Federigo Tozzi
Ricordi di un impiegato

2 marzo

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2 marzo

Arrivo a Pontedera dopo le venti. Prendo la valigia, pesante e incomoda, e mi presento al capostazione. Quando entro nella sua stanza, non si alza da sedere. È un uomo anziano, con la barba grigia; ha il berretto rosso e fuma a pipa. La lampadina elettrica, che pende sopra la scrivania, fa pochissima luce; e distinguo male gli altri impiegati, che stanno a guardarmi. Il Capostazione mi domanda:

— È pratico del servizio?

Io arrossisco e rispondo:

— No; è la prima volta che entro in una stazione. Ho fatto gli esami un mese fa.

Egli guarda gli altri, che sembrano adirati e scontenti. Poi, rassegnato, mi ordina:

Domattina, alle sette, si trovi qui.

Uscendo, odo che impreca contro la Direzione compartimentale di avergli mandato un impiegato inetto e non uno già pratico.

Io mi sento subito offeso ed esasperato; ma, per abituarmi subito alle contrarietà, do la mia valigia ad un facchino, che sento chiamare Drago; e gli dico che mi porti ad una trattoria dove ci sia anche da dormire.

Per la strada, mi cammina alquanto indietro; e mi osserva senza smettere mai. Io mi stizzisco e affretto il passo; lo pago e mi siedo ad una tavola della trattoria.

Drago sarebbe rimasto volentieri a bevere un bicchiere di vino con me; e, offeso che io non lo inviti, mi sogguarda con un’ironia provocante e maligna.

La padrona dell’albergo, prima di avvicinarsi, mi studia lungamente; appuntellandosi con ambedue le mani agli stipiti della porta. Allora, abbasso gli occhi io. Quando li rialzo, vedo che

non c’è più. La sento, invece, sbraitare con Drago; che approva

mugulando dentro la gola rauca. Non me ne vado, perché il peso del mio corpo è più forte di me.

Un macchinista mangia una coppia d’uova, un’occhiata al giornale aperto e una a me. Divengo impaziente; e batto con le nocche il piatto vuoto che ho dinanzi. Odo un rumore di sedie smosse, un vocio sommesso; e una donna, alta e imponente, viene a domandare quel che voglio. È la cameriera.

Mangiarerispondo.

— Allora, mando la padrona.

Questa, che aspettava dietro la porta, sopraggiunge; e ambedue mi guardano tacendo. Il macchinista mi fissa così intensamente che io debbo dall’altra parte. Con una voce che cerco di rendere grata, domando:

— Che cosa c’è?

Ma la padrona è anche più scorbutica, e vuol farmi intendere che io non debba essere tanto esigente:

— Vuole una minestra, una coppia d’uova, una bistecca...

— Una bistecca.

Ella non mi nasconde la sua aria di offesa:

— Non vuole la minestra?

- No.

— Ma c’è un brodo eccellente!

E guarda il macchinista, perché si metta con lei. Tuttavia, tengo duro:

— Io voglio una bistecca.

Allora, con uno sdegno che non perdona, mi risponde:

Sissignore.

Mi ci vuol poco a capire che sono molto antipatico; e il macchinista me lo dimostra in un modo lampante con i suoi sguardi.

Mangio e vado a letto; e, prima, devo confermare a quanti si trovano nella trattoria che io sono il nuovo impiegato. E, ora, dovrei scrivere ad Attilia; ma, per la prima volta, sento che il mio animo è ingombro di quel che ho fatto e veduto durante la giornata. Posso scrivere a lei di queste cose? E il mio sentimento somiglia a un topolino sorpreso in una stanza che si è empita di gente prima d’avere avuto il tempo di ritrovare il suo buco. Perciò, quantunque i miei occhi la cerchino al buio, non posso scriverle.

Però, ridiscendo dal letto; per togliere di tasca la sua rosa e infilarla nella cornice dello specchio.


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