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CAPITOLO SETTIMO.
Gualtiero. Ma dî, che fa Imogene?
Mi è fida ancora? d'ogni
nodo è sciolta?
Solitario. Lasso... e pur pensi!
Gualtiero.
A lei soltanto. Ascolta!
Nel furor delle
tempeste,
Nelle stragi del Pirata
Quell'imagine adorata
Si presenta al mio
pensier
Come un angelo celeste
Di virtude consiglier.
Il
Pirata, Dramma.
Rapida, rasente il lido
una barca vogava alla volta di Musso prima che la stella del mattino che
brillava a filo delle nere vette dei monti illanguidisse interamente nella luce
della nascente aurora. Era la barca di Falco in cui stavano con esso sei de'
più fidi e valorosi tra' suoi pirati da lui trascelti a commilitoni.
Sul breve margine
arenoso che cinge il piede alla rupe di Nesso, due donne, l'una all'altra
d'accanto, miravano attente ed immote quella barca che s'allontanava, nè di là
si rimossero sin che non fu sparita dietro gli sporgenti scogli della spiaggia,
e sinchè non scomparve ben anco dalla superficie delle onde la increspatura
prodottavi dal battere dei remi: allorquando le acque ridivennero piane ed
oleose, nè giunse più al loro orecchio la cadenza della voga, nè il bisbigliare
dei partenti tra loro, si mossero dal lido ponendosi a risalire a lenti passi
l'erto sentiero che guidava alla sommità della rupe. Erano Orsola e Rina che
discese dall'abituro ad accompagnare Falco al battello, condotto colà dai
compagni salitivi nella vicina Nesso, avevano a lui dato un angoscioso ripetuto
addio, poichè sapevano dover esso rimanersi lontano assai più del consueto da
che era divenuto Capitano di nave del Castellano, come egli stesso aveva loro
narrato ne' giorni antecedenti appena si fu retrocesso da Musso.
In que' primi momenti di
nuovo abbandono, mille pensieri tra consolanti e tristi agitavano ad Orsola il
cuore. Ora la di lei fantasia esaltata per l'onorevole grado di che le ritornò
fregiato il marito, e la cui importanza ella non sapeva a se stessa ben
definire, fecondando il futuro di prosperi avvenimenti, si riempiva delle dolci
illusioni di potenza, di ricchezza, di vendette soddisfatte, di fortunato
cangiamento di sorte: ora la possibile necessità di questo stesso cangiamento
le incuteva una anticipata desolazione. Dolorosi pensieri le passavano eziandio
come lampi nella mente d'una sproporzione di stato tra lei e il marito: Falco
non era più il libero guerreggiante battelliero che dopo avere spinta la sua
temuta nave su tutte le acque e presso ogni lido del lago, tornava colla preda
alla patria rupe, unica meta de' suoi pensieri e de' suoi fatti: esso ora
s'aveva novelli rapporti di specie della prima affatto diversi, il suo cammino
rimaneva prefisso, le sue azioni da un altrui comando dipendevano, quindi alla
sede del potere che il dominava tenere doveva rivolta la mente sua, e più
nessuna attrattiva s'avrebbero per lui, da sì importanti interessi divagato, la
sua capanna e la sua montagna. Orsola a tali idee sentì piombarsi in cuore un
sentimento di solitudine, che la prima fiata da che albergava colà le fece
rassembrare il suo casolare troppo isolato e discosto dalle abitazioni degli
altri terrazzani. Così trambasciata disse sempre salendo alla figlia: «Vorrei,
o Rina, che la nostra capanna si trovasse più vicina alle case di Nesso, poichè
anche tuo padre ha sospetto che il rimanerci qui tanto solinghe possa esserci
cagione di qualche sventura. Egli adesso si starà molti e molti giorni in quel
Castello di là su, e noi ci rimarremo qui come perdute su questi scogli. Lo
hanno fatto Capitano di nave: ma forse che la sua vita sarà per tal modo più
sicura? O non sarà desso così esposto ai colpi d'un maggior numero di nemici?
Ei disse che verrà giorno in cui, scacciati dal lago tutti i Ducali, scenderemo
ad abitare un popoloso contado ove vivremo come castellane, nè esso scorrerà
armato pel lago fra rischii estremi... ma intanto... egli è lontano... e noi
qui sole...»
