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I forzati.
Il "forzato" è colui che
sta scontando la sentenza che gli ha inflitto il vecchio codice. Lo si può dire
il martire del bagno penale. Nessuno ha subito le sue torture. Egli è passato
attraverso tutte le sevizie che sono nel regolamento composto dagli
"estratti dei regi bandi del 22 febbraio 1826". Un'infrazione
qualunque, come quella, per esempio, di essere reo di bestemmia o di
imprecazione contro l'onore e la riverenza dovuta alla Maestà di Dio, alla
Beatissima Vergine ed a tutti i santi, lo avrebbe mandato croatescamente sulla
panca a ricevere la punizione di parecchie "bastonate". Tutti noi,
compresi i direttori dei reclusori, possiamo smarrire qualche cosa senza
crederci, per questo, meritevoli di punizioni corporali, non è vero? Il forzato
che perdesse il semplice libretto di "massa" viene invece disteso
sulla pancaccia della bastonata!
Istigando alla disubbidienza o
all'ammutinamento o rivoltandosi contro i "suoi custodi", il galeotto
incorreva "nelle pene corporali estensibili sino alla morte".
Il bastonatore era sempre un
grandiglione dalle braccia poderose che faceva divenire alto il sedere con
colpi che strappano dei misericordia!
L'abito del forzato differisce da quello
del recluso. Il forzato a vita indossa una giacca rossa, porta una callotta
verde alta e rotonda, ed ha sul cuore una striscia nera sulla quale è stampato
il numero di matricola.
Il forzato a tempo ha la callotta
scarlatta e la striscia di un verde slavato. Se vedete un camerotto o un
cortile di queste "facce da galera", vi sentite correre per la
schiena i brividi dello spavento. Provate gli orrori di sapervi dinanzi ai
sanguinarii che hanno fatto a pezzi le donne, squarciata la gola agli uomini e
spaccato il cranio ai bimbi. Il loro abbigliamento e il loro viso galeottizzato
triplicano la ripugnanza che vi ispirano.
Non appena il forzato entrava nello
stabilimento di pena, gli completava la toilette il fabbro, un altro
collega che gli ribadiva al malleolo l'anellone di ferro massiccio della
catena. Il catenone a diciotto maglie era così lungo e così pesante che nessun
forzato, per quanto forte, sapeva stare in piedi più di un'ora.
Uno di questi sventurati di
Finalborgo mi descriveva tutta quella massa di ferro, che il codice gli
imponeva di trascinarsi dietro fino a sentenza finita, con queste parole:
"La maniglia - come chiama lui
l'anellone - era assai diversa da quella che mi vedete ora. Era un grosso
cerchio che mi dava un grande fastidio. Di giorno mi lacerava le mani a ogni
movimento e di notte, con la parte mal ribadita, mi scorticava l'altro piede
tutte le volte che mi voltavo addormentato. Mi alzavo con la gamba stracca e
indolenzita.
"Il catenone mi tribolava
dalla mattina alla sera. Non sapevo dove metterlo. Se me lo tiravo sui fianchi,
non sapevo reggerlo più di dieci o quindici minuti. Erano minuti di spasimi. Se
me lo tenevo sospeso con le mani, dovevo abbandonarlo non appena mi dolevano le
braccia. E se me lo ammucchiavo sulla spalla o sul braccio sinistro, sentivo
subito il bisogno di levarmelo.
"Erano dei quintali che mi
indemoniavano. Non era che in terra, seduto sulla pietra, incatenato al grande
anello di ferro confitto nel rialzo del granito della cella, che potevo trovare
un po' di quiete. Con la maggior parte del peso sul suolo, si poteva tirare il
fiato. Ma tutti noi, di questi ambienti, sappiamo che il moto delle gambe è
questione di vita. Guai al condannato che poltrisca nella disperazione! La sua
sentenza si estingue presto. Egli si avvia col treno lampo al sepolcro."
- E adesso, quest'altra di quasi
due chili di ferro, che vi penzola dalla gamba, vi rompe le scatole?
- Una catena alla gamba,
coll'anello massiccio che non si può rompere che colla morte o nel giorno in
cui avete finito di espiare la pena, è un tormento senza nome. Quante volte
questa catena mi ha fatto pensare al suicidio!
Il galeotto di questo straziante
periodo, che si chiuse, credo, nel 90, veniva accoppiato con un altro.
Il compagno di "branca",
vale a dire di catena, rimaneva indivisibile per degli anni e degli anni.
Attaccati allo stesso anellone del macigno, dovevano dividersi, con la noia
penosa dell'unione coercitiva, il peso della catena e seguirsi ogniqualvolta
uno si moveva.
