V.
— Quante sono le ore?
— Dieci.
— Fra un ora, meno, fra tre
quarti, grideremo come Colombo: terra!
Un grido acuto, angoscioso,
susseguito da un tonfo plumbeo, s'elevò gemebondo in quel tenebrore,
tristamente ripercosso dalla più lontana sponda dello spopolato canale.
— Che è mai? ci domandammo
tremanti.
Oh, sciagura! un corpo si
dibatteva disperatamente tra la corrente che pareva infuriasse, sommergendosi e
ribucando la superficie colle pugna serrate, quasi a dimostrare l'ineguale
battaglia che avveniva tra lui e l'infido elemento.
Con un senso di terrore, quasi
istupiditi dall'avvenimento, si stava lì colle mani in mano, perplessi, intanto
che un uomo moriva.
Che gigantesca battaglia! Il
moscerino che lottava col gigante!
Il naufrago alla perfine dopo un
lungo lavorìo di braccia, si seppellisce per la terza ed ultima volta nel seno
immane, facendo salire una miriade di bolliciattole che muoiono sulla distesa —
spesso coll'ultimo anelito del sommerso.
Il nostromo, colle mani nei
capelli, sembra sul punto di votarsi alla disperazione. Corre alla forcola, ne
agita furiosamente il remo, lo trascina da destra a sinistra, ma inutilmente.
Tutto è ritornato nella calma, nella pace.
— Dov'è Nosetti, dov'è Bassi?
— Ah, vedeteli a sbracciarsi, a
tuffarsi e rituffarsi nelle profondità del Naviglio e ritornare a galla e
urlare e maledire alla bruma che ispessisce e impedisce loro di vedere il corpo
dell'amico! Vedeteli trepidanti, scotere la capellatura e ricoverarsi di nuovo
nel rapido elemento e carponi cercare sul fondo il fratello. Ma...
— Eccolo! eccolo! Una fune, una
scala, una zattera, una canóe, un sandalino, un remo, una trave...
— Un... state zitti! rispose il
nostromo. Ehi, giovanotti, girate un po' a destra, avvicinatevi alla barca. Ci
riuscite? O volete che allunghi giù la mia pertica, doppiamente uncinata?
— Fate come vi garba, ma in
fretta, disse seccamente Nosetti.
— Vedete bene che c'è
impossibile non solo di avvicinarci, ma anche di star fermi su questa acqua che
ci coinvolge nella sua furia.
— Adesso a sinistra; un po' più
innanzi; un pochino ancora. Così, bravi! Su figliuoli, aiutatemi.
Fu un minuto d'ansia terribile.
Tutti erano compresi del malaugurato accidente, ma nessuno voleva andare fino
alla morte.
Quando l'annegato s'ebbe
l'abbraccio del navichiere, fu una gara nel palpeggiarlo: chi gli poneva una
mano sul cuore, chi gli toccava il polso, chi la caviglia e chi la cotenna, chi
l'osso parientale e chi gli curvava la guancia sulla bocca per sentirne — se
mai — il leggerissimo alito; e chi lo scuoteva, e chi lo chiamava: Alessandro!
Alessandro!
Tutto era vano: il battito
pericardico aveva cessato il suo moto.
La luna intanto traguardava giù
per lo squarciato velo e illuminava spaventevolmente la scena.
Gli astanti non ebbero che una
parola grave, solenne: morto!
— La magra (morte) la mangiaa
la falsa (l'anima), disse con linguaggio malandrinesco il più giovine.
Il cadavere deposto nel concavo
di prua, dinoccolato, gocciolante, prendeva, così sfacciatamente luneggiato, un
aspetto ancora più sinistro.
Vedutolo in volto, si ritorceva
desolato lo sguardo, con un senso di raccapriccio. L'acqua aveva portata la
distruzione sul campo facciale.
Capelli ingrumiti, fronte
lividamente increspata, occhi vitrei e terribilmente spalancati, guancie
cadaveriche, labbra paonazze, collo rigonfio e solcato da turgide arterie,
petto villoso e stragonfio, mani convulsamente rattrappite.
Non si fiatava. I «malandrini»
parevano mummificati.
Nosetti erasi riseduto sulla
palanca in un atteggiamento pensoso.
Bassi, le braccia conserte,
aveva pel poveraccio un singhiozzo.
— Lo conoscevate? ci attentammo
a domandar loro.
— E come no, se è con noi, ci
disse Nosetti.
— Non poteva essere un
affigliato del momento?
— Anche questo, è vero: eh! ma
se è vero....
— Inutile adesso. Datevi pace.
— Si fa presto a dirlo. Mah....
povero Alessandro! E dire che la causa della sua orribile sventura sono io, io
solo!
— Ma che ti salta in mente,
diacine! Che ci entri tu s'egli cadde dal tetto addormentato?
— Un'altra! Non sono io forse
che gli diceva, or fanno tre giorni, sul ponte di San Marco: Alessandro, tu sai
che io ti ho sempre voluto un ben dell'anima e che per te farei monete false.
Ora perchè vuoi intisichire reclusionato, là tra la nausea degli acciaccosi,
catarrosi, piagnolosi, tabaccosi? Perchè a quarant'anni, ti contenti di trenta
centesimi la settimana, lavorando tutto il giorno a cercare pagliuzze per far assorbire
a centellini le granite e le acque dolcificate alla turba stolidamente
ingrassata? Ai campi! ai campi! gli dicevo. Vieni con noi in risaia e ti
buscherai suppergiù due lire al giorno. Andiamo via sabato; se t'accomoda
raggiungerci sarai il benvenuto. Povero Alessandro! mi par di vederlo ancora là
a trepidare, a gestire, a cacciarsi le mani, nell'affoltata capigliatura, a
battere i piedi e crollar il capo in segno di dinegazione.... «So che tu serbi,
mi disse, ricordo degli amici che hanno teco battagliato e guadagnato a frusto
a frusto il morsello della vita. Ma non tentarmi; lascia che io mi ebetizzi,
cristallizzi, fossilizzi in quella stupida calma, dove ho imparato a
dimenticare le aspre lotte sostenute per un tozzo di pane. Lasciami nell'oblio di
una generazione impotente che non sa che evocare piangendo. Io non saprei
affrontare di nuovo l'x del domani; ho troppa memoria della trambasciatissima
esistenza durata. Anch'io, vedi, alla parola che incita, mi sento un tuffo al
sangue e mi pare che l'orgoglio antico squassi e m'invada tutta la persona.
Anch'io mi sento rifluire al cervello i vecchi bollori come schiaffi alla
parete e parmi che l'odio antico si ravvivi e mi risvegli alla vita di un
giorno. Ma poi.... Lasciamo i morti....» E scappò via in un trabalzo di
risa.... All'indomani, un individuo sparuto, sbarbato, tutto naso, con delle
occhiaie arieggianti il nero-giallo, con una giacca lacera, scolorata, le cui
maniche dicevano che aveva appartenuto ad un ragazzo, con un paio di calzoni
arrovesciati tanto erano lunghi, scende tre gradini ed entra nella «Osteria
della Brianza,» celebre bettola, dove alloggiano le famiglie saltimbanchesche,
che non abbiano la loro carovana all'ombra degli alti ippocastani in piazza
Castello. Io stava discutendo con Scorlera, Bassi e Cirla, sul modo di partire,
quando sento due braccia annodarsi al mio collo, e una bocca tremante baciarmi
a più riprese. Quantunque indurato, dimentico di certe tenerezze, di certi
entusiasmi giovanili, questo muscolo, affè, ha pur egli i suoi momenti di
dolcezza, e sfido a sopprimerli. Io era commosso fino al pianto. Alessandro era
dunque dei nostri. «Da ieri mi dissegli, balbettando per le sensazioni che
provava, non ho avuto più requie. Nel dormitorio, nei corridoi, nel cortile, ovunque,
mi sembrava che l'aria fosse gravida di un qualcosa che mi soffocasse. Non
potevo veder più nessuno, trottelleravo come un pazzo. L'abito che prima
indossava senza collera, m'era venuto, uggioso, insopportabile. Esso, colla sua
fettuccia verde, col suo colore antipaticamente bigio-nero, mi ricordava che io
mangiava la sporca zuppa del mendicante. Un accattone, io! io che mi sono fatto
bruciare, con un colpo di rivoltella, tre dita, e ce li mostrava, piuttosto che
stendere la mano, piuttosto che mendicare.... Oh, che tu sia maledetto, luogo
infame, dove si vende il pane a prezzo della dignità umana, dove il ricoverato
deve sopprimere l'uomo, dove l'io sparisce per lasciar posto al numero: egli si
chiamerà il mendicante numero tale! Che tu sia mille volte stramaledetto.»
— Scusi, signor Nosetti, ma il
Ricovero di Mendicità, non è desso esclusivamente pei questuanti nati in Milano
o per lo meno per coloro che hanno un domicilio decennale, giusta l'articolo
secondo dello Statuto organico di quel luogo pio? Ora come s'era egli cacciato
in quegli androni il povero Alessandro, se la questua l'aveva tanto in orrore?
— Per la semplicissima ragione
che l'art. 67 del Codice di Sicurezza Pubblica, parla chiarissimo: «Nei Comuni
pei quali non è stabilito un ricovero di mendicità, o nei quali vi sia
insufficiente, gli individui non validi al lavoro, che non abbiano mezzi di
sussistenza, nè parenti legalmente tenuti a somministrarli loro, riceveranno
dall'autorità municipale un certificato di indigenza (che tra parentesi è una
lastra da appendere al collo come si farebbe coi molossi del San Bernardo), e
d'inabilità al lavoro, il quale certificato allorchè riportò il visto
dell'autorità politica del Circondario, varrà per l'indigente come permesso di
mendicare nel territorio. — Dove sono già stabiliti ricoveri pei poveri di uno
o più Comuni d'un circondario, il mendicante non potrà in esso questuare.»
Dunque secondo l'articolo che ho detto, non si tratta di essere colto in
flagrante per farsi bollare; basta essere inabile o indigente. Alessandro aveva
entrambi i requisiti. È la solita storia dei vagabondi: per questi il domicilio
coatto, per quelli — gli indigenti inabili a tutto — una prigione non ancora
cellularizzata. Che si vuole di più? I borghesi dicono: sbarazzateci della
pitocchieria. E la Questura
risponde: Ecco fatto.
— Non esageriamo, caro Nosetti.
