III
Una volta che i «malandrini»
furono lontani dal pericolo di essere agguantati, ripresero la loro vita
allegra. Erano gaie risate, motti scolacciati, schiaffi che volevano essere
carezze, baci che arieggiavano il morso.
Spirto
gentil...
De' sogni miei...
Ah, l'aveste udita, come noi, la
dolce canzone amorosa, intonata da quelle bocche profane all'arte del canto!
Era un organo che sprigionava dalle canne tutta la mollezza delle note che
molceva fino ai precordi; era l'effusione delle sue budella, che commoveva le
viscere nostre.
Ah, l'aveste sentita, almeno
voi, borghesi, modulata con tanta tenerezza, per dimenticarvi che un giorno,
quegli scamiciati, hanno attentato al vostro spillo, al vostro portamonete,
alla vostra catenella, al vostro orologio.
È così soave il canto!
— Riprendiamo il discorso,
Nosetti?
— Come loro aggrada, poichè, a
dir vero, ci ho gusto anch'io a parlare delle ingiustizie di cui siamo fatti
bersaglio. Ah, perchè non so mettere il nero sul bianco! Ho tante cosuccie
nella testa!... Se un giorno ci riesco, voglio dirne.... Basta.... Lasciamo le
ubbie.
— Il vostro compagno come si
chiama?
— Bassi.
— Ebbene, Bassi ci ha narrato la
incresciosa storia che sapete. Voi avete fatto i vostri commenti. Ma il
direttore delle carceri, i cancellieri, il prete, i guardiani, il dottore,
ignorano affatto il turpe godimento?
— Tutt'altro! Ma che cosa
possono fare, quando non riesce loro di sorprenderli in flagrante consumazione?
Passare una visita forse? Sarebbe come cercare una vergine in San Vittorello, o
nel vicolo delle Quaglie3, o negli inacessibili androni delle vestali
di Santa Sofia.
— Ma l'offeso, se s'adira come
il Bassi, per esempio, non denuncia all'indomani gli svergognati?
— È presto detto. Un boia
(spia) nelle carceri è sempre il più infelice, il più miserabile dei
prigionieri. È alla mercè di tutta la camerata. Chi lo schiaffeggia, chi gli
assesta un pugno nello stomaco, chi gli vomita una cicca sul viso, chi gli dà
un calcio nel sedere, chi lo urta. Insomma, non ha più pace.
Poi, quand'anche il boccabrach
fosse tanto audace, chi vuole mai ch'egli accusi, se tutti e nessuno sono
autori?
— Ma il prete, che sopraintende
alla morale, non sa trovar mezzo per impedire simili misfatti?
— Non mi parlino del prete! di
quell'odioso rappresentante di dio in terra, dalla cui bocca non escono che
sciocchezze e imposture. È l'imbecillità elevata a scienza; il tartufo che
predica; l'impotente che ciaramella di continenza.
Si figuri ch'egli va cianciando
al povero prigioniero di dio, di Cristo, suo figliuolo, della beata vergine,
dei santi e del paradiso, ricordandogli tratto tratto che dio è clemente e che
al di là c'è un inferno.
Oh, santissima immacolata! gli
dissi un giorno. Ma non è forse tutto un inferno la nostra vita?
Che ci abbiamo a fare noi colla
legge morale e divina, se non abbiamo avuto dalla società e da dio, che miseria
e fame, fame e miseria?
Mi spiace doverlo dire, ma il claper
(prete) è un automa qualunque. La sua parola non è animata da alcuna fede
sentita. Il suo linguaggio è gretto, arido, stucchevole. Non sa suscitare nè
odio contro il vizio, nè amore per quella religione ch'egli — mercenario —
professa.
Domandategli un libro e non vi
saprà parlare, che dei Cento Racconti di Cristoforo Smith, della Filotea
e di altri stupidi libercoli che si possono vedere dal Messaggi.
— Non puoi dire altrettanto di
Don Federico, soggiunse Bassi.
— Sarei un ingrato. Ma egli
sgraziatamente, oltre ad essere bibliotecario del Palazzo di Giustizia4
e anche condannato....
— A dieci anni, lo so. Ma che
importa, quando sotto il saio del recluso, si nasconde pur sempre l'uomo;
l'uomo che ha peccato, perchè il celibatarismo lo ha voluto, ma che tuttavia è
umano, che sa commiserare, che s'unisce, che confonde le sue colle lagrime del
pezzente?
