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FRANCESCO GIARELLI
Mio carissimo Giarelli,
Due anni dalla Milano e
già ti ricompaio disilluso, stracco, annoiato. Il mio ardore, i miei sogni i
miei splendidi sogni vanirono come una soffiata di fumo uscita dal comignolo.
Il cuore che sussultava, il sangue che mi rincorreva agitato, le fibre che
oscillavano per un nonnulla non agiscono più se non violentati. Perchè questa
vecchiaia precoce, questa desolazione, questo scoramento, questo ristagno
impreveduto, se è ancora in me l'onda atta a buttarmi nelle aspre e forse sanguinose
battaglie che prepara l'avvenire? Perchè questa fede barcollante, questo buio,
queste tenebre se ancora mi sorride il sole degli anni e se le idee battono pur
sempre tumultuose alle pareti del mio cervello? Gli uomini, mio caro, gli
uomini hanno potuto più che il tempo. Sono essi che mi hanno ladrescamente
sottratto la parte più viva: il fuoco, l'entusiasmo, il coraggio. Sono essi che
hanno scelleratamente martellato l'edificio che andava edificando quassù nella
Siberia della mia soffitta — unica forse che mi sia fedele in queste giornate
di rovina. Se tu sapessi, amico, come la maldicenza ha addentato ai miei
garretti e quanti mascalzoni sono diventati miei giudici e quante figuraccie ho
incontrato lunghessa la via scoscesa! Ho baciato, inconscio, dei vigliacchi, ho
stretto la mano a dei farabutti, ho scambiato abbracci con dei miserabili, ho
dato il mio pane insufficiente a dei cialtroni mestieranti di poverezza. Oh!...
E perchè mi sono subito subito spazzolato le pillacchere dagli abiti,
accidenti! la rabbia gialla ha infierito con un accanimento bestiale. In questi
ultimi mesi di lotta, non vi furono calunnie, non oltraggi, non abbominazioni,
non vituperi che non siano stati codardamente sputacchiati sul mio dorso.
Adesso, come una volta, rido delle farsaccie dei nanerottoli della questione
sociale che vivono tessendo menzogne e gabbando i ciuchi; adesso, come allora,
dò una crollatina di spalle e tiro via per la mia strada senza badare ai
risevoli Prudhomme che intisichiscono sulla legge di ferro della quale
non capiscono un'acca. Ma cosa vuoi. Viene il momento della prostrazione. Viene
il giorno in cui le voci si sono così imbaldanzite, da farti dubitare di te
stesso, ed esasperato, sbucare dal silenzio per difenderti dalle basse
insinuazioni che un branco di cretini sprigiona dal suo nascondiglio.
Ciò, credilo, è doloroso,
crudele, infame. Ma come levarti dai piedi questi mastini del socialismo cui
cancrenizzano, se ti si attaccano alla pelle come le piattole all'anguinaia?
Oggi ti si riprende perchè prorompi colla frase scollacciata, domani
papescamente ti si scomunica perchè hai passato, secondo l'imbecillità
fenomenale del pontefice, la famosa linea; doman l'altro ti si accusa magari
d'essere venduto alla questura — io che l'ho sempre schiaffeggiata! — perchè
hai strappata la barba a dei vilissimi ladroni — pirati insaziabili del
collettivismo... smascolinato e produttivo. E via via un morso feroce che viene
implacabilmente a ricordarti che laggiù si assassina senza uno spruzzo di
sangue. So la tua risposta. Un galantuomo non può occuparsi di codesti ruffiani
— eroi dal coraggio della paura. Ma gli è che tu vedi spesso diventare della
tenebrosa combriccola uomini che stimavi e stimi; gli è che anche i buoni
cadono talvolta vittima della filate spudoratezze dei mangiaborghesi... a
ciance; gli è che.... Va là e non ci badare. Ed io ti ascolto anche perchè il
ricordo di tanta ciurmaglia mi fa salire le vampe alle guancie. Ma ti giuro in
questa giornata natalizia — solenne per tutti coloro che possono avere un
tacchino al desco — che se i principî, anzicchè impersonali, divenissero
patrimonio di questo o quel sedicente avvenirista, non aspetterei più che tanto
ad arruolarmi nella gloriosa legione degli eunuchi di Abdul-Aziz — nell'harem
del quale troverei, dinanzi a tanta lussuria di carne, quel narcotico pregno di
ebbrezze afrodisiache, capace di ridare la quiete all'anima mia.
Ed eccomi al perchè di questa
mia lettera dedicatoria.
Non ho d'uopo dirti che non è la
solita vanità che mi spinge a mandare attraverso l'orgia borghese questo
libercolo impastato di patimenti e di sozzure col tuo riverito nome. Poichè tu,
più d'ogni altro, sai quanto io rifugga dal trombone della réclame e
quanto sdegno abbia pei babbuini che si attorcigliano colla duttilità del rettile
alle illustrazioni più o meno letterarie, per prevenire il pubblico e ringoiare
alla critica dissanguata e cachetica gli aggettivi che i sullodati banditi
della penna meriterebbero. Il mio concetto sale più in alto.