Voi sapete che nel Pio Albergo Trivulzio13 non entrano che vecchi i
quali non hanno saputo o potuto raggranellare tanto per gli ultimi giorni. Una
casa dove perfino gli avanzi delle Piramidi e di Mosca finirono la gloriosa
carriera.
— Eccezioni, signori.
L'elemosina non è boccone per ogni gola. Ricordano quel vecchietto dell'anno
scorso, che, curvo sul bastoncello, si trascinava lungo il bastione di Porta
Venezia a vendere i fiammiferi di cera?
— Quello che morì sul pagliaio
con tredici centesimi in tasca, compianto poscia coccodrillescamente dalla
stampa cittadina?
— Appunto. In quell'ossatura di ottantasette
anni, c'era ancora del foco, del sentimento, della dignità. Egli era fiero
della sua infruttuosa medaglia di bronzo e della cicatrice che aveva alla gamba
sinistra. «Farsi chiamare venditore di solfanelli, diceva, sì; ma mendicante,
mai! Una cosa che dimenticano poi i signori, è che nel gerontrofio non si
accettano stupidamente che esseri sani. Sani, con settant'anni sulla gobba!
Grazie tante! come se si trattasse di pivelli di diciotto!
— Ma è così anche oggi, in cui
la statistica prova la decadenza della razza, facendo toccare con mano che in
media non si raggiunge il quarantesimo anno di vita?
Il beato Statuto è ancora quello
del 1811. A
proposito, quanto non ho riso leggendo la prefazioncella delle Notizie sul
Pio Albergo, là dove, dice che gli «Istituti di beneficenza mostrano chiaro
il pietoso pensiero di soccorrere l'indigente senza avvilirlo, di
alleviare le immeritate sventure. (Dunque se le sventure sono immeritate
i signori sono colpevoli, ehn?) e gli emendabili errori senza favorir l'ozio
e l'infingardaggine!» A parte la questione se a settant'anni contati, un uomo
sia ancora emendabile. Ma io lo chieggo a voi che trangugiate il frutto di
coloro che non volendo essere delinquenti, si abbiosciarono morenti sotto l'ali
bugiarde della pubblica beneficenza, se la vostra vita non è tutta una mostra
pomposa di ciò che ha fatto il superfluo a favore dei derelitti annegati nella
mancanza assoluta. Lo chiediamo a voi che avete mercanteggiato la miseria per
farvi credere generosi e pii. Specchiati, o ricoverato: il tuo è il ritratto di
tutti. Il tubo sulla testa uguale nella stoffa e nell'altezza; la marsina
caffè scuro come i calzoni, come il gilet, tagliata su un solo metro, cogli
stessi bottoni neri, colle stesse scarpe. Così sconciati non è come dire a
tutti che voi altri siete i veggioni? Ah, è questo il vostro modo di
«allenire le immeritate sventure?» Buffoni! voi avete voluto ridervela
dell'impotenza affamata. Ma badate! Domani potrebbe sorgere un vendicatore e
farvi scontare amaramente la vostra infamia!
Ma di questo passo voi non
concedete all'uomo d'impietosire sulle miserie del prossimo e quindi di
soccorrerlo. Bah! Voi siete un economista spiccio: volete la liquidazione
sociale.
— Non so cosa voglia: non ho
studiato che a balzelloni, vale a dire alternando la storia al romanzo,
l'aritmetica al francese, beninteso, ogniqualvolta il bibliotecario della
prigione si compiaceva di darmi qualche libro. Ma so che nutrii sempre un odio
profondo per tutto ciò che sapeva di ingiusto, per tutto ciò che ipocritamente
si camuffava a onesto, a pietoso, ecc. Le birbaccie borghesi hanno per me il
peccato di origine. Esse non possono giovare alla poveraglia — che del resto
maledicono e disprezzano — che insultando. Dicono di amare il popolo e di
volere il suo benessere! Ma sì! Esse amano il popolo senza il popolo. Vale a
dire come un'astrazione.
Ave Maria, gratia plena,
Dominus tecum, benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui
Jesus.
Sancta Maria, mater Dei, ora
pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostræ.
Amen! risposero in coro.
Che momento solenne! Si poteva
udire l'aleggiare di un moscerino. Tutti erano santamente raccolti innanzi a
quel sacco di carne inanimata. Contadini e contadine e malandrini, genuflessi,
col fronte nel concavo della mano, biascicavano la prece, borbottata da una
vecchia che sgranava contemporaneamente la corona. La luna stessa, quasi
compresa del mesto tributo che si porgeva all'estinto, si coperse in
quell'istante doloroso la faccia con un lembo di nube.
Sì, anche noi, atei, abbiamo
seguìto la corrente. Anche noi abbiamo subìta la forza irresistibile, anche noi
ci siamo inginocchiati, anche noi abbiamo mormorato il turpe latino, anche noi
abbiamo versato una lagrima.
Era lo spiritualismo, il
sentimento che vincevano l'uomo!
Chi ha succhiato, suo malgrado,
il latte borghese, cade non poche volte in queste debolezze.
— Cisto, guardee che a
momenti semm a Castellett. El mort el portee via o el lassee chi? domandò
il navicellaio.
— Bella domanda, fece il
Cirla, me credii una quai cassa de mort?
— Allora guardegh in gaioffa
se 'l gha quajcoss de danee o de cart, e peu penseghen oter, come el disaria un
gioppì de Sanga.
— Cisto! me par che ghe sia
un bigliett de banca in fond a la scarsella del s'giacché.
— Teul su ch'el donda, voj!
— Teu mo ti che te veut
slappetà.
Si spiega il gualcito pezzettino
di carta inzuppata e si legge:
ANNO SANTO 1875.
Ego sum panis vitæ.
S.
John., c. VI.
O Sacrum Convivium, ecc.
S. Th. Aq., Uff. Ss. Sacr.
L'Eucaristia è l'ottimo dei
doni, è il più grande dei miracoli, è il pegno ineffabile del divino amore, è
il pane degli angeli.
Lett. Past. pel S. Giub.
COMUNIONE PASQUALE
NELLA BASILICA PARROCCHIALE DI S. EUSTORGIO
MILANO.
Puah!
La certezza di essere sul punto
di discendere, scosse «i tiranni della mezzanotte.»
Tutti cercarono un posto intorno
al cadavere.
Nosetti, in piedi, si teneva la
faccia tra le mani e singhiozzava. Bassi gli teneva la destra sulla spalla,
come a dirgli: coraggio.
La ciurma muta, guardava,
mestamente il suo capo e ad ogni singulto s'inteneriva.
Era una scena che straziava.
Sembravano eroi sul punto di
abbandonare un terreno pagato col sangue di un loro amato.
— Poer Lissander! Poer
Lissander!
— Castelletto !
— Giamò?
— Su, figliuoli, andiamo, disse
il nostromo, con uno sforzo che non sapeva vincere il turbamento; su, sapete
bene che la barca deve camminare fino a Boffalora.
Nosetti, a quella sollecitudine,
schiattò in un pianto dirotto e cadde bocconi sul corpo dell'amico.
Lo baciucchiava, lo accarezzava,
se lo stringeva delirando al petto, come una madre il figlio, e farfugliava con
voce tremula: Lissander! o el me poer Lissander!
Le guance terree dei
«malandrini» al nome di «Lissander» pronunciato con tanta commozione —
si irrorarono di lagrime.
Finiamola, soggiunse il
navicelliere. Lasciate a me la cura di farlo seppellire cristianamente. Quando
vi sovverrete di lui, pensate che egli è laggiù nel piccolo camposanto di
Boffalora.
— Addio! balbettò alla fine Nosetti,
alzandosi ed asciugando gli occhi col rovescio della mano, Addio! E precipitò
giù dal «Barchett di pover.»
I compagni l'imitarono,
ripetendo un'altra volta: Lissander! poer Lissander!
A TERRA.
Trovarsi in un paesucciolo a
quell'ora e abbigliati come i nostri «Scamiciati» non è la più bella cosa di
questo mondo.
Si risica di essere presi per
una banda di malviventi in giro per terrorizzare, accoppare, svaligiare o
incendiare. Si corre pericolo di incappare in una pattuglia, o peggio, di
essere vittima del primo imbecille che s'impaurisce.
Bassi e Nosetti conoscevano
l'importanza della situazione.
— Bisogna trovare una cascina e
fermarci fino all'alba, disse il primo.
— Che si fa? domandò Cirla.
— Che si fa? chiesero gli altri.
— Avete fame? interpellò
Nosetti.
— Accidenti! Ghem ona sgaiosa
malarbetta!
— A quest'ora?
— O non sai che non tocchiamo
cibo da stamane?
— È vero.... Ma, i quattrini?
ridomandò con aria da distratto.
— È vero anche questo, mormorò
Bassi.
È inutile negarlo.
Nosetti ci aveva conquisi. Quel
suo orgoglio disposato a un linguaggio francamente leale, quel suo commiserare
i compagni, difendendoli dalle calunnie dei paffuti, quella logica tanto
diversa da quella degli affamatori del quinto stato, dovevano suscitare in noi
un giusto sentimento di simpatia. Confessiamolo una volta per sempre. Vi sono
per noi dei malfattori riconosciuti dalla legge, che si elevano superbamente al
disopra di tutti quanti i piedestalli che rappresentano gli uomini gabellati
alle moltitudini per grandi, solo perchè hanno flagellata con ferocia maggiore
la cencioseria disarmata. Ma la dio mercè, il tempo spazzerà la via anche di
questi miserabili!
Lo avvicinammo e gli chiudemmo
nella mano un biglietto da dieci lire.
— Date da mangiare ai vostri
amici.
— Grazie per loro, rispose
commosso.
— O dove si va dunque?
Il duce, preoccupato come uno
strategico, ristette pensando; poi: seguitemi.
Si camminò nel polvericcio circa
dieci minuti, seguendo la destra del Naviglio; indi scantonammo per insaccarci
in una lunga porta che metteva in un cortile.
— È questa la cascina Beretta,
ci sussurrò Nosetti; sono fittabili straricchi, ma che non sanno negare ai
senzacasa un cantuccio e una manciata di paglia.
— E talvolta anche una scodella
di minestra, soggiunse il Cirla. Io l'ho mangiata l'anno scorso.
— Badate a far silenzio.
Il silenzio divenne generale.
Quando fummo nel cortile, un
latrato lungo, doloroso, destò il famiglio.
