IV.
— Adesso, ricominciò Nosetti,
faremo raccontare alcuni episodi che ingemmano la vita de quel löccasc
là sdraiato sul tetto a sinistra. Ha anch'esso la diffida in genere.
— Come! ma se è un ragazzo....
— Un ragazzo di 17 anni. Ne ho
veduto dei più giovani.
— Ma non ammoniti....
— No; ma viceversa peggio i
secondi che i primi, poichè, grazie alla loro minorità, vengono rinchiusi in
quei palazzi dalle linee spaventevolmente semplici, ove la bestemmia del
recluso muore inascoltata tra i dolorosi androni inaccessibili ai profani.
Riformatorî pei giovani? Ma cosa vogliono riformare, santo iddio! colla ferula
coi digiuni, coi ferri, colle celle semplici e di rigore? Giovanni Spagliardi e
Paolo Marchiondi, potevano anche essere animati per questa istituzione, da
sentimenti nobilissimi. Ma lo scopo riesce sempre contrario ove grava la mano
della polizia, la quale antepone i mezzi crudelmente coercitivi, alla parola
dolcemente correttiva, ai modi cortesi e a una educazione meno coattesca. Nel
Riformatorio del Patronato, nel Riformatorio Spagliardi, nel Riformatorio
Marchiondi, è il prete che regola cronometricamente l'aria, la dietetica, il
lavoro. È per questo che dal giorno che entrai nell'Istituto dei
fanciulli derelitti di Parabiago, incominciai a covare un odio implacabile
per el pist, odio che non si estinguerà, spero, che scomparsa la razza.
— Fino a qual'età sono accettati
i discoli nelle case di correzione?
— Dirò loro l'articolo 411 del
codice penale, per far più presto. «I minori di anni 16, oziosi o vagabondi, saranno
per la prima volta consegnati ai loro genitori o tutori che presteranno
sottomissione di attendere alla loro educazione professionale.
«In caso di contravvenzione alla
prestata sottomissione, o genitori o tutori, potranno essere condannati ad una
multa estensibile a L. 150, od al carcere da uno a tre mesi, ed i detti minori,
saranno ricoverati in uno stabilimento pubblico di lavoro sinchè abbiano
appreso un mestiere od una professione.»
Grazie tante della prosaccia!
Chi di noi — fatte pochissime eccezioni — ha genitori o tutori che possono
«sottomettersi» alle ingiunzioni legali, se manca loro la materia prima, il
metallo? Ma non è un'ironia, ma non è un atroce insulto alla miseria, un codice
che dice allo straccione: tu ti manterrai e manterrai i tuoi figli e darai loro
un'educazione professionale, o ti farò provare il pane della carcere? Se
cresciamo altalenando la piazza colla prigione, non è forse perchè e genitori e
figli non hanno per cibarsi nemmeno i torsoli che la treccaia butta sotto le corbe?
O che leggi sono dunque queste, se chi le detta non pensa che, tra lui e un irregolare,
c'è l'enorme differenza che passa tra il satollo e l'affamato? Ritorniamo al
nostro argomento che sarà meglio.
— Voj, Pirla, ven giò che te
doo un moccin.
— Coppet!' Doperel de ciccagh
in salèta alla tua témola (amante).
— Ven giò o vegni su mi a
ciapatt per el prosma (culo).
— Cossa te voeuret, vacca d'un mond!
— Bestemma no, domà. Conta
su, com'em fa nun, la tua porca vitascia; e se te podet lassa in bocca la
lengua de Cittadella.
— Dire la mia storia, incominciò
egli, è cosa arduissima, se si pensa che non ricordo nella vita che giorni in
cui i calci si succedevano ai pugni, tutte le volte che avevo fame.
— Cose vecchie, saltò su a dire
Bassi. Sappiamo che tu, come tutti gli altri, eri più misero della stessa
miseria. Contentati dunque di raccontare la tua carriera carceraria.
— Feci la mia apparizione il 14
aprile 1873 — data che non ho mai potuto dimenticare — in piazza Castello, covo
di tutti i novizi, ricettacolo di tutti coloro che hanno un domicilio
incerto, mezzi di sussistenza incertissimi ed una professione molto dubbia.
Dopo due giorni di dimora fissa, io esercitava assai destramente l'arte
nobilissima di saraffador (colui che fa le viste di comperare gli oggetti
posti all'incanto per incitare i restii). Una rottura (oggetto venduto)
equivaleva a un piè (moneta da cinque centesimi) nella mia scarpa
(tasca). Una posta bianca (non vender nulla) a uno scappellotto.
