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CAPITOLO SESTO.
Il dì seguente
allorch'aperte sono
Del lucido orïente al
sol le porte,
Di trombe udissi e di
tamburi un suono
Onde al cammino ogni
guerrier s'esorte.
Non è sì grato ai caldi
giorni il tuono
Che speranza di pioggia
al mondo apporte,
Come fu caro alle feroci
genti
L'altero suon de'
bellici instrumenti.
Tasso, G. L.,
C.° I.°
Sul finire di quella
burrascosa notte in cui storditi e confusi dall'inaspettato assalto del
formidabile abitatore della rupe di Nesso lasciaronsi strappare dalle mani la
preda che tenevano di sì certo ed importante possedimento, Alessandro Gonzaga
ed i suoi armati giunsero colla nave rotta e sconquassata dal vento e dalle
onde alla vista di Como. Scorto che fu dalla città l'inalberato vessillo
Ducale, venne dato di subito ordine a varie navicelle che s'affrettassero a
recare soccorso a quel legno che mostravasi in manifesto pericolo, poichè
vedevasi il suo bordo radere a filo le acque, e i rematori affaticarsi invano
per vincere l'impeto del vento che aveva rapidamente cangiata direzione. Quando
rimorchiata da freschi e robusti remiganti giunse la nave in porto, il capitano
Gonzaga sceso a terra, e ordinato a quartiere il suo drappello, recossi
prontamente al palazzo del Governatore della città onde narrargli tutto
l'occorso, e procurare di giustificare in quell'evento la propria condotta, ciò
che ad esso lui forte premeva, poichè il Governatore era in obbligo di tenere
esattamente istruiti con doppio rapporto la Corte Ducale e il De
Leyva d'ogni avvenimento relativo alla guerra col Medici, la quale era tenuta
per affare di sommo momento, ed a cui stava rivolta l'attenzione dell'intera
Milano.
S'aveva allora Como per
governatore il cavaliere spagnuolo Dom Lorenzo Mugnez Pedraria, successo
in tal carica a Federico Bosso, e nominatovi dal duca Francesco Sforza per
consiglio, o, diremo meglio, per espresso comando di Antonio De Leyva, che,
come s'intese, era Generale supremo delle forze di Carlo V in Lombardia.
Importava assaissimo a questi che la città di Como, considerata per una delle
piazze più forti, e che aveva avuta decisa influenza nelle ultime contese tra
il Ducato e l'Impero, si trovasse nelle mani d'un suddito dell'Imperatore per
farla affievolire e decadere, poichè di tal modo qualunque avvenimento nascere
potesse per l'avvenire, era pur sempre una città che avrebbe opposto minore
ostacolo ad essere conquistata e sottomessa, e un gran punto d'appoggio per le
consecutive militari operazioni. La scelta fatta dal De Leyva della persona del
Governatore serviva mirabilmente al suo scopo, imperciocchè in tutti i vasti
possedimenti del Monarca Spagnuolo al di qua e al di là del mare non eravi
vassallo la cui fedeltà si potesse asserire più intera e incorrompibile di
quella di Dom Lorenzo Mugnez Pedraria.
Era questi uno di quegli
uomini che si potrebbero dire nati colla scala delle dignità e delle gradazioni
sociali stampata nel cerebro, per i quali diventa natura il sottomettersi
ciecamente ai voleri delle autorità superiori e l'esigere d'essere nell'egual
modo dagli inferiori ubbediti: era desso in somma l'uno di que' tali che por
ordinacion de su Magestad sarebbe saltato a piè pari in una voragine o in
un forno, ma v'avrebbe fatto saltare altresì il più prossimo parente od amico
se così gli fosse stato imposto.