— Chi el? ci si domandava
come dal fondo di una caverna.
— Amici, rispose Nosetti.
Un tremulo luccicore rischiarò
pallidamente uno sfondo, dove si vedeva come l'ombra di un uomo che si agitava.
— È il famiglio che sbuca dal
sacco, disse Nosetti. Conosco quell'uomo.
— Come state, Martino? Vi
ricordate dell'anno scorso?
Il famiglio alza la lucerna
colla destra, ne difende la luce colla sinistra, in guisa da illuminare tutta
la faccia di Nosetti.
— Ah! sii vu?
— Sicuro. Anzi siamo in
parecchi.
Martino sparnazzò un po' di
bagliore pel cortile.
— A ma pari scia tropp,
pucciasca. Coss'al de dì ol patron?
— Il signor Beretta?
— Ej.
— Andate là che è un uomo di
cuore.
— Ben, ciappee una
brancadella de paja, sparpajella giò lì in canton e peu dormii. Bona nocc,
fiœi!
Ma egli è che, se non vi spiace,
vorremmo fare una polentata, Martino.
— Gesusmaria! Ma g'ha vor ona
caldéra per violter.
— Avete due paiuoli?
— Magari anch quatter, per
quell lì tant...
— E due camini?
— Puciasca, mancarav!
— Eccovi del denaro. Dateci
della farina, disse Nosetti.
— G'ha vii minga moneda? Ol nost patron, ch'ol leng tucc i
dì ul giornal ch'el ven scià de Milan, ol dis de guardà come sa fà a ciappà i
bigliecc, ol dis.
— Fidatevi, galantuomo. Quello
che vi ho dato è buonissimo. Prova ne sia che non ne abbiamo altri.
— Ol credi, disse egli,
dando una maliziosa sbirciatina al drappello.
— Chi el peu che 'l la mena?
— La polenta?
— Ej...
— Nun, risposero alcuni
«malandrini.»
— Bravi, vegnii con mi in
cusina, sbraghee giò di lega, che mi intanta vo de sôra in lobbia a tò ona brancada
de melga che gô in la marna. Prest, vischee ol foeugh.
Le massaie non avrebbero fatto
più prestamente. Uno accatastava legna, l'altro prendeva manate di truciòli e
li accendeva. Un altro ancora versava secchie d'acqua.
Intanto che i paiuoli facevano
udire il loro sordo mormorio, la figura di Martino appariva da un usciaccio
colla farinaiuola sulle spalle.
Lo stanzone, negro come una
bolgia, lumeggiato da una luce morente ch'iva e rediva dal suolo alle pareti,
presentava un non so che d'infernale.
L'ombra dei senzascarpe, era
tutta bizzarramente disegnata lungo la muraglia. Vedevi bocche che si
spalancavano e si chiudevano flemmaticamente; occhi che si dilatavano
coll'ingrossarsi delle teste ondeggiate come ali di corvo sbattute dal vento;
braccia che si protendevano, gambe che si annodavano e si snodavano; ampie
destre e sinistre dalle lunghissime dita, che attraversavano gl'interstizi
della panoplia contadinesca, spenzolante come trofeo; seghe, segone, falci,
falcetti, picozze, cunei di ferro intrecciati a un gramo fucile da caccia,
sulla cui canna riposava un cappellaccio di paglia dalla tesa filettata di
bindello rosso. Poi, nel mezzo della trave maggiore, mezzine di lardo
incappellate di fogliame, il cui odore metteva in rivoluzione le budella dei
poveracci che guardavano sbadigliando il fumo che esalava dai paiuoli, colle
lingue di fuoco che arrampicavansi su su diabolicamente per la cappa.
Una fantasmagoria addirittura.
— Ciappee! disse Martino,
posando il vaso di farina sul tavolaccio, la cui corteccia di sudiciume aveva
finito d'immedesimarsi nell'abete.
— Grazie.
— Nigut.
— Disi scia Martin, disse
uno della comitiva che voleva scimmiottare il suo linguaggio, a ghi la donna
o no?
— Malarbetta! A ghu anca ona
fiœura!
— A proposito, domandò Scorlera,
avete qualcosa da conciarla?
— Pucciasca, ma parlee i me
bagaj. A ghu l'oli de raviscion.
— Porco!
— Ol va pias minga l'oli,
neh?... Violter milanes, a va pias domà i porcad, porscilloni!...
— Non avete un po' di burro?
— O'l me Signor! Vardee scià,
lì in canton, la pannaggia ch'a lè vœuja secca. Ol la mangia tucc ol nosc
patron, ol la mangia.
— Allora, chi di voi altri la
desidera concia coll'olio, alzi la mano.
L'alzarono tutti, tranne Bassi e
Nosetti, seduti sul limitare della porta come sprofondati nei loro pensieri.
— Vada dunque l'olio di
ravettone!
— Marcanaggia, ol pruvarì s'a
le bon! Ol fa vegnì la bauscina ai laver.
— Giò i tajée.
— Hin giò.
Un minuto dopo le due
grossissime polente erano capovolte sui taglieri. A quell'atto, ogni cencioso
si sentì correre un fluido per la vita. Istintivamente taluni roteavano le
mascelle, come ruminanti, e si leccavano le labbra.
— Nosetti! Nosetti! disse el
Cirla. Tocca a te ad affettarla.
— Che dò bei pros! (culi
di polenta).
— Fa tu, Bassi, le mie veci. Io
non ho fame e ho neppur voglia di vedere a mangiare.
Una funicella bastò per farne
tante sleppe quanti erano i mangiatori. Ciascuno di essi prendeva nelle due mani
la sua, si faceva gocciolare un zinzino d'olio fritto nel mezzo, e poi —
contento — si risedeva sul pavimento.
Non si udiva più che il rumore
delle mandibole.
Martino, seduto sur una scranna
di lisca, di fronte al tavolo, coi gomiti appoggiati, traeva da una pipa di
terra cotta, larghe boccate di fumo, che s'innalzavano a spira e si
squagliavano nella nuvolaglia addensata per lo stanzone.
Novant'anni fa, Sieyés chiedeva:
«Che è il terzo Stato?» Alla nostra volta domandiamo «Che è mai il quinto?» Che
è stato fino ad oggi nell'ordine sociale? Nulla. Anzi qualcosa: il bersaglio.
Che diverrà domani? Chi lo sa? Forse un fucile Remington; forse un cannone
Krupp; o forse Bertoldo Schwarz.
— Da quanti anni siete in questa
casa, domandammo a Martino.
— O el me Signor! A sum nassù chi scia, neh. Ol mè pà a
l'era un pigionant. Mi adess sum ol famêj.
— Ciò vuol dire che state
bene....
— Quand sum mia maraa....
— Cioè?
— Ol ma nota cinq lira de
Miran, tucc i mes, ul me patron.
— Da quanti anni?
— Ol suja mi? a semm mia bon
de fa i cunc, nun paisan!
— Ma quando vi occorre del
denaro, a chi lo chiedete, allora?
— Al, patron. Hoo de teu on
para de culzon o on para de scarp? Ol ma dà i danée. Quai volt, ol ma regala
ona scigala e 'l ma dis: «To, Martin, sta allegher.» E mi a la fumi a la festa.
— Hihàn!... hihàn!... hihan!...
hihàn!...
— Coppett!
— A l'è l'asen ch'ol dis ch'a
le vora de andà a dormì. Su ch'a l'è tard, i me bagaj.
— Bona nocc.
— Bona nott.
Uno dietro l'altro, come le
pecorelle dantesche si sdraiarono sotto il porticato, dove la mano di Martino
aveva gettato qualche po' di paglia.
L'ultimo boccone era forse
ancora nell'esofago, che già i cenciosi russavano rumorosamente.
Nosetti invece era sempre là,
sfinge accasciata, raffigurante il dolore di tutti.
Povero giovine! L'essere
straccione e saperlo, l'essere merce della questura e comprendere tutta la
terribilità della situazione, l'aver mangiato per degli anni senza pensiero
alcuno alla tavola domestica, e ridursi a cercare il pane al furto e al più
faticoso lavoro campagnolo, dev'essere la più intensa delle ambascie.
— Che fate? Perchè non andate
voi pure a coricarvi?
— Non ho sonno.
— Suvvia, un po' di riposo non
vi farà male, molto più che all'alba dovete porvi in cammino.
— Grazie dell'avvertimento, ma
non ho sonno.
— E allora permettete che vi
facciamo compagnia. Fumate? Eccovi uno sigaro.
Il cielo spazzato e illuminato
com'era, presentava un verdemare diafano che c'insinuava una di quelle mestizie
dolci che immobilizzano nei propri pensieri. Sembravamo estasiati guardando.
— Com'è, Nosetti, che la leva
militare non v'ha reclutato come tutti gli altri?
— Bella! perchè sono figlio
unico.
— Fortunato!
— Dite piuttosto disgraziato. La
leva militare mi avrebbe forse risparmiato... tante cose... mah! Ho però mio cugino
nel quarant... fanteria, un vagabondo anch'egli come noi altri. E con tutto
questo, il credereste? Quel giovanotto, che ha menato una vita tutta triboli,
che ha patito tanta fame quanti sono i capelli che ho in testa, rimpiange, come
cosa cara... tristissimi tempi, in cui egli si soffiava furiosamente sulle dita
intirizzite, per non udire i latrati del ventre. È tutto dire, non è vero?
— Come fate a saperlo?
— Ho qui una lettera, che ho
ricevuto tre o quattro giorni fa, col mezzo di un suo amico che veniva in
permesso per tre dì. Avete dei cerini?
— Sì.
— Accendeteli mano mano e ne
udrete delle belle.
«Campo del Piano della Costa,
3 luglio 1879.
«Carissimo Carlino,
«Maledetta la vita militare!
maledetto il fucile! maledetto lo zaino! stramaledetta la giberna! Auf! io non
ne posso proprio più. Non ci si lascia un minuto di tregua. Dallo spuntare
dell'aurora al tramonto del sole — salvo brevissimi intervalli. — siamo in
catena lungo questi campi, bruciati da un sollione che ci arrostisce le cervella.
È un ansare continuo, un inginocchiarsi, un protendersi, un gettarsi a terra,
ora sui fianchi ed ora bocconi, colla carabina che non ci abbandona, che segue
ogni nostro moto. Un caporale, col calcio del suo arnese, ci avvertisce di
tutto ciò che non viene fatto appuntino: serrate, allargate le gambe, a
sinistra la punta del piede, più indietro quel tallone, giù quella mano, alta
quella testa, fissi cogli occhi. È una tortura, una noia.
