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Filippo Turati.
Il criterio nostro
è questo; ogni
provvedimento sarà
vano se non sia
assicurata al
Paese piena ed intera
libertà: libertà
di propaganda, di
pensiero,
d'associazione, d'organizzazione,
a tutte le classi
della società.
(Dal primo
discorso alla Camera).
L'ho conosciuto nell'ottanta o
nell'ottantuno. Io caricavo l'appendice della Plebe di Bignami della
zavorra umana che scovavo e raccoglievo negli angiporti e nelle stamberghe, e
lui riempiva le colonne di una terapeutica che inchiudeva, colle spinte e
controspinte romagnosiane, i germi della giustizia sociale. Era forse la prima
volta che la democrazia adulta leggeva in un giornale socialista che la
questione criminale è intimamente connessa colla questione economica. Con un
centinaio di pagine intitolate Il delitto e la questione sociale il
Turati si rivelava un naturalista della scienza penale, un verista che studiava
oggettivamente l'uomo delinquente, un sociologo che accusava la società di
essere "complice impune dei misfatti che freddamente puniva". Egli
credeva fino d'allora che l'ordinamento punitivo fosse essenzialmente
transitorio e che il delitto troverebbe la sua cura in uno Stato che volesse
"a tutti garantito il frutto integrale del proprio lavoro".
Il suo cruccio erano i suoi nervi.
I nervi non gli davano requie. Non lo lasciavano dormire, non lo lasciavano
lavorare e gli distruggevano il pensiero di prepararsi un futuro intellettuale.
Egli si diceva sfibrato, fiacco, senza attività cerebrale. Doveva morire.
Sarebbe morto fra due o tre anni o fra due o tre mesi, non lasciando di sè che
"misere strofe" ai suoi cari. Tutti i medici lo avevano abbandonato.
Egli era un nevrastenico. La sua era una nevrosi inguaribile. Pazienza. E ci
salutava commosso e ritornava, sfiduciato, alla sua villa di S. Croce, a due
passi da Como, colle tasche e le valige piene di libri che aveva comperato dal
Dumolard o che gli aveva dato a prestito il suo e il mio amico intimo Felice
Cameroni - il critico che aveva incominciato a predicare lo zolismo
nell'appendice del Sole.
Durante questa battaglia accanita
tra lui e il suo sistema nervoso egli, come il dott. Pascal, si preparava
silenziosamente i dossiers coi quali avrebbe poi intrapresa la campagna
per liberare la società borghese dalle sofferenze sociali. Condannato da una
malattia implacabile, consumava le sue ultime ore nel laboratorio della
putredine sociale a cercare i parassiti distruttori che saccheggiano
l'organismo umano. Morente, sentiva, come Pascal, la voluttà e la grandiosità
della vita, della vita sana, economicamente e moralmente sana. Oui,
je crois au triomphe final de la vie.

Egli leggeva, postillava,
ammucchiava note sopra note e maturava nel cervello allargato dallo studio
febbrile la rivista alla quale diede poi tutta la sua intelligenza.
Con la tendenza a credersi
eternamente ammalato e dotato della pigrizia del divoratore di libri che non
darebbe mai mano alla penna della produzione, il Turati sarebbe forse divenuto
un frutto secco o rimasto un autore stitico s'egli non avesse potuto fondere la
sua esistenza con quella di una donna capace di agitargli lo spirito cogli
stessi ideali e di piegarlo a un lavoro meno sbandato e più omogeneo. E questa donna fu Anna Kuliscioff. È lei che
lo ha incalzato, che lo ha fortificato, che lo ha imparadisato. Lei e lui e la Critica Sociale
non si distinguono più.
La Critica Sociale, Filippo Turati e Anna
Kuliscioff sono più che un nome. L'una e
l'altro e l'altra si completano. La Critica Sociale è fatta della loro carne,
nutrita del loro ingegno, calda dei loro pensieri. In essa è la redenzione
degli uomini, è la pace nel benessere economico, è il trionfo della felicità
della specie sull'egoismo e sugli interessi degli individui. La Critica Sociale
è stata l'università della generazione crescente. È dessa che ha dato a quasi
tutti noi la "coscienza sociale". Nata il quindici gennaio 1891,
quando il socialismo scientifico era un lusso per i superuomini delle scienze
economiche, fece nascere nella gioventù la fede nell'uguaglianza di condizione
e un bisogno prepotente di gettarsi negli studi che devono avere per risultato
la sconfitta della borghesia e l'elevazione del proletariato.
