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La sentenza nel processo dei
giornalisti.
La sentenza, dopo
avere ricordato i titoli di imputazione, continua:
Ritenuto che alla
pubblica discussione, per la lettura dei documenti, per la deposizione dei
testimoni e per le dichiarazioni degli accusati, sarebbe risultato in fatto:
che da vario tempo si erano potentemente costituiti in Milano i partiti
repubblicano e socialista, che crearono la Camera di Lavoro, vari circoli, associazioni e
leghe di resistenza, le quali, sotto la parvenza del benessere materiale degli
operai, dovevano nella mente dei capi essere per loro strumento da valersene in
una propizia occasione.
Per far propaganda
delle loro idee i partiti si valsero dei giornali l'Italia del Popolo e
il Secolo ed altri ne crearono, quali la Lotta di Classe,
Il Popolo Sovrano, la
Critica Sociale e tutti uniti intrapresero un'attiva
campagna sussidiata da frequenti conferenze, pubblicazioni di opuscoli e
foglietti sovversivi, ispiranti negli operai e nei meno abbienti desiderii che
non sarebbe possibile soddisfare e che lasciavano in essi sentimenti d'odio
verso le classi più favorite dalla fortuna.
Che a questo odio
concorrevano e lo attizzavano alcuni nuclei di anarchici i quali non perdevano
occasione di pubblici comizi per portare in essi la nota del disordine e far
propaganda delle loro teorie rivoluzionarie.
Che fra i
giornali, l'Osservatore Cattolico, organo del partito clericale
intransigente, per aspirazioni diverse da quelle di altri giornali, tendeva
allo scopo di sconvolgere gli ordini politici, vagheggiante restaurazioni che
allo Stato attuale sono impossibili.
Che tutti questi
partiti, discordi nei principii, ma concordi nel fine, si valsero delle poco
floride condizioni economiche del Regno per esagerare con fosche tinte le
sofferenze del popolo, inviperendo l'odio fra le varie classi sociali.
Che i tumulti,
avvenuti in varie parti del Regno, che si estesero a Piacenza e Pavia,
agitarono profondamente la classe operaia in Milano, e nelle ore pomeridiane
del 6 scorso maggio un fatto, che in altre circostanze sarebbe rimasto
inavvertito, quale fu l'arresto di un operaio spacciatore di manifesti
sovversivi, determinò i primi tumulti a Ponte Seveso e più tardi in via Napo Torriani,
durante i quali vi furono morti e feriti.
Che quei moti
repressi nella sera si ripeterono con maggior audacia ed organizzazione nei
giorni 7, 8 e 9, estendendosi a tutta la città, mutandosi in aperta ribellione,
la quale dovette essere repressa dalla forza armata con numerose vittime.
Che a disordini
già cominciati e nel momento in cui si pubblicava il Regio Decreto che poneva,
in istato d'assedio la
Provincia di Milano, l'Italia del Popolo, il Secolo
e l'Osservatore Cattolico, a vece di far esclusivamente sentire una
parola di pacificazione, scrissero articoli violenti, esagerarono i fatti già
avvenuti, per cui l'Autorità fu obbligata a sopprimerli, ordinando l'arresto
dei direttori e di alcuni redattori.
Che è ben naturale
che ora degli avvenuti disordini ogni partito cerchi declinare da sè la
responsabilità, tentando far credere che quello non fu un moto rivoluzionario,
ma solo teppistico al quale concorsero i bassi fondi sociali; ma se è giusto
ammettere che quel moto fu improvviso e che i capi di ogni partito furono
sorpresi dagli avvenimenti, è fuori di dubbio che colla loro propaganda ne
furono la causa, riservandosi di trarre profitto da quanto poteva succedere, e
di ciò ne sono prova il fatto che alcuni capi si trovarono nei luoghi dei
disordini, il tentato convegno di repubblicani e socialisti negli uffici dell'Italia
del Popolo mediante l'intromissione dell'avv. Garavaglia, e l'avvenuta
riunione nella casa del socialista dott. Ceretti, entrambi rifugiati in
Svizzera.