«Non ti dico poi delle porcherie
che ci fanno ingollare. La minestra — per dirti di una vivanda quotidiana — è
una broda che può dare dei punti a quella che ci ammaniva quell'anima prava di
Spinelli — che Dio se lo strascini in paradiso — quando eravamo nella sua
santissima custodia. Il capo guardiano delle carceri mi richiama un'idea. Ti
ricordi quando nella camerata bestemmiavamo l'esecrando gioco della coperta?
Tra i soldati avviene qualcosa di più delittuoso. Figurati che malgrado le
inenarrabili fatiche del campo, la masturbazione è abbominevolmente esercitata
più che quando oziavavamo nei malaugurati androni del Castello. È un
sozzo godimento che ciascuno di noi biasima, e che tuttavia ciascuno di noi
continua a fare di notte o di giorno, presenti o no i camerati. Ma a che dunque
— gridavo un giorno — questo strapotente autoritarismo, che incute, che
terrorizza, che annichila, che livellizza tutte le intelligenze, che subordina
tutto alla disciplina, se non è manco buono d'infrenare una piaga contagiosa
che strementisce, imbozzachisce la gioventù irreggimentata, la quale sottrae
volontariamente a sè stessa tanta parte di vita? A che guardare con occhi di
compassione quei corpi cascanti sui fianchi come sacchi di cenci, quegli occhi
marginati di un nericcio azzurrato — marchio dell'onanismo — e quelle guancie
cadaverizzate, come di chi vive tra il puzzo delle crociere degli ospedali?
«Della libertà non te ne parlo.
Nell'esercito è rigorosamente proibita la lettura di qualsiasi giornale o libro
che parli un linguaggio accentuato. Un tale, per esempio, che si permetteva il
lusso di leggere la Lotta
di Milano, è stato messo agli arresti per giorni quindici. Un altro, il soldato
M.... napoletano, della quarta compagnia, è stato inviato alla compagnia di
disciplina, dopo avere scontato un mese di cella di rigore, per avere ricevuto
lettere dall'estero. Repubblicanismo, internaziolismo, barsantismo, sono parole
che fanno accapponare la pelle perfino al nostro capitano, che è un poeta dei
più gentili che vanti il moderantismo.
«Concludo: qui ho la pagnotta
e il rancio tutti i giorni, più una coperta per avvoltolarmi di notte,
un paio di mutande ed una camicia che mi lavo io ogni settimana. Ebbene,
malgrado queste agiatezze della vita militare, preferisco quella trepida del
vagabondo, colla sua prigione, colle sue manette, i suoi balbettamenti e la sua
fame. Non anelo che a diventare quello che ero.
«Salutami gli amici del Tivoli,
e di' loro che sono stanco di indossare la rusca.
«Ti bacia il tuo
«Aff.mo Lugino.»
Per bacco! sapete, che il vostro
amico ha dei sentimenti che lo onorano, eccettuato, s'intende, quello di
ritornare vagabondo?
— Sfido io! Ha fatto la quarta
elementare ed ha letto quanti libri potè avere in gattabuia.
— O dunque, come è che si è
fatto vagabondo?
— Un cumulo di circostanze, una
più dolorosa dell'altra. Prima di farsi ladruncolo, egli aveva esercitato
perfino il mestiere del suicida.
— Cioè?
— Ve lo narro colle sue
parole.... «A Londra, ci diceva egli un giorno in una cameraccia di Palazzo di
Giustizia, esiste una società di borsaiuoli, che hanno studiato il mezzo di
commuovere i cittadini, senza punto incappare nel bastone dei....
— Constabili.
— Che sono, infin dei conti, dei
cappelloni-poliziotti. Il.... maledetto, non ho mai potuto mandare a
memoria il nome....
— Il pick-pocket....
— Appunto. Il pick pocket
andava lungo il Tamigi pallido, scarmigliato, e là percorreva in su e in giù
per un quarto d'ora coll'aria del giovane preoccupato; poi, dove più c'era
gente, spiccava il salto e si perdeva per un secondo nelle pieghe. Naturalmente
— siccome era stabilita una generosa mancia a coloro che pescavano vivo chi si
trovava a lottare volontariamente o involontariamente colle onde, due della
società del supposto suicida, si gettavano giù a capo fitto e, con tutta la
simulazione possibile, salvavano l'infelice. La mancia era guadagnata.»
Luigino tentò questo mestiere.
«Un bel giorno, ci diss'egli, disperato più di Giobbe, vado sul ponte di Porta
Venezia nell'ora del va e vieni della borghesia che passeggia tronfia e
pettoruta per eccitare l'appetito. Io ne aveva per quattro. A un certo punto dò
una guardata alla superficie che se ne andava tranquilla, poi ritorco gli occhi
e con un supremo respiro balzo nel mezzo e, punfeta! sparisco. Durai
sott'acqua quanto più mi fu possibile, ma, alla fin fine, spinto da un cieco amore
alla vita, mi diedi a nuotare come un energumeno. Il mio compagno se l'era
svignata. C'è nell'uomo un sentimento prepotentissimo di soccorrere chi si
fosse in certi terribili minuti, nevvero? Ebbene, nessuno di quei cani che
passavano sentiva il bisogno di salvarmi. Raddoppiai di braccia e toccai la
sponda. Come erano carini, quei signori spettatori. Mi sbirciarono ridendo e
ridendo se la svignarono. Oh ma perchè? Non ero io pure come gli altri? Non
meritavo quello stesso compianto che si accorda a coloro che esigliano per una
vita migliore? Un accidente! Venni accolto da due agenti di P. S. con questa
frase: i besti cativ mœuren propi minga! Fui trattenuto per quel
semplice fatto un mese a San Vittore. Vidi che da noi non era mestiere da
attecchire.»
— Avete sonno, Nosetti?
— Io? O per chi mi prendete? Sto
sveglio una settimana senza mandare uno sbadiglio. Avreste piuttosto un altro
sigaro da regalarmi?
— Diacine!
— Giacchè siete così buono e vi
vediamo così disposto ad assecondare ogni nostro desiderio, vorreste essere
tanto cortese di dirci qualcosa.... È possibile che non abbiate mai sfiorato
labbra di donna, premuto seno di fanciulla, asciugate lagrime su guancie
femminili? È possibile che il vostro cuore sia rimasto muto, assiderato...
Nosetti si palpeggiò la fronte
come se gli prudesse, indi come rapito in una dolce rimembranza, sospirò
affannosamente. Per qualche minuto egli non fece che stroppicciarsi le mani e
cacciare il ciuffetto ribelle dalla fronte, quasi volesse lasciar spaziare
liberamente i pensieri nel suo cervello.
— Palpitai, piansi, fremetti,
delirai.... Anch'io ebbi una donna, anch'io ho amato. La fame, i patimenti e le
miserie impediscono forse di sognare care ebbrezze, baci ardenti, strette
paradisiache? Forse che noi pure non abbiamo e visceri e cuore per sentire
quanto e più di voi?
— Scusate, Nosetti, ma noi non
abbiamo mai posto in dubbio la sensitività del quinto stato, nè abbiamo voluto
far comparazioni. Il nostro desiderio si limita alla storia di un vostro amore.
— Ne ebbi un solo.
— Grande come quello di
Giulietta e Romeo?
— Forse.
— Volete raccontarcelo?
— Prima di diventare quello che
sono, conobbi una povera orfana, che vivea con sua zia, in una soffitta di via
della Vetra. L'affetto d'allora era un non so che di vago: ci davamo il buon
giorno, ci stringevamo la mano e ci dicevamo: Voj, regordet de mi! Frase
stupida che non voleva dir nulla per alcuno. Ma che per noi racchiudeva tutte
le sensazioni, tutto il sogno, tutto l'avvenire di due esseri pazzamente
innamorati. Quattro mesi dopo, io venni cacciato in prigione per furto con
rottura. Ero stato colto sul fatto con due compagni, uno dei quali ci avea
fatto il servizio di avvisare la Polizia. Come potete immaginarvi, l'amore in
quella disperata segregazione dalla vita vera, insuperbisce, dirò meglio, si
accende e si sublima. Non avevo più pace. Nella notte, accovacciato sotto le
sucide coperte, non vedeva che l'ombra di lei, irraggiata da due occhi che nel
buio mi parevano carbonchi. La sua voce argentina mi si ripercotea pei meati
dell'udito. Regordet de mi! era il ritornello che mi martellavo
perennemente.
Un giorno il guardiano sbatte
tanto di catenacci, apre l'uscio e grida: Nosetti!
— Presente!
C'è una donna in parlatorio che
vuol parlarti.
— I secondini danno del tu?
— Ai vagabondi, sì. C'è anche in
prigione la gerarchia. I vaschi sono trattati molto diversamente da noi.
Laddentro chi ha quattrini non sta malaccio. Ma chi è senza.... Ma non
interrompetemi. Alla parola «donna,» il mio cuore sobbalzò di gioia, e per poco
non caddi rovescioni. Nessuno aveva confortato la mia prigionia, nessuno mi
aveva inviato un addio, un po' di tabacco.... Era una desolazione. Il
parlatorio, come sapete, è a due buchi quadrati, da uno dei quali cacciate la
testa per vedere nell'altro quella di chi vuol parlarvi. Nel mezzo c'è quella
del secondino, che sfrontatamente raccoglie tutto quanto si dice. Il parlatorio
è dunque una amara derisione. Giunto al foro, vidi una giovane, coperta da un
lungo velo che nascondeva le lunghe treccie bionde che io adorava. Era lei,
Giulia! Non fui capace di pronunciare una parola. Le lagrime mi sgorgavano
abbondanti e mi facean gruppo alla gola. Ah, come avrei voluto gettarmi ai suoi
piedi e scongiurarla ad essere mia e dirle che col lavoro mi sarei riabilitato,
che sarei ridivenuto onesto — quasi non avessi saputo fin d'allora, come la
società, che filantropizza maledettamente, fosse schiva, riluttante nel porgere
la mano al caduto per dirgli: Cammina; eccoti sul sentiero del retto.