— Per forza. Tra lui e noi quale
differenza?
— Questa: ch'egli mangia come se
fosse alloggiato in un albergo. Cosa che gli dobbiamo perdonare per quella sua
bontà innata.
Come ci consolava, quando,
seduto tra noi, col suo largo fazzoletto sulle ginocchia, e la fanfirla
piena di rapè tra le dita, ci raccontava con voce commossa, la lagrimevole
storia di quel povero B...., morto otto mesi fa nella tetra e puzzolente
infermeria, senza uno sputo di rabbia, senza una bestemmia sul labbro, grazie
alle dolci parole di conforto che gli sussurrava quell'ex-sacerdote, che sapeva
sottrargli tutto il fiele che gli serpeggiava per le arterie, contro una
società che lo aveva scelleratamente condannato ventisette volte per
vagabondaggio, senza ch'egli avesse torto un capello ad anima viva o posta la
mano sur un oggetto non suo.
— È inutile imprecare, rispose
Nosetti. La società è così fatta. Essa considera il vagabondo, la
personificazione di tutti coloro che rappresentano la statistica dal carcere
criminale alla forca, senza soffermarsi a pensare che è lei la più grande
colpevole.
— Dici assai bene. Ma è crudele
passarvi magari i più begli anni della vita senza aver mai macchiata la
coscienza di un delitto.
— E senza poter dire: io sono almeno
compianto!
— Per mio conto preferisco
essere omicida, galeotto per tutta l'esistenza, che compianto!
— Ma ormai, credilo, la società
è logora, viziata, decrepita. Dalle un urto e la vedrai rovinare nella fossa
che si è scavata colle proprie mani.
— Che baccaiamento
(discorso)! saltò su a dire uno seduto sulla punta della nave.
— Ma ritorniamo a Don Federico,
perchè dalle tue parole, Bassi, parrebbe che volessi mettere in dubbio la
santità di quello sciagurato — il quale paga assai caramente il gusto di essere
andato contro natura.
— Non ho mai avuta questa
intenzione.
— Anzi, ti dirò che per quel pist
(prete), ho una venerazione che non avrei per mio padre. Ti rammenti quando ci
siamo completamente ribellati contro i guardiani, perchè dicevasi che ci fumavano
e ci vendevano mano mano le tre bisaccie che dà ogni mese la compagnia della
Misericordia?
— Lo domandi? Quando si voleva
mandare el Maronscina5 nella spaventevole camera del 231|2?
—— Appunto.
— La camera del 231|2? Ma che
significa questo numero cabalistico? chiedemmo.
— È il luogo, come si deve dire?
interpellò Bassi.
— Di tortura. È il suo vocabolo.
Alla parola tortura, evocata da
Nosetti, rabbrividimmo.
— Avete voglia di celiare, ehn?
— Credeteci piuttosto assassini,
ruffiani, peggio, pederasti, che capaci di celiare intorno ad una cosa
spaventevolmente lugubre; il solo ricordo ci fa gonfiare il cuore e la lingua
di bile.
Quando un detenuto è in uggia ai
molti tirannelli che bazzicano in quella malaugurata casa, sulla cui fronte è
inciso l'infame motto di Filangieri: «Lo spavento del malvagio deve essere
combinato colla sicurezza dell'innocente,» un giorno o l'altro va a gustare le
feroci carezze della camicia di forza, tiraculo che strapperebbe gemiti acuti,
terribili, ove il bavaglio non fosse lì pronto a succhiare nelle ferree fauci,
tutto il dolore che esce, da quel corpo martoriato.
Una lagrima di sangue ci si
cullò sul ciglio.
— Mesi fa i giornali hanno
propalato che nelle carceri criminali di palazzo di giustizia, avvenne un
ammutinamento tra i carcerati per l'indisciplinatezza di un detenuto. Hanno
detto — inconsci forse — una menzogna. La verità è che si trattava di condurlo
nell'orribile stanzaccia....
— Della tortura. Dilla la
parola, sacramentò Nosetti.
— All'annunzio d'una di quelle
dolorose operazioni, i reclusi insorgono con ultrici grida che si
slanciano come fulmini al cielo; ululano, strepitano, percuotono le balestrose
(finestre), il soffitto, il pavimento, le pareti.
