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Paolo Valera
Dal Cellulare al Finalborgo

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  • La sentenza nel processo dei giornalisti.
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La sentenza nel processo dei giornalisti.

 

La sentenza, dopo avere ricordato i titoli di imputazione, continua:

Ritenuto che alla pubblica discussione, per la lettura dei documenti, per la deposizione dei testimoni e per le dichiarazioni degli accusati, sarebbe risultato in fatto: che da vario tempo si erano potentemente costituiti in Milano i partiti repubblicano e socialista, che crearono la Camera di Lavoro, vari circoli, associazioni e leghe di resistenza, le quali, sotto la parvenza del benessere materiale degli operai, dovevano nella mente dei capi essere per loro strumento da valersene in una propizia occasione.

Per far propaganda delle loro idee i partiti si valsero dei giornali l'Italia del Popolo e il Secolo ed altri ne crearono, quali la Lotta di Classe, Il Popolo Sovrano, la Critica Sociale e tutti uniti intrapresero un'attiva campagna sussidiata da frequenti conferenze, pubblicazioni di opuscoli e foglietti sovversivi, ispiranti negli operai e nei meno abbienti desiderii che non sarebbe possibile soddisfare e che lasciavano in essi sentimenti d'odio verso le classi più favorite dalla fortuna.

Che a questo odio concorrevano e lo attizzavano alcuni nuclei di anarchici i quali non perdevano occasione di pubblici comizi per portare in essi la nota del disordine e far propaganda delle loro teorie rivoluzionarie.

Che fra i giornali, l'Osservatore Cattolico, organo del partito clericale intransigente, per aspirazioni diverse da quelle di altri giornali, tendeva allo scopo di sconvolgere gli ordini politici, vagheggiante restaurazioni che allo Stato attuale sono impossibili.

Che tutti questi partiti, discordi nei principii, ma concordi nel fine, si valsero delle poco floride condizioni economiche del Regno per esagerare con fosche tinte le sofferenze del popolo, inviperendo l'odio fra le varie classi sociali.

Che i tumulti, avvenuti in varie parti del Regno, che si estesero a Piacenza e Pavia, agitarono profondamente la classe operaia in Milano, e nelle ore pomeridiane del 6 scorso maggio un fatto, che in altre circostanze sarebbe rimasto inavvertito, quale fu l'arresto di un operaio spacciatore di manifesti sovversivi, determinò i primi tumulti a Ponte Seveso e più tardi in via Napo Torriani, durante i quali vi furono morti e feriti.

Che quei moti repressi nella sera si ripeterono con maggior audacia ed organizzazione nei giorni 7, 8 e 9, estendendosi a tutta la città, mutandosi in aperta ribellione, la quale dovette essere repressa dalla forza armata con numerose vittime.

Che a disordini già cominciati e nel momento in cui si pubblicava il Regio Decreto che poneva, in istato d'assedio la Provincia di Milano, l'Italia del Popolo, il Secolo e l'Osservatore Cattolico, a vece di far esclusivamente sentire una parola di pacificazione, scrissero articoli violenti, esagerarono i fatti già avvenuti, per cui l'Autorità fu obbligata a sopprimerli, ordinando l'arresto dei direttori e di alcuni redattori.

Che è ben naturale che ora degli avvenuti disordini ogni partito cerchi declinare da la responsabilità, tentando far credere che quello non fu un moto rivoluzionario, ma solo teppistico al quale concorsero i bassi fondi sociali; ma se è giusto ammettere che quel moto fu improvviso e che i capi di ogni partito furono sorpresi dagli avvenimenti, è fuori di dubbio che colla loro propaganda ne furono la causa, riservandosi di trarre profitto da quanto poteva succedere, e di ciò ne sono prova il fatto che alcuni capi si trovarono nei luoghi dei disordini, il tentato convegno di repubblicani e socialisti negli uffici dell'Italia del Popolo mediante l'intromissione dell'avv. Garavaglia, e l'avvenuta riunione nella casa del socialista dott. Ceretti, entrambi rifugiati in Svizzera.