La bibbia di Filippo Turati è il Capitale.
Non c'è altro di più nutriente. Dal Capitale si esce uomini completi. Un
giorno che gli si è domandato di dire pubblicamente quale libro avrebbe
raccomandato a chi fosse condannato a portarsi seco in un eremo tre soli
volumi, egli rispose ripetendo tre volte il Capitale. Con questo libro
che egli paragona o mette al disopra al Darwin's Journal, la gioventù
entra nella vita corazzata di altruismo, con una idea chiara dello Stato a base
di produzione socializzata. Ammiratore convinto del grande novatore della
scienza sociale, egli è, necessariamente, entusiasta dei socialisti tedeschi -
talli erompenti, dice lui, dal forte ceppo scentifico di Carlo Marx - i quali,
con la loro marcia gloriosa, hanno infuturato il più grande fatto e l'esempio
più significante della storia contemporanea.
Cresciuto in un ambiente
prefettizio - idolatrato dalla mamma - con un avvenire trionfale nel foro
milanese - circondato dagli agi della vita, egli preferì discendere nell'agone
sociale a lottare per l'esistenza collettiva - a sostenere i diritti dei
proletari incatenati agli anelloni del salario - ad agitare il programma
marxista che deve eliminare dalla società i ricchi e i poveri.
Lui, coi nervi che gli impedivano
un'occupazione costante, si dedicò a un lavoro febbrile - a un lavoro che
aumentava in ragione degli anni - a un lavoro che lo cacciava dalla redazione
sulla piattaforma pubblica - e dall'angolo del correttore di bozze nel girone
legislativo.
Perdutamente innamorato dei suoi
ideali, egli non sospettava che sarebbe venuto il giorno in cui i suoi nemici -
che sono anche i nostri - lo avrebbero sorpreso sulla strada e svaligiato di
tutto.
È stato mandato al reclusorio di
Pallanza come incitatore di tumulti e come un demagogo che mette un po' di
barricata in ogni frase. Ma non c'è nessuno che abbia mai sentito come lui
tanta avversione per la turbolenza oratoria che sprona alla battaglia ogni
minuto e per i "discorsi che acclamano la rivoluzione, sovreccitano i
sentimenti delle masse e fanno sbottonare lo stifelius di un delegato di
pubblica sicurezza". No, il bavardage épouvantable degli esaltati
non ha mai fatto parte del suo bagaglio di piattaforma.
Il socialismo in bocca di costoro
non può impensierire alcuno. Dovrebbe impensierire i suoi nemici quando si
ritrae dal palcoscenico dei teatri diurni per entrare nel laboratorio "a
notomizzare col bisturi della scienza il carcame sociale steso sul tavolaccio
della statistica e della disciplina positiva". Allora sì. Allora gli
statisti dovrebbero proprio incominciare a sentire delle apprensioni.
"Perchè quei miti pensatori, nutriti di cifre e di sillogismi, onesti,
riservati, impeccabili sovente nella vita privata, magari un po' puritani e un
po' quacqueri se se ne gratta la scorza, quei sacerdoti dell'altruismo, quei
mangiatori d'hascisch dell'ideale, hanno più dinamite nella loro parola
e nella scatola ch'è sotto il loro cappello, che non ne sia nelle tasche dei
feniani e nelle cantine di Pietroburgo: con quest'aggravante che, di cotesta
nitroglicerina spirituale, non c'è doganiere o segugio di polizia dal fiuto
fine che ne possa sentire l'odore e mettervi sopra la zampa. Quando il moderno
Anteo - come il Colaianni definisce il socialismo - che ad ogni caduta risorge
più vigoroso, agguerritosi negli studi e nel raccoglimento, uscirà in piazza
con idee mature e propositi determinati, è allora che sarà davvero formidabile,
quanto prima era innocuo2."
