delle imprese di questo suo spontaneo abbenchè
picciolo alleato, ma non essendogli mai accaduto di venire seco lui a colloquio
o vederselo vicino, non avea potuto contrarre con esso una perfetta conoscenza,
al che non era per essere di benchè minimo ostacolo la diversità del loro grado
e potere; parve quindi ad esso ottima sorte, che l'obbligo in cui trovavasi di
dargli un premio condegno al salvamento d'un fratello, gli offrisse occasione
di renderselo dipendente ammettendolo nel numero de' suoi, e di porgergli ad un
tempo mezzi più adatti ad adoperarsi con maggior efficacia in suo vantaggio.
«È singolare, diss'egli
a Falco sorridendogli amichevolmente, che i Ducali non abbiano mai pensato a
distruggere un nemico così loro formidabile come tu il sei: ed è ben d'uopo
dire o che non ardiscono cimentarsi teco, o che somma sia la tua destrezza nel
sottrarti ai loro perseguimenti. Ma tu non ignori di certo che non v'ha belva
sì guardinga, che aggirandosi tra boschi seminati di trabocchetti al fine non
v'incappi, e così può avvenire di te: giacchè se giungono una volta a serrarti
in mezzo alle loro navi, non devi aver speranza d'evitare d'essere morto e
disfatto col tuo navicello dalle bombarde Milanesi che sono pur poderose. Però
a scanso di tale sventura, che sarebbe a me gravissima, tu salirai una delle
mie navi e combatterai unito alla mia flotta: ti creo Comandante di due Borbote7
e della nave uscita testè dall'arsenale di Musso, cui impongo sin d'ora il nome
di Salvatrice. Gabriele sceglierà cinquanta uomini della sua schiera i
più destri e capaci, e li porrà sotto il tuo comando, a questi tu aggiungerai
quelli fra tuoi che più ti piaceranno: il Cancelliere ti annoterà per stipendio
duecento scudi del brigantino8 di cui ti faccio assegno, e d'ogni preda
che ti verrà fatto di prendere terrai tu una parte, darai un'altra a me, e la
terza a' tuoi soldati».
Un mormorio, un
susurrare universale sorse a tali parole, ed era approvazione in alcuni,
meraviglia nei più, e malcontento in altri pochi. Approvarono coloro che o
molto ligii al Castellano assentivano di buon grado ad ogni suo volere, o
propensi per Falco il vedevano volonterosi di tal onore fregiato ed ascritto al
loro novero: maravigliava il maggior numero, e non senza giusta cagione,
essendo quella la prima fiata che Gian Giacomo accordava una sì importante
distinzione in un modo tanto spedito d'assoluta autorità senza consultarne
alcuno, e ciò che più sorprendeva, ad un uomo a lui presso che sconosciuto:
quei Capitani poi o Condottieri di minor conto che aspiravano al comando della
nave conceduta a Falco, sentitisi ferire dalla preferenza data a quel rozzo
montanaro, esprimevano con motti sdegnosi il loro disgusto, nel che s'avevano
pure in accordo alcuni i quali, sebbene stessero colà come ribelli e banditi
dalle Corti, serbavano tutto l'orgoglio e la baldanza d'una superba nobiltà di
cui avevano fatto pompa in altri tempi. All'intendere quel misto favellío Gian
Giacomo rizzossi tosto in piedi, e copertosi iratamente il capo col suo
berretto di velluto rosso largo schiacciato, sormontato da lunghe piume, vibrò
d'intorno uno sguardo imperioso, e chiamati a se il Pellicione, il Borserio ed
Achille Sarbelloni, uscì a lenti passi da quella sala entrando nel proprio
appartamento.
Già incominciava il
Medici a conoscersi sovrano, nè è improbabile che nell'elezione di Falco in suo
comandante, da lui fatta in quella subitanea forma, oltre le cause suaccennate
di suo speciale interesse, avesse di mira d'esercitare un atto di potere con
cui far palese che gli altri non erano che suoi soggetti, e che egli a guisa
dei Duchi e dei Sovrani Signori poteva innalzare o deprimere chi più gli
piaceva, senza seguire altra volontà che la propria. Però non v'ha posto in dubbio
che pria d'arrischiarsi a tal atto e dar prova tanto aperta e decisa del
sentimento di sua possanza, egli avesse accuratamente fatto calcolo d'ogni
possibile conseguenza, e quindi conchiuso non potergliene derivare danno di
sorta, ma bensì utilità certa, poichè uomo di guerra e d'armi come egli era,
possedeva anche perfettamente quell'arte che suolsi volgarmente chiamare
Politica, e consiste nella conoscenza sicura degli uomini e delle circostanze e
nell'attitudine di preparare e condurre, diremo così, le une e gli altri a
seconda de' proprii desiderii; arte senza di cui ben si può giungere a
celebrità somma, ma a sommi poteri e ricchezze non mai.