Che
dall'esposizione generale dei fatti passando a stabilire le singole
responsabilità, è accertato che i primi sette accusati, Callegari, Castelnuovo,
Cerchiai, Gabrielli, Gruppiola, Baldini e Fraschini, nonostante le contrarie
affermazioni di essi, sono tutti anarchici e non tralasciarono mai sino agli
ultimi giorni di far propaganda delle loro teorie sovversive.
Il Callegari e il
Castelnuovo poi presero parte ai disordini di via Napo Torriani ed a Porta
Venezia e devono quindi rispondere anche di ciò: quanto all'Invernizzi nessuna
prova si è raccolta a suo carico e deve quindi essere prosciolto.
Ritenuto, per
quanto riguarda gli accusati Chiesi, Federici, Lallici, Cermenati, Seneci e
Zavattari, che tutti ammettono di essere di fede repubblicana, ma varie sono le
responsabilità e non tutti sono responsabili.
Cermenati fu
arrestato quale reporter dell'Italia del Popolo ed il Seneci
quale amministratore dello stesso giornale.
È constatato che
quest'ultimo non scrisse mai articoli di colore politico; solo si occupò della
parte amministrativa e della réclame e quindi nessuna ingerenza aveva
nella redazione. Nulla dell'opera sua risulta incriminabile.
Il Cermenati nella
sua qualità di redattore giudiziario e teatrale fu solo occasionalmente per
deficienza di personale mandato dal direttore a Piacenza e Pavia per riferire
sui fatti che là avvenivano e consta che non prese parte alcuna in quelle
manifestazioni.
Nella stessa sua
qualità fu pure in Milano dove avvennero disordini nella sera del 6 e nel
mattino del 7 e l'unico fatto che gli si addebitava era quello di essere
l'autore di due cartelle trovate nell'ufficio del giornale, ma una sola fu
riconosciuta di suo carattere, quella cioè che descriveva fatti avvenuti con
tinte meno fosche, e non incriminabili. D'altronde lo scritto di quella cartella
non fu stampato, nè pubblicato.
Lo Zavattari,
sebbene appartenga al Comitato repubblicano, non aveva altro incarico che
quello della contabilità.
Da circa tre anni
cessò da ogni agitazione e propaganda; nei giorni in cui avvennero i disordini
fu sempre al suo posto alla Stazione centrale, consigliando la calma, mentre
una sua parola avrebbe potuto far insorgere i facchini da lui dipendenti sui
quali aveva molto ascendente. A carico quindi dei tre sunnominati non si
riscontra reato.
Prescindendo ora
dall'esaminare quanto il Chiesi ha potuto fare quale direttore dell'Italia
del Popolo, esso, al pari del Federici, è di fede repubblicana.
Si volle che nel
mattina del 7 maggio fosse sul corso Garibaldi a conferire con varie persone,
ma questa circostanza non risultò sufficientemente provata.
Che aspirazione
sua e del Federici fosse quella di giungere, anche con un moto rivoluzionario,
all'instaurazione di un governo repubblicano, è facile ammetterlo, ma le
risultanze della pubblica discussione non hanno posto in essere a loro carico
alcun elemento sicuro dal quale desumere che essi in unione con altri
concertassero e stabilissero con determinati mezzi di commettere il reato di
cui agli art. 118, 120 Codice penale (fatto diretto a cambiare la forma di governo
e a far sorgere in armi); nè questo elemento può ravvisarsi nella forse
tentata, ma non avvenuta riunione di repubblicani e socialisti all'Italia
del Popolo.