— Carlino! mi diss'ella senza
alzare gli occhi; e scoppiò in un singhiozzo disperato. Un freddo mi corse per
la vita e mi copersi con rabbia la faccia: coraggio! balbettai. Ma si piangeva
ancora. Oh, beati, ineffabili momenti, in cui le lagrime che scorrono per le
guance, pare lavino le colpe e cementino per sempre l'affetto di due
innamorati!
Il guardiano era insensibile
alla scena: egli continuava ad aspirare il fumo dalla sua pipa.
Ci fu un momento di pausa.
Nosetti si cacciava e si
ricacciava le mani nei capelli, come se avesse voluto stornare i pensieracci
che lo assalivano.
— Ho lasciato, mi diss'ella, un
po' di sigari, mezzo litro di vino, un po' di manzo e del pane.
— Grazie, Giulia!
Mi guardò alla sfuggita e si
volse:
— Addio; verrò a trovarti!
Mi fu impossibile risponderle. Mi
si schiantava il core!
Durante gli otto mesi di carcere
non ci fu mercoledì che Giulia non venisse a portarmi il soccorso.
Fra quelle orride muraglie, io
non aveva neppur pensato in qual modo Giulia guadagnasse il denaro che mi
portava e che aumentava sempre. Non fantasticava che sul nostro amore e non
sognava che il giorno in cui liberamente avremmo potuto buttarci l'uno nelle
braccia dell'altra.
Era un assopimento dolce, un
coagulamento oppiato che mi tratteneva, mi annegava ogni altro pensiero che non
fosse per lei. Era tanta buona, Giulia!
Il 27 luglio del 187...
terminava la mia condanna. Giulia lo sapeva e sapeva pure che a mezzogiorno mi
si sarebbe schiuso il carcere. Salutai, abbracciai, ma distrattamente, i
compagni, e mi precipitai giù per le scale, ansioso di rivederla e di
abbracciarla. Fu un'illusione. Corsi diffilato in via della Vetra, salii i
gradini a tre a tre, ma anche l'uscio era chiuso. Che era avvenuto? I vicini mi
dissero che la povera donna era morta di crepacuore da venti giorni, perchè la
nipote aveva preso il largo da quattro mesi. Era un'orribile rivelazione. Una
fosca nube stiriata di sangue mi scese sugli occhi. Quell'amore che doveva
innalzarmi, sorreggermi lungo l'erta della redenzione, si sfasciava come casa
in rovina; peggio, diveniva una cosa abbominevole. Le mie dita scricchiolarono
con un moto convulso. Sentivo mancarmi la terra sotto i piedi; mi vedeva
un'altra volta ricacciato inesorabilmente nel pantano delle miserie delittuose.
Cercai per le vie, frugai in tutte le case equivoche; pregai, misi a soqquadro,
ma inutilmente. Interrogai perfino i registri della polizia, e disilluso, mi
lasciai andare fino a quelli della prostituzione. Dove, in qual luogo, in quali
braccia si trovava essa mai? Era un orribile pensiero. Io la voleva o viva o
morta. Uscito di carcere con due lire, dovetti, naturalmente, rivedere i miei
amici, coi quali potermi procurare da vivere. Avrei voluto tentare qualcosa di
grosso per sbarazzarmi dalla noia dell'incerto domani. O vado al bagno, dicevo,
per sempre, o avrò un po' di pace per dedicarmi interamente alla ricerca della
mia Giulia. Ma la polizia, che mi stava alle peste come un crotalo schifoso, mi
agguantò quindici giorni dopo, e mi ricacciò nel fondo della prigione, da dove
uscii con sei mesi di sorveglianza.
Ero perduto per sempre.
Un giorno, in sull'imbrunire,
veggo allo svolto di via Agnello, una graziosa personcina, attillata con
ricercatezza, che mi fuggiva, mi fuggiva, quasi al suo passaggio l'avessi
appestata. Un dubbio crudele, una corrispondenza ignota, un fluido che
trasmigrava e incendiava nelle mie vene, mi scossero. Raddoppiai, accelerai il
passo. Ma ella fuggiva sempre. Presi la rincorsa. Era lei, Giulia!... Non vi so
dire cos'abbia provato in quell'istante. Avevo le vertigini. Livido per la
rabbia, avrei voluto stritolarla colle stesse mie mani e farne di essa un
cencio. Ma l'aveste veduta così soffermata in quell'atteggiamento! Pareva
Maddalena che aspettasse una parola, una sillaba per buttarvisi al collo!
Curvai la fronte come un vile e borbottai non so che cosa.
— Eccovi il mio indirizzo, mi
diss'ella, cogli occhi conficcati al suolo. Vi aspetto fra un'ora.
— E perchè non subito?
— Perchè... non posso...
Carlino!...
Un «Carlino!» con tanta dolcezza
è un omicidio. L'uomo non può più rispondere delle sue azioni. Egli è come
aggrovigliato in una maglia di ferro.
— Ah! voi volete fuggirmi una
seconda volta, le dissi con indignazione, presentandole il biglietto di visita
che m'aveva dato. Mi date un appuntamento con un'Alda Ciceri? È almeno
leggiadra? È dessa mentitrice o spergiura come voi?
— Non fate scene.... Domandate
di Alda e mi troverete.
Mi lasciò intontito. Udiva il
peccaminoso strascico della veste che si allontanava, con un frou-frou che mi
eccitava alla vendetta e non poteva inseguirla. Perchè? Chi mi tratteneva?
Quale magia, quale incantesimo, per paralizzarmi, inchiodarmi in quel luogo?
Scoccata l'ora io batteva colle
nocche all'uscio del secondo piano della casa in via ***. Colei che mi aperse,
doveva essermi una seconda rive lazione. Pochi capelli giù lisciati sulla
rotondità cranica, occhietto scaltro, faccia pomellata, labbra atteggiate a una
beffa.... Tutto rispondeva al nome di megera. Le consegnai automaticamente il
biglietto che aveva servito fin'allora di contrazione alle mie dita.
— C'è, entri pure, mi disse
spruzzandomi la sua bava in faccia. Chi è lei?
— Datele quel biglietto e basta,
risposi in un tono che non ammetteva repliche.
Alda, o Giulia, era là in una
stanza mobigliata con qualche gusto, avvoltolata in un candido accappatoio, su
cui scendeva l'abbondante sua capigliatura, dalla quale usciva un soavissimo
odore. Vedevo il ricco moschetto che si allungava fino a baciare la tigre
mollemente sdraiata ai piedi del letto; fiutavo l'acre profumo di tutti quegli oli
e di tutte quelle aque odorose; mi vedeva riflesso da ogni lato nelle larghe
specchiere, e tuttavia dubitavo ancora che lei, Giulia fosse una....
— Sedete, mi diss'ella,
presentandomi una seggiola a bracciuoli.
— In casa di chi, se è lecito?
— Volete ascoltarmi? mi disse
imperiosamente.
Sedetti.
— Non voglio implorare nè il
vostro perdono, nè la vostra pietà. Se sono colpevole, lo giudicherete.
Curvai la testa.
Io, che puzzavo ancora di
camerata, poteva impancarmi a giudice?
— Vi aspettava ogni mattina e
ogni sera da quattro mesi. Io non mangiava più, dimagrava a vista d'occhi...
Un riso satanico m'attraversò le
labbra.
— Talvolta vi malediva e
tal'altra vi invocava come un Dio. Ma perchè, mi domandava, dovrei amarlo,
s'egli così villanamente, scelleratamente mi ha abbandonata, senza manco dirmi:
Giulia, non aspettarmi domattina! Un giorno che agucchiavo disperatamente per
cacciarne i tristi pensieri, la mia maestra, forse per distrarmi, la mi buttò
un giornale, dicendomi: Mettici la camicia di battista della signora *** e
preparati a venire con me. Sbugiardato giornale! In un articoletto — Arresto —
vidi le tue iniziali con dei puntini.... Quelle sigle mi misero i brividi.
Corsi alla data; non c'era più dubbio. Io caddi riversa sulla sedia. A furia
d'aqua acetata, rinsensai. Fu una tempesta di domande da parte delle mie
compagne. Ma che t'è accaduto? Ma cos'hai? Vi limitai a rispondere: Nulla;
dev'essere stato un capogiro. Le supposizioni mi s'affollavano nel cervello.
Arrestato? Ma perchè? Ma come? Ma quando? Una donna forse di cui era geloso?...
Egli mi tradiva, l'infame! Aveva bisogno d'uscire da quel mare di incertezze.
Non ti dirò che notte fu quella che successe al mio deliquio. Sognava una buca
tufata entro cui stava allungato un avanzo di giovine, con dei terribili
occhiacci che si piantavano nei miei, che sussultava tratto tratto quasi preso
da rimorso pronunciando parole incomprensibili. E ad ogni balzo, udiva il
fragoroso tramestio delle catene che mi rimbombava crudelmente nella testa. Oh,
che nottaccia fu quella, Carlino!...
E sospirò.
— Alla mattina dissi alla zia
che stava poco bene e che perciò non andava a scuola. La povera donna arricciò
il naso: ma poi fece a modo mio. M'amava tanto... la povera donna! Alle dieci mi
vesto e vado diffilata alla Questura in piazza San Fedele. L'atrio era tutto
ingombrato di faccie sinistre: erano questurini? non lo so. Mi avvicino ad uno:
di grazia, la mi saprebbe dire dove posso avere notizie....
— Di chi? mi chies'egli,
conficcandomi sfacciatamente gli occhi nei miei.
— Di mio cugino, risposi,
arrossendo come brace.
— E ha nome?
Ripetei il tuo.
— Ah, quella forlinna!
— Che stoffa tutta lana! rispose
un altro botolo sentone sul parapetto.
Tu non potrai credere come mi
fecero male quelle basse insinuazioni. Erano tante mazzate sul mio povero
cuore.
Che la vaga su de lì al primm
pian e che la cerca cunt del sur delegato ***.
Mi stava dinanzi un ometto
pelato al cocuzzolo e pallido, come chi assorbe l'aria viziata degli androni
polizieschi.
— Cossa la gha?
— Vorrei pregarla di sapermi
dire se un certo Carlo Nosetti...
— Ah, quella pedinna! Sì, l'è
chi de nun, cossa la gha de dì?
— Vorrei potergli parlare.
— È impossibile.
— Ha dunque commesso un delitto?
— Giust inscì. Ma l'è on
lader, on spazzacà, on ratton ch'el va dent e fœura de presòn.