Gabriele, soddisfatto e
gioioso di quanto avea ordinato il fratello in favore di Falco, si tolse con
questi dalla sala d'udienza, e volgendo in cuore lietissime idee e soavi
speranze, si fece a rammemorargli le proposte del discorso tenuto il mattino
tra loro, risguardanti il traslocamento di sua famiglia dalla rupe di Nesso
alla terra di Musso, e gli disse che s'avviava a parlarne a Gian Giacomo, il
quale avrebbe a ciò pure di buonissimo animo e indilatamente provveduto.
«No, signor Gabriele,
rispose Falco (la cui mente, ancorchè confusa e quasi commossa da quel generoso
procedere cui non aveva saputo rifiutarsi, intravedeva però ch'era per
costargli il sagrificio di sua indipendenza, ch'ei teneva in sì gran conto, e
di cui da tanto tempo godeva), no: or più non conviene far di ciò parola al
signor Castellano: mi volle desso elevare molto al di là di quello cui io
m'attendessi, e sarebbe ora inopportuna ed ingiusta esigenza il pretendere che
s'occupasse più a lungo di me; grazie allo stipendio che m'ha prefisso potrò
trovare alla mia donna ed alla figlia una conveniente dimora, o rendere sicura
e difesa quella di Nesso. Pria di richiedere nuovi favori a Gian Giacomo debbo
contraccambiare quelli ch'ei m'ha già fatti: sarà allorquando venuto a fronte
al nemico colle navi e la squadra che voi trasceglierete per me, facendo prova
di mie forze unitamente agli altri vostri Capitani d'armi, avrò contribuito a
sconfiggerlo, che verrò a richiedergli altri beneficii. Ora accertatelo del mio
animo riconoscente, nè vi date altro pensiero di me se non che di ordinare le
cose di modo ch'io m'abbia a trovare all'antiguardo nel primo fatto d'armi che
si disporrà contro i Ducali».
A tali inattese parole
Gabriele fu preso da affannoso dispetto: vedea svanirsi le concepite speranze
dell'immediato stabilimento di Rina a Musso, e quindi la probabilità di
rivederla e di favellarle altre volte, come ne nutriva ardente desío; frenossi
però, e contenendo tutta in cuore la smania, stretta una mano a Falco,
amorevolmente guardandolo, gli andò appresentando e descrivendo di nuovo colla
maggior energia che mai si potesse que' perigli che egli medesimo aveva
palesato temere potessero sovrastare alle sue donne, rimanendosi nel loro
primiero abituro: ma tutto fu vano. Falco andava col pensiero più minutamente
percorrendo gli inceppamenti e i legami di cui s'era lasciato cingere
coll'essersi fatto soggetto a non agire che dietro l'altrui comando: ciò gli
suscitava in cuore certa qual diffidenza verso il Castellano e un'ira secreta
contro se stesso per non aver saputo rigettare il titolo a lui conferito; e
però non voleva aumentarsi le brighe ed accrescere la propria schiavitù col
venirsi a porre interamente sotto la mano di quello cui dovea ubbidire. La sua
capanna, al cui soggiorno aveva poche ore prime rinunciato volonteroso, gli
ritornò alla mente come la più cara e gradita dimora del mondo, e conobbe
essergli assolutamente necessario il conservarsela. In tale disposizione
d'animo l'insistente consigliare di Gabriele lo rese insofferente, per cui si
rivolse a lui con alterato viso ed aspra voce dicendo: «Voi non contate ancora
sufficienti anni per conoscere quanto costi ad un uomo l'abbandonare quel tetto
sotto cui riposò le cento notti unico padrone di se stesso e di sue azioni, per
trapiantarsi in una terra nella quale un altro è Signore di lui e d'ogni sua
cosa: l'orso stesso muore il verno di fame sui gioghi del Legnone anzi che
scendere al piano a farsi incatenare. Vi basti che ogni opera mia sia d'ora in
poi soggetta alla volontà del signor Castellano, e non vogliate che io ponga in
suo potere tutto quanto m'appartiene, senza riserbarmi un solo asilo nelle mie
montagne ove ritornare ad intervallo a ristorarmi dalle fatiche come sono da
molti anni abituato. Giovine generoso! (continuò addolcendo lo sguardo e la
voce) se mai verrà giorno in cui siate preso d'amore per un luogo od un
oggetto, sentirete allora quanto riesca doloroso lo staccarsene, e maggiormente
allorquando vi si aggiunga la tema che ciò debba essere per sempre».