Ogni oggetto è un arme; ogni
voce un ruggito....
— E vi sono riusciti?
— A cacciarvelo? No.
La protesta di quei diseredati
insorti come un sol uomo, era così viva, così solenne, che gli stessi
secondini, le stesse sentinelle accorse, ebbero paura. Ci sono delle giuste
vendette, innanzi alle quali tiranni e vigliacchi curvano la fronte, Questa era
di quelle che s'impongono, frantumando la legge.
Ero rimasto alla compagnia della
Misericordia. Ebbene, come dissi, quel giorno di furore fumatorio, d'ira cieca,
l'ottimo Don Federico, mi strinse un cavei (lira) nelle mani dicendomi:
Siate buono, Nosetti. Ebbi da fumare per un mese.
— Vedi dunque che il sodomita
era pur sempre l'uomo dell'Evangelo: non sappia la destra, quello che fa la
sinistra.
— Non basta ancora: siccome io
sapeva di italiano e di francese, mi esibiva sempre dei libri. Mi ha dato i Promessi
Sposi di Manzoni, di cui egli era entusiasta e di cui io ho durato fatica a
leggere il fine; Le Mie Prigioni di Silvio Pellico, che buttai
più volte nauseato per la sua rassegnazione, quantunque fossi io pure in quel
momento alla mercè degli sgherri. Poi la Filotea che mi strappò dei singulti di
sdegno. Poi Della Tirannide d'Alfieri, che mi entusiasmò per la
robustezza del dire; ma che maledii lui pure, per il disprezzo che versa sul
quinto stato. In questo Notes — aggiuns'egli togliendoselo di sotto alla
camicia — ho noterellato alcune frasi côlte qua e là sui libri che ho letti.
Apertolo leggemmo:
«Coi castighi corporali si
impressiona il dorso, non la volontà del condannato; non è colle lividure che
il flagello o il bastone lasciano sul corpo insanguinato del colpevole, che si
può chiedere del progresso presente e futuro dell'educazione penale.»
*
* *
«Perchè i giornalisti hanno
sempre in bocca parole di libertà e di giustizia, quando si tratta di reclamare
un diritto borghese, se poi inveiscono villanamente contro coloro che sono
caduti sì in basso da non avere neppure una voce che li difenda? È carità, è
giustizia, è coraggio?
*
* *
«I giudici sono inamovibili;
tuttavia potranno un giorno essere sospesi... ad una corda.»
*
* *
« Di Dio non curiamoci: egli fu
sempre l'alleato dei milioni: noi facciamo appello a tutti coloro che soffrono
e lottano.»
*
* *
«Prendete una bilancia, ponete in
un piatto il Vangelo, nell'altro la consegna. Vince il caporale. Dio pesa poco.
*
* *
«Les larmes ont leur simpathie, la faime est fraternelle; ceux qui meurent
ensemble le ventre vide, se serrent étroitement la main.»
*
* *
«Perchè i nuovi tribuni perorano
calorosissimamente la causa dell'operaio, per dimenticare affatto il contadino
e l'inquilino delle carceri?»
*
* *
«Fra le moltitudini delle
divinità poco decenti del paganesimo ne rimase una vittoriosa; il sedicente Gesù,
che si circondò in vita di una canaglia (apostoli): nato di prostituta, madre
di sette figli, è toccato a noi vedercelo presentare a' nostri omaggi.»
*
* *
«Per distruggere la parola scritta
bastano una fiaccola ed un turco. Per demolire la parola costrutta ci vuole una
rivoluzione sociale, una rivoluzione terrestre.»
*
* *
«Sdraiatevi d'inverno a stomaco
vuoto in un angiporto qualunque, scamiciato, senza scarpe, e poi ditemi se,
dopo quel balbettamento febbrile, non assalireste anche un presidente della
Corte d'Assise.»
*
* *
— Ciò che abbiamo detto, riprese
Nosetti, è un nulla di fronte all'ammonizione; Brrrrrrr. Parola che mette
sossopra il sangue. — L'ammonizione!... Terribile flagello, spauracchio dei malviventi,
spirito malefico che s'impadronisce dei corpi come due liquidi confusi,
poderosa stretta che assottiglia legalmente la vittima fino al giorno in cui la
vede indossare la casacca bigio-scura del forzato. Ho veduto sorridere
cinicamente individui condannati a cinque e a dieci anni di bagno; ma non un
ammonito.