Credetti cadere stramazzone e mi
appoggiai alla smantellata scrivania di quell'uomo, che sembrava gustasse la
voluttà del mio dolore.
— S'ella mi permettesse, vorrei
almeno vederlo...
— Ma un angelo come lei, mi
disse alzando gli occhiali sulla livida fronte, deve innamorarsi di quel
pessimo soggetto, di quella schiuma?
Allibii.
— Vada piuttosto a gettarsi nel
naviglio. Cosa vuol ripromettersi da un canaglione come quello?
— Ma signore, ma io...
— Capisco! Ella forse non lo
sapeva.
— Parola d'onore. Ma se
potesse...
— Vuol proprio vederlo?
— Le sarò riconoscentissima.
Scrisse alcune parole sur un
biglietto e me lo consegnò.
— Vada a San Vittore.
— Grazie, gli risposi, e con un inchino
mi chiusi fuori dell'uscio. Il resto lo sai.
La guardai in faccia.
— La scuola mi era divenuta
insopportabile. Io non potea più vedermi in mezzo a gaie fanciulle, che
scorpacciavano dalle risa tra una agucchiata e l'altra. E d'altronde, come
avrei potuto perdurare con quattro lire e ottanta centesimi alla settimana, se
tu eri in prigione, se tu avevi bisogno che qualcuno si ricordasse che eri
vivo?
Scattai dalla scranna.
— Ma non potevate dirmi che
trangugiavo il prezzo della mia infamia, il frutto del vostro lurido mercato?
Chi ha dato a voi il diritto di credermi abbietto fino alla prostituzione di
ciò che adoravo, di quanto avevo di più caro? Ma credete che non mi sarebbe
stata mille volte più cara la puzzolente minestra della punizione, che il soccorso
pagato.... Dio, quanta vigliaccheria!
— Aspettate a giudicarmi. Un
capitano di cavalleria, che poteva avere cinquant'anni, mi perseguitava da
quasi un mese colle sue proteste d'amore. Un bel giorno mi si pianta dinanzi,
trattenendomi pel braccio....
— Signore! dissi bruscamente.
— Mi ascolti. Ho bisogno di
parlarle, mi diss'egli, quasi furente. Non la mi faccia disperare. Io sono
pazzamente innamorato.
— E io niente del tutto.
— La mia vita, tutto quello che
posseggo per un suo bacio.
— Feci per andarmene, ma egli mi
trattenne stringendomi più forte il braccio. Non andai. Mi vi lasciai
trascinare. Fui una miserabile, lo confesso. Ma tu, Carluccio, eri in prigione.
Era questo il pensiero, il fantasma delle mie notti e delle mie spaventevoli
giornate! Non avevo pace, non trovavo requie. Appena nella stanza del capitano,
fui assalita come da una tigre. Mi sentiva baciata, carezzata, stretta....
— Basta, Giulia!
— A che giova ora il silenzio?
L'amplesso di quel vecchio mi valse un biglietto da cento. Il capitano,
consegnandomelo nel salotto dell'appartamento, soggiunse: Non è che un acconto.
Ma io aveva troppo sofferto baciando forzatamente la sua bocca, dalla quale
usciva un fiato morboso. Sdrucciolai in un secondo, in un terzo.... I bisogni
crescevano....
Le scappò un singulto....
— Ma ti giuro per l'anima della
mia povera zia, che nessuno s'ebbe il cuore. Non mi cedevo che come cosa. Agli
uomini bastava. Che importava loro se non mi dava che materialmente, che
carnalmente; se non partecipavo ai loro trasporti furiosi, se non mi
confondeva, se non divideva la loro libidine sfrenata? Un giorno, quando meno
me lo aspettava, si spalanca l'uscio, e chi vedo? Due uomini, l'uno
mingherlino, l'altro tarchiato, col sigaro in bocca, il cappello in testa.
— Che la faga piasè de vegni
via con nun on moment! mi dissero senza neppur chiedere chi io era.
— Ma chi sono, ma cosa vogliono,
ma io non li conosco. Maria! Maria! chiamai la donna.
— Ciavo, le dissero
vedendola.
Maria impallidì. La megera non
succhiava abbastanza alla mia saccoccia; volle anche tradirmi. Piansi, pregai,
mi genuflessi perfino ai loro piedi.
— Che la faga minga la cialla,
fu la risposta.
Adirata, mi tolsi sdegnosamente
da quel posto.
— Andiamo pure, dissi
avvolgendomi in uno scialle.
— Ma la voeur forse andà a
pè?
— Andiamo in carrozza.
— Tocca lee a pagala, védela?
— Non importa; Maria, andate a
prendere un brougham.
In mezzo ai questurini io era
come pietrificata. Non dissi una parola.
Tuttavia, quando scesi per
entrare nella porticina in via Lanzone, tremavo come una foglia. Pareva mi si
spalancasse la porta dell'inferno. Non aveva forse torto. Una volta entrati, si
è perduti per tutta la vita.
A quelle rivelazioni, io mandava
freddo dalla fronte, e sospirava.
— La sa, vera, perchè l'è
chi? mi chiese un vecchio, che conobbi poi per il Direttore.
— Singhiozzai un no.
— Allora gh'el diroo mi.
Segga e stia attenta. Prende una carta e legge: «Giulia L., nascosta sotto il nome
di Alda Ciceri, abita da due mesi le tre stanze mobigliate, della famosa Pina,
in via ***, dove riceve.... Maria, la mezzana, procura.... ecc.» È vero?
Non risposi.
Allora egli depone la carta ed
apre un libro: «Art. 17: Sono considerate meretrici le donne che esercitano
notoriamente la prostituzione....
Continuavo a piangere.
«Art. 20: Le prostitute non
iscritte saranno chiamate all'ufficio sanitario e non ottemperando, dietro
autorizzazione del questore o dell'autorità di pubblica sicurezza, vi saranno
tradotte per esservi registrate.»
— Per quanto ella ha di più
caro, per la memoria santissima di sua madre, gli dissi congiungendo le mani,
la non voglia la mia rovina. Io ridiventerò onesta, farò la serva, la
vuotacessi, ma, per carità, non la mi dica prostituta. Io non voglio, non posso
esserla. In un momento di debolezza, il bisogno.... Oh! ma le giuro che d'ora
innanzi....
Il Direttore mi mozzò la parola
con una scampanellata. Comparve il portiere.
— Conduci questa donna,
diss'egli additandomi, nel gabinetto della visita.
— Balzai in piedi, diedi uno
strappo al fazzoletto che andavo stroppicciando da un quarto d'ora, ma poi
ricaddi ginocchioni. Gli presi la mano, gliela baciai cospargendola delle mie
lagrime: pietà, signore, pietà!...
— Fate il vostro dovere, ridisse
al portiere e mi respinse brutalmente.
Oh, ma cosa aveva mai quell'uomo
al posto del cuore, per rimanere così freddamente inesorabile?
Due uomini mi trascinarono dove
il Direttore aveva comandato. Era anco una volta la forza delle cose che
trionfava.
Comparve il dottore il quale
senza tanti complimenti mi fece sdraiare sur un rialzo di legno, dicendomi:
allarga bene le gambe. Poi strinse e frugò, come se cercasse qualcosa.
— Alzati.
Scrisse non so che cosa sur un
pezzetto di carta, indi: va pure.
Ritornai nella stanza del
burocratico:
— Ecco il vostro libretto,
coll'unito regolamento: leggetelo e badate a non infrangerlo poichè la prigione
verrebbe a ricordarvelo.
— Librettata! Ma anche lei sarà
padre, anche lei avrà delle figlie.... Oh Gesummaria!... mi faccia questa
grazia, la mi cancelli....
— Sedete, mi diss'egli senza
scomporsi. Io dovrei mandarvi in uno dei molti postriboli ma per voi, voglio
fare un'eccezione, a patto che vi atteniate strettamente alla legge. Vi
accorderò di lavorare in un'abitazione particolare.
Era più facile che il granito si
liquefacesse che riuscire a commovere quell'uomo catafratto ad ogni sentimento.
Piegai la testa e lo ringraziai.
— Ehi, quella giovine, disse
richiamandomi. Non pagate il libretto e la visita? Articoli 92-93. Vi
raccomando di leggere, anzi di studiare a memoria i regolamenti.
— Quanto le debbo?
— Due lire per il libretto e una
e cinquanta per la visita.
Tre e cinquanta era il prezzo
dell'infame bollatura.
Nosetti si tacque, come per
prendere lena.
Cosa poteva dirle? cosa aveva da
rimproverarle? Non era io solo la causa di quel naufragio, io solo non era
dunque il colpevole? Mi buttai alle sue ginocchia e con ambo le mani gliele strinsi
piangendo. Alda la prostituta spariva e ritornava Giulia, la balda, la vergine
crestaia. Fu un delirio di baci. Tre mesi interi durarono le nostre nozze. Poi
la fame ribussava al nostro uscio.
— Ed ora amate Giulia od Alda?
— Alda, ci rispose curvando la
testa.
— E si trova?
— Al Cellulare.
— Perchè?
— Perchè colta, con recidiva, a lavorare
di finestra.
— Cioè? Non riesciamo a
comprendere.
— Il lavoro di finestra è quello
in cui la donna, coi gomiti sul davanzale di una finestra semichiusa, continua
ad ogni uomo che passa: pst... pst... pst... È un amo che pesca assai bene, ma
proibito dall'articolo 32, il quale tra le altre cose, dice: «È assolutamente
vietato alle meretrici d'affacciarsi alle finestre, o di stazionare sulle porte
anche della propria abitazione.»
— Secondo voi, preferite il
carcere comune o quello cellulare?
— Nè l'uno, ne l'altro. Il primo
ha gravi inconvenienti; il secondo peggio.
— Siamo perfettamente d'accordo.
Ma ammesso che un carcere ci debba essere, quale scegliereste?
— Ne vorrei uno misto, vale a
dire lavoro in comunione di giorno e segregazione completa di notte.
— Sistema auburniano.
— Non so. Il capo guardiano ci
diceva, che il concetto dei penalisti era di sostituire al carcere di prima,
quanto di più lugubre e spaventevole l'umana immaginazione possa concepire:
tombe d'esseri viventi. E ci sono riusciti... parmi. Tanto è vero che a
quest'oggi ne sono già impazziti più di trenta.
— Come fate a saperlo?
— L'ho saputo visitando un
inquilino del nuovo edificio.
