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Il secondo Atto d'accusa.
Il Pubblico
Ministero nella causa contro:
De Andreis Luigi,
fu Giuseppe, d'anni 47, nato e domiciliato in Milano, ingegnere; Turati
Filippo, fu Pietro, d'anni 39, nato a Canzo, domiciliato a Milano, avvocato;
Morgari Oddino, fu Paolo, d'anni 33, nato a Torino, domiciliato a Roma,
pubblicista;
Tutti e tre deputati
al Parlamento Nazionale - detenuti ed imputati dei delitti previsti dagli
articoli 134, 246, 247, 248, e 252 del Codice Penale;
Ritenuto che dalla
istruita procedura risulta che fino dalla prima gioventù i tre imputati De
Andreis, Turati e Morgari si dedicarono quasi interamente alla politica, e con
la loro attività, energia ed intelligenza riuscirono ad acquistare grandissima
influenza nei diversi partiti radicali nei quali militavano;
Infatti
il De Andreis, repubblicano intransigente, rivoluzionario fino dal 1892, figurò
sempre fra i capi e promotori di tutti i comitati e circoli repubblicani di
Milano, ne fu delegato ai congressi, ed era uno dei cinque membri del Comitato
centrale repubblicano italiano trasferito da Forlì a Milano, e talvolta ne tenne
la presidenza; fondò poi in ogni porta della città di Milano un circolo
repubblicano rionale. Oratore violento e demagagico nelle conferenze, nei
comizi, nelle commemorazioni e dimostrazioni, spingeva le masse alla resistenza
contro le autorità ed all'azione, che nel 31 gennaio ultimo in una
commemorazione a Russi annunziava più vicina di quanto potesse immaginare;
ed in altro discorso per le feste del 50.°
anniversario dello Statuto al monumento di Garibaldi in Milano, disse fra le
altre cose: "il popolo per ottenere le sue rivendicazioni ha due armi: il
voto e la carabina".
Il Turati,
fervente socialista, propugnò con attivissima propaganda le dottrine più
avanzate del socialismo in Milano e nelle campagne, istituendo, anche nei più
piccoli paesi, comitati e circoli; attrasse nell'orbita del partito la Lega ferroviaria, la Camera del lavoro con
trenta società operaie e di mutuo soccorso confederate, ed altri sodalizi,
falsandone la primitiva istituzione. Esso è l'autore dell'Inno dei
lavoratori divenuto il grido di guerra del partito; è direttore della Critica
Sociale; nella quale rivista, detta scientifica, si trova per esempio una
nota del seguente tenore: come diavolo mai l'anno scorso venne in mente al
Costa di appoggiare la proposta d'Imbriani per chiamare l'esercito non Regio,
ma Nazionale? ma l'esercito è bene che si chiami regio come il lotto, come gli
impiegati, come la questura, come tutto ciò che vi è di sudicio in Italia. Il
Costa doveva invece proporre che fosse intitolato regio anche il debito
pubblico. (N. 9 del 1.° maggio 1898). È
altresì da notarsi che in un articolo intitolato "Il Domani"
contenuto nel N. 6 del 16 marzo 1896, parlandosi dei gravi moti avvenuti in
diverse città d'Italia dopo la battaglia di Adua, si preconizzò fin d'allora
che Milano, la città cui son volti tutti gli sguardi, sarebbe stata l'arena
della rivoluzione futura; e si previde che a Milano da 40 a 60 mila persone d'ogni
età, d'ogni sesso si riversino senza intesa nelle vie, si addensino al centro,
unite da un solo grido, da un solo entusiasmo, cui non manca se non chi sappia
imprimergli direzione rapida e precida per vedere instaurato nel Comune un
governo provvisorio locale repubblicano.
Allo stesso Turati
si devono l'organizzazione del partito e l'indirizzo datogli di odio di classe:
illimitata è la influenza che esercitava specialmente sulle classi operaie, ed
è indubbiamente a ritenersi l'anima e la mente del partito socialista
rivoluzionario in Milano, del quale era il capo riconosciuto ed il
rappresentante ufficiale nelle occasioni più solenni.
Il Morgari può
dirsi fosse nella città e provincia di Torino quasi quello che il Turati era in
Milano. Abile, instancabile conferenziere e propagandista, partecipò a tutte le
manifestazioni della vita collettivisti del partito: organizzò riunioni,
pubblicò programmi, circolari ed opuscoli e specialmente uno intitolato: L'Arte
della nostra propaganda che è un completo manuale da servire pei
propagandisti, fondatori di circoli e gruppi socialisti.