Fra le segrete
istruzioni che vennero date dal De Leyva a Dom Lorenzo Mugnez appena fu
nominato Governatore, la principale era quella di sguarnire Como di difese, e
guastarne e demolirne il più ch'ei potesse le fortificazioni, compiendo però
tutto questo di maniera tale che apparisse fatto a solo interesse del governo
del Duca, adducendone sempre motivi che valessero a togliere dall'animo dello
Sforza ogni sospetto di causa opposta al proprio vantaggio. Infatti, dopo
brevissimo tempo da che Mugnez Pedraria era Governatore, accadde che Gian
Giacomo Medici, vinta e sconfitta la flotta Ducale, pervenne colle proprie navi
sotto le mura di Como, mise a fiamme i sobborghi della città, e per poco stette
non si rendesse assoluto padrone della città medesima. Colse tosto occasione da
quel fatto il Governatore, che bramosissimo era di dare esecuzione ai comandi
del De - Leyva, ch'ei riguardava come sola legittima autorità a lui superiore,
e riferì al Duca che la sicurezza della città da esso governata richiedeva che
si atterrassero tutte le opere forti esteriori, ed in ispecie il Castello,
poichè avendosi moltiplicate prove dell'audacia e dell'abilità del Medici
nell'impossessarsi delle Rocche le più diligentemente custodite, siccome aveva
fatto di quelle di Chiavenna, di Morbegno, di Lecco, di Perego e di Incino, era
da temersi che con qualche stratagemma potesse giungere ad ottenere anche le
fortezze che contornavano Como, da dove avrebbe poi facilmente colle
artiglierie costretta la città ad arrendersi; opinava quindi essere prudente ed
utile partito lì concentrare le forze dentro le mura della sola città, dando
tosto mano all'atterramento di tutte le esterne fortificazioni. Il De - Leyva
chiamato dal Duca a consiglio sostenne con tutto il suo potere l'avviso del
Governatore, e il Duca, o fosse che rimanesse convinto delle ragioni addotte
nella proposta, o più probabilmente stimasse inutile l'opporvisi, sperando ben
anche coll'acconsentire d'ottenere in quella guerra maggiori e più costanti
rinforzi di truppe Imperiali, rescrisse a Dom Lorenzo Mugnez operasse
quanto meglio stimava opportuno alla difesa della città a lui affidata. Appena
lo Spagnuolo s'ebbe nelle mani tale consenso, impiegò quanti potè soldati e
popolo a smantellare pel primo il Castello Baradello, antico e famoso Forte che
sorgeva a ponente della città sovra una altura, e di cui si vede tutto giorno
unico avanzo una quadrata torre, ch'è quella stessa in cui morì rinchiuso entro
una gabbia di ferro il Milanese guerriero Nappo Torriano che, vincitore de'
Comaschi in tante guerre, cadde alla fine lor prigioniero nella battaglia di
Desio, e fu da essi per vendetta fatto in sì barbaro modo miseramente perire.
Come il Baradello vennero distrutte le rocche, i ridotti e i baluardi che
munivano a qualche distanza quella città, e colle ruine e le macerie ne furono
colmi i fossati. D'uopo è però dire che per rendere più verisimile agli occhi
del Duca la cagione di quel disfacimento, ed eziandio per non rimanersi affatto
scoperto ed indifeso, stante la minacciosa vicinanza del Castellano di Musso,
furono dal Governatore fatte restaurare ed afforzare le mura e le torri che
cingevano immediatamente la città dal lato del lago, dove il bastione era
guasto e cadente per gli infiniti colpi a cui era stato meta nei tanti quivi
tentati assalti.
Il governo però che Dom
Lorenzo Mugnez Pedraria esercitava sui Comaschi non era duro troppo nè gravoso,
avuto riguardo alle circostanze dei tempi: voleva che nessuna resistenza
s'opponesse a' suoi cenni, nessun ostacolo od indugio si frapponesse
all'esecuzione degli ordini che venivano da lui emanati, esigendo che gli
uomini di tutte le classi indistintamente li eseguissero, ma siccome ei non era
per se stesso nè capriccioso, nè spogliatore, nè iniquo, manteneva in Como un
regime equabile e scevro di que' tirannici e mostruosi eccessi di cui erano
stati sì feraci i tempi del Bosso e del Martinengo. Ciò poi che faceva a tutto
suo vantaggio piegare la bilancia di confronto co' due suoi accennati
predecessori, si era la castigatezza esemplare de' suoi costumi, per cui non
solo rispettava egli stesso, ma costringeva gli altri tutti ad avere scrupoloso
riguardo alle donne ed alle fanciulle altrui, nessuna colpa sì severamente
multando quanto quelle che in cose di tal fatta si commettevano. Dicevasi che
nella sua giovinezza avesse seguiti i costumi alquanto liberi e gentili del
Duca di Medina - Celi, sotto il cui comando aveva militato, ma venuto poscia in
Alemagna alla Corte di Carlo, e vedendo che l'Imperatore, tutto involto in
teologiche disputazioni, ne aveva sbandita ogni galanteria, s'accasò
immediatamente con Dona Graciana, figlia del conte di Vandesten di
Anversa, e non affisò più mai lo sguardo se non accigliato in volto ad altra
femmina.