Il Chiesi e il
Romussi, repubblicano il primo, radicale il secondo, negli articoli che da
lungo tempo scrivevano sui loro giornali, attaccavano continuamente le
istituzioni e le autorità, eccitavano all'odio di classe e con la lunga serie
non interrotta di quegli articoli crearono l'ambiente dal quale scaturirono i
recenti disordini: la loro opera, nella quale si mantennero sino alla
soppressione dei loro giornali, costituisce il fatto materiale diretto a
suscitare la guerra civile ed a portare la devastazione ed il saccheggio, come
pur troppo avvenne, sebbene ciò non fosse in quel momento da essi desiderato e
sia avvenuto per cause indipendenti dalla loro volontà.
Escluso un previo
concerto tra il Chiesi ed il Federici ed altri, questi non può essere chiamato
a rispondere del reato di cui all'art. 134 Codice penale, in correlazione agli
articoli 118 e 120, ma solo di istigazione a delinquere commessa mediante
discorsi e pubbliche conferenze, nelle quali espresse concetti che tendevano a
sconvolgere gli attuali ordinamenti politici, mantenendosi in questo stato di
propaganda sino al suo arresto, come emerse dalle lettere a lui sequestrate, le
quali rivelano che anche in quei giorni era atteso in altre città per
conferenze repubblicane, e dal fatto ancora della sua presenza negli uffici di
redazione dell'Italia del Popolo nello scorso 7 maggio.
E dello stesso
reato deve rispondere anche il prof. Lallici pel fatto della costituzione del
Circolo Adriatico Orientale d'indole prettamente repubblicana e per discorsi in
pubbliche riunioni.
Non regge
l'eccezione pregiudiziale da lui sollevata d'essere egli pei fatti stessi
colpito da un Decreto di sfratto, poichè un provvedimento di P. S. non può
avere effetto di escludere la competenza del Tribunale a conoscere dei fatti
stessi.
Ritenuto, per
quanto riguarda l'Oppizio, che egli, designato quale pericoloso socialista, fu
arrestato in mezzo ai tumulti e scrisse nella sera del 6 il suo testamento dal
quale risulta che scendeva in piazza, e devesi quindi ritenere che abbia preso
parte ai disordini di P. Venezia e d'altre località, cade quindi sotto le
sanzioni degli art. 196, 247 Cod. penale.
Ritenuto in ordine
a Lazzari, Gatti, Ghiglione, Valera, Valsecchi e signora Kuliscioff che tutti
appartengono alla parte militante più attiva del socialismo, che tutti sono
propagandisti e da molto tempo non hanno trascurato occasione di riunioni e
conferenze per eccitare gli operai e, per parte della signora Kuliscioff, le
operaie a premunirsi contro i loro padroni, eccitando l'odio di classe,
preparando il terreno alla rivolta, continuando nell'opera loro fino a che la
rivolta scoppiò e della quale devono quindi ritenersi in varia misura
istigatori.
Quanto al Del
Vecchio nessuna prova è sorta a suo carico e deve essere assolto.
Osservato per
ultimo a riguardo di don Albertario che gli articoli del giornale da lui
diretto gareggiavano cogli altri di violenza così da attaccare con sottile
ironia la Monarchia
e le istituzioni, seminando l'odio di classe fra contadini e padroni e fra le
altre classi sociali e distogliendo buona parte del clero da quell'opera di
pacificazione che per la sua missione sarebbe destinato a compiere, costituendo
in tal modo un fomite alla rivolta anche con articoli violenti, quando questa
era già scoppiata.
Ritenuto che da
quanto sopra è detto, essendo accertato che causa unica dei torbidi avvenuti in
questa città fu l'opera di propaganda e sobillazione fattasi nei modi sovra
indicati dagli odierni accusati, i medesimi devono tutti essere giudicati da
questo Tribunale di Guerra che, istituito per giudicare i rivoltosi, è
competente a conoscere tutti i fatti anteriori alla proclamazione dello stato
d'assedio, i quali abbiano correlazione coi disordini avvenuti ed abbiano ai
medesimi dato causa in qualunque modo e con qualsiasi mezzo siano stati
commessi.
