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Assez de mensonges! il
est temps
des faire de ouvres de verité.
Zola.
Ogni qualvolta ci tocca leggere
in un giornale o in un libro, che l'autore ha vissuto ai fianchi della plebe,
per provare ch'egli è saputo in materia, un fiotto di
rabbia ci scappa dal labbro.
Bisogna averla avvicinata,
esser disceso nel sottosuolo, saperne i costumi, le sofferenze, i digiuni, le
ingiustizie. Bisogna aver vissuto con lei; aver riposato sullo stesso capezzale
di granito o di paglia, aver indossato gli stessi cenci, essersi riscaldato al
gran fuoco comune: il sole. Bisogna aver provato il pungolo della fame sotto il
cielo inondato di luce, tra gli uccelli che si cibano liberamente innanzi alle
risorse della natura; bisogna aver pianto tra un mondo di gente paffuta e
allegra e brilla che passa e ripassa sotto agli occhi, quasi, insulto, quasi
scherno alle budella che rumoreggiano sordamente....
Bisogna insomma aver
attraversato tutte le vicissitudini che rappresentano la lunga catena del
martirologio plebeo che di anello in anello va a
lambire i piedi del boia.
Fuori di questa condizione,
non si possono dire sulla «canaglia» che menzogne, buaggini, asinerie; non si
possono scrivere che romanzi.
È del resto un pervertimento
generale.
Un giorno leggi gli orrori
che desta un uomo che muore sul letto di una bagascia,
quasi gli accidenti non potessero amoreggiare nei postriboli. Poi raccapricci
alla narrazione di un ubbriaco, sul quale l'umano scrittore, con parole
sdegnose, invoca la protezione della legge, per fare di un uomo onesto, un
padre disonorato e un maritò perduto per sempre.
Un altro giorno è la
stupidissima società zoofila, che teneramente versa lagrime sulla groppa di un
somaro e piange innanzi a un mulicidio o a un
bovicidio o a un gatticidio, per poi cibarsi tra le pareti domestiche, di
polli, di lepri, di tordi, di pesci, di manzo, di vitello, di maiale....
Un altro giorno ancora è una
tirata contro un povero diavolo che spezzò il filo della vita per rispettare la
roba altrui, citando ad esempio un Quasimodo per soprassello cieco, e un
Uomo che Ride senza gambe, i quali perdurano coraggiosamente sul
sentiero della miseria nera.
Poi vengono i fulmini contro
le innominabili scellerate Perdute, ch'escono
dall'antro ad attentare alla castità degli uomini e a confondersi colle oneste.
Capperi! Poi una requisitoria contro il selvaggiume dei
mastini di pubblica sicurezza. Poi.... una
pugnalata nella schiena di coloro che snudano crudelmente le turpezze sociali,
chiamandoli immorali e peggio, quasi la flagellazione del vizio fosse il vizio
stesso!... Ah! ah! Poi...
Una menzogna continua.... L'ipocrisia che si cammuffa e siede
trionfalmente sul trono della verità.
Ma è tempo di spazzare le
piazze di codesti farabutti, che sotto il manto del filantropo, di gente che
darebbe il sangue pel benessere dei tribolati, si
nasconde la feccia sociale, l'ulcera che infetta tutte le istituzioni.
Sbarazziamoci di codesti
bugiardi umanitaristi, ruffiani del popolo, che educano
l'operaio all'egoismo del mutuo soccorso e suscitano in loro l'acre voglia di
diventare proprietari di case, per ridurli tiranni alla loro volta delle classi
misere.
Riduciamo al silenzio codesti
sciocchi predicatori, che bandiscono dall'alto dei teatri la pace, la
fratellanza, solo per allietare le loro orecchie dei sonori battimani che
ingenuamente prodiga loro una turba credulona.
Abbominiamo tutto quel
ciarpame di pennaiuoli, di latrinisti, di mascalzoni in cappello a cilindro che
brucia l'incenso sulla bara dell'uomo che ha saputo mettere in
serbo 100, 200, 800 mila, un milione, dieci milioni di lire, grazie a
scandalose operazioni, per poscia scagliarsi contro il poveraccio che ha rubato
venti centesimi di pane.
Sputacchiamo in viso a tutti
codesti miserabili — assassini mancati — che svillaneggiano pubblicamente la
venditrice di deliri carnali, per poi andare da lei, di soppiatto, a saziare
gli appetiti libidinosi. Ma non sono esse forse che
salvano le vostre figlie e le vostre mogli dalla furia degli uomini?
Smascheriamo quel branco di arfasatti che sbraita al vandalismo pei ricami fatti
dall'edera sur un marmo vetusto, per poscia rimanere muto come gli edifici che
vorrebbe salvaguardati dalla tempesta del tempo e dalle maledizioni degli
affamati, innanzi ai paria della società anonima, cui la scelleraggine degli
azionisti ingrassati, considera ancora meno dei quadrupedi.
Il pervertimento è del resto
generale.
Non si cerca già di prevenire
il così detto delitto, ma di punirlo. Tutto l'ingegno degli omenoni sta nel
civilizzare i mezzi di tortura, per non guadagnarsi la fama degli Arbuez. Ma tra questi e quelli quale differenza? Siamo sinceri. I
Torquemada strozzavano il corpo con orribili ordigni, lo bollavano a fuoco, lo
mutilavano anche, ma poi lo abbandonavano alle lingue gialle che rapide si innalzavano al cielo colle ceneri della vittima.
Tutto era finito.
I contemporanei del XIX secolo invece non ti buttano addirittura sul rogo.
La vittima serve loro di giocattolo come il gomitolo di refe tra le zampe del
micino. Non le lasciano mai vomitare l'ultimo buffo di vita.
Leggete i codici vecchi e
nuovi, compulsate la legge sulla Pubblica Sicurezza, penetrate negli anditi
spaventevoli della questura, passate dal banco degli accusati della Pretura
urbana a quello del Tribunale correzionale, per fermarvi nella gabbia della
Corte d'assise; alloggiate nelle carceri cellulari e in tutte
quell'altre case così dette di correzione; passate qualche anno a
domicilio coatto, gustate le dolcezze del silenzio continuo in un ergastolo o
del lavoro forzato in un bagno, e vi persuaderete che i primi valgono gli
ultimi.
Animati da questi principi,
che non ci porteranno sicuramente fortuna, in questi tempi in cui la verità è
impunemente schiaffeggiata, e senza alcuna velleità letteraria, poichè non
desideriamo aggregarci a nessuna di quelle chiesuole che si acciuffano per questioni
di campanilismo e gridano al parvenu, come i vecchi idealisti, il vade
retro satana, pubblichiamo Gli Scamiciati, lavoro
modesto, ma che riuscirà, speriamo, di una verità straziantemente
vera.
Sono lagrime raccolte, gemiti
ascoltati, anatemi scagliati insieme; è l'odissea di una banda di ladruncoli
che incomincia a discutere, a smelmarsi, insorgendo contro tutto questo mondo
di vigliacchi che percote e vitupera, assassina e distrugge.
È in una parola la detronizzazione della logica borghese. Ovvero
sono gli straccioni che sbucano dalla cloaca per prender posto al banchetto
della vita.
P. Valera.
Milano,
Novembre. 1880.
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