La severità del
Governatore, sebbene non valesse a por argine a tutti i disordini cagionati
dalla sfrenata licenza della soldatesca, giovò non per tanto sommamente agli
abitanti di Como, perchè essendo la città a molte riprese piena d'uomini d'armi
la maggior parte Spagnuoli inclinatissimi ad ogni libidine, oltre la roba che
questi giornalmente al popolo consumavano, oltre il fastidio che
dell'albergarli arrecavano, e la necessità in cui ponevano di concorrere i
doviziosi colle sostanze, i poveri coll'opera al rintegramento della flotta,
alla compera delle armi e delle salmerie, avrebbero eziandio date gravissime
molestie d'altro genere e commesse le più odiose e crudeli violenze, se alcuni
potenti cittadini Comaschi non avessero ottenuto col mezzo del Pedraria
clamorose soddisfazioni a simili ingiurie.
Il Governatore albergava
in un palazzo che s'avea l'aspetto di Castello abbellito da varii fregi e dagli
stemmi ducali e del municipio, e sorgeva a mezzodì della città poco lungi da
Porta Torre: all'entrata di esso stava sempre a guardia un corpo d'alabardieri
Spagnuoli, e un drappello di Micheletti pronti ad eseguire quanto fosse
necessario per fare rispettare gli ordini e le leggi.
Allorquando entrò
Alessandro Gonzaga in quel palazzo, il Governatore trovavasi in una delle
interne sue sale, ove stava tutta raccolta la di lui famiglia, imperciocchè era
l'ora del distillado. Chiamavasi con tal nome una bevanda d'uso comune a
que' tempi tra i ricchi Spagnuoli, la quale veniva composta di essenza di
drogherie consumate negli spiriti, e stillata nell'acqua frammista allo
zucchero: ed era costume il prenderla il mattino da tutte le persone della
stessa famiglia riunite insieme, la quale usanza è praticata tuttogiorno in
alcune città per bibite d'altra specie. La sala del distillado era
addobbata con arazzi fiamminghi: in mezzo ad essa vedevasi sopra un tavolo,
coperto da ricco tappeto, un gran vaso d'argento che conteneva l'odoroso
liquore, e avanti a ciascuno de' seduti stava collocato un alto calice di
cristallo entro cui veniva versata la bevanda. Dom Lorenzo Pedraria era quivi
assiso in un gran seggiolone: grande e magro mostravasi di corpo, i di lui
capelli, che incominciavano ad incanutire, vedevansi corti e smozzicati, ad
eccezione d'un picciol ciuffo che gli stava ritto sulla fronte; portava un
ampio elevato collare, ed il suo viso, scarno e improntato d'un'aria grave
imperiosa, andava distinto da due mustacchi e da un fiocchetto di pelo sul
mento, tagliato in forma triangolare, ch'era alla moda del re Dom Filippo. A
fianco a lui da destra stava Donna Graciana, nel cui pingue e imponente aspetto
appariva tutto il sussiego che conveniva alla moglie d'un hydalgo,
d'un governatore: aveva dessa d'intorno al collo ornamenti di pietre di gran
valore, ed il suo abito nero a larghe maniche era adornato di pesanti ricami in
oro; presso ad essa stava una sua giovinetta figlia, la cui bionda capigliatura
rilevata ed intrecciata di perle consuonava mirabilmente colla singolare
bianchezza del suo volto: gli abiti di lei non erano meno ricchi di quelli di
sua madre. A sinistra del Pedraria sedevano Diego e Fernando suoi figli,
ardenti, leggiadri ed orgogliosi giovani che aspiravano ai primi gradi della
milizia e che avevano già cinto il fianco della lunga spada Ibera. Nè mancava
in quel convegno quegli che aveva la spirituale supremazia nella famiglia:
stava desso a capo al desco in contegno umilmente fiero, e dalla foggia dello scapolare
e dalla bianca tonaca che indossava appalesavasi un monaco dell'ordine dei
Domenicani.