Più profondo si fece a
tali accenti il dolore nell'anima del giovinetto Medici: le ultime parole
pronunciate da Falco con certo lento patetico modo, sì dall'asprezza delle
prime diverso, dipingendo lo stato appunto in cui trovavasi il suo cuore,
suscitarono in lui una improvvisa ed angosciosa tenerezza che gli tolse il
potere di replicare. Alzò gli occhi in volto a Falco, e in quei lineamenti
abbronzati e duri su cui appariva l'impronta della commozione lasciata da
recenti idee, scorgendo un non so che di regolare e di espressivo
corrispondente ai tratti di una beltà pura, celeste, di cui teneva l'immagine
sì distintamente scolpita in petto, una lagrima involontaria gli velò la
pupilla, la prima che dall'infanzia in poi inumidisse il suo ciglio.
Quel giorno stesso nella
sala d'armi della Rocca Visconti, ch'era la camera più adorna che vi fosse in
tutti gli edificii della Fortezza, siccome dipinta riccamente nella vôlta e
nelle pareti coi fasti di quella Ducale famiglia, fu per ordine di Gian Giacomo
imbandita una lauta mensa alla quale vennero convitati tutti i principali
abitanti del Castello.
Sedeva a capo al lungo
desco Gian Giacomo medesimo, che era adornato d'un mantelletto corto di
broccato d'oro alla foggia spagnuola, di grand'uso allora in Lombardia; alla
sua destra stava Teodoro Schlegel di Dares, Abate di Fristemburgo, già Vicario
del Vescovo di Coira. Questo vecchio personaggio, che sovra un sottabito di
nero saio portava una zimara di velluto pavonazzo orlata di bianco, infondeva,
coll'aspetto dignitoso e grave, riverenza e suggezione. Calva e rugosa erane la
fronte, bianca e folta la barba e gli occhi incavati; traspariva però da tutto
il suo volto una certa quale disposizione all'ira poco in accordo colla carità
e colla bontà evangelica debita nel suo stato, la quale difettosa tendenza era
a lui venuta forse dal lungo uso delle acri dispute cui erasi dato in altri
tempi con tutto il vigore della mente e della parola. Nemico acerbissimo della
Riforma che i Luterani promovevano a tutta possa nella Svizzera, aveva
sostenute contro di loro pubblicamente ogni sorta di tesi in unione a varii
Protonotari Apostolici, e fatte dai pergami in odio agli stessi le più violenti
invettive; ma convinto al fine che le Diete Elvetiche assecondavano gli sforzi
de' Protestanti, procurò, favoreggiando le parti del Medici, di dare il paese
de' Grigioni in mano ad esso, sperando di trovare in lui un valido alleato
contro l'eresia. La sua trama però fu scoperta: cercato a morte e forzato a
trovare la salvezza nella fuga, si condusse a ricovero nel Castello di Musso
ove Gian Giacomo gli fece cortese accoglienza, ben calcolando quanto poteva
giovargli la costui secreta influenza nell'andamento degli affari della Lega
Grisa, che così chiamavasi la confederazione de' Grigioni con altri Svizzeri
tutti suoi accaniti nemici. Viveva l'Abate una vita ritiratissima in quel
Castello, a null'altro dedito che a comporre una sua grand'opera in
confutazione del sì famigerato libro =Della Schiavitù di Babilonia=
pubblicato pochi anni prima da Martino Lutero. Aveva desso l'incarico di
celebrare ne' giorni festivi i riti divini nella chiesa del forte di
Sant'Eufemia, dopo i quali chiudevasi solitario nella sua cameretta, e siccome
non parlava che la lingua alemanna, veniva lasciato colà in pace da tutti, e
ben anco da Maestro Lucio, che desideroso sulle prime d'appiccicare con lui
relazioni onde aver pascolo di scientifici ragionamenti, avendogli diretta la
parola in latino, ne venne sì stranamente da lui rabbuffato, che da quel punto
ad esso non pensava come se nemmeno fosse quivi esistito. Il Castellano però,
che aveva le sue mire nel tenerselo affezionato, non trascurava occasione per
mostrargli considerazione e stima, invitavalo a tutte le principali adunanze
de' suoi, e facevaselo seder d'accanto al posto d'onore siccome vedevasi a quel
convito. D'intorno alla mensa fra gli altri capitani d'armi sedette pure Falco qual
nuovo eletto all'onorevole grado di Comandante di nave, e benchè i suoi rozzi
panni e la rete a nodi d'acciaio che gli copriva il capo il facessero, quanto
all'abbigliamento, dagli altri distinguere, a nessuno però mostravasi secondo
nella franchezza e sicurtà del contegno.