L'audacia, anzi, dirò meglio, la valentia dimostrata nel saraffare, mi
valse immediatamente la fiducia dei dritti10, i quali
gareggiavano nell'avermi al loro servizio. Dove ero io — lo dico con un certo
orgoglio — la ribunza (merce) buona o loffia (pessima, di poco valore)
che fosse, andava via. I pivioni (provinciali, o più specialmente
contadini) abboccavano che era un piacere. E siccome l'appetito vien mangiando,
così ogniqualvolta mi trovava col trepp (gruppo di persone) radunato
dall'imboniment (lo sproloquio che sparlottano i ciarlatani per
intrattenere il pubblico) del dritto, io mi esercitava a togliere ora un
cif de bava (fazzoletto di seta), ed ora uno di linosa (di
cotone); ora un tick (orologio), ora facendo saltare el serciôs
(anellino) della bria (catenella), ora involando un tacoll
(portafogli) a quajghedun ben intappaa (ben vestito). Breve, la fama di pironista
oscurava in me quella di saraffador. Ma tutte le cose hanno un limite,
dice il proverbio. E un bel giorno, nel mentre stavo facendo una visita nelle
tasche di un gavée, intento a godersi la pappolata del treppador,
la mano uncinata dei formigh de la giusta (agenti di P. S.) mi agguantò
pel collo, mi scosse fino allo strabuzzamento e poi ammanettato mi condusse
alla sezione di via Pontaccio. Fui vittima d'un broccolista?11
Io non saprei dirvelo. Quello che è certissimo, è che una volta in guardinna
assaggiai tutto il furore dei signori della benemerita, capitanata da un dubbion
(graduato di questura) il quale mostrava nell'arrestarmi d'essere ancora più
feroce degli altri.
Una volta in
Sant'Antonio12 checchè ne dicano, io non mi trovavo male. Mi spiego:
esser al coperto, avere un pagliericcio e un longhin (lenzuolo) su cui
dormire, avere tutti i giorni arton e sboba (pane e minestra), era una
cosa per me tanto inusitata, che la buiosa la mi sembrava un paradiso. Tradotto
innanzi al pretore, negai recisamente che avessi tentato di rubare. Potevo
dichiararmi ladro se l'appetito era il solo, l'unico reo? Tuttavia il pretore,
senza tanti preamboli, disse alcune parole ai togati che lo fiancheggiavano e
poi, giusta l'articolo 72, mi
condannò ad essere «ricoverato in uno stabilimento di pubblico lavoro.» Nella
casa dei discoli di San B.... passai quattro anni, quattro anni d'inferno,
quattro anni la cui memoria mi rimescola il sangue. Quante ore ho ammazzato
nella cella di rigore, mangiando sdegno e lagrime; quanti digiuni ho patito e
quante tirate d'orecchie, e quante bacchettate, dio mio, sulle dita... senza
potermi vendicare, senza poter strozzare con queste mie mani il vile che
abusava del suo potere, percotendomi e costringendomi a domandargli scusa! Oh,
rabbia! Ci sono delle infamie che non ammettono indugi, scuse, riparazioni. Il
sangue solo dovrebbe cancellare la vergogna. Ma io così disarmato!... oh
rabbia!
— Ma tu almeno avevi rubato, porco
el gess! disse un «malandrino» dall'alto del tetto ove stava ascoltando.
Mentre io venni rinchiuso mondo d'ogni macchia.
— È impossibile, disse Nosetti,
poichè laddentro non entrano che giovani che hanno dato prova di essere incorreggibili.
— To': anche questa. Ma se ti
dico che non avevo fatto niente. Mia madre, un po' per disfarsene e un po' per
non avere di che cibarmi tutti i giorni, mi denunciò, colla testimonianza di
due vicini, che io era un ladro. Il pretore ordinò il mio ritiro.
— Bella novità. Ma il Magnoni
Cesare, quel giovinetto dai lineamenti gentili, calmo, dolce, affabile, buono,
incapace sicuramente di strappar l'ale ad una mosca, non venne forse rinchiuso
laddentro come vagabondo e ladro, mercè l'ordinanza provocata da sua madre,
perchè non sapeva come mantenerlo? Sono fatti che rivoltano l'animo e farebbero
impazzire chiunque. Ma la necessità, ma la fame malesuada, ma i rigori delle
stagioni inclementi, cari miei, non danno tempo di ragionare. Quando il zirlo si
fa acuto nello stomaco vuoto, addio morale, addio consigli, addio tutto. Ogni
cosa va bene purchè si mangi.