Al momento della venuta
colà del Gonzaga regnava quivi perfetto silenzio, perchè il Governatore, mentre
andava vuotando a sorsi il suo calice di distillado, leggeva con somma
attenzione frammista a sorpresa un foglio che teneva nella destra e che gli era
stato recato pochi istanti prima da un messaggiero giunto da Milano. Al rumore
dei passi fatto dal Gonzaga nell'avanzarsi, levò gli occhi di sfuggita, e
appena vedutolo, gli fece una dimostrazione giuliva del volto indicando essere
desso appunto la persona che in quel momento desiderava: scorse rapidamente le
ultime linee del dispaccio, e vuotato d'un fiato il fondo del bicchiero, il
depose sul tavolo, s'alzò, e fattoglisi incontro, «Avrei mandato, disse, in
questo istante a ricercare di lei, signor Capitano, se per buona sorte non si
fosse ella stessa recato in palazzo: ho a comunicarle un ordine pressantissimo
del signor Duca e dell'Eccellentissimo signor Generale, che mi è pervenuto
brevi minuti sono, e che si è della massima importanza». Ciò detto, chiamò i
servi ad alta voce, salutò della mano la sua famiglia, e preceduto da due paggi
che spalancarono le porte, entrò col Gonzaga in una camera di poca dimensione,
occupata in gran parte da uno scrittoio ornato d'arabeschi dorati e tutto
ingombro di libri, di carte e di fogli stampati, al di sopra del quale vedevasi
in un gran quadro il ritratto in piedi di Carlo V coll'abbigliamento guerresco,
avente sul petto una collana in cui tenevano luogo di gioie gli stemmi di tutte
le provincie del suo impero.
Il capitano Gonzaga,
tosto che si fu quivi adagiato, pria che il Governatore prendesse la parola,
disse doversi a lui perdonare l'essersi recato in sua presenza colla corazza e
coll'abito soldatesco lordo e disordinato, poichè era venuto esso pure
premurosamente, e appena tocca terra di ritorno da una perigliosa e sfortunata
spedizione onde dargliene pronto ed esatto ragguaglio. Il Governatore l'invitò
a narrare tosto l'evento, ed esso raccontò la presa da lui fatta del fratello e
del cancelliere del Castellano di Musso, ponendogli poscia l'avvenuta loro
liberazione sotto l'aspetto il meno che potè obbrobrioso pel proprio valore e
per la propria vigilanza. Fece esagerato novero delle forze e del numero degli
assalitori da cui si disse sorpreso nel più forte incalzare della tempesta, e
ad irrecusabile scusa di sua sconfitta nominò siccome capo di quella masnada
Falco di Nesso, il cedere al quale non era intero scorno anche ai più esperti
Capitani d'armi.
Dom Lorenzo Pedraria
quand'ebbe udito con faccia scura e meravigliata tutta la narrazione del
Gonzaga, scosse il capo lentamente, animando il volto d'un misterioso sorriso;
e «Speriamo, rispose, signor Capitano, che questa sarà l'ultima che ci fanno, e
che il Medici e i suoi banditi non avranno più gran tempo da rimanersi nei loro
ripari e molestare con ruberie ed assassinii gli abitatori di tanto paese
d'intorno, come pur troppo avviene da qualche anno, contro l'intenzione del
signor Duca e dell'Eccellentissimo signor Generale. Ora è preciso volere della
Maestà dell'Imperatore (e rizzossi in piedi inclinando il capo nanti il
ritratto, indi si riassise) che il dominio Ducale sia libero da tali
masnadieri, vengano dessi cacciati in paese straniero, o presi e messi a morte.
Bene adunque comprende, signor Capitano, che avendo i soli desiderii, non che
gl'imperiosi voleri d'un tanto monarca ottenuto sempre prontissimo e pieno
soddisfacimento, andar guari non può che eziandio questa espressione della
suprema volontà sia completamente adempiuta; onde i felloni incalzati e stretti
dalle gloriose armi sue congiunte alle Ducali ed a quelle della Lega de'
Grigioni, dovranno cercare salvezza in precipitosa fuga, o perdere con meritata
pena la vita».