Alla sua ferrea
volontà si deve l'incremento dei socialismo rivoluzionario in Piemonte.
Che con tali mezzi
di organizzazione e di propaganda i tre imputati, insieme e di concerto con
altri capi rivoluzionari che si adoprarono nello stesso senso nelle altre
provincie, riuscirono nei primi mesi dell'anno corrente a creare e mantenere in
Italia, e specialmente in Milano, nei loro affigliati e nelle masse operaie,
uno stato di continuo eccitamento e di tensione e lo spirito di rivolta, la
quale quindi per opera loro era pronta a scoppiare ad un sol cenno,
all'occasione propizia, ed anche per un accidente imprevisto.
Che sebbene
repubblicani e socialisti siano discordi nelle teorie e nei principii, pure
sono pienamente d'accordo nel voler cambiare la costituzione dello Stato e la
forma del Governo, ed è questo lo scopo comune cui miravano i tre imputati e i
loro associati con la propaganda e l'organizzazione dei partiti. Infatti lo
stesso Morgari ebbe a dichiarare nelle sue commemorazioni e conferenze: Essi,
i socialisti, essere i veri repubblicani, giacchè vogliono la repubblica non
come fine, ma come mezzo, che apre la via al fine di togliere, insieme al re,
gli altri piccoli re di officina, di latifondi e di banche.
Che oltre a ciò in
Milano risiedè fino dopo la sommossa il noto Pietro Gori, maestro e
riorganizzatore degli anarchici, e sull'appoggio e concorso di costoro, sempre
pronti al disordine, alla devastazione ed al saccheggio, potevasi sicuramente
contare, tanto più che col Gori, e coll'Amilcare Cipriani (qui di passaggio
nell'aprile ultimo decorso), e con gli altri anarchici, vivevano i socialisti
in buon accordo, giacchè di costoro il Morgari dice: non sono cattiva gente
e lavorano essi pure per il bene della società; ma credono che l'uomo debba
essere libero come l'uccello nell'aria, senza alcuna legge, nè autorità nè
comando, e questo per molto tempo non sarà possibile.
Che inoltre i
socialisti avevano sparse le loro malsane, ma abbaglianti teorie fra i
ferrovieri e si erano concertati coi capi della Lega dei ferrovieri medesimi,
onde mediante uno sciopero generale in occasione di una sommossa fosse
ritardato od impedito il trasporto della truppa ed il richiamo delle classi in
congedo.
Che infine anche
oltre i confini dello Stato i capi dei partiti sovversivi tutti uniti e concordi
avevano spinte le loro mene; ed infatti i loro associati predicavano il
socialismo e l'anarchia agli operai italiani residenti in Svizzera, e con una
attiva propaganda erano riusciti a tenerli pronti a scendere in Italia al
momento opportuno per recare aiuto ai compagni rivoltosi.
Che intanto sulla
fine dello scorso aprile a causa del disagio economico delle popolazioni, del
quale i capi dei partiti non mancarono di approfittare, cominciarono moti e
tumulti in alcuni paesi e città dell'Italia meridionale, e a traverso le
Marche, le Romagne e la
Toscana, proseguirono a Parma, Piacenza, Pavia e raggiunsero
Milano, ove, per le circostanze e le condizioni
già esposte, dovevano pur troppo avere il loro pieno sviluppo, e
cangiarsi in aperta insurrezione.
Che infatti nelle
ore pomeridiane del 6 maggio al Ponte Seveso ed in via Napo Torriani gli operai
dello Stabilimento Pirelli si dettero a tumultuare sotto vari pretesti e
specialmente per l'arresto di un individuo che spargeva un manifesto socialista
diretto: ai Cittadini lavoratori; e tali tumulti si cambiarono in
rivolta e guerra civile con devastazioni e saccheggio nei successivi giorni 7,
8 e 9, nei quali le turbe - numerosissime di persone di ogni età e di ogni
sesso - si riversarono nelle vie, innalzarono alle porte dei diversi rioni
della città molte barricate, trassero dalle barricate medesime, dalle strade,
dalle finestre e dai tetti contro la truppa e gli agenti della forza pubblica
colpi di fuoco, sassi e tegole, con l'intento di addensarsi poi al centro unite
da un solo grido, da un solo entusiasmo ed instaurare nel Comune un governo
provvisorio locale repubblicano, come appunto aveva preconizzato il Turati
nella Critica Sociale fino dal 16 marzo 1896, e sarebbero riusciti nei
loro disegni senza l'energia delle Autorità superiori militari, l'annegazione,
il coraggio e la disciplina dell'Esercito.