Allorchè consumate le
vivande vennero recate nuove anfore di vino, ed i calici girarono ricolmi nelle
mani de' commensali, si ripetè più volte da tutti acclamando il nome del
Castellano, come solevasi fare alle mense de' gran personaggi, il che dicevasi gridare
il nome del nobile convitante; si fecero in seguito gli evviva a Gabriele
ed al Cancelliere Messer Tanaglia pel prospero ritorno dalla loro perigliosa
spedizione. Messer Tanaglia, ringraziando umilmente, lesse in contraccambio un
suo brindisi, in cui era espresso in durissimi versi un invito a Bacco a
discendere dall'Olimpo e venire colà onde sedersi accanto al dio Marte e
temprare l'ardor suo guerriero e quello delle altre deità delle battaglie che
gli facevano corona; col qual dio Marte è chiaro alludeva a Gian Giacomo, e
colle altre divinità a' suoi Capitani. Era allora sì comune il mitologico
linguaggio, che quantunque assai pochi di quel convegno avessero qualche tinta
d'erudizione, pure presso che tutti di leggieri concepirono il senso di
quell'allusione, e come che fra i vapori e l'esaltazione del vino la mente
degli uomini anche rozzi è facilmente colpita da immagini poetiche e dalle non
complicate allegorie, così riuscì di generale aggradimento il brindisi del
Cancelliere, del che egli s'ebbe attestato in un clamoroso battere di palme che
successe alla declamazione enfatica con cui recitò gli ultimi suoi versi.
Cessato l'applauso, alzossi Gabriele, e levando in aria la coppa, gridò: «Alla
salute di Falco mio liberatore»; Gian Giacomo, assecondandolo, porse la sua e
toccò ripetendo le stesse parole guardando Falco con gioioso sorriso; tutti
allora ne imitarono l'esempio, e la sala rimbombò del nome del valoroso
abitatore della rupe di Nesso, del novello Capitano, del Condottiero della Salvatrice.
Quel suono unanime di lode di tanti guerrieri penetrò l'animo del fiero ed
armigero Montanaro, e scuotendolo sì l'esaltò, che videsi brillargli in volto
un vivissimo contento che tutti obbliare gli fece i rancori che s'erano in lui antecedentemente
destati: vuotò anch'egli la sua tazza alla salute ed alla gloria dei Medici e
di tutti quei prodi compagni d'armi. Terminato il convito, Falco recossi dal
Castellano, e da lui chiese ed ottenne concessione di ritornare per alcun
giorno al proprio abituro, onde mettere a parte le sue genti di quella nuova
destinazione e trascegliere alcuni de' suoi pel servigio della nave; preso indi
congedo da Gabriele, salì il proprio navicello, e quella notte stessa fece vela
con Trincone e Guazzo alla volta di Nesso.
Gian Giacomo attendeva
ne' giorni di cui parliamo, l'esito d'un avvenimento ch'essere dovea per lui
della massima importanza. La fortuna e lo stato suo che tanta avevano sembianza
di stabilità e grandezza agli occhi di tutti, punto non ne offrivano a' suoi
proprii, poichè, uomo accortissimo e delle umane vicende sagace ed
esperimentato conoscitore, sapeva quali leggieri cause fossero spesso bastevoli
a rovesciare più grande dominio che il suo non fosse. Aveva egli per tre volte
veduto i Francesi occupare il Ducato di Milano con potenti eserciti, e tre
volte esserne scacciati: aveva mirati gli Svizzeri e gl'Imperiali entrare
vittoriosi in Milano stessa, ed indi a poco venire astretti ad abbandonarla; di
tre Duchi a lui contemporanei, due sapeva esserne morti in Francia, prigioniero
l'uno, l'altro privato, e il terzo, ch'era allora regnante, starsi ciecamente
soggetto alla volontà di Carlo V. Ben è vero che questa catena di successi e
rovesci aveva porta a lui l'occasione di farsi forte e grande, ma gli
presentava pure un troppo evidente quadro del destino che attendeva chiunque
avesse colle sole armi a sostenere od ampliare il proprio dominio.