— E perchè non Alda?
— Visitare una donna? Permettere
ad un vagabondo di giungere fino alla gonnella amata? Mancherebbe altro!
risponderebbe un poliziotto.
— Dite che nel nuovo carcere ne
sono impazziti più che trenta? Ma se i giornali in massa hanno dovuto
rettificarlo...
— Stampa vendereccia. Il mio
amico mi disse: «Ignoro il nome dello scellerato che ha concepito l'idea della
detenzione cellulare, ma nessuno avrà il diritto di affermare che la tortura
non esista. La carrucola e gli ordigni infami che snodavano le ossa e la rota
che li spezzava intrecciandoli e sospendendoli, sono stati rimpiazzati
dall'isolamento che spezza i cervelli.»
L'aurora spuntava splendida.
Nosetti si stiracchiò le membra
e, sbadigliando, balzò in piedi.
— È tempo, disse, che risvegli
quei poltroni. Malandrini!...
Vorrete, dicemmo stringendogli
la mano, darci il piacere di scriverci, o di venirci a trovare al vostro
ritorno: questo è il nostro indirizzo.
Nosetti titubò.
— Cosa volete mai che vi scriva?
— Per esempio, ciò che avviene
durante il vostro soggiorno in risaia.
Ci squadrò come per vedere se
volessimo celiare.
— E perchè no? disse.
— Vi prendiamo in parola; ed
eccovi l'equivalente per la carta e pei francobolli.
La comitiva era già allineata.
Al suo passare stavamo a capo
scoperto.
*
* *
Cittadino,
Vi narro come so l'ultima fase
del mio povero amico Nosetti.
Eravamo in risaia da venti
giorni, ove a vero dire non si stava malaccio. Si mangiava una polentata alla
mattina con qualche po' di merluzzo fritto nell'olio di linosa, una tazzinna
di minestra della capacità di un boccale (misura vecchia) con una pagnotella
che aveva qualcosa di comune col pane di munizione a mezzodì, e delle fettaccie
di polenta con un pezzo di formaggio come dio voleva e un bicchierotto di aqua
vinata, chiamata dai distributori vino grimello, alla sera. Era questo
suppergiù il vitto quotidiano di tutti noi. Ascendevamo a circa seicento tra
maschi e femmine, ed occupavamo due vastissimi cascinali alla distanza di
duecento passi l'uno dall'altro. Doveva dunque essere una babele. Ma non era.
Poichè in complesso s'andava d'accordo, eccettuato qualche vecchio brontolone,
al quale davano sui nervi le nostre burlette. Noi poi della brigata Nosetti —
più scaltri — eravamo anche più fortunati in mezzo a questa gente della
campagna, la più mansueta e più ignorante di questo mondo. Ci forniva materia
tutte le volte che ci piaceva. Ci divertivamo alle sue spalle narrando frottole
una più strana dell'altra che le faceva dire ogni volta: de bon? o
facendola sbellicare dalle risa con delle birichinate che era un piacere.
Durante i pasti, i movimenti mascellari, erano accompagnati dall'ingrato
stridore di due verticali veterani che non serbavano più che poche budella
stagnate e pei quali ciascun risaiuolo era tassato di cinque centesimi ogni
domenica. Talvolta prendevamo le contadinotte tra le braccia e le facevamo
girare vertiginosamente fino a quando si cadeva l'uno sull'altra — scena che
faceva mettere le mani sul ventre agli aspettatori, mentre la coppia impazzava
nei baci e nei palpeggiamenti. Alla domenica la gazzarra incominciava all'alba
e terminava a notte fatta. Quando avevamo colazionato, si andava in massa a
sentir messa nella chiesuola che distava da noi mezzo miglia. E siccome il
tempio del Signore non sapeva fare il miracolo di accoglierci tutti, così ci
prolungavamo in una coda a sghembo che non la finiva mai. Incominciata la messa
se ne dicevano di tutti i colori, senza tuttavia scandalizzar troppo i morlacchi,
i quali, volere o volare, sono inchiodati ancora al cielo più che non si creda.
Un nostro collega, per esempio,
borbottava colle avemmarie e i pater, un gergo imparato chi sa dove, che
produceva tratto tratto un'ilarità fracassosa. Un altro, prima di arrivare al
sanctus, suonava un campanello che portava seco, e i pivioni,
prendendolo per l'altro del ghicc, mettevano un ginocchio a terra e
poggiavano sull'altro chiuso a compasso il gomito che serviva loro di puntello
alla mano, che tagliava un gran crocione sulla fronte, siccome incominciamento
al «padre» e si ristàvano contenuti fino all'ultimo tocco. Poscia,
cantarellando qualche cantilena paesana che suscitava meste sensazioni, o
quella cittadina:
L'è
là sotta 'l pont ch'el fà la legna
Disich
ch'el vegna — disich ch'el vegna, ecc.
si andava fino a casa, ove giunti, in un prato che
s'incoronava di donne, si incominciavano le barbe — radature che costavano
anch'esse cinque centesimi. Fra i barbaiuoli, era pure il nostro Sgaraa, uno
scacciapensieri, un mattatone che mai l'uguale. Lui, assumeva l'aria d'un macellaio
in atto di dare la mazzuola sulla cervice al vitello.
Colle maniche rimboccate fino
all'avambraccio, premeva nelle due mani la testa del paziente come se avesse
dovuto operargliela, gli poneva le dita al naso che tirava in su e in giù colla
parola: fermo! gl'insudiciava la faccia di spuma di sapone dal sottogola alle
tempia, facendogliela entrare per tutti i buchi e poi, il rasoio dentuto nella
destra, si metteva a spelarlo, senza punto badare agli ahi! e ai sacramento!
del povero Bartolomeo. Lo sbarbato usciva dalle sue unghie sconciato come un
saltimbanco. Rasato qua e là al mento, al labbro superiore, qua e là per le
guancie, lungo le sopraciglia, dietro e sopra le orecchie e fin sotto la nuca.
La platea intanto sghignazzava e
squadrava le fiche o dava in isberleffi gridando: bravo tajapiœucc! —Il
colmo era quando tagliava a qualcuno i capelli, perchè si cantava in coro la
nota e insulsa arietta
La
crappa perada
La
fà i tortej, ecc.
Lungo il dopo pranzo si
convertiva il campo in una vera corte d'Assise. Un tavolo di pino e delle
seggiole di carice pei giudici, una pancaccia pei delinquenti, due o tre
contadini camuffati a carabinieri con in testa dei triangoli di carta e in mano
dei grossi bastoni per fucili. — A sinistra della presidenza, il pubblico
ministero, impaludato romanamente in uno scialle tolto a prestito da qualche
mondina, in faccia, l'avvocato difensore, con tanto di barbaccia rossa, fatta
con quei ciuffetti ch'escono dai torsoli di frumentone, a destra, il
cancelliere coll'impennada al naso che incurvava sulle carte
sparpagliate.
Il presidente, con gravità
burlevole, ordinava al cancelliere la lettura dei capi d'accusa, che questi
inventava e pronunciava con voce nasale.
Pres. Accusato, alzatevi:
Avete udito di che siete accusato?
Acc. Non è vero niente.
Pres. Solita risposta di
voialtri birboni. Non sapete mai niente, poverini. Davvero che è un gusto matto
a fare il giudice ora che non si hanno a nostra disposizione neppure i
cavalletti. Si assassina, si ruba, si svaligiano i poveri passeggeri, si
truffano i minchioni, si gabbano i merli, si vuotano i pollai e felice notte.
La giustizia non può scagliarsi sulla canaglia. Anzi deve stare alla mercè di
questa. Ah, ma la vedremo! Avete a che fare con uno di quegli che sanno il
proprio mestiere, ve lo dico io!
E qui sua eccellenza il
presidente, digrignando i denti, batteva facchinescamente del pugno sul tavolo.
Pres. Accusato, conoscete
questo grimaldello?
Acc. No.
Pres. Accusato, conoscete
questo pugnale?
Acc. No, eccellenza.
Nuova parentesi del presidente.
(come sa simulare il
birbaccione! Ma saprò io metterti al muro, non dubitare).
Pres. Dove eravate la
notte del 26 gennaio 1878?
Acc. A dormire.
Pres. A... dormire!...
Dove?
L'accusato esita un minuto
secondo a rispondere....
Pres. Ecco l'innocente
che ha bisogno di raccapezzarsi per dire una bugia. Io che passo le notti nel
mio letto....
Pres. Avrei risposto
subito: a casa mia.
Acc. Hum! Gli è appunto
perchè non ho casa che stava pensando dove ho mai potuto dormire la notte....
Pres. Del ventisei
gennaio 1878.
Acc. Ah! sì, mi sovvengo.
L'ho passata in una stalla; no, su di una cascina. Sì, proprio su di una
cascina fuori di porta Tenaglia.
Pres. Avete testimoni?
Acc. Eh, come si fa a
ricordarsi delle faccie che si vedono una volta e poi forse più per tutto il
resto della vita?
Pres. Ricorrete
inutilmente alla memoria. Ve lo dirò io dove eravate la notte....
Acc. Del 26 gennaio 1878.
Pres. Alle due precise —
notate bene — vi trovavate nella stanza di Lodovico Buschetti, al quale rubaste
cinquecentosettelire e conficcaste questo arnese fino al manico nel costato
sinistro come ricompensa.
Acc. Ma io giuro....
Pres. Si starebbe freschi
se la legge prestasse fede ai vostri giuramenti. Il verdetto dei signori
giurati proverà la vostra innocenza! (Canaglie!) Ha la parola l'onorevole
rappresentante della legge.
Il pubblico ministero da
carnevale s'alza, gira lo sguardo sulla giurìa, tossisce a sussulti, si pulisce
il naso con un lembo dello scialle e dopo un lungo sospirone incomincia:
Signori giudici e signori
giurati!
Il mio compito è dei più
dolorosi perchè si tratta di riassumere in poche parole uno di quegli
spaventevoli delitti che contristano l'animo di quanti serbano ancora qualche affezione
per questa nostra preziosa esistenza ahi! troppo breve. Uno di quei delitti che
fanno correre la mente alle più spaventevoli tragedie nella vita dei popoli e
che lo stesso autore, con sfrontatezza incomparabile, nega di aver commesso.