Che dall'esposizione generale dei fatti passando a stabilire le singole responsabilità, è accertato che i primi sette accusati, Callegari, Castelnuovo, Cerchiai, Gabrielli, Gruppiola, Baldini e Fraschini, nonostante le contrarie affermazioni di essi, sono tutti anarchici e non tralasciarono mai sino agli ultimi giorni di far propaganda delle loro teorie sovversive.

Il Callegari e il Castelnuovo poi presero parte ai disordini di via Napo Torriani ed a Porta Venezia e devono quindi rispondere anche di ciò: quanto all'Invernizzi nessuna prova si è raccolta a suo carico e deve quindi essere prosciolto.

Ritenuto, per quanto riguarda gli accusati Chiesi, Federici, Lallici, Cermenati, Seneci e Zavattari, che tutti ammettono di essere di fede repubblicana, ma varie sono le responsabilità e non tutti sono responsabili.

Cermenati fu arrestato quale reporter dell'Italia del Popolo ed il Seneci quale amministratore dello stesso giornale.

È constatato che quest'ultimo non scrisse mai articoli di colore politico; solo si occupò della parte amministrativa e della réclame e quindi nessuna ingerenza aveva nella redazione. Nulla dell'opera sua risulta incriminabile.

Il Cermenati nella sua qualità di redattore giudiziario e teatrale fu solo occasionalmente per deficienza di personale mandato dal direttore a Piacenza e Pavia per riferire sui fatti che avvenivano e consta che non prese parte alcuna in quelle manifestazioni.

Nella stessa sua qualità fu pure in Milano dove avvennero disordini nella sera del 6 e nel mattino del 7 e l'unico fatto che gli si addebitava era quello di essere l'autore di due cartelle trovate nell'ufficio del giornale, ma una sola fu riconosciuta di suo carattere, quella cioè che descriveva fatti avvenuti con tinte meno fosche, e non incriminabili. D'altronde lo scritto di quella cartella non fu stampato, pubblicato.

Lo Zavattari, sebbene appartenga al Comitato repubblicano, non aveva altro incarico che quello della contabilità.

Da circa tre anni cessò da ogni agitazione e propaganda; nei giorni in cui avvennero i disordini fu sempre al suo posto alla Stazione centrale, consigliando la calma, mentre una sua parola avrebbe potuto far insorgere i facchini da lui dipendenti sui quali aveva molto ascendente. A carico quindi dei tre sunnominati non si riscontra reato.

Prescindendo ora dall'esaminare quanto il Chiesi ha potuto fare quale direttore dell'Italia del Popolo, esso, al pari del Federici, è di fede repubblicana.

Si volle che nel mattina del 7 maggio fosse sul corso Garibaldi a conferire con varie persone, ma questa circostanza non risultò sufficientemente provata.

Che aspirazione sua e del Federici fosse quella di giungere, anche con un moto rivoluzionario, all'instaurazione di un governo repubblicano, è facile ammetterlo, ma le risultanze della pubblica discussione non hanno posto in essere a loro carico alcun elemento sicuro dal quale desumere che essi in unione con altri concertassero e stabilissero con determinati mezzi di commettere il reato di cui agli art. 118, 120 Codice penale (fatto diretto a cambiare la forma di governo e a far sorgere in armi); questo elemento può ravvisarsi nella forse tentata, ma non avvenuta riunione di repubblicani e socialisti all'Italia del Popolo.

Il Chiesi e il Romussi, repubblicano il primo, radicale il secondo, negli articoli che da lungo tempo scrivevano sui loro giornali, attaccavano continuamente le istituzioni e le autorità, eccitavano all'odio di classe e con la lunga serie non interrotta di quegli articoli crearono l'ambiente dal quale scaturirono i recenti disordini: la loro opera, nella quale si mantennero sino alla soppressione dei loro giornali, costituisce il fatto materiale diretto a suscitare la guerra civile ed a portare la devastazione ed il saccheggio, come pur troppo avvenne, sebbene ciò non fosse in quel momento da essi desiderato e sia avvenuto per cause indipendenti dalla loro volontà.