La voce d'Orsola
s'affievolì a queste parole quasi non osasse proseguire per tema di fare
un'involontaria accusa al marito dell'averle abbandonate. Rina nulla a lei
rispose, se non che essendo allora giunta sul piccolo piano ove s'alzava il
loro abituro, soffermossi d'un tratto perchè al di là del fosco dirupo vide
sulle acque la barca del padre e de' suoi compagni, e vivamente l'affisò
mostrando di seguirla col desiderio nel suo veloce corso; ma alzato lo sguardo
per mirare verso il luogo ov'essa era avviata, abbassò tostamente le pupille e
rimase in un atto di tenera mestizia. Col capo lievemente inclinato, colle
nerissime chiome che non ancora addirizzate ombreggiavanle le guancie, fatte
all'improvviso del candido colore dell'alba già sorta, e le ricadevano
morbidamente sul collo e sul seno, le cui perfette forme non erano punto
alterate dal corsetto e dal lino che il ricoprivano, coll'uno de' bracci steso
lungo la persona e l'altro raccolto al petto, essa rassembrava a quelle
angeliche sembianze che sogliono talora apparire ne' sogni di un'anima che
langue di pietà o d'amore. Ma questo pensieroso atteggiarsi di Rina fu per
dolore che l'assalì del lungo distacco del padre? fu per consentimento
all'agitata fantasia della madre? Ah no: esso palesava una commozione del cuore
più potente e secreta. Quante volte da breve volgere di giorni mentre seduta
sotto il vecchio castagno attendeva a femminile lavoro, le rose del suo viso
avevano subitaneamente impallidito, l'ago s'era arrestato infitto a mezzo nella
tela e i suoi neri occhi parlanti erano rimasti fisi a lungo e immotamente al
suolo! Allora il suo spirito errava per le piagge del lago che gli alti monti
chiudevano al suo sguardo, allora l'immaginativa le creava un castello ampio,
sontuoso, fra tutti i di cui potenti abitatori però uno solo ella scorgevane,
d'uno solo le pareva distinguere i passi e le parole. Le forme del giovinetto
straniero le stavano incessantemente dinanzi, poichè nulla che fosse bello e
soave al cuore poteva avere per lei altre sembianze che quelle di Gabriele, le
quali avevanle infuso un sentimento d'inesplicabile voluttà tanto per lei più
puro ed arcano, in quanto che sparita rapidamente la realtà dell'oggetto che ne
era la causa, nella impressione che in lei durava s'era frammista una
melanconia che le traeva l'anima soventi in quel vago misterioso della
speranza, ove gli affetti della terra sembrano tramutarsi nelle perenni gioie
del cielo.
Distolse Rina
dall'intimo immaginare la voce di Orsola, che pervenuta alla capanna,
dischiudendone la porta, esclamò: «Io m'ho il tristo presentimento, e Dio
voglia che si smentisca, che la venuta qua su di quegli stranieri liberati da
Falco ci debba essere cagione di qualche gran danno! Ben ti sovvieni che per
essi loro la comare Imazza perdette l'unico figlio Grampo: chi sa quella
maledetta vecchia quali stregamenti ha fatto per vendicarsene. Il sole che
sorge la coglie forse presso le grotte della montagna intenta a fare sparire
col suo bastone le orme lasciate dalle unghie dei demonii che si saranno
raccolti questa notte intorno ad essa». Rina provò sommo spavento a tai detti,
ed affrettossi ad entrare nell'abituro rammentando alla madre che nè l'una nò
l'altra avevano ancora pronunciate le preghiere del mattino.
La barca di Falco
correva intanto celeremente sulle onde. Stava desso ritto presso la prora,
appoggiato al suo moschetto, mirando i suoi compagni pirati; due de' quali, che
erano Trincone e Guazzo, remigavano, e quattro stavano seduti ai lati del
battello, tenendosi ciascuno d'accanto il proprio archibugio. Questi, uomini
tutti nerboruti e infaticabili, mostravano visi fieri colla pelle arsa dal sole
e dalla polvere, vestivano casacche di lana di colore sanguigno serrate loro ai
fianchi da larghe cinture di cuoio, da cui risortivano impugnature di coltelli
e spuntoni; il loro capo era coperto da berrette brune pure di lana, lunghe,
ricadenti sugli omeri, sulle quali riponevano talora larghi acuminati capelli
che celavano ad essi metà del viso.
Il fresco soffio del
Tivano agitava la nera capigliatura che in folte ciocche usciva a Falco dalla rete
d'acciaio; sui suoi vigorosi lineamenti stava l'espressione d'una fiera
compiacenza per vedersi con que' suoi fidi e valenti seguaci avviato ad
assumere il comando di grossa formidabile nave da guerra e d'una squadra
regolarmente ordinata alla milizia. I suoi pensieri non spiravano che
combattimenti, gloria, vendetta: una pugna contro i Ducali era certa,
l'angosciava solo il dubbio che si dovesse frapporre lungo indugio ancora a
disporla. Di tal dubbio si fece a parlare calorosamente a que' suoi, e Negretto
il Tornasco, il più giovane ed il più astuto che vi fosse tra loro, il quale
aveva avuta soventi volte l'audacia di recarsi nei luoghi tenuti dai Ducali, e
persino in Como, e d'ivi frammischiarsi con essi, lo accertò che impossibile si
era si tardasse a lungo a dare una battaglia, poichè già da varii giorni i
vassalli del Duca venivano incessantemente vessati onde fornissero tutto quanto
era necessario ad assestare le barche da guerra ed a far gozzovigliare i
soldati, il che ei sapeva per averlo udito e veduto nei sobborghi di Como, dove
aveva dato mano a varii barcaiuoli ad appianare coi remi le cuciture ad un
commissario delle gabelle che voleva asportare ad uno di loro la vela e gli
attrezzi che teneva nel battello. A questi detti, che rallegrarono sommamente
Falco, passò poco d'ora che s'aggiunsero tali novelle che sgombrarono ogni
ombra di dubbio dal suo spirito.
Superata ch'ebbe la sua
barca la punta di Bellaggio, ne apparve un'altra, che venendo dal ramo di Lecco
prendeva la stessa loro direzione. Volsero tutti l'occhio a quella banda
guardando acutamente per distinguere chi vi fosse dentro, e vi scorsero due
rematori ed un uomo in arnese non rozzo colle piume cadenti sulla falda del
cappello. Falco ordinò a' suoi s'accostassero a quella barca, dalla quale
giunti che furono a portata di voce, venne gridato replicatamente: «Medici»,
cui essi risposero pronunciando lo stesso nome, e poscia la raggiunsero.