— Oh no! Essa è la somma di
tutto quanto v'ha di assassinamente barbaro! È l'assillo che inferocisce sempre
sulla carne piagata e che non abbandona che galeottescamente morto.
— La Questura dà facilmente la
sorveglianza?
— Facilissimamente. Racconterò
loro un fatto, freschissimo di data. Un nostro compagno, certo Villa Enrico,
detto il gognin, veniva condannato dal Tribunale Correzionale ad otto
mesi di carcere. Scontata la pena, venne imprigionato di nuovo per la solita
oziosità... Come può mai trovare lavoro un liberato dal carcere, senza scarpe
ai piedi, coi bigoss (calzoni) tutt strasciaa e la lima
(camicia) in doss del convent?
— Ma il Patronato pei liberati
dal carcere, non viene in vostro soccorso?
— Di questo, ch' io non esito a
chiamare immorale, si può dire come dell'araba fenice:
Che
ci sia ognun lo dice,
Dove
sia nessun lo sa.
Ma dato e concesso che lo
troviate, prima di strappargli un centesimo, eh, sì! dovete sudare almeno tre
camicie e lisciare ben otto paia di scarpe. Vogliono sapere se lo scarcerato è
«onesto» (sic), se ha tenuto buona condotta durante la sua prigionia, se
ha volontà di lavorare, d'incamminarsi sulla callaia della rettitudine e simili
altre bazzecole che farebbero schiattare dalle risa, se l'argomento lo
permettesse. Scandagliati gli abissi di quel cuore, interrogata la sua
coscienza, trovati i requisiti, sapete che gli danno?... Una tediosa
(predica) lunga come la fame e sei lire al massimo. C'è proprio da far giudizio
con quella somma, ehn? Una scorpacciata de ris e baller (minestra) con
un tocc de cuccagna (gallina, un tempo ruspant), un poo de scabi
(vino) e pœu, sciao, el pironista (borsaiuolo) deve cercare nelle
saccoccie altrui, se 'l desidera avegh pila in berta (denari in tasca) per
smorfì (mangiare).
— È la solita storia de tucc
nun, soggiunse el Cirla.
— Credevamo invece....
— Lo domandino al nostro.
direttore, cav. Fassa. Egli stesso è così nauseato di quella falsa filantropia,
che in moltissimi casi apre il borsello e dà del proprio. A me, per esempio, in
un giorno di negra fame, ha dato dieci lire. E notino che avevo già....
— Sgaraa un mentin
(rubato un orologio), disse el Cirla.
— È veramente un uomo di cuore?
— Altro! O credono loro che il
direttore Fassa abbia quel muscolo ghiacciato, e rabbioso come quello di un
certo ispettore di Questura, il quale ha l'impudenza di dire che lui ha «tutta
la legna verde sulle spalle,» quasi fosse il padre amoroso di tutti coloro che
incespicano nel codice, mentre si sa che è il più abbietto questurino
incipriato di un umanesimo buono solo ad acciecare quei burloni di politici? O
credono che quel dabben uomo non sappia che se ritorniamo periodicamente nella
prigione, non è proprio tutta colpa nostra? E che egli stesso non maledica dal
fondo del cuore e carceri, e codici, e società, e fabbricatori di leggi e tutto
il bailamme di quegli scimoniti che vogliono guarire la società rammendandola?
— Sono vostre supposizioni....
— Certo che non le dirà
pubblicamente. Ma i suoi atti.... Via, io la penso così.
— Avete udito che alcuni
generosi stanno instituendo un nuovo patronato pei liberati dal carcere, più
umano, più consentaneo forse ai tempi nostri?
— Ce lo ha raccontato Spinelli el
mazzasett6, sorse a dire Bassi. Ma noi non abbiamo fiducia più di
questo che di quell'altro. Un marchese, un deputato, degli avvocati, dei
vanitosi.... Uhm, zavorra da ghigliottina. Cosa sa mai questa gente che non ha mai
vist el sô a quadrett, dei nostri bisogni, dei nostri patimenti? Nulla.
Dove pescheranno le notizie, chi darà loro contezza di noi? Mamma
Questura; sempre questa accidentaccia! E poi bisogna essere molto ingenui. O
che non si sa forse anche che quando la polizia crede in coscienza di dire la
verità, mentisce?