PER QUESTI MOTIVI
dichiara colpevoli
Chiesi Gustavo e Romussi Carlo del delitto di cui agli art. 64, 252 e 246
Codice penale.
Don Albertario
Davide del delitto di cui agli art. 246, 247.
Callegari e
Castelnuovo del delitto di cui agli art. 252 e 248, tenendo conto dell'età
inferiore agli anni 18 pel Callegari ed inferiore ai 21 pel Castelnuovo,
ammettendo per quest'ultimo le attenuanti.
Cerchiai,
Gabrielli, Gruppiola, Baldini e Fraschini del delitto di cui all'art. 248.
Oppizio del
delitto di cui agli art. 190 e 249.
Federici, Lallici,
Lazzari, Valera, Valsecchi, Kuliscioff del delitto di cui agli art, 246 e 247.
Dichiara non
costituire reato i fatti portati a carico di Zavattari, Seneci e Cermenati e
non provata la reità di Invernizzi e Del Vecchio.
CONDANNA
Callegari Sante,
anni 1 e 6 mesi di detenzione da scontarsi in una casa di correzione -
Castelnuovo Umberto, anni 2 e mesi 1 di reclusione - Cerchiai Alessandro, anni
3 di reclusione e 3 di sorveglianza - Gabrielli Alfredo, 10 mesi di reclusione
- Gruppiola Francesco, 1 anno di reclusione e 3 di sorveglianza - Baldini
Domenico, anni 3 di reclusione - Fraschini Giuseppe, 1 anno di reclusione e 3
di sorveglianza - Chiesi Gustavo, direttore dell'Italia del Popolo, ad
anni 6 di reclusione e 1 di sorveglianza - Federici avv. Bortolo, anni 1 di
detenzione e L. 1000 di multa - Romussi avv. Carlo, direttore del Secolo,
anni 4, mesi 2 di reclusione e anni 1 di sorveglianza - Lallici prof. Stefano,
giorni 45 di detenzione e L. 50 di multa - Oppizio Angelo, anni 2 di reclusione
e 2 anni di sorveglianza - Lazzari Costantino, anni 1 di detenzione e L. 300 di
multa - Gatti Oreste, mesi 2 di detenzione e L. 50 di multa - Ghiglioni
Achille, anni 1 di detenzione e L. 300 di multa - Valera Paolo, anni 1 e mesi 6
di detenzione e L. 500 di multa - Valsecchi Antonio, mesi 1 di detenzione e L.
50 di multa - Kuliscioff Anna, 2 anni di detenzione e L. 1000 di multa - Don
Davide Albertario, direttore dell'Osservatorio Cattolico, 3 anni di
detenzione e L. 1000 di multa.
ASSOLTI
Cermenati Ulisse -
Del Vecchio Enrico - Invernizzi Pietro - Seneci Arnaldo - Zavattari Pietro.
I giornalisti che
assistevano ai processi.
I giornalisti non sono ammessi ai Tribunali
militari che muniti della tessera, rilasciata dal Comando del terzo Corpo
d'armata. Ne copio una per conservare il documento:
"Milano, addì 22 maggio
1898.
"Si autorizza il signor Tal
dei Tali ad assistere alle udienze del Tribunale di Guerra nei locali di S.
Angelo e Castello Sforzesco, con facoltà di redigere i resoconti dei processi.
"Si avverte che il resoconto
dei processi dovrà essere puramente oggettivo11 e sarà presentato per
il visto al R. Commissariato, via Brera 15.
"Una copia del giornale nel
quale sarà stampato il resoconto dovrà essere spedita al R. Commissariato.
"Per il R. Commissario
"Il Colonnello RAGNI."
Conosco quasi tutti i reporters
al nostro processo. Il più vecchio è probabilmente Leopoldo Bignami, qui per la Stampa di Torino.
Quando scriveva per il Pungolo di Leone Fortis era fegatoso e io lo
chiamavo un latrinista della penna. Adesso mi pare si sia modificato. Non
voglio offendere nessuno. Ma credo che il più illustre tra loro sia l'A. G.