Riconobbe Falco in essa un suo antico conoscente, Daniello Perego di Lenno,
servo e soldato di Battista Medici, fratello del Castellano, che si stava con
buona scorta d'uomini a Monguzzo: «Addio, Daniello, gli gridò tosto, ben
tornato sul nostro lago; come sta il tuo padrone? e come vanno le faccende nel
vostro castello?»
«Oh ti saluto, mio caro
Falco e la tua bella compagnia (rispose l'altro che all'amichevole di lui
parlare rinvenne dall'assalto di paura che il veloce accostarsi d'una barcata
di simil gente gli aveva cagionato). Il signor Battista sta ottimamente, e le
faccende di Monguzzo sono sempre andate benone sinora».
«È molto tempo che non
vedete i camicioni rossi?»
«Sono già mesi che si
stanno lontani dalle nostre muraglie più che gli scudi dalle mie scarselle; ma
adesso suonano cattive campane, e pare che il diavolo ci voglia dare da travagliare.
È per questo appunto che vado a Musso: le nostre spie sono tornate ieri da
Como, ed hanno narrate grandi novelle, che il signor Battista mi manda con una
lettera a partecipare al signor Castellano. Non saranno bagattelle, si parla di
migliaia e migliaia d'uomini: ne sono venuti da tutte le parti; a Milano non
c'è più un soldato, li hanno mandati tutti a Como per piombarci poscia
addosso».
«Che vengano pure: qui
si hanno buone braccia per sostenerli, disse Falco». - - «E buone bocche
per dar loro il ben venuto», gridarono i suoi pirati accennando gli archibugi.
«Vi dico, amici,
proseguì il messaggiero di Monguzzo, che deve essere un macello per terra e per
acqua come quello accaduto ai tempi del Matto. Che botte abbiamo menate allora!
ed i nemici erano gente di Francia: sono ben certo che se ne verranno ora date
di somiglianti, si troveranno a mal partito anche gli Spagnuoli, gli Alemanni e
tutti in somma i Ducali, se pure non hanno la pelle più dura di quei Monseigneurs.
Mi pare di vederlo il Matto co' suoi Pievesi quando lì, presso la sponda che
abbiamo oltrepassata adesso di Bellano, assalì quattro navi zeppe di soldatoni
grandi e grossi che rassembravano torri di ferro, e in meno d'un'ora non ne
lasciò uno vivo. I pescatori di Rezzonico, di Dervio, di Menaggio e di tutte le
terre d'intorno, accorsi al luogo del combattimento, avevano due giorni dopo
tratte dall'acqua una cinquantina d'armature che, sebbene foracchiate e peste
qua e là, furono vendute sino a quindici cavallotti l'una; e mi ricordo di più
che molti di que' cavallotti li vinsi io a picchetto nell'osteria della Rocca
Rusca».
Alle parole del
messaggiero di Battista Medici l'aspetto di Falco apparve animato da un sorriso
di feroce gioia; il suo spirito guazzava anticipatamente nella strage: «Ah sian
rese grazie al cielo, esclamò; ci siamo una volta! Che tutti i cavallotti che
hai truffati in tua vita, o mio caro Daniello, ti possano ritornare duplicati
nelle tasche senza farti paventare la corda o la ruota, per la buona novella
che mi hai data! Si farà finalmente ripassare il filo alle spade e si
accenderanno le micie delle bombarde e dei moschetti. Vedi questa lama quant'è
offuscata dal sangue e dalla ruggine? (trasse, così dicendo, ed alzò l'uno de'
due pugnali che portava infissi nella cintura) Non ti pare che si mostri in
grande necessità d'essere arrotata e ripulita? Pure è gran tempo che attendo
l'istante di porla alla cote: ora finalmente il giorno è venuto, e voglio farla
divenire più tersa e lucente dell'acciaio d'una lorica da parata. Ma dimmi un
po', le porte del vostro Castello di Monguzzo sono massiccie e ben foderate?
Polvere e ferro ne avete quanto basta per non patire nella disputa coi nemici
lo scorno d'essere i primi a tacere?»
«I nostri ponti
levatoi11 sono pesanti e sodi al pari di grosse muraglie, ed abbiamo
due sotterranei del Castello ripieni di polvere di zolfo e palle che comperammo
dai Veneziani. Però la migliore provvigione pel caso d'assedio venne fatta da
me. Con una banda di trenta de' nostri bravi archibugieri mi diedi a girare il
paese a dieci miglia d'intorno, e fatti radunare quanti buoi, maiali e pecore
ho potuti trovare, li ho spediti al Castello, dove stanno in parte salati e
affumicati appesi nei cameroni, e in parte vivi e ben pasciuti nelle stalle per
fornirci carne fresca quando i Ducali ci toglieranno d'andare a pranzare colle
belle massaie dei siti vicini».
«Anche a noi piacciono i
buoni bocconi e le belle massaie, disse Passamonte altro de' compagni di Falco;
ma ora ci conviene cangiare il fumo delle vivande con quello delle artiglierie,
e gli abbracciamenti dell'amorosa con quelli delle mani di ferro dei nostri
nemici».