— È quello che dico sempre
anch'io. Chi è quella madre, per quanto snaturata, che infamerebbe il proprio
figlio di una macchia indelebile, se circostanze molto più impellenti dei
sofismi borghesi, non ve la spingessero?
— Accidenti!
— E noi forse, disse Nosetti,
non ci siamo, in momenti difficilissimi, presentati spontaneamente al delegato
di questura, accusandoci di cose che non avevamo commesse, pur di avere un
qualunque tozzo di pane per sfamarci? O chi non ricorda quel ragazzino che
venne raccolto sei volte nei corpi di guardia, e più spesso a Sant'Antonio? —
Piccino? gli diceva il guardiano, sei qui ancora? — Sì, rispondeva il
fanciullo, qui almeno si mangia tutti i giorni.
— Quando Dio volle, ricominciò Scorlera,
mi si schiusero le porte. Io era finalmente libero, poteva respirare a mio
agio, gustare l'ebbrezza dell'uccello sfuggito dalla gabbia. Ma ahimè! fu per
poco. Una sera di gennaio ci trovavamo in quattro, affamati e senza un
centesimo in tasca. Come cenare, dove dormire? A maggioranza si risolse di
uscire fuori di porta a cercare asilo in un qualche fittabile. Un'aria gelata
ci schiaffeggiava la faccia e ci penetrava fino nelle ossa. Ma la fame la
vinceva. Si seguitava a camminare per scorciatoi, sentieri, senza direzione.
Giunti a Lambrate verso le nove, entrammo in una fattoria nella quale uno di
noi aveva riposato una notte. Una muta di cani salutarono il nostro arrivo.
Eravamo quasi vicini al pagliaio, quando il famigliaccio, prendendoci per dei
malfattori, si mette a gridare con quanto fiato ha in corpo: ai ladri! ai
ladri! Non aspettammo a chiarire l'equivoco. Voltate le terga, ci raccomandammo
alle gambe. Non avevamo fatto che pochi passi, udivamo ancora i latrati dei
mastini sguisati a singhiozzi, che già eravamo assicurati nelle mani di quattro
carabinieri i quali sembravano lì appostati ad aspettarci. Era destino che non
dovessimo cenare.
— Ah! fíœu, vedarî che anca
stavœulta ne condanneran come se avessum ruffaa (rubato), articolò un mio
collega.
— Parlée no in gergo, domà.
— Ma non abbiamo fatto niente,
noi!
— Ve lo daremo noi il niente!
— Ma signori carabinieri,
ascoltino almeno, prima di legarci, cosa volevamo fare. Noi non volevamo che
domandare il permesso di dormire in baita (cascina).
— Andemm e tiree via drizz,
domà!
Il tribunale per questo fatto ci
condannò chi a sei e chi a otto mesi, colla relativa sorveglianza. È inutile
protestare per queste sfacciate sentenze, pronunciate dagli incolti minossi
della borghesia, perchè è la solita storia; ma non è inutile una parola di
commento. Come vedete, non ho taciuto le mie ribalderie; non ho cercato scuse
ai miei trascorsi, nè ho simulato la tenerezza che aveva al malfare; ma poi la colpa
è tutta, proprio tutta mia? Sono io solo il colpevole, se mi si diede il Tivoli
per scuola, ladri per maestri, manrovesci per pane? Di fronte alla società, che
non ha saputo che vilipendermi e castigarmi, posso credermi responsabile del
mio passato?
— Un corno! rispose Cirla.
Dovevano pensarci prima. Ora siamo nè più nè meno di quello che ci hanno fatti.
— Taja, che ghè chi quel de
la raccagna, disse Bassi.
— Chi vœur l'acquavitta e'l
mistrà, sciori!
— Andee via che ghem nanca on
borr.
— Chi vœur el mistrà e
l'acquavitta, sciori!
— O la borsa o la vita, o i
danee de l'acquavitta.
— Nosetti, fate dare un
bicchierino di acquavite a ciascuno dei vostri soggetti.
Tuttavia l'altro ci guardò in
faccia meravigliato.
— Ma el conquibus? ci
chiese.
— Non pensate al resto.
— Voj, che vaschi!
— Smiccich la vajana.(guarda
il loro l'abito) e basta.
Un minuto dopo tutti i
«malandrini» assediavano il cicchettaio, il quale per dissetare prestamente
quelle gole, non sapeva da qual parte incominciare la distribuzione.
Il quadro rappresentava una
banda di «malviventi» in atto di bivaccare.
|