Che le località,
nelle quali nella sera del 6 maggio ebbero principio i disordini, fanno parte
del Collegio di cui l'onorevole Turati è deputato, dove esso gode della massima
influenza sopra i numerosi operai di quegli stabilimenti industriali; e dove
nei giorni precedenti avevano tenute conferenze alcuni suoi intimi amici e
compagni di fede, quali la
Kuliscioff e il Dell'Avalle.
Che il manifesto: Cittadini
lavoratori, sparso in quel primo giorno e causa dei primi disordini, e
firmato: I Socialisti milanesi,
ed in esso si parla di rivolta della fame e della disperazione, alla quale il Governo del Re risponde
coll'eccidio scellerato dei supplicanti
pane e lavoro, si parla del militarismo piovra della nazione a servizio
di alleanze e d'interessi dinastici, di privilegi odiosi, ecc. - Si dice che
il Governo del Re ha preparato quelle rivolte e le ha volute; sono opera
sua. La responsabilità del sangue che essa versa in questi giorni ripiomba
tutta sul suo capo, e dopo altri periodi dello stesso genera termina: Giorni
gravi si appressano; è tempo che il popolo Italiano rifletta, ricordi ed alfine
provveda a sè stesso. Il paese, salvi il paese! Or bene, si hanno gravi
ragioni per ritenere che di quel manifesto sparso fra le masse in momento di sì
grave commozione pubblica sia autore il Turati, il quale poi in ogni
caso deve averlo ispirato e necessariamente conosciuto.
Che durante quei
primi disordini il Turati, insieme all'altro capo e ben noto socialista Dino
Rondani, ora latitante, si recò sul posto, si impose alle Autorità esigendo
la liberazione dell'arrestato, ed arringò le turbe raccomandando apparentemente
la calma e promettendo di unirsi e battersi insieme ad esse in un giorno più
propizio.
Che nella mattina
successiva lo stesso Turati col Rondani si trovò a Porta Venezia
quando si innalzavano le barricate, ed infieriva maggiormente la lotta, e ad un
bravo cittadino che a lui rivolgeva preghiera d'interporsi e far cessare un
inutile eccidio, rispondeva cinicamente: I cadaveri servono a qualche cosa:
sono le pietre miliari delle conquiste avvenire del popolo.
Che poco appresso
esso ed il Rondani, sempre insieme, si diressero alla Stazione centrale
ferroviaria, ed ivi introdottisi si trattennero a colloquio presso il deposito
delle locomotive col noto socialista, pur latitante, Giuseppe Mantovani,
conduttore ferroviario a riposo, segretario del Comitato esecutivo della Lega
ferrovieri, il quale subito dopo lavorò a tutto uomo per determinare lo
sciopero generale dei ferrovieri. Infatti nel giorno appresso furono diramate
fra i ferrovieri medesimi due circolari che eccitavano allo sciopero; - nel dì
9 diversi macchinisti e fuochisti si rifiutarono a prestar servizio, e
firmarono una dichiarazione diretta ad indurre i compagni allo stesso rifiuto;
e soltanto per l'energia delle Autorità superiori e per il pronto accorrere
della truppa, fu evitato lo sciopero, le cui conseguenze sarebbero state
gravissime.
Che in una perquisizione
eseguita nel 7 maggio negli uffici del giornale L'Italia del Popolo fu
trovato e sequestrato un biglietto da visita, in cui s'invitava il Turati e
compagni socialisti ad una riunione coi repubblicani per quel giorno, e sebbene
la riunione non avesse più luogo, pure rimane il fatto a dimostrare il buon
accordo fra i repubblicani e socialisti.
Che nella stessa
sera del 7 maggio i capi dei diversi partiti sovversivi di Milano in numero di
circa 20 si riunirono in casa del dott. Ceretti Vittorio, ora latitante, e da
una di lui lettera-testamento ivi rinvenuta si arguisce in modo sicuro la
deliberazione presa di proseguire nell'insurrezione, che infatti divenne sempre
più fiera nei giorni successivi.
Che nel giorno 8
maggio il Rondani, il fido compagno del Turati, si recò in Svizzera; ed a
Brissago, Locarno, Bellinzona e Lugano cercò riunire, formare in bande e
dirigere al confine i numerosi operai italiani per accorrere a Milano in aiuto
degli insorti.
Ed anche successivamente
costui insieme agli altri fuorusciti ha colà raddoppiato nella propaganda e
nello spirito settario, collaborando nella redazione dei giornali L'Italia
Nuova ed Il Socialista, scrivendo od ispirando articoli della
maggiore violenza contro lo Stato italiano, le Autorità e L'Esercito.