Nell'ambiente parlamentare egli era
una forza legislativa - una voce gagliarda che domanda giustizia per gli
affamati di pane, di libertà e di pensiero - un ragionatore che sa disorientare
i legislatori borghesi, i quali non vogliono convincersi che la società degli
sfruttatori s'avvia verso il periodo della sua naturale decomposizione.
Eloquente, con una dizione esatta, egli sa far ingoiare, con garbo, agli
onorevoli tutto quel diavolo che vuole, spruzzando la sua prosa tersa ed
elegante di una ironia e di un sarcasmo che non trovate se non in bocca degli
oratori altamente educati.
I discorsi di Sheridan si leggevano
una sola volta e si mettevano in libreria. Quelli di Filippo Turati si leggono
e si consultano sovente come quelli di Burke, perchè sono densi di pensieri,
pronunciati in una lingua che dovrebbe far testo nelle scuole, caldi dell'anima
dell'oratore che vuole condurci ad espropriare la società a beneficio di tutti.
Va sulla piattaforma con
riluttanza. Preferisce il tavolino di redazione al palco dinanzi la folla che
lo saluta col battimano fragoroso e lo ascolta a bocca aperta. Nemico dei
parolai e degli smargiassoni che sciolgono i problemi con qualche frase alcoolizzata,
non capisce la piattaforma che quando si ha qualcosa da dire. È una tolda che
lo impensierisce, che lo mette in orgasmo, che lo obbliga a buttar giù note, a
raccogliere fatti, a pulire della prosa che andrà perduta per l'aria, perduta
fino a quando avremo anche noi il quotidiano che darà il discorso tale e quale
è pronunciato. Ma una volta che egli è in piedi, pieno dell'argomento, il suo
discorso esce come dal libro di un grand'uomo.
Tutti lo hanno sentito parlare. La
sua eloquenza non è l'eloquenza bolsa che va in giro per il comizio a mendicare
gli applausi. È l'eloquenza di un grande oratore. Qualche volta pare una
tempesta di pensieri. I suoi periodi snodati, brevi, vigorosi si inseguono con
un calore crescente e precipitano sull'uditorio come un uragano intellettuale.
La sua penna di giornalista, che
gli ha conquistato un mondo di lettori, è una penna che cesella ed ubbidisce al
padrone. Non è mai sbrigliata anche quando è virulenta o infuria
sull'avversario. Produce uno stile nervoso - uno stile che ti mette sottosopra
il sangue - che ti accarezza - che ti schiaffeggia - che ti intenerisce. Ha
immagini scultorie, grandiose, indimenticabili.
Adesso che i nervi lo lasciano
tranquillo, la sua salute si è rinvigorita e le sue forze intellettuali si sono
triplicate. Egli è diventato un lavoratore metodico come l'autore dei
Rougon-Macquart. Vi può dire coll'orologio alla mano il manoscritto che vi
potrà consegnare in un mese per un anno di seguito.
Veste male, non è mai stato vestito
bene. Da giovane andava per le vie coi calzoni che gli lasciavano vedere tutto
il corame della scarpa, con una giacca o un paletot che lo tirava da tutte le
parti e un cappello floscio che lasciava vedere il suo alto disprezzo per la
spazzola e il copricapo nuovo. Il nodo della sua cravatta traduceva l'uomo che
non si guarda mai nello specchio; era mal fatto e andava da tutte le parti,
tranne che sotto il bottone del solino spesso sgualcito. Parecchi di noi che
scrivevamo nella Farfalla lo credevamo un bohémien eternamente
alla caccia di un louis d'or come gli eroi di Murger. Lo si vedeva e si
pensava all'assalto alla borsa. Ma lui ci stringeva la mano, ci parlava di
qualche pubblicazione e ci salutava senza domandarci nulla. La giornata dopo
che il Giarelli lo aveva fatto diventare celebre presentandolo ai lettori delia
Ragione come autore del Mago - un canto che sentiva del profumo
dei suoi anni e che sgretolava il vecchio mondo come il canto satanico di
Carducci - lo pregai di prestarmi un libro.