Due nemici assai più
potenti di lui gli stavano ai lati, i quali non poteva sperare fossero mai per
accordargli pace: il primo era il Duca soccorso dagli Spagnuoli, il secondo i
Grigioni confederati con altri Cantoni Svizzeri formanti, come dicemmo, la
formidabile Lega Grisa. Ei combatteva arditamente contro entrambi, e il valore
suo e de' suoi, gli stratagemmi, l'audacia somma l'avevano fatto sempre
trionfare di loro, per cui era pervenuto ad ottenere alla propria dominazione
la fama e l'aspetto d'una solida signoria che, ispirando confidenza e tema
nelle sue forze, aveva creato uno spirito di vassallanza nei soggetti, come
appariva nel gran numero accorso a stanziare a Musso ed in altre sue vicine
terre del Lago.
Ma la guerra si
prolungava, le battaglie succedevansi incessantemente, e Gian Giacomo
considerava che l'armi non verrebbero deposte da' suoi avversarii, sin che non
avessero distrutta dalla radice la sua potenza, la quale usurpatosi un posto in
mezzo a loro, doveva riuscire all'uno ed all'altro fatale se l'avessero
lasciata più ampiamente distendere o consolidare. Vedeva quindi di non essere
in grado di sostenere tal perpetuo combattimento, conoscendo troppo esigui i
suoi mezzi a fronte di quelli degl'inimici che erano inesauribili, siccome
nazioni già da secoli costituite e popolose: ogni vittoria era per lui una
perdita, ed i più piccoli vantaggi della parte contraria gli recavano colpi
funesti. Possedeva, è ben vero, oltre la regione del lago da Colico sino a
Lecco, da Gera a Brienno, anche molta parte di Brianza con Carate, Incino,
Monguzzo, presso che tutta la
Valle Assina, la Valle Sasina; ma queste valli in ispecie erano
per lui possedimenti di poco profitto, perchè terreni sassosi od incolti con
rari e poveri abitatori traenti a gran fatica dal suolo uno scarso alimento.
Aveva però perduto Chiavenna e tutta la Valtellina, di cui non possedeva che una porzione
della sponda del lago; Lecco stava per essere assalita dalle schiere Ducali; le
bande Svizzere s'andavano ogni giorno facendo più grosse, ed a Como s'allestiva
una numerosa flotta. Egli era privo di qualsiasi legittimo titolo o diritto di
Signoria; non teneva reali diploma che lo investissero di feudo: la spada e la
fortuna avevano fatto lui, bandito e vagabondo, un Signore d'ampio paese, capo
di banditi suoi pari, onde se veniva a sminuirglisi un solo istante la forza
tra mano, perdeva il dominio con ogni speranza di ricuperarlo.
Gli erano non per tanto
stati offerti onori, nobiltà, redditi cospicui onde cedesse la podestà del Lago
al Duca suo legittimo padrone; ma Medici non era tale da discendere sì di
leggieri dal sovrano grado in cui s'era collocato, e sino a tanto che rimaneva
un sol mezzo da tentare per conservarlo, non voleva lasciarlo inoperoso: non
disposto a venire a patti che allorquando avrebbe interamente disperato d'ogni
riuscita, ben sapendo che i suoi nemici non avrebbero in qualunque tempo si
fosse ricusate le sue trattative, conoscendolo tanto più terribile quanto più
era ridotto agli estremi.
Poco prima dell'epoca
del nostro racconto, Gian Giacomo, spinto da tutte le suaccennate riflessioni,
aveva tentato un gran colpo politico, dall'esito del quale, se stato fosse
favorevole, poteva ripromettersi una legittimazione vera, e una sicurezza
inalterabile di dominio, oltre indefinita speranza d'ingrandimento; e nei
giorni appunto di cui teniamo parola doveva conoscerne il risultato, del che
egli stava in ansiosa aspettativa, potendo ad ogni istante succedere il ritorno
di chi dovea recarne le novelle.
Ecco in che consisteva
la cosa. Aveva egli spedite secretamente due ambasciate, l'una a Francesco I re
di Francia, l'altra a Carlo V imperatore, all'uno per invitarlo a scendere in
Italia e impossessarsi del Milanese, al che sapeva quanto caldamente aspirasse,
colla promessa d'aprirgli un passaggio sicuro e secondarne le armi, purchè
mandasse una parte dell'esercito a soggiogare i Grigioni; all'altro
coll'offerta di cedere la
Brianza, di non più molestare il Ducato, e tenere Musso e il
paese circonvicino in suo nome, a condizione che lo investisse dei titoli
imperiali di Signoria, e comandasse la pace al Duca ed agli Svizzeri. Se
entrambe le ambascierie trovavano favore, egli sarebbesi attenuto all'esito
della più vantaggiosa; se una andava fallita, poteva sperare nell'altra.