Così dicendo pose con
gravità sott'occhio al Capitano il pervenutogli dispaccio, improntato al piede
da due grandi suggelli, l'uno del Duca, l'altro del De Leyva. Conteneva desso
primieramente a modo d'informativa essere volontà di Carlo V si riducesse il
Medici all'obbedienza o il si sterminasse; seguiva l'ordine al Governatore ed
al Gonzaga, che capitanava le bande ch'erano allora in Como, dessero immediata
mano ad allestire ed accrescere la flotta disponendola a tutto punto per uscire
a combattimento; aumentassero le vettovaglie, facessero accatto d'armi e
munizioni, e disponessero magazzini per riceverne in gran copia da Milano:
chiudevasi lo scritto coll'annunzio che tra pochissimi giorni sarebbero giunti
in Como un Commissario del Duca per la suprema direzione dell'armata, uno di
Spagna, ed uno degli Svizzeri con gran numero di soldati e d'artiglierie.
A tenore di tali comandi
non vi fu veglia o fatica a cui perdonassero, sì il Governatore Pedraria, che
il Gonzaga per dare compiuta esecuzione a tutto il prescritto. I lavoratori
vennero triplicati intorno alle navi, che calefatate e munite d'ogni specie
d'attrezzi, fecero ben tosto in porto sontuosa mostra: i cittadini e quei del
contado furono posti in obbligo di pagare gravi contributi; i monasteri, i
capitoli, le chiese stesse non andarono esenti da grossi balzelli in granaglie
o danaro da pagarsi in misura de' proprii tenimenti. Le doglianze per tale
enorme aumento di tributi divennero nella Comasca popolazione universali e
risentite: già il progetto d'una aperta resistenza manifestavasi in più luoghi,
già il tumulto minacciava di farsi generale e imponente, quando l'arrivo di
quattrocento archibugieri spagnuoli guidati dal capitano Alonzo Canto, ponendo
in tema i più arditi e furiosi agitatori della plebe, sedò e fece sparire ogni
sintomo di ribellione.
Dopo quella prima banda
giunse in Como Giovan Battista Speziano capitano di giustizia e commissario
generale del campo per il Duca; con esso lui vennero da Milano i provveditori
della milizia seguiti dai carri che recavano vettovaglie, armi, foraggi sotto
scorta di cinquecento e più fanti d'ogni arma con varie bandiere di cavalli.
Arrivò poscia il Commissario di Spagna, e quello della Lega, indi un nuovo
battaglione d'archibugieri, due di lanzinechi, uno di bombardieri con molte
artiglierie, e finalmente un centinaio di Lancie libere, ch'erano così
detti que' giovani patrizii di Milano, o d'altre città soggette al Duca, che si
recavano a combattere per elezione, mantenendo sè, lo scudiero ed i paggi col
proprio danaro, vestendo svariate armature, e portando sullo scudo, sul cimiero
o la sopravveste quegli stemmi od imprese che meglio bramavano.
Poichè tutta l'armata si
fu congiunta in Como, raccoltisi i Commissarii nel palazzo del Governatore, chiamarono
quivi a conferenza il Gonzaga e gli altri principali Capitani per deliberare in
pieno consiglio del modo da tenersi nella distribuzione di quell'esercito, onde
far seguire un assalto generale contro le forze del Medici, perchè si voleva
annichilirlo, o sloggiarlo per lo meno da tutti i luoghi che possedeva. In
quell'unione d'uomini periti nell'arte della guerra per essere tutti o
condottieri d'armati o sovrintendenti agli eserciti, molti e discordi essere
dovevano i pareri in quella bisogna. Varii infatti furono i progetti ed i piani
di battaglia che vennero quivi proposti e discussi talora con moderate, ma più
spesso con caldissime parole. Coloro che non s'erano trovati mai a giornata
campale contro Gian Giacomo, siccome il Commissario spagnuolo e molti de'
Capitani di recente venuti in queste terre d'Italia, opinavano che vincere e
disperdere quel branco di banditi, di cui esso era capo, fosse facile e certa
impresa per tanti e sì agguerriti armigeri, quanti erano quelli che si stavano
in allora colà disposti ad assalirli: essere quindi inutile macchinare a lungo
intorno il piano di guerra: non doversi che cercare il nemico e combatterlo.
