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Paolo Valera
Gli scamiciati

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  • All'avvocato   FRANCESCO GIARELLI
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All'avvocato

 

FRANCESCO GIARELLI


Mio carissimo Giarelli,

 

Due anni dalla Milano e già ti ricompaio disilluso, stracco, annoiato. Il mio ardore, i miei sogni i miei splendidi sogni vanirono come una soffiata di fumo uscita dal comignolo. Il cuore che sussultava, il sangue che mi rincorreva agitato, le fibre che oscillavano per un nonnulla non agiscono più se non violentati. Perchè questa vecchiaia precoce, questa desolazione, questo scoramento, questo ristagno impreveduto, se è ancora in me l'onda atta a buttarmi nelle aspre e forse sanguinose battaglie che prepara l'avvenire? Perchè questa fede barcollante, questo buio, queste tenebre se ancora mi sorride il sole degli anni e se le idee battono pur sempre tumultuose alle pareti del mio cervello? Gli uomini, mio caro, gli uomini hanno potuto più che il tempo. Sono essi che mi hanno ladrescamente sottratto la parte più viva: il fuoco, l'entusiasmo, il coraggio. Sono essi che hanno scelleratamente martellato l'edificio che andava edificando quassù nella Siberia della mia soffittaunica forse che mi sia fedele in queste giornate di rovina. Se tu sapessi, amico, come la maldicenza ha addentato ai miei garretti e quanti mascalzoni sono diventati miei giudici e quante figuraccie ho incontrato lunghessa la via scoscesa! Ho baciato, inconscio, dei vigliacchi, ho stretto la mano a dei farabutti, ho scambiato abbracci con dei miserabili, ho dato il mio pane insufficiente a dei cialtroni mestieranti di poverezza. Oh!... E perchè mi sono subito subito spazzolato le pillacchere dagli abiti, accidenti! la rabbia gialla ha infierito con un accanimento bestiale. In questi ultimi mesi di lotta, non vi furono calunnie, non oltraggi, non abbominazioni, non vituperi che non siano stati codardamente sputacchiati sul mio dorso. Adesso, come una volta, rido delle farsaccie dei nanerottoli della questione sociale che vivono tessendo menzogne e gabbando i ciuchi; adesso, come allora, una crollatina di spalle e tiro via per la mia strada senza badare ai risevoli Prudhomme che intisichiscono sulla legge di ferro della quale non capiscono un'acca. Ma cosa vuoi. Viene il momento della prostrazione. Viene il giorno in cui le voci si sono così imbaldanzite, da farti dubitare di te stesso, ed esasperato, sbucare dal silenzio per difenderti dalle basse insinuazioni che un branco di cretini sprigiona dal suo nascondiglio.

Ciò, credilo, è doloroso, crudele, infame. Ma come levarti dai piedi questi mastini del socialismo cui cancrenizzano, se ti si attaccano alla pelle come le piattole all'anguinaia? Oggi ti si riprende perchè prorompi colla frase scollacciata, domani papescamente ti si scomunica perchè hai passato, secondo l'imbecillità fenomenale del pontefice, la famosa linea; doman l'altro ti si accusa magari d'essere venduto alla questura — io che l'ho sempre schiaffeggiata! — perchè hai strappata la barba a dei vilissimi ladronipirati insaziabili del collettivismo... smascolinato e produttivo. E via via un morso feroce che viene implacabilmente a ricordarti che laggiù si assassina senza uno spruzzo di sangue. So la tua risposta. Un galantuomo non può occuparsi di codesti ruffianieroi dal coraggio della paura. Ma gli è che tu vedi spesso diventare della tenebrosa combriccola uomini che stimavi e stimi; gli è che anche i buoni cadono talvolta vittima della filate spudoratezze dei mangiaborghesi... a ciance; gli è che.... Va e non ci badare. Ed io ti ascolto anche perchè il ricordo di tanta ciurmaglia mi fa salire le vampe alle guancie. Ma ti giuro in questa giornata nataliziasolenne per tutti coloro che possono avere un tacchino al desco — che se i principî, anzicchè impersonali, divenissero patrimonio di questo o quel sedicente avvenirista, non aspetterei più che tanto ad arruolarmi nella gloriosa legione degli eunuchi di Abdul-Aziz — nell'harem del quale troverei, dinanzi a tanta lussuria di carne, quel narcotico pregno di ebbrezze afrodisiache, capace di ridare la quiete all'anima mia.

Ed eccomi al perchè di questa mia lettera dedicatoria.