Suo messo in Francia
aveva spedito il fratello Agosto Medici, uomo d'aspetto leggiadro, peritissimo
negli usi cavallereschi e nella galanteria, e cortigiano di fino ingegno; ed in
Germania mandò Volfango d'Altemps, figlio del conte Marco Sittico capitano
della famosa squadra della banda nera, tanto prediletta dall'Imperatore per le
sue prodigiose gesta all'assedio di Pavia. Ambedue erano partiti con picciol
numero di fidati servi e molta scorta d'oro, senza che alcuno, eccetto i pochi
ch'erano a parte del segreto, sapessero realmente per dove fossero diretti,
avendo il Castellano fatto spargere voce che si recavano a Basilea onde
trattare della pace cogli Svizzeri; nel retrocedere, trovare doveansi di fatti
in questa città e ritornarsene unitamente a Musso.
Erano già scorsi più di
tre mesi dalla loro partenza, tempo calcolato bastevole a quella spedizione, e
il Castellano ne viveva già inquieto, quando il terzo giorno dopo quello del
ritorno di Gabriele, si vide presso l'ora del mezzodì venire una barca verso il
porto di Musso, spinta da otto rematori, nella quale scorgevansi assise varie
persone che ai berretti ed all'abito mostravano dover essere di classe
distinta. Due piccioli legni, portanti dieci archibugieri ciascuno, uscirono
dal porto all'incontro di quella barca; non le si furono accostati appena, che
parlamentato un istante con chi vi stava in prora, rientrarono a fianco di essa
nel porto medesimo, dando varii segnali collo sventolare di due bandiere. I
segnali vennero ripetuti dalle bandiere del porto, e un colpo di bombarda che
partì dal molo in segno di saluto, cui tenne dietro un altro tirato dai primi
baluardi della fortezza, detti le Case del Maresciallo, avvertì essere giunto
qualche riguardevole personaggio.
Gian Giacomo che
ritrovavasi in una sua camera posta sull'alto del Castello, girando di frequente
gli occhi al lago, aveva già, al solo scorgere di quella barca, sperato forte
contenesse i tanto aspettati messaggieri; e ne fu pienamente accertato al
vedere i segnali ed all'udire i ripetuti colpi del saluto. Il tremito, i
palpiti che accompagnano l'ansia del dubbio erano moti troppo stranieri al
petto del fiero Castellano, nè tutte le speranze ed i terrori d'una desiante e
minacciata ambizione potevano farli penetrare in quell'anima inconcutibile, ma
non seppe però in quel momento difendersi da una certa interna angustia, da un
indeterminato serramento di cuore, come all'avvicinarsi d'un grave periglio che
inevitabile si fosse il superare, ed erangli tali sentimenti destati dal
pensiero che tra poco verrebbegli fatta palese la decisione di sua sorte,
convinto qual era che se non fosse stato protetto dall'alleanza o dal favore
dell'uno di que' Monarchi cui aveva dirette l'ambasciate, cader doveva sotto
gli urti replicati de' suoi nemici.
Agosto Medici e il conte
Volfango discesi che si furono col loro seguito dalla barca, vennero
all'entrata del Castello accolti da gran numero di Capitani d'armi che dalle
rocche, dai baluardi e da tutte parti accorrendo, chiamati dal rimbombo
dell'artiglieria, scendevano al porto per saper chi si fosse. Alternati i
saluti e soddisfatto l'impulso della curiosa brama, i più si allontanarono e si
dispersero ritornando ai posti loro; rimasero il Pellicione, Borserio e
Sarbelloni, ch'erano i tre soli cui era noto il segreto ed i fini veri di
quella ambasceria, i quali si strinsero dintorno ai due tornati, e salendo seco
loro di celere passo le scale della Fortezza, bisbigliarono ad essi
premurosamente all'orecchio accumulate domande sulla riuscita dell'impresa.
Agosto, tacendo, crollò il capo, mostrando in volto scontentezza e dispetto; e
il Conte d'Altemps, stringendosi nelle spalle con certo lieve e significante
sorriso accennava aversi poco di bene a sperare. Nessuno a tali malaugurose
indicazioni insistette più oltre interrogando, ma rimasi incerti e ammutoliti,
entrarono nel Forte di Gian Giacomo, avviandosi drittamente alle stanze di lui.
Il Castellano, fattosi sulla soglia, abbracciò il fratello ed il Conte, i quali
poscia serraronsi al seno Gabriele ivi anch'esso accorso col Cancelliere, col
Mandello e con altri Capitani.