Escluso un previo concerto tra il Chiesi ed il Federici ed altri, questi non può essere chiamato a rispondere del reato di cui all'art. 134 Codice penale, in correlazione agli articoli 118 e 120, ma solo di istigazione a delinquere commessa mediante discorsi e pubbliche conferenze, nelle quali espresse concetti che tendevano a sconvolgere gli attuali ordinamenti politici, mantenendosi in questo stato di propaganda sino al suo arresto, come emerse dalle lettere a lui sequestrate, le quali rivelano che anche in quei giorni era atteso in altre città per conferenze repubblicane, e dal fatto ancora della sua presenza negli uffici di redazione dell'Italia del Popolo nello scorso 7 maggio.

E dello stesso reato deve rispondere anche il prof. Lallici pel fatto della costituzione del Circolo Adriatico Orientale d'indole prettamente repubblicana e per discorsi in pubbliche riunioni.

Non regge l'eccezione pregiudiziale da lui sollevata d'essere egli pei fatti stessi colpito da un Decreto di sfratto, poichè un provvedimento di P. S. non può avere effetto di escludere la competenza del Tribunale a conoscere dei fatti stessi.

Ritenuto, per quanto riguarda l'Oppizio, che egli, designato quale pericoloso socialista, fu arrestato in mezzo ai tumulti e scrisse nella sera del 6 il suo testamento dal quale risulta che scendeva in piazza, e devesi quindi ritenere che abbia preso parte ai disordini di P. Venezia e d'altre località, cade quindi sotto le sanzioni degli art. 196, 247 Cod. penale.

Ritenuto in ordine a Lazzari, Gatti, Ghiglione, Valera, Valsecchi e signora Kuliscioff che tutti appartengono alla parte militante più attiva del socialismo, che tutti sono propagandisti e da molto tempo non hanno trascurato occasione di riunioni e conferenze per eccitare gli operai e, per parte della signora Kuliscioff, le operaie a premunirsi contro i loro padroni, eccitando l'odio di classe, preparando il terreno alla rivolta, continuando nell'opera loro fino a che la rivolta scoppiò e della quale devono quindi ritenersi in varia misura istigatori.

Quanto al Del Vecchio nessuna prova è sorta a suo carico e deve essere assolto.

Osservato per ultimo a riguardo di don Albertario che gli articoli del giornale da lui diretto gareggiavano cogli altri di violenza così da attaccare con sottile ironia la Monarchia e le istituzioni, seminando l'odio di classe fra contadini e padroni e fra le altre classi sociali e distogliendo buona parte del clero da quell'opera di pacificazione che per la sua missione sarebbe destinato a compiere, costituendo in tal modo un fomite alla rivolta anche con articoli violenti, quando questa era già scoppiata.

Ritenuto che da quanto sopra è detto, essendo accertato che causa unica dei torbidi avvenuti in questa città fu l'opera di propaganda e sobillazione fattasi nei modi sovra indicati dagli odierni accusati, i medesimi devono tutti essere giudicati da questo Tribunale di Guerra che, istituito per giudicare i rivoltosi, è competente a conoscere tutti i fatti anteriori alla proclamazione dello stato d'assedio, i quali abbiano correlazione coi disordini avvenuti ed abbiano ai medesimi dato causa in qualunque modo e con qualsiasi mezzo siano stati commessi.

 

PER QUESTI MOTIVI

 

dichiara colpevoli Chiesi Gustavo e Romussi Carlo del delitto di cui agli art. 64, 252 e 246 Codice penale.

Don Albertario Davide del delitto di cui agli art. 246, 247.

Callegari e Castelnuovo del delitto di cui agli art. 252 e 248, tenendo conto dell'età inferiore agli anni 18 pel Callegari ed inferiore ai 21 pel Castelnuovo, ammettendo per quest'ultimo le attenuanti.