Così ragionando e
remigando insieme giunsero le due barche in vista di Musso. Daniello, che da
gran tempo non era quivi stato, «Oh ohe! gridò, guarda, guarda il porto del
Castello! che rumore, che chiasso si fa colà su! Ih che selva d'alberi e
d'antenne! quante navi si stanno di fuori! le scorribiesse, i battelli e le
piatte non si ponno contare: s'io non m'inganno, quel legno più alto ed ampio
d'ogni altro, tutto ben dipinto ed adorno, è il Brigantino del signor
Castellano?»
«Sì è desso, rispose
Falco, e giuocherà tra poco colle barche Comasche a chi s'abbia più dure le
costole».
Pervenuti alle muraglie
del molo, vennero dalle barche armate in guardia riconosciuti, e quindi
lasciati entrare nel Porto, ove procedendo lentamente frammezzo ai
numerosissimi navilii, toccata la sponda, balzarono a terra, e s'avviarono alla
volta del portone del Castello.
Chi può narrare quanto
fosse colà il trambusto, il subbuglio, l'affollamento dei rematori, dei
soldati, degli artieri, l'ire il redire sulla strada, ne' moli, dentro e fuori
della fortezza, il gridare, lo spingersi, il richiamarsi? Ad ogni istante
giungevano nuove barche, e se ne vedevano venire da tutti i punti: si
scorgevano per tutto gruppi di soldati ed operai affaccendati in mille guise.
Varii di essi con curli e puntelli facevano rotolare verso la sponda grossi
cannoni e falconetti di ferro e di bronzo, che altri calavano a stento con
corde e cinghie dai gradini del porto e collocavano sopra zattere,
appositamente costrutte, che li recavano alle navi, verso cui dirigevansi pure
altre picciole barche cariche in parte di sartiame ed altri attrezzi navali, e
in parte di barili di polvere, e cassoni di palle, e ferramenti che una mano
d'uomini che discendevano dai magazzini della Fortezza portavano a spalle e
deponevano alla riva. Tra le grosse navi la sola che stavasi in mezzo al Porto
si era il Brigantino, le altre sette, che s'avevano sembianza di vascelli del
mare, erano state condotte al di fuori onde non ne stipassero colla loro mole
l'interno, impedendo il libero transitare delle navicelle che recavano ad esse
gli oggetti d'armamento. Tutte portavano un grand'albero per le vele, s'avevano
banchi laterali per i rematori, erano munite di áncora, e sebbene
racchiudessero un ponte solo per le artiglierie, portavano otto cannoni da
quaranta libbre di palla, che gl'imperfetti metodi delle fusioni di que' tempi,
rendevano di peso maggiore di quelli che attualmente hanno un calibro da
sessanta.
Ognuna di queste navi
aveva allora in faccende tutta la propria ciurma per il caricamento: una parte
di questa cogli argani e le gomene era occupata a tirarsi dentro armi, casse,
munizioni, levandole dalle zattere e dai battelli che mano mano venivano
inviati dal Porto; altri affaticavano a riporle nelle batterie, sui carretti e
calarle nella sentina, e i più destri finalmente arrampicati sull'albero e per
le antenne, rannodavano le corde, le faceano scorrere per le puleggie,
ravvolgevano le vele e disponevano in somma tutto quanto indispensabile riesce
al governo spedito e sicuro d'un pesante navilio.
Venivano pure collocate
bombarde e colubrine sulle Borbote e sulle Piatte, che erano barche di mezzana
dimensione, ma assai basse e quasi a fior d'onda: le scorribiesse, le lancie, i
navicelli non importavano lavoro di sorta, poichè non erano destinati che a
contenere drappelli di schioppettieri, e di un corpo d'armati creato dal
Medici, terribile specialmente nelle guerre sui legni, che si era di guastatori
ed incendiarii.
Il Brigantino, opera,
come accennammo, quasi maravigliosa dell'arte delle fabbricazioni navali, si
stava nelle acque del porto già in tutto allestito e pronto al pari d'un
arcionato destriero a slanciarsi nella battaglia. Era desso un legno più ampio
ed alto degli altri tutti, ma costruito con sì perfetto disegno, che mostravasi
tanto snello all'occhio e leggiero, come lo era sommamente infatti a
proporzione di sua mole, che si sarebbe detto nel suo cammino non fendere ma
survolare alle onde: unico tra le navi del lago aveva due ordini di batterie,
guarnito ognuno di quattro cannoni e quattro colubrine, e portava cento uomini
d'armi e trenta rematori; pure, ad onta di tanto carico, era stato fatto con
arte sì fina, che ogni soffio d'aria il faceva viaggiare, ed alla mano dei
rematori e del pilota obbediva e volteggiava con un'impareggiabile agevolezza.
Dei venti e delle tempeste si prendeva giuoco, poichè nel massimo fortuneggiare
del lago soleva Gian Giacomo uscire su di esso dal porto di Musso, e dirigersi
e pervenire là ove meglio gli andava a grado, con istupore sommo degli
abitatori della costiera che accorrevano a contemplarlo. Era sui fianchi
dipinto d'un colore rossiccio a bande nere, e sulla prora portava scritto il
motto: Domine, salva vigilantes. Conteneva una splendida stanza pel
Castellano che ne era il comandante, ed altre adorne camerette pei più distinti
capitani che vi salivano seco. Quando usciva a giornata, presso all'albero di
mezzo, sul quale spiegavasi il gonfalone Mediceo, erigevasi un altare, al di
sopra del quale s'attaccava la campana detta la martinella; quivi dal
Parroco del Castello in grand'abiti sacerdotali facevansi continue preghiere
onde ottenere dal cielo prosperità e vittoria12. Nè una tale pia
costumanza, imitata dall'uso del Lombardo Carroccio, era stata da Gian Giacomo
stabilita a solo religioso fine: aveva desso calcolato ben anco quanto
aumentasse l'ardore dei combattenti, e gli eccitasse in caso di sconfitta a
disperata difesa il pensiero di far trionfare e di proteggere un santo segno ed
una sacra persona che stavano come palladio nel centro delle schiere.