Alessandro Gonzaga all'incontro, e molti altri Comandanti di squadre che
avevano più volte battagliato contro il Castellano, e ne conoscevano la
potenza, non cessavano dal far presente che desso era tal uomo da dare una
rigorosa lezione a qualunque esercito s'azzardasse venire seco lui a zuffa
disordinatamente e senza un ponderato e perfetto accordo d'operazioni, ed in
ispecial modo allora che trovavasi favorito dal luogo e già in possesso delle
più vantaggiose posizioni.
Dom Lorenzo Mugnez
Pedraria appoggiò eloquentemente i detti del capitano Gonzaga, ed asserì con
tutta imponenza, che ogni cura era lieve, ogni studio dovere, ogni sagrificio
necessità allorchè trattavasi di soddisfare i desiderii e il volere della
Maestà dell'Imperatore, Re delle Spagne e del Brabante, del serenissimo Duca e
del Generale supremo. Lo Speziano, commissario Ducale, uomo autorevole, accorto
e prudente, in mano del quale stava in quel momento la somma delle cose
concernenti la guerra, rimase ben tosto persuaso dell'importanza e difficoltà
di essa, e pose termine ad ogni differenza convenendo coi più sperimentati, che
si dovessero prendere tutte quelle accurate ed opportune misure che valessero
ad assicurarne prospero il risultamento. Accedettero i dissidenti all'avviso
dello Speziano sulla necessità d'adottare un piano di battaglia, ma allorchè si
diè principio a discuterne le particolari disposizioni, vennero in campo tali
ostacoli e dispareri, che ne fu protratta oltre modo la definitiva conclusione.
E qui cade in acconcio il notare che per un Duce era più malagevole di
quell'età il condurre e disporre a generali fazioni alcune poche migliaia di
combattenti, di quello che a' nostri giorni non sia il capitanarne un mezzo
milione. De' nostri dì fitti battaglioni, immense squadre di fanti e di cavalli
s'avanzano, retrocedono, si volgono a destra o a mancina ad un cenno, ad una
parola di speciali comandanti che tutti pendono pure da un segno, da un moto
d'un duce supremo, il quale stando a centro della grande massa armata imprime a
tutte le parti di essa un impulso unico, consentaneo, regolare. Tale assoluta
concentrazione di potere che s'emana con sì rapido ed ordinato concatenamento
di comandi opera è tutta della attuale soldatesca disciplina e dei moderni
militari istituti, condotti a perfezione dal calcolo, dalla sperienza, dal
genio dei sommi capitani di cui fu ricca l'età nostra, in cui si videro e si
mirano tuttora eserciti infiniti essere mossi con maravigliosa agevolezza, e un
numero immenso di volontà e di forze venire spinte, frenate, dirette a
desiderio d'una volontà e d'una mente sola. Nei secoli trascorsi, benchè alle
armate presiedesse un capo supremo, i comandanti delle singole squadre che le
componevano non erano tutti così a di lui ordini sottomessi da eseguirli alla
cieca: alcuni vi si opponevano per orgoglio, altri per ignoranza, altri per
invidia o per odio, e ben di frequenti non era in podestà del Generale il
forzarli all'obbedienza, perchè la difettosa costituzione e la tenuità dei
governi degli Stati e degli eserciti dava facile accesso alle rivolte, ai
tradimenti, alle diserzioni; quindi avveniva che per evitare difficoltà
maggiori d'uopo era spesso pel primo duce piegarsi a perfetto accordo co' suoi
capitani e di tutto seco loro tenere anticipato consiglio.
Così dopo avere
ponderate diligentemente le circostanze, udite tutte le voci, si venne in
quella adunanza di Commissarii e di Capitani a stabilire alla fin fine il
seguente piano di battaglia.
«Ciascuna delle
dieciotto grosse navi che stavano preste nel Porto di Como verrebbe armata di
quattro cannoni e porterebbe quaranta uomini d'armi, cioè venti bombardieri e
venti archibugieri, oltre dieci rematori e un pilota; ad ogni nave
presiederebbe un capo - bandiera, ad ogni tre un capitano. Alessandro Gonzaga
terrebbe il supremo comando quale ammiraglio e generale di tutta la flotta.