Che l'imputato
Oddino Mogari nel dì 9 maggio da Torino si diresse a Milano, ove, dopo lasciata
la ferrovia a Magenta, si introdusse in modo guardingo e misterioso; vi si
trattenne il giorno 10, e nel dì 11 giunse a Lugano e col Rodani dette opera ad
organizzare le bande che già si dirigevano al confine; ma poi, al
sopraggiungere della truppa, egli si allontanò recandosi a Roma, ove fu
arrestato nel 14 maggio e fu trovato possessore di L. 1740,05. Egli deve pure
rispondere avanti il Tribunale di Biella di eccitamento all'odio di classe, pel
quale delitto la Camera
dei Deputati autorizzò il provedimento in seduta del 14 marzo ultimo decorso.
Che infine
l'imputato De Andreis è uno dei principali ed assidui redattori dell'Italia
del Popolo, giornale che ebbe sempre di mira scalzare il principio di
autorità e suscitare nelle masse sentimenti di odio verso il Governo e le
istituzioni, ed i di cui articoli divennero ancor più violenti negli ultimi
tempi. Basta infatti leggere tutto il numero dal 7 all'8 maggio e specialmente
l'articolo intitolato "Ne erano assetati" ove, narrandosi i
fatti avvenuti nel 6 maggio al Ponte Seveso ed in via Napo Torriani, fra le
altre frasi tutte dirette a maggiormente eccitare in quei dolorosi momenti gli
animi della popolazione, si legge: In tutta la giornata i tutori dell'Ordine
non avevano bevuto, avevano sete, sete di sangue, si intende.
Che nel giorno 7
maggio il De Andreis si recò più volte negli uffici di quel giornale; vi portò,
per essere pubblicati, episodii svoltisi a Porta Venezia, esagerandoli e
falsandoli; ed ivi intervenne chiamato ad una riunione di amici repubblicani.
Che il De Andreis
si trovò a Parma, Piacenza e Pavia, nei giorni in cui si verificarono disordini
in quelle città. Nella mattina del 7 maggio era alle barricate di Porta Venezia
in Milano, quando più fiera ferveva la lotta fra gli insorti e la truppa: vi
ritornò nelle ore pomeridiane; e al tenente Petella che lo scongiurava ad
interporsi per ottenere la calma, rispose in tono quasi di sfida: "Tenente,
ormai è tardi, vi è sangue." Inoltre, tanto nella mattina quanto nelle
prime ore pomeridiane del 7 fu veduto a piedi ed in carrozza in corso Garibaldi
parlare con diverse persone estranee a quel quartiere, mentre appunto vi si
stavano costruendo le barricate; e finalmente nelle ore pomeridiane dello
stesso giorno fu arrestato negli uffici dell'Italia del Popolo.
Considerando che
dietro le risultanze sopra indicate gli imputati De Andreis, Turati e Morgari
sono incorsi nei delitti previsti dagli articoli 134 e 252 del Codice penale.
Considerato che la Camera dei Deputati nella
seduta del 9 luglio corrente ha accordata l'autorizzazione a procedere contro
di essi.
Considerato che in
forza dei Bandi pubblicati dal Regio Commissario Straordinario di Milano in
virtù dei pieni poteri accordatigli col Regio Decreto 7 maggio 1898 spetta a
questo Tribunale Militare di Guerra la competenza a giudicarli,
PER QUESTI MOTIVI
Visto l'articolo
544 del Codice penale per l'Esercito, pronunzia l'accusa contro i deputati De
Andreis Luigi, Turati Filippo e Morgari Oddino per i delitti previsti dagli
articoli 134 e 252 del Codice penale comune, - perchè col mezzo di opuscoli,
discorsi e conferenze, col mezzo dell'istituzione di circoli, comitati,
riunioni e leghe di resistenza, ed allo scopo concertato e stabilito fra essi
ed altri capi ora latitanti di partiti sovversivi di mutare violentemente la
costituzione dello Stato e la forma di Governo, riuscirono a suscitare la
guerra civile ed a portare la devastazione ed il saccheggio nella città di
Milano nei giorni 6, 7, 8, e 9 maggio ora decorso, cooperando anche
immediatamente e direttamente all'azione, e procurando di recarvi assistenza ed
aiuto.
Ordina quindi
l'invio di essi accusati avanti questo Tribunale di guerra competente a
giudicarli.
Milano, addì 17
luglio 1898.
Il Sostituto
Avvocato Generale Militare in missione
E. BACCI.
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