Dentro la Fortezza non era chiasso
minore del Porto: siccome Dongo, e principalmente Musso, erano ingombre delle
truppe del Castellano già tutte chiamate e raccolte dai contadi, dai borghi,
dalle rocche ove si stavano alla spezzata, accresciute da bande paesane, in
ispecie Pievesi, uomini intrepidi, ed amici del Medici, i capitani, i capi -
bandiere, e tutti i condottieri insomma di quelle truppe s'erano recati nel
Castello chi per comando di Gian Giacomo, chi per proprie bisogna, e non pochi
per curiosità e passatempo. Tutti questi andando su giù per le scale, passando
dall'una all'altra Rocca, e spargendosi pei baluardi, pei terrapieni,
gridavano, schiamazzavano con infinito rumore. Di essi pochi vestivano l'intera
armatura, il maggior numero s'aveva corazza, o giacco di maglia, col resto
dell'abito di saio o panno: vedevansi elmi piumati, cappelli a larghe falde, e
berretti di cento foggie: colori e forme d'abbigliamenti e d'armi se ne
scorgevano d'ogni specie per la molta varietà delle bande di che constava
l'armata del possente Castellano.
Quando Falco s'avanzò
co' suoi sei compagni verso la gran porta del Castello, gli uomini d'armi che
vi stavano a guardia si schierarono al primo vederli ponendosi in atto di
vietar loro il passaggio; gente armata d'ogni aspetto ne passava per di là a
tutti gl'istanti, ma una mano d'uomini in sì fiera sembianza da masnadieri non
se n'era loro giammai offerta. Falco, ponendo il piede sotto la vôlta del
portone, s'accorse tosto che il farsigli incontro delle guardie colle alabarde
abbassate, e il loro guardare minaccioso era causato dall'inusitata presenza
de' suoi; ei s'arrestò senza arretrare però d'un passo, e con un sorriso di
sprezzo «Che! esclamò, vi facciamo noi paura? noi poveri montanari vestiti di
lana a voi soldati coperti di ferro? Ma paura o no, vi dico che saprei e potrei
condurre questi miei camerata sino alla presenza del signor Castellano, il
quale son certo non ci farebbe occhio sì torvo come ci fate voi. Però, onde
abbiate a rimanervi qui più tranquilli, mi vi recherò da solo, riserbandomi a
condurre questi nel Forte, allorchè v'avranno in altro modo persuasi che molti
fra quelli che vi entrano liberamente non sono migliori di loro».
Si volse quindi a' suoi
che, fermatisi in semicerchio dietro a lui cogli archibugi calati a mezza
persona, mostravano nel volto e nell'atteggiamento la capacità e la pronta
disposizione ad eseguirne ogni cenno per qualsiasi arrischiato colpo, e
guardatili colla fiducia d'un'antica intelligenza: «Andate, disse con fermo
accento, ma orecchio alla chiamata; e non perdete la mia barca di vista».
Parve che que' sei
sparissero, tanto fu la prontezza con cui, obbedendo a quegli che tenevano per
loro capo, s'allontanarono di là, frammischiandosi alla folla di gente che
ingombrava il porto. Le guardie rimasero attonite a tal fatto, e deposte le
alabarde diedero facoltà a Falco di entrare nella Fortezza, il che egli fece
raggiungendo Daniello Perego che l'aveva frattanto preceduto. Pervenuti al
Forte di Gian Giacomo, il messaggiero di Battista Medici dovette spiegare al
Capitano che ne guardava l'ingresso chi fosse ed a che venisse, e quindi fu
diretto alle stanze del Castellano; e Falco, riconosciuto e salutato qual
Comandante, venne condotto, come n'espresse il desiderio, ove trovavasi
Gabriele, che era nella sala d'armi del Forte dove stavano raccolti quasi tutti
i capitani.
Il giovinetto Medici,
scorto che s'ebbe appena il suo liberatore, il guerriero montanaro di Nesso,
gelò tutto, indi arrossì per un palpito secreto di contento: gli corse incontro
e l'abbracciò con tal atto affettuoso e riservato ad un tempo, che appalesava
un sentimento d'amore e di rispetto maggiore assai di quello inspirato dalla
semplice confidenziale amicizia che esistere poteva tra loro. «Quando è utile o
desiderata la tua presenza, gli disse, si è certi allora che tu giungi, o mio
Falco; qui pensavamo con premura a te, perchè se più tardavi eri il solo dei
Comandanti di nave che fosse mancato alla pubblicazione degli ordini che tra
poco sarà fatta da Gian Giacomo per una generale fazione».
«I preparativi che avrai
veduto farsi, disse il Mandello accostandosi con varii altri al soppraggiunto
Falco, i molti uomini in cui ti sarai scontrato, ti avranno fatto accorto che
attendiamo in queste acque una visita dei Ducali; ma che dico? tu devi saperne
le novelle più fresche di noi perchè vieni di giù verso Como?» «Io le so
recentissime in fatti (rispose Falco, e tutti l'accerchiarono bramosi in parte
di mirare d'appresso quel celebrato pirata, e in parte d'udire ciò che avesse
di nuovo a narrare), ma le ascolterete tra poco anche voi tutti più estesamente
che da me, perchè sono pervenute nella Fortezza con lettere che ora si stanno
nelle mani del signor Castellano».
