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Paolo Valera
Dal Cellulare al Finalborgo

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  • I forzati.
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I forzati.

 

Il "forzato" è colui che sta scontando la sentenza che gli ha inflitto il vecchio codice. Lo si può dire il martire del bagno penale. Nessuno ha subito le sue torture. Egli è passato attraverso tutte le sevizie che sono nel regolamento composto dagli "estratti dei regi bandi del 22 febbraio 1826". Un'infrazione qualunque, come quella, per esempio, di essere reo di bestemmia o di imprecazione contro l'onore e la riverenza dovuta alla Maestà di Dio, alla Beatissima Vergine ed a tutti i santi, lo avrebbe mandato croatescamente sulla panca a ricevere la punizione di parecchie "bastonate". Tutti noi, compresi i direttori dei reclusori, possiamo smarrire qualche cosa senza crederci, per questo, meritevoli di punizioni corporali, non è vero? Il forzato che perdesse il semplice libretto di "massa" viene invece disteso sulla pancaccia della bastonata!

Istigando alla disubbidienza o all'ammutinamento o rivoltandosi contro i "suoi custodi", il galeotto incorreva "nelle pene corporali estensibili sino alla morte".

Il bastonatore era sempre un grandiglione dalle braccia poderose che faceva divenire alto il sedere con colpi che strappano dei misericordia!

L'abito del forzato differisce da quello del recluso. Il forzato a vita indossa una giacca rossa, porta una callotta verde alta e rotonda, ed ha sul cuore una striscia nera sulla quale è stampato il numero di matricola.

 

Il forzato a tempo ha la callotta scarlatta e la striscia di un verde slavato. Se vedete un camerotto o un cortile di queste "facce da galera", vi sentite correre per la schiena i brividi dello spavento. Provate gli orrori di sapervi dinanzi ai sanguinarii che hanno fatto a pezzi le donne, squarciata la gola agli uomini e spaccato il cranio ai bimbi. Il loro abbigliamento e il loro viso galeottizzato triplicano la ripugnanza che vi ispirano.

Non appena il forzato entrava nello stabilimento di pena, gli completava la toilette il fabbro, un altro collega che gli ribadiva al malleolo l'anellone di ferro massiccio della catena. Il catenone a diciotto maglie era così lungo e così pesante che nessun forzato, per quanto forte, sapeva stare in piedi più di un'ora.

Uno di questi sventurati di Finalborgo mi descriveva tutta quella massa di ferro, che il codice gli imponeva di trascinarsi dietro fino a sentenza finita, con queste parole:

"La maniglia - come chiama lui l'anellone - era assai diversa da quella che mi vedete ora. Era un grosso cerchio che mi dava un grande fastidio. Di giorno mi lacerava le mani a ogni movimento e di notte, con la parte mal ribadita, mi scorticava l'altro piede tutte le volte che mi voltavo addormentato. Mi alzavo con la gamba stracca e indolenzita.

"Il catenone mi tribolava dalla mattina alla sera. Non sapevo dove metterlo. Se me lo tiravo sui fianchi, non sapevo reggerlo più di dieci o quindici minuti. Erano minuti di spasimi. Se me lo tenevo sospeso con le mani, dovevo abbandonarlo non appena mi dolevano le braccia. E se me lo ammucchiavo sulla spalla o sul braccio sinistro, sentivo subito il bisogno di levarmelo.

"Erano dei quintali che mi indemoniavano. Non era che in terra, seduto sulla pietra, incatenato al grande anello di ferro confitto nel rialzo del granito della cella, che potevo trovare un po' di quiete. Con la maggior parte del peso sul suolo, si poteva tirare il fiato. Ma tutti noi, di questi ambienti, sappiamo che il moto delle gambe è questione di vita. Guai al condannato che poltrisca nella disperazione! La sua sentenza si estingue presto. Egli si avvia col treno lampo al sepolcro."

- E adesso, quest'altra di quasi due chili di ferro, che vi penzola dalla gamba, vi rompe le scatole?

- Una catena alla gamba, coll'anello massiccio che non si può rompere che colla morte o nel giorno in cui avete finito di espiare la pena, è un tormento senza nome. Quante volte questa catena mi ha fatto pensare al suicidio!

 

Il galeotto di questo straziante periodo, che si chiuse, credo, nel 90, veniva accoppiato con un altro.

Il compagno di "branca", vale a dire di catena, rimaneva indivisibile per degli anni e degli anni. Attaccati allo stesso anellone del macigno, dovevano dividersi, con la noia penosa dell'unione coercitiva, il peso della catena e seguirsi ogniqualvolta uno si moveva.