- Figurati!
Mi lasciai trascinare a casa sua
con uno stringimento di cuore. Mi aspettavo di vedermi spalancato l'uscio di un
uomo in mare. Credevo di trovarlo in una soffitta che venisse inaffiata dalla
pioggia, con una dozzina di volumi pieni di ditate untuose per il suolo, con
dei fogli imbrattati di inchiostro su un tavolo che non sta mai quieto, con una
seggiola sventrata, con una camicia sudicia appesa alla parete e un paio di
ciabatte squinternate vicino a un saccone di foglie di granturco sui cavalletti
di legno.
All'entrata diventai di tutti i
colori. La sua casa in via Gesù era di quelle che respirano il benessere degli
inquilini. La portinaia lo salutò con una mezza riverenza, lo chiamò signor
dottore, e gli lasciò prendere un mucchio di lettere da un casellario che rivelava
l'ambiente signorile. Salimmo per uno scalone, entrammo per l'uscio aperto da
una cameriera e mi trovai coi piedi sul tappeto, in un salotto sontuoso,
circondato da mobili eleganti, cogli occhi che andavano da una tela di qualche
sommità del pennello ai bibelots di un'étagère superba.
La mamma non pareva la mamma di un
figlio che si trascurava negli abiti fino all'indecenza. La guardavo e pensavo
alla castellana. Alla signora alta, coi capelli bipartiti come una Madonna, con
la faccia signorilmente lunga, con l'abito nero giù a piombo, illuminato
intorno al collo dal pizzo antico e illustrato al seno da una nidiata di
solitari sepolti nelle trine. Nella penombra del salotto le sue dite affusolate
si muovevano e perdevano faville dappertutto.
Se avessi qualcosa da amministrare
e potessi indurre Filippo Turati a prendersi cura del mio patrimonio, non
esiterei un minuto ad affidargli la mia amministrazione. In pochi anni sarei
sicuro di andare verso la ricchezza che ride dei rovesci degli altri. Egli è un
ragioniere consumato. Ha l'occhio nell'avvenire ed è di una esattezza direi
quasi scrupolosa. Questa abilità, che in un uomo di cifre diventerebbe una
virtù grandiosa, in lui è un difetto che gli costa una somma enorme di lavoro
intellettuale perduto. Mi sento male quando vedo il direttore della Critica
Sociale scrivere gli indirizzi degli abbonati, registrare gli incassi,
impaccare libri e correre alla posta carico come un facchino. Ma lui non
smetterà mai. Egli chiama tutto questo una distrazione. Abituato a non darsi al
riposo, continuerebbe a scrivere e diventerebbe prolisso e slavato come un
pennivendolo da ottanta lire il mese.
Fuma dalla mattina alla sera.
Terminata una sigaretta ne accende un'altra e continua così fino al momento di
addormentarsi.
Alcuni che non lo conoscono bene
sospettano in lui il tirchione che si lascerebbe ammazzare piuttosto che metter
fuori un centesimo o offrire una bibita agli intimi che vanno a trovarlo. È un
errore grossolano. Filippo Turati non è uno sciupone. Ma coloro che frequentano
la sua casa sanno che la sua tavola è sempre popolata di amici e che la sua
mano mette sempre nella mano dei bisognisti dei biglietti di banca.
Una sola volta l'ho veduto seccato
di sapersi all'uscio persone che hanno bisogno di dirgli una parola. Stava
facendo colazione e questi signori lo avevano fatto smettere sei volte. Alla
settima rifiutò di muoversi.
- Ah, per oggi basta, perdio!
Ditegli che non ci sono, ditegli!
Poi, dopo qualche boccone, si trovò
pentito,
- Era forse uno che meritava più
degli altri. La ragione è che ne ho troppi. Da un po' di tempo il mio uscio
sembra l'uscio del duca Scotti.
È buono, generoso, leale, capace di
amicizie vere, sentite. Il socialismo è la sua anima, la sua fede, il suo
ideale. Per esso ha combattuto - per esso soffre - per esso sarà pronto domani
e sempre a morire.
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