Sebbene ciascuno di
quelli cui era palese il secreto ardesse di desiderio d'udire immediatamente la
narrazione dell'avvenuto, e quantunque impazientissimo ne fosse Gian Giacomo
stesso, pure affinchè non nascesse sospetto negli altri quivi presenti, che si
trattasse di cosa di cui non si volesse ch'essi fossero consapevoli, il che
facilmente nascere poteva se venivano ad arte allontanati, il Castellano
diresse ai due Ambasciatori ragionamenti in tutto estranei al vero oggetto del
loro messaggio richiedendoli di cose unicamente relative alle disagevolezze ed
ai pericoli del viaggio. Non fu che verso il finire di quel giorno che
ritiratosi in una appartata camera posta a ponente del Forte, fatti quivi
cautamente venire Agosto e Volfango, e que' soli che indicammo scienti del
mistero, chiusosi colà seco loro, dichiarò volere essere minutamente e con ogni
esattezza istruito di tutto il da loro operato e di ciò che ne era riuscito.
Sedutosi in così dire sovra un seggiolone, posò il destro gomito sul bracciuolo
di esso e fece appoggio della palma al volto, raccogliendo il sinistro braccio
al petto preparato con intensa attenzione a non perdere un accento: gli altri
si assisero in cerchio intorno a lui, tenendo gli occhi fissi in viso ad Agosto
Medici, che con certa sua spedita e chiara espressione di voce pel primo
parlando in tal modo si espresse:
«Tre giorni dopo
ch'ebbimo lasciato Musso, passate con molto stento le alte nevi del San -
Gottardo, ci dividemmo: il Conte andò alla volta di Zurigo, ed io di Ginevra,
d'onde entrai tosto in Francia. Giunto prosperamente a Parigi, credetti
opportuno, pria di presentarmi al Cardinale de' Gaddi colle lettere di Giovan
Angelo9, d'avere notizie intorno al carattere di lui. Feci quindi
ricerca del luogo ove solessero darsi convegno gli Italiani che abitano colà, e
mi fu detto recassimi alla taverna della Bicoque, tenuta da un oste,
Bolognese, ch'ivi usavano principalmente gli uomini di mia nazione. V'andai
infatti e trovaivi raccolto gran numero di artieri, pittori e scultori
Fiorentini, Romani, Lombardi, coi loro fattorini e donzelli, persone le più
sollazzevoli del mondo, che spendono a larga mano, poichè quel Re francese
profonde tesori negli oggetti delle arti loro. Adocchiando attentamente,
riconobbi tra essi il nostro Ambrogio Viarenna, quell'eccellente lavoratore di
drappi di seta, che avea, se vi ricorda, un opificio presso Porta Tosa, e di
cui nostro padre era sì stretto amico: corsi a lui e l'abbracciai, ed ei
ravvisatomi, fecemi sì gran festa come se veduto avesse un proprio figliuolo.
Gli spiegai le mie bisogna, e intese che l'ebbe, mostratosi pronto a servirmi,
mi condusse da certo messere Giuliano Buonacorsi tesoriere reale, il quale,
cortesemente accoltomi siccome gran conoscente del Viarenna, diedemi intorno al
Cardinale ogni novella, e dissemi ch'ei trovavasi colla Maestà del Re a
Fontanablò, ma che gli avrebbe fatto quivi immantinente parlare di me. Il
mattino del dì seguente feci dal Viarenna presentare in mio nome il tesoriere
d'una ricca veste di seta, e la sera stessa il Cardinale mandò per me un suo
Prete, dicendo mi recassi il dì venturo a Fontanablò. Vi andai di buon'ora, fui
tosto introdotto dal Cardinale, che abitava in un lato di quel sontuoso
palazzo, gli consegnai le lettere di Giovan Angelo, e gli esposi l'oggetto di
mia missione. Egli, cortesemente uditomi, mi rispose increscergli gravemente
dovermi annunziare che la mia ambasciata non poteva riuscire a buon fine; che
le mie proposizioni sarebbero state in altri tempi più che mai accette e grate
al Re ed alla Corte, dove si aveva gran desiderio di rinnovare la guerra in
Italia per scancellare con prove di valore l'onta ricevuta dal nome francese
sotto Pavia per la prigionia del Re, che questi specialmente manteneva sempre
viva la brama di ricuperare lo Stato di Milano, di cui aveva assunto titolo
sovrano nella sua consacrazione, tenendo per fermo d'averne un diritto
ereditario siccome discendente da Valentina di Valois figlia di Giovan Galeazzo