Se, per esempio, il 387 si alzava,
il 130 non poteva rimanere seduto. Se uno degli infelici aveva dei bisogni
urgenti, l'altro si doveva accosciare rasente il mastello puzzolente e
aspettare che facesse i comodi suoi. I passi di ciascuno dovevano essere
studiati, e il desiderio del 387 doveva essere il desiderio del 130.
Immaginatevi, mi diceva uno di questi forzati, di trovarvi appaiato con un tale
che avesse la diarrea, come è toccato a me per tre mesi! O supponete, voi che
siete educato, che non avete perduto tutto e che aspirate alla riabilitazione,
di essere inchiodato allo stesso anello con un uomo volgare, magari brutale,
magari capace di fracassarvi lo stomaco con un pugno per una parola mansueta
che gli è andata nell'orecchio come una scudisciata!
- Ho letto una volta un libraccio
che raccontava gli orrori degli inquisitori spagnoli. Certamente, leggendo, mi
si accapponava la pelle. Ma non credevo che il Gutzman sia riuscito più feroce
dell'inventore della "branca". Essa non vi fa scricchiolare le ossa
contorcendovi, ma a lungo andare vi deturpa e vi masturba la vita assai più
degli ordigni di tortura. Appaiato per degli anni con un grassatore o un
brigante o un omicida! Pensateci un minuto e vi troverete col capogiro!
In generale il forzato, come lo
abbiamo conosciuto noi, è buono. Nella zona della espiazione diventa un
fratello che si intenerisce dei vostri dolori e vi rincuora alla speranza. A
Finalborgo c'è stato un tempo in cui adempiva alla funzione pietosa
d'infermiere Alfonso Carbone, un capo brigante che aveva della iena e che
mutilava le sue vittime attorcigliandosi le loro budella intorno la mano. In
infermeria, lo si poteva dire una suora di carità. Si alzava a tutte le ore,
accorreva al letto di chiunque lo chiamasse e faceva di tutto per alleviare le
sofferenze. Un compagno, che aveva passato dieci e più anni al
"Castellaccio", mi raccontava della bontà di Cipriano La Gala. Egli, Cipriano La Gala, era là a scontare la
prima condanna di dieci anni di isolamento. Fu un modello di condotta. Così
irreprensibile che il direttore, signor Brunellesco, dopo sette anni, lo fece
scatenare e mettere in compagnia di altri quindici galeotti. In sette anni il La Gala non aveva mai detto una
parola alla guardia, che non fosse di ringraziamento. Nella vita in comune,
egli era un agnello che si prosternava alla volontà del primo o dell'ultimo
galeotto. Durante la sua residenza, non ebbe mai un rapporto, mai un accento
che rivelasse l'eroe di tanti delitti.
In galera, ho conosciuto gente che
sente la fratellanza come non la si sente all'aria libera. Ho conosciuto
forzati che si sono levati il pane di bocca per darlo a chi aveva più fame di
loro. So di un tale che si è tolto il panciotto, che si era pagato coi suoi
denari - perchè il panciotto è una concessione del direttore o del medico - per
regalarlo a un poveraccio senza fondo di massa, oppresso dalla tosse a scatti
che non perdona.
La solidarietà per il diritto
comune è nel grido di fuori! fuori! di tutte le camerate, quando i
forzati si credono curvati dall'arbitrio e vittimizzati dagli abusi.
Spieghiamoci. Supponete che una guardia sia tanto cattiva da farvi punire per
dei nonnulla o che il pane non sia che della mota malcotta e indigeribile. In
galera non è ammessa la protesta, nè collettiva, nè individuale. Se voi dite:
rifiuto questa gamella di minestra perchè è immangiabile, siete sicuro che vi
si ordina di portare il vostro materiale lettereccio in magazzino e di andare
diffilati ai banchi di rigore. Se vi fate registrare per un'"udienza col
signor direttore", vi capita, novantanove volte su cento, che il direttore
vi dice che siete un insolente e che fuori, prima di andare in galera, non
mangiavate tanto bene e che per questa volta vi manda a mangiar meglio nel
cubicolo, per una quindicina di giorni, con l'aggiunta della camicia di forza
se osate lamentarvi.
Sovente alcuni forzati, si
sottomettono alle punizioni individuali per richiamare l'attenzione del
direttore su questo o quel sopruso. Ma quando il sopruso continua con maggiore
accanimento e quando il direttore si ostina a "ignorarlo", allora i
forzati perdono la pazienza e ricorrono alla violenza del fuori! fuori!.
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