Cerchiai, Gabrielli, Gruppiola, Baldini e Fraschini del delitto di cui all'art. 248.

Oppizio del delitto di cui agli art. 190 e 249.

Federici, Lallici, Lazzari, Valera, Valsecchi, Kuliscioff del delitto di cui agli art, 246 e 247.

Dichiara non costituire reato i fatti portati a carico di Zavattari, Seneci e Cermenati e non provata la reità di Invernizzi e Del Vecchio.

 

CONDANNA

 

Callegari Sante, anni 1 e 6 mesi di detenzione da scontarsi in una casa di correzione - Castelnuovo Umberto, anni 2 e mesi 1 di reclusione - Cerchiai Alessandro, anni 3 di reclusione e 3 di sorveglianza - Gabrielli Alfredo, 10 mesi di reclusione - Gruppiola Francesco, 1 anno di reclusione e 3 di sorveglianza - Baldini Domenico, anni 3 di reclusione - Fraschini Giuseppe, 1 anno di reclusione e 3 di sorveglianza - Chiesi Gustavo, direttore dell'Italia del Popolo, ad anni 6 di reclusione e 1 di sorveglianza - Federici avv. Bortolo, anni 1 di detenzione e L. 1000 di multa - Romussi avv. Carlo, direttore del Secolo, anni 4, mesi 2 di reclusione e anni 1 di sorveglianza - Lallici prof. Stefano, giorni 45 di detenzione e L. 50 di multa - Oppizio Angelo, anni 2 di reclusione e 2 anni di sorveglianza - Lazzari Costantino, anni 1 di detenzione e L. 300 di multa - Gatti Oreste, mesi 2 di detenzione e L. 50 di multa - Ghiglioni Achille, anni 1 di detenzione e L. 300 di multa - Valera Paolo, anni 1 e mesi 6 di detenzione e L. 500 di multa - Valsecchi Antonio, mesi 1 di detenzione e L. 50 di multa - Kuliscioff Anna, 2 anni di detenzione e L. 1000 di multa - Don Davide Albertario, direttore dell'Osservatorio Cattolico, 3 anni di detenzione e L. 1000 di multa.

 

ASSOLTI

 

Cermenati Ulisse - Del Vecchio Enrico - Invernizzi Pietro - Seneci Arnaldo - Zavattari Pietro.

 

 

 

I giornalisti che assistevano ai processi.

 

1 Prof. Nicoletti, stenografo - 2 Tedeschi - 3 L. L. Bevacqua - 4 Avv. D. Archinti - 5 Dott. Giuseppe Bolognesi - 6 Italo Bianchi - 7 Ing. Giovanni Biadene - 8 Cav. Leopoldo Bignami - 9 A. G. Bianchi.

 

I giornalisti non sono ammessi ai Tribunali militari che muniti della tessera, rilasciata dal Comando del terzo Corpo d'armata. Ne copio una per conservare il documento:

 

"Milano, addì 22 maggio 1898.

 

"Si autorizza il signor Tal dei Tali ad assistere alle udienze del Tribunale di Guerra nei locali di S. Angelo e Castello Sforzesco, con facoltà di redigere i resoconti dei processi.

"Si avverte che il resoconto dei processi dovrà essere puramente oggettivo11 e sarà presentato per il visto al R. Commissariato, via Brera 15.

"Una copia del giornale nel quale sarà stampato il resoconto dovrà essere spedita al R. Commissariato.

 

"Per il R. Commissario

"Il Colonnello RAGNI."