Io mi sono detto: Giarelli è
scrittore infaticabile che riversa ogni giorno dall'alto delle sue numerose
tribune giornalistiche lo stravecchio e puzzolente umanesimo — accettato dai
satolli come il non plus ultra dei cataplasmi per guarire la grande
malata, perchè costa pochino e perchè non ammettono possibile che l'uomo
diventi uguale in faccia al suo simile.
Giarelli è pericoloso quanto una
superba mercantessa di delizie avviluppata in un velo che lasci vedere
l'opulenza della carne rorida e fresca. Ha uno stile — quando vuole, s'intende —
fluido, pruriginoso, che assale come una calda buffata che ti va remigando il
derma della vita. Ha la nota scultoria, nervosa che titilla ai precordi, e
suscita soavi commozioni e spreme dalle filandole lagrimali le goccette che
egli esige per le sventure baciate dalla sua penna.
Giarelli è uno di quei prudenti
che seguono il secolo coi resti, senza tuttavia disconoscere i morbo che
trascinano lungo le arterie sociali i poveri Lazzari nudi o quasi, ove — come
dice l'illustre Trezza — rimormora il grido della bestemmia disperata, e si
cova la ribellione ai gioghi sociali per iscoppiare più tardi in un incendio di
vendette implacabili.
Giarelli, pur tenendo un occhio
sugli ipogèi della miseria e dare talvolta in qualche escandescenza, non sa
urlare contro il lusso sfacciato che la borghesia spiegazza per le vie come un
insulto a chi ha fame — perchè ha paura il suo urlo diventi tizzone nelle mani
di chi basisce.
Giarelli sarà dunque sempre un
reazionario dal cocuzzolo levigato della sua testa, che si spela alle estremità
dei calzoni — refrattari anch'essi alle rivoluzioni della cesoia — se non per
convinzione, almeno per quella maledettaccia paura del piccone — senza pensare
che chi demolisce costruisce. Egli vede i nembi gonfi di odio che inveleniscono
per lo spazio e la dinamite che sgretolano gli operai nelle miserande officine,
ma la sua mente schiava, ribelle agli urti, non vuol andare fino alla
conseguenza ultima della logica vera, se non portata dal vento che brucia.
Ha premuto ulcere maligne,
sondato strati colerosi, cacciato il naso nei granai della fame bevuto il lezzo
della gente accumulata nei recessi dell'abbiezione, ma persiste nel negare, ai
battuti dagli aspri digiuni il diritto d'insorgere. Ma non fate altrettanto voi
contro i vinti?
Giarelli è col codice — la
montagna delle ingiustizie.
Giarelli resterà dunque quello
che è: un borghesaccio impolverato di umanesimo e incappellato di
repubblicanismo... tepido.
Ma perchè, ma perchè questa
brutale pedata al buon senso, quell'altalena sciocca, questo sciupio di
cristianesimo lavato nell'acqua non benedetta, questa compassione volgare come
il pianto delle prefiche pei defraudati dalla razione quotidiana, per
commettere poi degli sproloqui grammaticali, come il Mantegazza,
nell'infarcitura dei pronomi possessivi, ove la mano s'attenti a ghermire un
tozzo di pane perchè lo ha voluto il rullo ventricolare? Perchè
quest'ermafroditismo, questo volere e disvolere, se i fatti, se la ragione ti
buttano sulla pira tutti i sofismi e tutte le definizioni dei gastronomi
dell'economia armonica?
E qui sta il paracarro della
dedica.
Invece di farti un processo pei
delitti che commetti ogni volta fai stridere l'acciaio sulla carta, parlando
delle infamie umane — cosa odiosa per chi ti è al postutto amico sincero — ho pensato
di inviarti quest'epistola appioppata a questi martiri che tu, come tutti i
cronisti, vilipendi e ingiuri, diciotto ore sulle ventiquattro, persuaso almeno
di convincerti che fino ad oggi non hai fatto che buttare della cipria odorosa,
laddove era necessaria una lama a due tagli per portar via netto, il pezzo
infettato.
Come al solito, troverai la
forma rude o acre del giovine che non ha tempo da perdere coi lenocini dei
linguaioli e certe desumazioni che ti faranno prudere i padiglioni delle orecchie.
Ma pensa che non so ritornare sui passi e che ho inzuppato in una soluzione
d'acido fenico diluito le pagine, perchè io stesso ebbi paura del vero.
Un baciozzo e che le granfie del
Procuratore non carezzino questo mio figlioccio.
Tuo aff.mo
Valera.
25
dicembre 1880.
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