Bianchi, del Corriere della Sera. Da semplice reporter di fatti
cittadini è diventato uno dei più distinti scrittori di criminologia. Tra i
molti suoi libri, conosco il Mondo criminale italiano, scritto con
Ferrero e Sighele, e il Romanzo di un delinquente nato. Pochi possono aspirare
al suo avvenire. La bontà di Giuseppe Bolognesi è proverbiale. È la testa dell'Associazione
lombarda dei giornalisti. Le ha dedicato più tempo che tutti i giornalisti
presi assieme. Se volete vederlo in collera, toccategli la sua istituzione. È
cronista della Lombardia (ora del Tempo) da quindici anni. Qui al
Tribunale rappresenta il Popolo Romano, L'Adige, il Resto del
Carlino e la Nazione.
Non conosco l'avv. cav. Usigli della Gazzetta di Venezia,
il giornale più forcaiolo d'Italia. Mi si dice che l'Usigli, assistendo al
processo, da mangia-giornalisti sia diventato uno dei difensori degli imputati.
Non ho modo di constatarlo. Vedo là in fondo il professore di stenografia
Nicoletti che lavora senza alzare gli occhi. È lui che stenografa, parola per parola,
tutto il processo per i Tribunali divenuti quotidiani. Il redattore capo
della Perseveranza è il cav. Bignami. Non so se sia lui che abbia
scritto certi trafiletti e certi articoli della Perseveranza. So che qui
è considerato un lebbroso. Non c'è alcuno, neppure l'Usigli o il Moschino della
Tribuna, che gli rivolga la parola. Lo si punisce coll'ostracismo. Gli è
toccato sedere al tavolo dell'ispettore di questura. Se non è lui l'autore
delle delazioni, doveva rinunciare al posto. Diamine, non si vive di solo pane.
Mi dicono che il resoconto della Perseveranza lo faccia l'avv. Coridori
e con una fedeltà che non trovate nelle altre colonne del giornale. Il secondo
dei fotografati è il Tedeschi della Provincia di Brescia. L'Italo
Bianchi è il cronista della Sera. È alto e magro più di ogni altro
cronista milanese e lo si vede in mezzo agli avvenimenti cittadini come un
affamato di notizie. È buono e gli si vuol bene. Ci sono parecchi
caricaturisti, ma non conosco che il Biadene. È un ingegnere che si è innamorato
del giornalismo. Ha la matita pronta e la penna che illustra le sue
illustrazioni. Come caricaturista non ha ancora trovato la testa che lo faccia
diventare celebre. Gould, caricaturando quella di Gladstone, è diventato famoso
in una mattina. Non ricordo il nome dell'artista che è diventato mondiale coi
tre capelli di Bismark. Al processo il Biadene rappresenta i Tribunali.
Vedo anche l'avv. Valdata,
direttore di questo giornale. È il giornalista più coraggioso di queste
giornate bestiali. È stato chiamato al Comando più d'una volta ed è stato
minacciato della soppressione e del bavaglio due volte. Ma il direttore non è
scappato e i Tribunali, fino all'ultimo momento della serie quotidiana
e, più tardi, nei numeri della serie settimanale, non hanno mai cessato di
mantenersi indipendenti e di far sentire ai Tribunali di guerra che razza di
zibaldoni erano le loro sentenze.
La
Lombardia mi ha fatto l'effetto di una vecchia sdentata. Non ha più sangue
indosso. Il suo redattore al processo è l'avv. Desiderio Archinti. Quegli che
gli è vicino è l'avv. Raspi, redattore del Commercio. So che è liberale.
Ma non so dire l'atteggiamento del suo giornale, perchè non ho modo di
leggerlo. L'altro in fondo è il Bevacqua, un buon ragazzo, ma un po'
presuntuoso. Rappresenta la Provincia
di Como ed è il critico teatrale del giornale La Sera.
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