«Dimmi Falco, gli chiese
con istanza Gabriele, tramutata in fierezza la dolce espressione del viso, sai
tu se Alessandro Gonzaga sarà il condottiero dei nostri nemici? Una vittoria
ov'ei non vi fosse mi sarebbe dolorosa al pari d'una sconfitta».
«Il loro ammiraglio sarà
il signor Gonzaga senza alcun dubbio, rispose Falco, poichè nessun altro capitano
hanno i Ducali che valga più di lui a sostenerne l'impegno».
«È vero, entrò dicendo
Lodovico Bologna, che debbono essere in sì gran numero, che per ciascuno di noi
vi saranno dieci di loro?»
«Eh te le danno a
credere grosse, si fece a rispondergli Domenico Matto: quanti vuoi tu che
siano, se non hanno che da sedici a dieciotto navi da poter salire? A piedi per
il lago non crederai che ci possano venire; per i monti non v'è passaggio:
dunque se fosse giunto a Como anche l'esercito del Soldano, potrebbe starsene
là a scalcinare le pietre del Baradello, poichè più di due migliaia di loro, a
dirne assai, non ponno oltrepassare Bellaggio».
«Così avvenisse, parlò
Falco, che non solo l'armata di Como, ma tutti quanti sono i nemici avessero
facoltà di salire sulla flotta, che almeno distruggendola compiutamente non
vedremmo più alcuno di quella razza scellerata a comparire su queste sponde; ma
credo che molti di loro, invece di attenderci sulle acque, se ne andranno a
molestare quei che si stanno a Monguzzo ed a Lecco».
«Evviva loro! lascia,
mio bravo guerillero, che ci vadano pure, gridò Alvarez Carazon
prendendo gioiosamente la mano di Falco. A Monguzzo c'è Battista, buon soldato,
sai tu, e furbo, che se ne ride del Moro di Marocco; a Lecco me ne andrò io, e
voglio vuotare tanti bicchieri quante teste vedrò fracassarsi contro le
barricate del ponte d'Adda: quando ci ha da... (ed alzò il braccio con stretto
il pugno e il pollice teso accennando alla bocca) un Catalano porta sempre con
se buona fortuna. Io sono stato anni sono in un paese di là del gran mare che
c'è dalle nostre parti, in un paese strano, vi dico, dove l'oro è sparso a
bizeffe, ma dove non si trova una goccia di vino. Oh se vedeste che razza di
gente, che qualità di serpenti e d'animali si trovano colà! Gli uomini e le
donne vanno nudi, e non hanno che una fascia di penne intorno ai lombi ed
un'altra in giro sul capo; sono cani ostinati che non vogliono saperne nè della
croce nè di san Giacomo di Compostella, per cui noi quanti ne potevamo incontrare,
tanti ne ammazzavamo per ridurli alla fede. Ora voglio contarvi un caso
singolare che mi è accaduto in quel paese, per farvi conoscere come un
fiaschetto di Malaga portato per accidente dal vascello abbia salva la
vita a me ed a dieci altri Spagnuoli. Entro un foltissimo bosco sulla riva d'un
lago che chiamano... aspettate... chiamano di Mexico...»
«Il tamburo, il tamburo,
gridò il Mandello, uditelo, annunzia la venuta del signor Castellano: ei
s'arreca in questa sala per darci gli ordini suoi e parteciparci le notizie
venute da Como». Dolse ad alcuni di que' Capitani più amici delle venture del
vino che di quelle delle armi, che la narrazione del Catalano venisse tronca, e
più a lui stesso, che era di natura cicalone, massime ragionando di fatti che
lo risguardavano, ma piacque al maggior numero che a quelle inutili ciarle
preferivano il conoscere quali fossero per essere le disposizioni che si
darebbero dal Medici loro capo e signore, sulla cui perizia delle cose
guerresche s'avevano somma fidanza, e tanto più nelle circostanze difficili,
nelle quali estimavano che la di lui sagacità s'addoppiasse a pro comune,
avendo l'interesse proprio a quello di ciascuno di loro strettamente collegato.