Visconti: ma che però in quel momento non verrei al certo ascoltato, poichè
s'era appena conchiusa una pace solenne con Carlo V, essendosi in segno
d'amicizia celebrate le nozze di re Francesco con Eleonora sorella di Carlo,
che trovandosi per tal modo le due Corti strette in perfetta alleanza, non potevasi
nè conveniva violare sì tosto i trattati rompendo ogni fede, e mettere i due
Stati in urto, il che sarebbe indubitatamente avvenuto accedendo a ciò ch'io
veniva domandando, poichè sapevasi che l'imperatore Carlo protegge lo Sforza
attuale duca, che d'altronde erasi precisamente stipulato che nessun esercito
francese dovesse per qualunque motivo discendere in Italia: consigliavami
quindi ad abbandonare l'impresa e ritornarmene, attendendo per essa più
opportuna occasione. Io gli resi grazie de' suoi consigli, e gli chiesi nello
stesso tempo mi permettesse di porgli innanzi agli occhi che il tempo
stringeva, che le cose potevano da un istante all'altro cangiare d'aspetto; che
se il Re di Francia trascurava una circostanza e un momento così propizii onde ricuperare
il suo bel Ducato d'Italia, forse non se ne sarebbero più mai presentati di
così favorevoli; che l'offrirglisi un ampio paese nel Ducato stesso con terre,
fortezze e soldati, tutto per lui avrebbe d'un tratto disanimato il nemico e
fatto solido appoggio alla sua stabile dominazione di là dai monti; che dovesse
inoltre riflettere quanto un tale avvenimento sarebbe andato a sangue alla
Corte di Roma, che mostrava ancora fumanti le piaghe apertele dall'orrendo
saccheggio fatto dalle truppe Imperiali guidate dal traditore Contestabile di
Borbone; che considerasse quanto Papa Clemente VII, il quale non poteva
dimenticare la propria prigionia in Castello Sant'Angelo, dovesse desiderare di
vedere depressa la possanza di Carlo che si va ogni giorno ingigantendo, e come
a tal brama concorressero colla Repubblica di Venezia gli Estensi e lo Stato
Genovese.
«Parve che tali mie
parole colpissero l'animo del Cardinale: egli rimase varii minuti silenzioso e
pensante, indi mi disse che prima di parlarne al Re era d'uopo comunicasse i
miei progetti al Cardinale di Tournon, e m'avrebbe poscia indicato come dovessi
contenermi. Volle frattanto ospitassi in un suo palagio di Parigi, da dove
fecemi più volte cavalcare a Fontanablò, ove ebbi conferenza coi due Cardinali,
con Claudio di Guisa, con Montmorancì, con Oliviero d'Epinais, col Sir de la Trimouille e varii
altri de' più cospicui Duchi, Marescialli, Scudieri di Re Francesco, tutti al
par di lui valorosi e gentili cavalieri. All'esposizione ch'io andava facendo
loro di mia domanda e de' modi di porla ad effetto l'accoglievano con giubilo,
dandomi ogni speranza di riuscita, e più d'uno d'essi parlava con onorevoli
parole, o Castellano, di tua rinomanza e prosperità nelle armi, dicendo che
ogni impresa a te affidata aveva sempre ottenuto felice successo».
«Sarebbe stata fortuna
maggiore per me, l'interruppe Gian Giacomo cui brillò in volto un lampo
d'orgoglio, che si fosse colà ritrovato quel loro Lautrec, che poteva ben dire
s'io sappia maneggiare la spada e condurre una squadra, poichè mi provò il dì
della battaglia di Vaprio al passaggio dell'Adda; e m'aveva allora appena gli
anni che or conta il nostro Gabriele».
«N'ammazzammo pur molti
de' Francesi in quel giorno, esclamò il Pellicione battendosi a due mani le
coscie, e per la spada di san Michele! non sono soldati che combattano da
burla».
«Ma venne l'istante che
fece ogni bella speranza svanire (proseguì mestamente Agosto, e tutti in atto
di dolorosa sorpresa ammutendo addoppiarono d'attenzione). Dopo un mese in circa
di pratiche alla Corte, volendo io assolutamente parlare al Re, una sera il
Cardinale de' Gaddi ottenne di presentarmi a lui. Stava desso in una magnifica
sala adorna di statue, vasi d'oro e quadri preziosi, fra mezzo a principi e
nobili dame, tra cui rimarcai ben tosto Margherita di Navarra e la giovinetta
Anna di Puisselin10 |