Se, per esempio, il 387 si alzava, il 130 non poteva rimanere seduto. Se uno degli infelici aveva dei bisogni urgenti, l'altro si doveva accosciare rasente il mastello puzzolente e aspettare che facesse i comodi suoi. I passi di ciascuno dovevano essere studiati, e il desiderio del 387 doveva essere il desiderio del 130. Immaginatevi, mi diceva uno di questi forzati, di trovarvi appaiato con un tale che avesse la diarrea, come è toccato a me per tre mesi! O supponete, voi che siete educato, che non avete perduto tutto e che aspirate alla riabilitazione, di essere inchiodato allo stesso anello con un uomo volgare, magari brutale, magari capace di fracassarvi lo stomaco con un pugno per una parola mansueta che gli è andata nell'orecchio come una scudisciata!

- Ho letto una volta un libraccio che raccontava gli orrori degli inquisitori spagnoli. Certamente, leggendo, mi si accapponava la pelle. Ma non credevo che il Gutzman sia riuscito più feroce dell'inventore della "branca". Essa non vi fa scricchiolare le ossa contorcendovi, ma a lungo andare vi deturpa e vi masturba la vita assai più degli ordigni di tortura. Appaiato per degli anni con un grassatore o un brigante o un omicida! Pensateci un minuto e vi troverete col capogiro!

 

In generale il forzato, come lo abbiamo conosciuto noi, è buono. Nella zona della espiazione diventa un fratello che si intenerisce dei vostri dolori e vi rincuora alla speranza. A Finalborgo c'è stato un tempo in cui adempiva alla funzione pietosa d'infermiere Alfonso Carbone, un capo brigante che aveva della iena e che mutilava le sue vittime attorcigliandosi le loro budella intorno la mano. In infermeria, lo si poteva dire una suora di carità. Si alzava a tutte le ore, accorreva al letto di chiunque lo chiamasse e faceva di tutto per alleviare le sofferenze. Un compagno, che aveva passato dieci e più anni al "Castellaccio", mi raccontava della bontà di Cipriano La Gala. Egli, Cipriano La Gala, era a scontare la prima condanna di dieci anni di isolamento. Fu un modello di condotta. Così irreprensibile che il direttore, signor Brunellesco, dopo sette anni, lo fece scatenare e mettere in compagnia di altri quindici galeotti. In sette anni il La Gala non aveva mai detto una parola alla guardia, che non fosse di ringraziamento. Nella vita in comune, egli era un agnello che si prosternava alla volontà del primo o dell'ultimo galeotto. Durante la sua residenza, non ebbe mai un rapporto, mai un accento che rivelasse l'eroe di tanti delitti.

In galera, ho conosciuto gente che sente la fratellanza come non la si sente all'aria libera. Ho conosciuto forzati che si sono levati il pane di bocca per darlo a chi aveva più fame di loro. So di un tale che si è tolto il panciotto, che si era pagato coi suoi denari - perchè il panciotto è una concessione del direttore o del medico - per regalarlo a un poveraccio senza fondo di massa, oppresso dalla tosse a scatti che non perdona.

La solidarietà per il diritto comune è nel grido di fuori! fuori! di tutte le camerate, quando i forzati si credono curvati dall'arbitrio e vittimizzati dagli abusi. Spieghiamoci. Supponete che una guardia sia tanto cattiva da farvi punire per dei nonnulla o che il pane non sia che della mota malcotta e indigeribile. In galera non è ammessa la protesta, collettiva, individuale. Se voi dite: rifiuto questa gamella di minestra perchè è immangiabile, siete sicuro che vi si ordina di portare il vostro materiale lettereccio in magazzino e di andare diffilati ai banchi di rigore. Se vi fate registrare per un'"udienza col signor direttore", vi capita, novantanove volte su cento, che il direttore vi dice che siete un insolente e che fuori, prima di andare in galera, non mangiavate tanto bene e che per questa volta vi manda a mangiar meglio nel cubicolo, per una quindicina di giorni, con l'aggiunta della camicia di forza se osate lamentarvi.

Sovente alcuni forzati, si sottomettono alle punizioni individuali per richiamare l'attenzione del direttore su questo o quel sopruso. Ma quando il sopruso continua con maggiore accanimento e quando il direttore si ostina a "ignorarlo", allora i forzati perdono la pazienza e ricorrono alla violenza del fuori! fuori!.

 

 

 




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