Annunziato dai tamburi
delle squadre del Forte, e preceduto dal Borserio e dal Sarbelloni, entrò il
Castellano in quella sala avendo al suo fianco il confidente Pellicione, il
fratello Agosto ed il conte Volfango d'Altemps. Tutti i Capitani si raccolsero
in cerchio intorno a lui rimanendo nel più perfetto silenzio. Gian Giacomo,
posata la sinistra mano sull'elsa della spada, curvato l'altro braccio sul
fianco, tenendo ritta la persona ed alta la testa, col viso animato da
straordinaria energia e intrepidezza: «Miei Capitani, disse con voce forte e
gioiosa, vi do il grato annunzio che il secondo giorno che sorgerà sarà il dì
della tanto aspettata battaglia. Tutti i movimenti che si faranno dai nostri
nemici mi sono già perfettamente noti, e i più recenti avvisi non mi lasciano
ormai alcun dubbio anche sulle più minute particolarità del piano di battaglia
che verrà seguito dai Capitani Ducali. Il palesare a voi ch'essi spiegheranno
tutte le loro possibili forze per vigorosamente assalirci, non è che
dimostrarvi in qual alto conto ci tengono. Nostro impegno però sarà il provare
ad essi che si sono ingannati, credendoci soltanto possenti e gagliardi:
debbono venire da noi costretti a stimarci a fronte loro invincibili. Tutte le
nostre navi sono allestite, i soldati pronti, e le bande delle nostre terre più
discoste, già pervenute a Musso e poste in armi, non attendono che l'istante
del combattere. Fuorchè cinque di voi che ho destinati a fazioni di terra, e
tu, fratello Agosto, che col conte d'Altemps ti rimarrai a comando ed a guardia
di questo Castello, gli altri tutti mi seguiranno ad incontrare il nemico sul
lago. Do frattanto ordine espresso che nessuno de' miei comandanti possa uscire
dalla fortezza se non dietro mio cenno o del mio luogotenente (ed additò il
Pelliccione), cui ho dato l'incarico d'indicare a ciascuno di voi la nave e gli
uomini che gli vengono assegnati a condotta, il posto che gli converrà tenere
ed i segnali cui dovrà ubbidire nella battaglia. Tu, Alvarez, partirai
quest'oggi stesso per Lecco, conducendo colà bombarde e munizioni che ho già
fatte disporre sulla nave di Pirro Rumo; quivi il capitano Amadeo ti cederà il
comando del Castello e del ponte, che tu difenderai da tuo pari; siccome il
presidio di là giù è assai numeroso, farai salire trenta uomini sulla nave di
Pirro, che, retrocedendo ben tosto, raggiungerà con essi la flotta. Tu, Luca
Porino, ritornerai questa notte a Corenno, e di là ti recherai con metà di tua
schiera a munire il passo d'Olgiasca, e manderai il Gatto col rimanente delle
barche a Varenna, ove gli ordinerai di fare trascinare le artiglierie sugli
scogli, appuntarle verso il lago ed adoperarle coll'usata bravura a tempo
opportuno. Pietro Polto si recherà con cinquanta Pievesi nel Castello a
Gravedona, e Lodovico Bologna a Rezzonico: là troverete armi e provvigioni;
custodite diligentemente il passaggio. Alla tua brigata di cacciatori, o Mattia
Rizzo, cui non piace lo starsi sull'acqua, ho prefissa un'incombenza degna di
te e di loro. Andrete sull'alto dei monti ad attendere al varco non faggiani o
camosci, ma orsi fieri e rabbiosi, cui son convinto non cederete il dominio
della montagna; quando starai per partire ti darò il comando d'un buon
drappello di uomini d'armi e di guastatori che ti gioveranno all'impresa.
Quanto volentieri, o Falco, darei a lui per compagno anche tu stesso, poichè so
qual terrore incutano ai Grigioni le stelle lucenti del tuo berretto: ma non
vo' privare la flotta d'un comandante par tuo; tu devi nella battaglia
rimanerti colla nave a fianco di quella del mio Gabriele, e la Salvatrice,
guidata da te, non può smentire il suo nome».
Qui fece un istante di
pausa, e tosto nacque un generale bisbiglio a comento de' suoi detti, ma dato
un segno colla mano e ricomposti tutti a silenzio, riprese: «S'io presentemente
dubitassi della vittoria avendo voi per capitani, e per soldati uomini sì fidi
ed esperimentati quanto lo sono i nostri, farei il più manifesto torto al
coraggio ed allo splendido valore di tutti. La serie delle nostre battaglie fu
una catena di trionfi: questa, che sarà forse la più grande d'ogni altra, dee
coronarci della massima gloria, per cui può essere accertato l'assoluto
decadimento de' nostri nemici, l'ingrandimento della potenza di Musso sul lago,
e l'obbedienza dell'orgogliosa Como alle nostre bandiere».
In così parlando
sfavillava di fuoco guerriero al Medici lo sguardo, e pari ardore agitando i
suoi Capitani, ad una voce applaudirono a' suoi detti, gridando: «Viva Musso,
viva Medici; morte ai Ducali», e tali viva vennero ripetute sin che Gian
Giacomo, uscito dalla sala d'armi, non si fu condotto di nuovo nelle sue
stanze; dopo di che que' guerrieri, abbracciandosi per contentezza tra loro e
ripromettendosi ogni buona ventura, si dispersero per il Forte, ove a tutto
quanto poteva ad essi abbisognare in cibi, bevande ed alloggiamenti era stato per
cura del Castellano abbondevolmente provveduto.