 

Conosco quasi tutti i reporters al nostro processo. Il più vecchio è probabilmente Leopoldo Bignami, qui per la Stampa di Torino. Quando scriveva per il Pungolo di Leone Fortis era fegatoso e io lo chiamavo un latrinista della penna. Adesso mi pare si sia modificato. Non voglio offendere nessuno. Ma credo che il più illustre tra loro sia l'A. G. Bianchi, del Corriere della Sera. Da semplice reporter di fatti cittadini è diventato uno dei più distinti scrittori di criminologia. Tra i molti suoi libri, conosco il Mondo criminale italiano, scritto con Ferrero e Sighele, e il Romanzo di un delinquente nato. Pochi possono aspirare al suo avvenire. La bontà di Giuseppe Bolognesi è proverbiale. È la testa dell'Associazione lombarda dei giornalisti. Le ha dedicato più tempo che tutti i giornalisti presi assieme. Se volete vederlo in collera, toccategli la sua istituzione. È cronista della Lombardia (ora del Tempo) da quindici anni. Qui al Tribunale rappresenta il Popolo Romano, L'Adige, il Resto del Carlino e la Nazione. Non conosco l'avv. cav. Usigli della Gazzetta di Venezia, il giornale più forcaiolo d'Italia. Mi si dice che l'Usigli, assistendo al processo, da mangia-giornalisti sia diventato uno dei difensori degli imputati. Non ho modo di constatarlo. Vedo in fondo il professore di stenografia Nicoletti che lavora senza alzare gli occhi. È lui che stenografa, parola per parola, tutto il processo per i Tribunali divenuti quotidiani. Il redattore capo della Perseveranza è il cav. Bignami. Non so se sia lui che abbia scritto certi trafiletti e certi articoli della Perseveranza. So che qui è considerato un lebbroso. Non c'è alcuno, neppure l'Usigli o il Moschino della Tribuna, che gli rivolga la parola. Lo si punisce coll'ostracismo. Gli è toccato sedere al tavolo dell'ispettore di questura. Se non è lui l'autore delle delazioni, doveva rinunciare al posto. Diamine, non si vive di solo pane. Mi dicono che il resoconto della Perseveranza lo faccia l'avv. Coridori e con una fedeltà che non trovate nelle altre colonne del giornale. Il secondo dei fotografati è il Tedeschi della Provincia di Brescia. L'Italo Bianchi è il cronista della Sera. È alto e magro più di ogni altro cronista milanese e lo si vede in mezzo agli avvenimenti cittadini come un affamato di notizie. È buono e gli si vuol bene. Ci sono parecchi caricaturisti, ma non conosco che il Biadene. È un ingegnere che si è innamorato del giornalismo. Ha la matita pronta e la penna che illustra le sue illustrazioni. Come caricaturista non ha ancora trovato la testa che lo faccia diventare celebre. Gould, caricaturando quella di Gladstone, è diventato famoso in una mattina. Non ricordo il nome dell'artista che è diventato mondiale coi tre capelli di Bismark. Al processo il Biadene rappresenta i Tribunali.

Vedo anche l'avv. Valdata, direttore di questo giornale. È il giornalista più coraggioso di queste giornate bestiali. È stato chiamato al Comando più d'una volta ed è stato minacciato della soppressione e del bavaglio due volte. Ma il direttore non è scappato e i Tribunali, fino all'ultimo momento della serie quotidiana e, più tardi, nei numeri della serie settimanale, non hanno mai cessato di mantenersi indipendenti e di far sentire ai Tribunali di guerra che razza di zibaldoni erano le loro sentenze.

La Lombardia mi ha fatto l'effetto di una vecchia sdentata. Non ha più sangue indosso. Il suo redattore al processo è l'avv. Desiderio Archinti. Quegli che gli è vicino è l'avv. Raspi, redattore del Commercio. So che è liberale. Ma non so dire l'atteggiamento del suo giornale, perchè non ho modo di leggerlo. L'altro in fondo è il Bevacqua, un buon ragazzo, ma un po' presuntuoso. Rappresenta la Provincia di Como ed è il critico teatrale del giornale La Sera.

 

 

 





11 L'essere oggettivo non voleva dire niente. La cancellatura veniva fatta tutte le volte che l'Autorità lo credeva conveniente. Potri citare gli episodi delle cancellature.





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