«Questa partirebbe una
prefissa notte per trovarsi sul far del giorno in vista di Musso ove
accetterebbe la battaglia se la flotta nemica stesse parata in ordinanza a
presentarla, o l'assalirebbe nel Porto medesimo del Castello se non ne fosse
ancora uscita.
«Alonzo Canto con cento
Spagnuoli, quattro bombarde e due colubrine andrebbe a bordo della flotta sino
a Bellaggio, ove, messo a terra, occuperebbe il promontorio postando le
artiglierie in modo da impedire il passaggio alle navi di soccorso che
potessero essere spedite al Medici da Lecco. Tridelberg con duecento
lanzinechi, tre bandiere di cavalli, cinquanta Lancie libere, movendo
per la Brianza,
andrebbe a sorprendere Monguzzo difeso da Battista fratello del Castellano;
mentre Rinaldo Lonato con altrettante forze assalirebbe Lecco dalla parte del
ponte, per tentare l'uno e l'altro d'atterrirne e vincerne le guarnigioni,
impossessarsi delle Rocche, o togliere almeno ogni possibilità ai nemici di
comunicazioni e d'aiuti.
«Nel frattempo que'
Grigioni (di cui, come dicemmo, si trovava in quell'adunanza un Commissario) i
quali stavano in grosso numero accampati presso il Lago di Chiavenna,
penetrando per le valli secretamente, apparirebbero sull'alto delle montagne di
Musso il mattino stesso stabilito alla battaglia, recando quivi quel numero
d'artiglierie che meglio potrebbero pei difficili cammini dei monti trascinare,
e di là fulminando il Castello, e scendendo a squadre sopra Domaso, Gravedona,
Dongo, e sopra Musso stesso, cercherebbero penetrare nel Castello se ne venisse
il destro».
Chiaro apparisce da tale
progetto di guerra ch'era pensiero dei Duci spagnuolo - ducali d'assalire le
forze di Gian Giacomo partitamente sui diversi punti in cui si trovavano
sparse, per isolare quanto più loro fosse possibile quelle che si stavano con esso
lui a Musso, contro le quali dirigendo il maggior nerbo delle soldatesche con
impeto vigoroso verrebbero costrette a cedere per la disparità del numero, e la
contemporanea moltiplicità degli assalti. Essi supponevano inevitabile dei due
casi l'uno: o il Medici prevedendo l'inoltrarsi della flotta Comasca uscivale
allo scontro colla sua da Musso, e allora mentre il combattimento era nel
massimo calore impegnato tra le navi, i Grigioni calando dai monti penetravano
senza ostacolo nel Castello indifeso, e fattisene padroni, toglievano ogni
speranza di ritirata e di rifugio al Castellano, le cui milizie, sminuite dalla
battaglia, scoraggiate alla vista della caduta del vessillo Mediceo dalle sue
torri, sarebbero compiutamente fugate e tagliate a pezzi dalla flotta
vittoriosa: o Gian Giacomo, conscio anche dello accostarsi de' Grigioni, non
osava abbandonare le mura del suo Castello (chè dividere le proprie forze già
scarse a tanto impegno nol farebbe, credevano, il più imperito de'
condottieri), e allora la flotta investendo quella fortezza dal lago, li
Svizzeri dai fianchi e dalla sommità battendo accanitamente da ogni parte, la
diroccherebbero e ne farebbero un mucchio di ruine, sotto cui rimarrebbero
sepolti gli ostinati difensori.
Quanto s'avverassero
questi micidiali supposti, lo apprenderanno tra poco i nostri lettori: che se
tra questi mai vi fosse alcuno edotto per lunga esperienza nelle cose della
guerra, nella quale tanti uomini vennero educati al principio di questo secolo,
pensando e rammentandosi quanto il caso, la fortuna e la destrezza abbiano
impero, più che sull'altre umane cose, sulle vicende dell'armi, potrà con
giusta lance ponderare le esposte ducali previggenze ed estimarne la probabile
riuscita senza scostarsi gran fatto dal vero.
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