Di qual modo il Medici
possedesse una compiuta conoscenza del piano di guerra adottato dai Ducali,
agevolissimo si è lo scoprirlo ove si ponga mente al molto numero delle persone
che ne dovettero essere poste a parte. Le spie che Gian Giacomo manteneva in
Como, oltre i partitanti suoi che si stavano colà, avevano avuto cento mezzi
d'essere esattamente istruiti di quanto si tramava, e di trasmetterne quindi a
lui le più minute relazioni. Anche Battista mandava da Monguzzo a Como i suoi
esploratori, e da questi appunto avendo ricevuta la notizia del giorno
stabilito per l'uscita della flotta Comasca nel dì stesso che fu dai
Commissarii Ducali prefisso, spedì immediatamente il servo Daniello Perego qual
messo, colle lettere per avvertirne il fratello. Non distraendo che pochissime
forze, Gian Giacomo distribuendo nel modo da lui accennato i suoi Capitani,
provvide alla sicura difesa dei punti principali de' suoi dominii sulle due
sponde del lago. La più considerevole di tutte per la qualità ed il numero
degli uomini era la spedizione ordinata a Mattia Rizzo donghese, spedizione
importantissima, perchè doveva impedire alle truppe della Lega Grisa d'occupare
le sommità dei monti, e di discendere quindi verso Musso o verso il Castello. A
norma dei comandi di Gian Giacomo, Rizzo dovea condursi sulle alture della
soprastante montagna, appiattare la squadra d'uomini d'armi e di guastatori
presso il luogo ove vedrebbe avviarsi dall'opposta valle i nemici, e
distribuiti pei dirupi circonvicini i suoi cacciatori, pratici da lungo tempo
di quelle ertezze, attendere il giusto momento in cui gli Svizzeri si
trovassero maggiormente imbarazzati e stanchi dell'aversi tirate là su a sommo
stento le artiglierie, piombare loro addosso, e ricacciarneli in fondo. Viveva
certo il Castellano, che condotte le cose in tal maniera, la sorpresa, la
lassezza del nemico, le naturali difficoltà dei luoghi avrebbero assicurato
l'evento. Nella pugna navale s'aveva pure grande speranza di vittoria, perchè
fatto calcolo di tutti i suoi mezzi, gli risultavano superiori a quelli dei
nemici: Lecco e Monguzzo stavano nelle mani di Capitani avveduti ed impavidi;
quindi non dubitava quasi che il complesso delle cose non fosse per essere a
lui favorevole: per ciò quantunque la necessità di provvedere a mille bisogna,
d'ordinare, far disporre, dirigere, esaminare le opere eseguite il tenesse in
continua agitazione e fatica, pure la mente sua mostravasi nè abbattuta nè
depressa nè agitata, che anzi ilare ed in lieto aspetto presentavasi a' suoi
capitani e soldati, gli uni e gli altri intrattenendo, più che non fosse da
pria assueto, con giocondi motti e famigliari richieste.
Quel giorno medesimo
partì dal Castello, come venne ordinato, sulla nave di Pirro Rumo, il capitano
Alvarez per alla volta di Lecco: al principiare della notte partirono pure i
capitani Porino, Polto e Bologna, ed in ora più avanzata Mattia Rizzo co' suoi
cacciatori ed i soldati. Verso il mezzodì del giorno seguente tutti i lavori
d'attrezzo e di carico intorno alla flotta erano compiutamente finiti, ed ogni
armamento messo in perfetto sesto, onde i capitani, i soldati ed i rematori non
si diedero altro pensiero pel rimanente della giornata che di nutrirsi e starsi
in riposo.
Gabriele, dopo avere
passato il giorno intero insieme agli altri Capitani, sul far della sera
ridottosi da solo con Falco, gli disse che pria di recarsi a giacere
quell'ultima notte innanzi la battaglia, voleva andare a prendere congedo da
una persona che stava nel Forte, per cui s'aveva molto affetto e stima, e
questa si era il suo maestro, Messere Lucio Tanaglia, di cui aveva esso pure
conoscenza. Falco disse che si rammentava assai bene del signor Cancelliere che
non aveva sdegnato di prendere asilo nella sua capanna, che si maravigliava
anzi di non averlo ancora incontrato nel Castello, e che lo avrebbe volentieri
accompagnato da lui onde dargli esso pure un cordiale saluto.
Il povero Maestro
Tanaglia, dopo la fatale catastrofe da noi narrata, in cui s'aveva avuta involontariamente
una tanta parte, preso con frequenza da tremiti, febbri e convulsioni, non era
presso che mai uscito dalla sua cameretta contigua alla cancelleria del
Castello, se non per recarsi in questa a stendere le ordinanze di Gian Giacomo,
ciò che però gli costava grandi sudori, poichè dopo un tiro di quella sorte,
come diceva desso, aveva perduta interamente la testa.
Entrati in un corritoio
ed ascesa una picciola scala, Gabriele e Falco giunsero all'uscio ben chiuso
del Cancelliere, ove il primo battendo moderatamente, per risparmiare
inevitabili domande disse tosto con chiara voce: «Aprite, Maestro, che sono
Gabriele, venuto a darvi la buona notte». Dopo pochi istanti si fece sentire
uno strascico di pianelle, e s'udì levare la spranga e dischiudere il
chiavistello, indi apertasi lentamente la porta, apparve Messere Tanaglia
tenendo una lucerna nella sinistra mano, facendo della destra scudo al lume
verso di sè e riverbero sugli entranti: «Siete voi Gabriele?» pronunciò con una
voce stentaticcia, sporgendo la testa verso di lui per meglio riconoscerlo, ma
la ritrasse tosto indietreggiando due o tre passi, esclamando spaventato:
«Ohimè! chi è là! cosa volete! sono ammalato! andate via». E la causa di tale
suo terrore fu la vista di Falco ch'ei punto non riconobbe. Così avviene talora
ad un timido cittadino, che posando per avventura in albergo da villaggio ode
raschiare alla mal ferma porticella della stanza assegnatagli, ed ei s'affretta
ad aprire credendo sia un figliuoletto dell'oste o il domestico gatto
aspettatore dei minuzzoli della cena, ma vede all'incontro affacciarglisi un
gran mastino con occhi rossi, con collare a punte di ferro che entra snodando
la lunga coda leonina.
«Ma che! disse Gabriele,
voi v' |