Non ho d'uopo dirti che non è la solita vanità che mi spinge a mandare attraverso l'orgia borghese questo libercolo impastato di patimenti e di sozzure col tuo riverito nome. Poichè tu, più d'ogni altro, sai quanto io rifugga dal trombone della réclame e quanto sdegno abbia pei babbuini che si attorcigliano colla duttilità del rettile alle illustrazioni più o meno letterarie, per prevenire il pubblico e ringoiare alla critica dissanguata e cachetica gli aggettivi che i sullodati banditi della penna meriterebbero. Il mio concetto sale più in alto.

Io mi sono detto: Giarelli è scrittore infaticabile che riversa ogni giorno dall'alto delle sue numerose tribune giornalistiche lo stravecchio e puzzolente umanesimoaccettato dai satolli come il non plus ultra dei cataplasmi per guarire la grande malata, perchè costa pochino e perchè non ammettono possibile che l'uomo diventi uguale in faccia al suo simile.

Giarelli è pericoloso quanto una superba mercantessa di delizie avviluppata in un velo che lasci vedere l'opulenza della carne rorida e fresca. Ha uno stile — quando vuole, s'intendefluido, pruriginoso, che assale come una calda buffata che ti va remigando il derma della vita. Ha la nota scultoria, nervosa che titilla ai precordi, e suscita soavi commozioni e spreme dalle filandole lagrimali le goccette che egli esige per le sventure baciate dalla sua penna.

Giarelli è uno di quei prudenti che seguono il secolo coi resti, senza tuttavia disconoscere i morbo che trascinano lungo le arterie sociali i poveri Lazzari nudi o quasi, ove — come dice l'illustre Trezzarimormora il grido della bestemmia disperata, e si cova la ribellione ai gioghi sociali per iscoppiare più tardi in un incendio di vendette implacabili.

Giarelli, pur tenendo un occhio sugli ipogèi della miseria e dare talvolta in qualche escandescenza, non sa urlare contro il lusso sfacciato che la borghesia spiegazza per le vie come un insulto a chi ha fameperchè ha paura il suo urlo diventi tizzone nelle mani di chi basisce.

Giarelli sarà dunque sempre un reazionario dal cocuzzolo levigato della sua testa, che si spela alle estremità dei calzonirefrattari anch'essi alle rivoluzioni della cesoia — se non per convinzione, almeno per quella maledettaccia paura del piccone — senza pensare che chi demolisce costruisce. Egli vede i nembi gonfi di odio che inveleniscono per lo spazio e la dinamite che sgretolano gli operai nelle miserande officine, ma la sua mente schiava, ribelle agli urti, non vuol andare fino alla conseguenza ultima della logica vera, se non portata dal vento che brucia.

Ha premuto ulcere maligne, sondato strati colerosi, cacciato il naso nei granai della fame bevuto il lezzo della gente accumulata nei recessi dell'abbiezione, ma persiste nel negare, ai battuti dagli aspri digiuni il diritto d'insorgere. Ma non fate altrettanto voi contro i vinti?

Giarelli è col codice — la montagna delle ingiustizie.

Giarelli resterà dunque quello che è: un borghesaccio impolverato di umanesimo e incappellato di repubblicanismo... tepido.

Ma perchè, ma perchè questa brutale pedata al buon senso, quell'altalena sciocca, questo sciupio di cristianesimo lavato nell'acqua non benedetta, questa compassione volgare come il pianto delle prefiche pei defraudati dalla razione quotidiana, per commettere poi degli sproloqui grammaticali, come il Mantegazza, nell'infarcitura dei pronomi possessivi, ove la mano s'attenti a ghermire un tozzo di pane perchè lo ha voluto il rullo ventricolare? Perchè quest'ermafroditismo, questo volere e disvolere, se i fatti, se la ragione ti buttano sulla pira tutti i sofismi e tutte le definizioni dei gastronomi dell'economia armonica?

E qui sta il paracarro della dedica.

Invece di farti un processo pei delitti che commetti ogni volta fai stridere l'acciaio sulla carta, parlando delle infamie umane — cosa odiosa per chi ti è al postutto amico sincero — ho pensato di inviarti quest'epistola appioppata a questi martiri che tu, come tutti i cronisti, vilipendi e ingiuri, diciotto ore sulle ventiquattro, persuaso almeno di convincerti che fino ad oggi non hai fatto che buttare della cipria odorosa, laddove era necessaria una lama a due tagli per portar via netto, il pezzo infettato.

Come al solito, troverai la forma rude o acre del giovine che non ha tempo da perdere coi lenocini dei linguaioli e certe desumazioni che ti faranno prudere i padiglioni delle orecchie. Ma pensa che non so ritornare sui passi e che ho inzuppato in una soluzione d'acido fenico diluito le pagine, perchè io stesso ebbi paura del vero.

Un baciozzo e che le granfie del Procuratore non carezzino questo mio figlioccio.

 

Tuo aff.mo

Valera.

 

25 dicembre 1880.

 




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