— Eppoi chi crede mai, disse
Nosetti, al tenerume di codesti faccendaiuoli della politica e dell'affarismo
ammantato di una certa onestà.... Nespole! Sulle gazzette, nei conciliaboli,
nei discorsi, via, ci chiameranno loro fratelli, e magari loro amici; ci
compiangeranno, ecciteranno perfino gli abbienti a soccorrerci. Ma se si
trattasse sul serio di darci asilo per una sola notte nella loro casa, di
dividere seco loro la mensa che si pappano quotidianamente commiserandoci....
Baie, sarebbe un altro affare.
— A questo modo dubiterete di
tutto e di tutti!
— L'esperienza ci è maestra. Ad
ogni modo darò loro un esempio, continuando la storiella di Enrico Villa, detto
el gognin. Una domenica il delegato X... lo fa tradurre nel suo
gabinetto.
— Cosa femm cunt de fà? Vuoi lavorare sì o no, gli dice.
— Ma se non trovo un cane che mi
voglia.
— Ti manderò a domicilio coatto.
È ora di finirla con voialtri birboni.
— Oh, non la mi mandi in quel
luogo di disperazione, diceva congiungendo le mani e inginocchiandosi il povero
Villa; vedrà che troverò lavoro. Mi faccia questa grazia....
E il povero ragazzo piangeva. Ne
udivo i singhiozzi nella stanza attigua, ove attendevo per essere alla mia
volta introdotto.
— Ho detto che ti manderò a domicilio
coatto, e ti manderò!
— Un'ultima prova; mandi a
chiamare il mio vecchio padrone; so che è pronto a riprendermi purchè gli
prometta di fare giudizio.
Il delegato manda pel padrone,
innanzi al quale tiene il seguente discorso:
— Ma è vero che lei ha il
coraggio di ritorsi al servizio quel ladrone matricolato, quel cencioso, quel
vagabondo che non ha voglia di far niente?
— Se prima non mi promette di
far giudizio qui dinanzi a lei, è certo che non lo riprendo.
— Che giudizio vuole che faccia
quel mascalzone? Lo lasci andare al coatto. Là imparerà cosa sia il lavoro.
Alcuni uomini del vecchio e
irreperibile patronato, sapevano questo brutto dialogo, ma come al solito,
credettero bene di serbare un religioso silenzio. Mi si mozzi la lingua, se ho
aggiunto una parola di mio. Le ingiustizie del resto si succedono.... Parla tu,
Bassi, che ne sai qualcosa.
Costui ha ancora la lanuggine
dell'impubere sul mento. Ha una fisonomia simpaticissima. Non è troppo alto, è
biondo di capelli, ha un occhio spirante dolcezza e delle labbra quasi
femminili.
— Ai 10 d'aprile, incominciò
egli, alle ore..., poco importa l'ora, della domenica di Pasqua, io, Bassi
Carlo, d'anni 18, sedevo sur una panca in piazza della Scala. L....., che è un
agente di P. S., così battezzato dai lôcck, perché è lungo e tarchiato,
m'acchiappa coll'aiuto di altri due che me pedinaven a la sordinna e mi
conduce a..... Se si potessero dire gli obbrobriosi misteri di quella
scalcinata guardinna, le sevizie, gli abusi, gli arbitri! Ma chi di noi
è creduto di fronte alla strapotente legione dei biss (questurini) che
negherebbe impunemente il sole quando i raggi dardeggiano sul suo capo e la
pioggia quando precipita a rovesci?
— Chi sono i tuoi complici? mi
domanda bruscamente l'***.
— Quali complici?
— Non fare la marmotta, Cristo
santo! Ti parlo del furto della notte scorsa, avvenuto in una casa sul Corso
Venezia. Non farmi andare in bestia.
— Giuro che sono innocente....
Questa notte ho dormito sulla gradinata esterna dell'Arco del Sempione.
Un ceffone a manca, uno schiaffo
a sinistra, una scappellottata a destra e a sinistra, una strappata di orecchi,
uno spintone, un urto, un calcio. Ecco come fui creduto.
— Ciò che raccontate avvenne....
— In Milano, s'intende....