Oh, come rinuncerei volontieri al grave mandato se la giustizia di dio e degli
uomini non fosse per ricevere una sì solenne ceffata! Sì, o signori! Noi siamo
dinanzi a uno di quei tanti casi che la scienza chiama patologici e noi
penalisti imbarazzanti. Un omicidio consumato con premeditazione e gravitazione
di un furto e un volgare malfattore che dopo aver spiegato tanta ferocia sulla
vittima, non ha neppure l'audacia del vero delinquente. Ma dove era egli quando
avveniva il misfatto? Qui sta il nodo della questione. In una cascina del
sobborgo di porta Tenaglia. Quale? I testimoni? Voi mi ricorderete la storia
del povero Fornaretto macchiato di sangue o meglio col corpo del reato nella
cesta senz'essere l'omicida Ma quello non solo era un caso speciale, ma aveva
per protagonista un giovine onesto. Mentre colui che ci sta dinanzi chi è egli
e quali i suoi precedenti? Uno straccione senza casa e senza tetto, sempre alle
prese colla giustizia. Un ladrone, un diffidato dalla questura.... Dio, Dio!
Tiriamo pietosamente un velo sulla lugubre storia di Arnaldo Buffaldini, detto el
Tettavacch — sentite che razza di soprannome! — che sarà tanto di
guadagnato per tutti. Ho io dunque bisogno, nell'interesse della legge, di
riprodurvi coi foschi colori della fantasia, il quadro di quel povero uomo
sgozzato freddamente nel proprio letto? No o signori! Voi avete troppo a caro
le vostre vite e quelle dei vostri cittadini per non vendicare Lodovico
Buschetti — la cui anima sdegnosa volteggia nelle regioni celesti aspettando la
giustizia degli uomini. Io e voi siamo troppo convinti della colpabilità del
detenuto per non rifuggire dalle descrizioni pennelleggiate a grandi macchie
d'inchiostro. Gli è dunque senza insistere che propongo si condanni Arnaldo
Buffaldini detto el Tettavacch, ai lavori forzati a vita, al pagamento
delle spese processuali e alla perdita dei diritti civili.
L'uditorio che pende dalle
labbra del sedicente giustiziere è commosso e dà segni di approvazione.
Pres. La parola è
all'avvocato difensore.
Costui dopo essersi ben bene
arruffato i capelli, prende un atteggiamento minaccioso.
Signori!
Se la mia parola suona
rimprovero gli è perchè la giustizia vera....
Pres. Avverto l'onorevole
avvocato ch'io non posso permettere si offenda la maestà della legge — da noi rappresentata!
Pubblico: Bum!
Avv. .... non avrebbe
bisogno nè degli, accusatori, nè dei difensori. Il duello dell'eloquenza non è,
o signori, che un mostruoso parto di questa società parulenta che dà spesso la
galera all'innocente e la libertà al reo.
Pres. Raccomando
all'onorevole difensore frasi corrette o sarò obbligato a farle fare silenzio.
Avv. Il solo fatto
d'essere difeso — salvo rare eccezioni — equivarebbe per me alla colpa.
Beninteso in un ambiente diverso. Ma qui dove non è il corpo del delitto
studiato spassionatamente nei suoi momenti patologici e fisiologici; qui dove
il delinquente è in balìa dei sofismi e della rettorica avvocatesca, qui o
signori, io non posso contentarmi del frasario anemico dell'onorevole collega
che mi ha preceduto. Io voglio delle prove. Voi dite dove era egli in quella
notte? Ma alla distanza di dieci mesi chi di noi ricorda non dove ha dormito,
poichè ciascuno di noi ha un letto....
Il pubblico tossisce e starnuta.
Avv. ...Ma cosa ha
mangiato? Non basta dire: egli non sa precisare; è necessario che anche la
legge precisi fatti e circostanze, prima d'imporre a un uomo la casacca del
galeotto. È necessario, prima di sopprimere un membro di questa grande caldaia
sociale, che i giudici abbiano in mano almeno un documento irrefutabile che
tranquillizzi le loro coscienze. Ma che parlo mai di coscienza....
Pres. Onorevole
Sgualzetti, s'ella continua con questo linguaggio le proibisco di continuare la
orazione.
Il difensore s'accarezza la
frangia che gli dondola sul petto e sbuffa.
Avv. Se invece mi
trovassi di fronte a un reo confesso oh, credetelo! la mia tattica sarebbe
assai diversa. Comincerei dal domandare in quale stato d'animo il mio cliente
ha consumato il misfatto o sotto l'impero di quale furia per provarvi la
incoscienza, la irresponsabilità assoluta della mano che vibrava. E
suffragherei la mia difesa con una perizia medico-legale del suo stato
cerebrale — mettendovi così nell'alternativa o di assolverlo o di mandarlo in
un manicomio qualunque fino alla sparizione completa di quel flusso
semiragionevole — solo ed unico colpevole innanzi alle leggi dei popoli
inciviliti. Ma qui si tratta di ben altro. Qui non abbiamo che un disgraziato
pel quale giustizia vorrebbe gli si domandasse scusa — oltre al pagamento dei
danni — pel carcere innocentemente sofferto.
I giudici e i giurati a questa
eresia scappano in ah! e in oh! di maraviglia e il pubblico un po' annoiato, si
rianima tirando dei sassolini o delle piote sulla persona dell'avvocato
difensore.
Non vi pare che si stava
allegramente?
Ho citato questo processo
architettato da noi provetti in queste commediuole tribunalizie, perchè fu
l'ultimo e perchè fu causa di una incancellabile sventura.
Uno di quei malaugurati
ciottoloni lanciati durante il parapiglia, andava, proprio a battere l'occhio
dell'avvocato, il quale non era altri che il nostro Spunga, così soprannominato
perchè avrebbe asciugato l'Adda, se naturalmente il liquido fosse stato vino.
Quel grido acuto dello Spunga quel sangue che colava giù abbondante dalla ferita,
svegliarono nel povero Nosetti, quel un so che di malefico che lo precipitava
sul malcapitato feritore. Nessuno ebbe il tempo d'impedire l'avvicinamento. I
due corpi, avvinghiati come in un fraterno bacio, si rotolarono furiosamente
sul terreno e si staccarono quasi fossero loro mancate in un subito le forze
per continuare la lotta. Santissima Vergine! Il contadino aveva sparso le sue
budella attraverso il prato. Egli era rimasto lì bianco come una camicia di
bucato, supino, coll'occhio ancora scintillante di vendetta e le labbra tinte
dal sangue che i suoi denti avevano fatto spicciare dal collo di Nosetti.
Fu un urlo prolungato di
maledizioni. Uno scoppio d'ira da una parte e dall'altra, uno scambio reciproco
di oltraggi, una pazza voglia in tutti di venire alle mani.
Le mondaiuole fuggivano vociando
dallo spavento; gli uomini si armavano con tutto quello che veniva loro più
prestamente alle mani.
La sfida tra noi e i paesani
stava per divenire sanguinosamente terribile.
Ah, non lo dimenticherò mai e poi
mai quell'istante! Ci dovevamo affettare come tanti salami, schiacciare i crani
con delle pietre, portare via dei lembi di carne con delle morsicate, e
lacerare giù come lenzuola logorate dalla lisciva. Ma quando dio volle,
comparve la provvidenza armata. Quattro carabinieri, il fucile spianato e
l'acciarino trattenuto dal pollice, intimarono l'arresto allo sgraziatissimo
Nosetti. Come ora pallido! rabbuiato! Non fece un passo. Incrociò le mani e li
aspettò coll'imbecillità di un uomo che non sapeva più dove si fosse.
Non sono superstizioso, nè credo
alla fatalità o alle predizioni. Ma convenite che è in noi qualcosa che agisce
a nostra insaputa; qualcosa che può farci miserabili o vili — sventurati o
grandi.
Nosetti, voi non l'avete conosciuto,
che una notte durante la quale avete secolui confabulato; ma posso assicurarvi
che nulla era in lui del galeotto predestinato. Era affabile, dolce,
carezzevole spesso come la più affettuosa delle madri. Porgeva conforti, dava
consigli, rianimava, rinfocolava, ridestava colla compiacenza di un Dio che
lenisca a sua voglia un qualunque dolore. Superiore a noi in tutto, non ci
padroneggiava che per indurci a qualche buona azione. Chiunque capitava che
avesse fame, doveva essere per la compagnia un amico da soccorrere. Non ha mai
abusato, nè torto un capello a chicchessia. Ma tanto era generoso altrettanto
era severo con coloro che commettevano la più leggera delle ingiustizie.
Irrompeva come una tigre toccata dalla freccia. L'ho veduto percotere a sangue
un confratello perchè aveva involato una tabacchiera di nessun valore a un
poveraccio di vecchio — noto in piazza Castello per le sue lunghe fermate sui
panconi granitici e le voluttuose presate che aspira ad ogni minuto;
sculacciare furiosamente el Gognin perchè aveva portato via un paio di
mutande spenzolanti dalla fune delle lavandaie che battono la mazzuola lì a due
passi dal Castello — ove scorre l'Olona; dare scapezzoni di qualche peso a un
camerata di fresco, perchè aveva rubato il portamonete a un soldato. Morite di
fame, diceva egli, ma non bruttate la coscienza di questi delitti. Privare
dell'unico cavourin un soldato, è un crimine ch'io punirei colla
mannaia. Ma passato il temporale si faceva piccino, tenero. «Voi lo sapete
ch'io sono di prima impressione e che certe cosaccie non le so mandar giù.» E
si avvicinava al percosso, gli domandava sommessamente scusa e per poco non
scoppiava in un pianto dirotto.
Non voglio farmi il biografo
dell'amico ora che non è più che un numero — un aborrito numero dal quale forse
non si staccherà che per discendere ai gelati e bavosi baci della verminaia
sottoterra. Poichè l'ultimo colpo assestatogli dalla legge, è di quelli che si
cancellano squoiandosi. Ma dato anche gli riuscisse trascinare per tutti e dieci
gl'inesorati anni l'abbominata catena e il tempo portasse seco i lividi solchi
lasciati dai ferri, la sorveglianza non si beverebbe fin l'ultima sua goccia di
sangue, siccome polpo insaziato? Vedete dunque che non ho alcuna ragione di
riabilitarlo nè in faccia a voi nè in faccia al mondo.
Ma se concedete a un povero
miserabile battilana quale io mi sono il proprio giudizio, credetemi: in galera
ci hanno messo un galantuomo.
El
Cirla.
FINE.
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