Innanzi al delegato X..., mi querelai, è vero, del modo provocante e villano
della gaffa volante (pattuglia che veste l'abito borghese).... Ma anche
qui dovrei parlar loro di capelli rimasti nelle mani del nuovo percotitore, di
staffilate sulle gambe, di librate sulla faccia; ma a qual pro?.... Da
*** alla Sezione di *** venni condotto in pieno giorno, legato come un cane e a
piedi.
Carità del prossimo! Dicono
abolita la berlina. Quale differenza tra la gabbia e la pubblica passeggiata in
mezzo agli angeli custodi? Raccomandati alle strenciose e in
mezzo a quella genìa non è alcuno che non vi guardi e non vi segua coll'occhio
fino allo svolto della via. Ma farla capire a quei cretini è come lavare la
testa all'asino. Una volta là, raccolsi nuova messe di busse. Poscia, legato
come S. Disma, quando lo crocifiggevano, venni cacciato in un antro ove, coi
ferri alle mani e ai piedi, sonnecchiai due giorni e mezzo quasi senza
mangiare. Con quelle delizie si voleva confessassi quello che neppure aveva
sognato.
— È orribile.
— È nefando.
— È... niente, disse Nosetti.
Udranno Scorlera. Voj Scorlera, ven giò del tecc. Cunta su dove te
seret a lavorà e perchè te sèe staa casciaa via.
È impossibile veder questo
giovane senza subire una dolorosa impressione.
È addirittura il rovescio della medaglia
di Bassi. Ha una capigliatura fulva e di un pelo così grossolano da crederlo
crine; una fronte lividiccia e grinzata, con delle sopracciglia arcuate e
pelatissime; uno sguardo bieco, un naso schiacciato che si slarga alle nari con
degli stringimenti nervosi e delle guancie color mattone vecchio; è sdentato,
ed ha un mento oblungo e poroso.
Aggiungete una chiazza
biancolattea alla tempia sinistra, che gli ha indelebilmente stampata la brace
su cui è caduto bambino, ed avrete l'uomo.
— Anzitutto, debbo dir loro che
nel mese di febbraio dell'anno che corre, io contava già dodici condanne,
nessuna delle quali raggiungeva l'anno di bujosa. Tuttavia, da allora io
era sotto il flagello degli articoli 79 e 80 della Legge di Sicurezza
Pubblica...
— Giuggiole! fece el Cirla.
— Li conoscono? ci chiese
Nosetti.
— No.
— Glieli dirò io, chè li so
sventuratamente a memoria.
Art. 79. Il condannato alla
sorveglianza speciale della polizia, per tutto il tempo che dura la condanna,
deve sempre avere presso di sè la carta di permanenza, che gli sarà rilasciata
dall'autorità di pubblica sicurezza, secondo il modulo che sarà determinato.
E fin qui nulla di male.
Art. 80. Il condannato deve
uniformarsi alle seguenti prescrizioni:
l. Di presentarsi all'autorità di
pubblica sicurezza nei giorni che saranno stabiliti nella suddetta carta di
permanenza, e tutte le volte che sarà chiamato dalla stessa autorità per farla
vidimare;
2. Di rendere estensiva la detta
carta ai carabinieri ed a qualunque uffiziale di pubblica sicurezza, a semplice
loro richiesta;
3. Di obbedire alle prescrizioni
dell'autorità di pubblica sicurezza, e di non comparire in un dato luogo, di
non uscire in determinate ore dalla propria abitazione, di non portare armi o
bastoni, e di non frequentare determinate persone, ed altre simili norme.
Le altre norme poi, messe lì
come pleonasmi, come cose inutili, sono molto più spaventevoli.
Il condannato alla sorveglianza
speciale ha l'obbligo di trovare lavoro entro 15 giorni (articolo 71), di non
cambiare domicilio senza prima averne avvisata la polizia, di non coricarsi
dopo nè alzarsi prima dell'ave maria (art. 105 e 106), di non confondersi colla
folla, di camminare in mezzo alle vie, ma non sui marciapiedi, di non andare nè
in chiesa, nè in Galleria, di non frequentare nè le bettole, nè il Tivoli, di
non uscire fuori porta, di non fermarsi sulle cantonate, ecc.
— Ma tu dimentichi, disse Scorlera,
che il diffidato ha pure l'obbligo di presentarsi ogni domenica al delegato
della propria sezione, per far porre il visto alla carta di permanenza,
precisamente come farebbe una slandra dal Tajetti7 nei giorni della
visita.
— Ora, ricominciò Nosetti, è
possibile che quel poveraccio di diffidato trovi chi gli dia lavoro, se gli è
conteso dall'aguzzino perfino il diritto di toccare il marciapiede o
traversarlo per presentarsi in una bottega? È possibile che un giovine, alle
prese con quegli immani regolamenti polizieschi, possa non solo trovare, ma
avere voglia di procacciarsi lavoro? Non per nulla il mio povero professore
chiamava il diffidato un homme à la mer.
— Malgrado la diffida speciale,
che io definirei la piovra dai cento tentacoli, seguitò Scorlera,
riuscii un bel giorno a trovare un'anima pietosa la quale, inconsapevole del
mio triste passato, m'accolse nella sua officina di fabbro. Il mio compito,
siccome sapeva nulla di incudine e di martello, era di spazzare il luogo del
lavorerio, di cernere la marogna e buttarla via, di pulire le lampade, di
andare dal bois a far inzuppare il pane di mistura degli operai, di
recarmi tutti i lunedì col carretto fuori di porta Lodovica a comperare tre
quintali di carbone coke, ed altre cosuccie.
Ebbene, seguitò egli, chi lo
sognerebbe? Otto giorni dopo, il mio principale mi mandava in santa pace,
perchè la Questura
lo aveva avvertito che io era un ammonito...8 Ma dunque, sclamai
furente, si vuole proprio ch'io rubi, ch'io cerchi il pane a mano armata? Non
basta l'avermi tolto la libertà di camminare, di frequentare dovunque mi
piaccia, di dormire ove lo consente il mio listino di borsa?... No,
maladettoni! Mi si vuole dunque assassino?
E a questo ricordo scoppiò in
lagrime.
Povero giovine!
— Adesso piangi! Via! coraggio e
continua.
— Da quel giorno la mia
riabilitazione non fu più possibile. Il mio avvenire piombò nella fogna dei
delitti, e più non uscì dal mio petto quella cara canzone che avevo imparata
leggendo la storia di quel Povero Diavolo9 di Francesco Boldi,
quando anch'egli sperava di ridiventare onesto:
Canta
e lavora, o ciall,
E
tira innanz inscì
Col
to s'giaché sui spall,
Coi
to do lira al dì;
Canta,
lavora e môcchela.
Che
ghe n'è tanti che stan pesg de ti.
— A vooooo!
La barca salutava Gaggiano.
Un vento improvviso ci tolse ai
caldi ragionari e spense la parola sul labbro a Scorlera.
Il cielo s'era già fatto
turgido, minaccioso. Un denso corteggio di nubi si avanzava precipitosamente,
solcato a quando a quando da corruschi lampi che ne illuminavano cupamente
l'immensa distesa.
Uno scoppio di folgore, poi un
altro ancora più reboante. Poi silenzio.
Sembrava che tutto si
avvoltolasse in quelle ondate d'inchiostro. Ma fu illusione.
Il vento infieriva più che mai
ed assurgeva rabbiosamente a spire coinvolgendo palate d'acqua, che lasciava
ricadere un secondo dopo nel loro letto.
Stretti, come quando si teme una
grande sventura, udivamo il fragoroso mormorìo del fogliame sbattuto ed
attraversato da acuti sibili, mentre qua e là ci terrificava lo schianto di
alcuni alberi, le cui cime agitate dai soffi impetuosi, dicevano la lotta che
sostenevano prima di darsi vinti.
Il nostròmo, provato a quelle
battaglie celesti, era là imperterrito a poppa della nave, in piedi, colle
braccia conserte e la pipa accesa, dalla cui bocca usciva un cupo bagliore, che
di riverbero, dava, tra le fitte tenebre, un non so che di sinistro alla sua
faccia.
Un urlo forsennato, come se
tutti gli elementi si scatenassero ad un tempo, strappò disperate grida di
spavento ai campagnuoli e alle campagnuole i quali gustavano la putrefazione
volatizzata che aleggiava nella cara casettina. Indi alcuni goccioloni
alternati da catinelle, poi un acquazzone fluviale.
Mezz'ora dopo l'uragano era
terminato, e il navicelliere di prua era riseduto sull'asta del timone.
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