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Un fuori! fuori!
Uno di questi ammutinamenti è
avvenuto poche settimane sono nella casa di pena di Padova. L'ultimo di
Finalborgo è sotto la data del 3 gennaio 1896. Il direttore Codebò aveva
assunta la direzione del reclusorio nell'ottobre del 1895. Egli vi era andato
preceduto dalla fama di direttore "severissimo", d'un direttore, per
esprimermi con la frase di un forzato, che terrorizzava con una disciplina di
ferro.
Direttore di un reclusorio, egli
voleva che imperasse il silenzio assoluto. Il guaio era che gli inquilini di
questo bagno penale - come lo si chiamava mava prima - erano misti: cioè erano
reclusi e forzati.
I primi, col nuovo codice, devono
scontare la condanna senza parlare; i secondi, col codice vecchio, possono
conversare sottovoce tra loro.
Il reclusorio poi deve essere a
celle. E nel reclusorio di Finalborgo non ci sono che cubicoli, banchi di
rigore e celle di punizione in Torretta. Nei lavorerii in comune avveniva, per
esempio, che i reclusi dovevano tacere e i forzati potevano scambiarsi delle
parole sottovoce.
Il direttore, per impedire che si
mancasse di rispetto al regolamento, fece affiggere un ordine del giorno il
quale ingiungeva di farla finita col chiasso. Forzati e reclusi lo
stracciarono. Il direttore incominciò allora con le punizioni e i reclusi e i
forzati si misero a gridare e a urlare che gli avrebbero fatto un fuori!
fuori!
La sera prima, i più eccitati si
erano scambiati degli abbracci e salutati con dei baci, dicendosi l'un l'altro:
chi sa quando ci rivedremo!
Il giorno dopo si trovarono - come
dicevano loro - decimati. In ogni camerata ne mancavano venticinque. Dove erano
andati? Erano stati mandati via o erano in punizione?
La questione del malcontento
generale non era mica limitata al "silenzio". I reclusi si
lamentavano anche per altre cose. Essi dicevano, per esempio, che era antiumano
e contrario all'igiene affollare i tavolati delle camerate di ottanta
pagliericci. "Dormivano l'uno addosso all'altro come bestie." Uno -
mi si raccontava - che avesse avuto bisogno di sputare di notte, doveva
mettersi sul sedere e sbattere l'espettorazione al di là dei piedi.
La direzione persisteva nel
mantenere due soli - dico due soli -
catini di zinco, d'un litro e mezzo o
due d'acqua ciascuno, per ogni camerata. Alla mattina era una lotta. Tutti
volevano lavarsi nel recipiente, e invece dovevano contentarsi di una manata
d'acqua che raccoglievano nel cavo delle mani. Questo modo di lavarsi produceva
un altro inconveniente: lasciava le pietre della camerata sempre umide. E anche
la popolazione delle case di pena ha una paura maledetta dei reumatismi.
Nel subbuglio entrava anche la
biancheria. Si cambiavano loro le lenzuola ogni quaranta giorni e le camicie
lacere e acciabattate a intervalli di quindici giorni.
Il fuori! fuori! era sempre
in discussione. I più vecchi ricordavano ai più giovani che tale grido voleva
dire una rivolta: e una rivolta di forzati e reclusi poteva avere delle
conseguenze terribilissime.
Mentre si svolgeva nelle camerate
il concetto di limitarsi a una protesta individuale, si sentirono dei gemiti e
delle voci strazianti che uscivano dai banchi di rigore.
Il fuori! fuori! fu un fatto
compiuto.
Tutte le camerate furono in piedi.
In ciascuna nacque un pandemonio indescrivibile. Le "asse dei
pancacci" - mi diceva uno di loro - incominciarono a volare da una parte e
dall'altra. Si urlava, si sgolavano ingiurie e si imprecava contro la
giustizia. I reclusi aggiunsero al casaldiavolo il rifiuto della minestra.
Nessuno di loro aveva voluto sporgere la gamella.
- Datela ai maiali! datela!
Un quarto d'ora dopo, lo
stabilimento era invaso dalla truppa, dai carabinieri e dall'autorità locale.
Il direttore, seguito dai soldati,
si presentò all'uscio del banco di rigore per sedare il tumulto.
I puniti gli risposero
scaraventando al buco della spia una fiaschetta d'acqua. Gli spruzzarono la
faccia e lo scalfirono in qualche parte.
Passò al cancello delle due camerate dei reclusi. Lo ricevettero con
degli urli e dei gesti minacciosi. Lo accusarono di essere "causa di tutto
il male" e lo coprirono di villanie.
L'eccitamento divenne così intenso
che i capitani dei carabinieri e della fanteria dovettero pregarlo di
ritirarsi.
Gli ufficiali, con delle buone
parole, cercavano di calmarli. Promettevano loro tutto, compresa la giustizia.
Ma, mentre riducevano una camerata alla ragione, le altre davano fuori e
strepitavano dicendo che era meglio morire subito che continuare una "vita
infame come questa". Dappertutto si schiamazzava e si levavano in aria i
pugni come da gente determinata a tutto.
Qua e là si sentivano voci che
domandavano un'inchiesta.
- Vogliamo la Commissione! Venga una
Commissione da Roma!
A mezzogiorno erano nel reclusorio
il prefetto d'Albenga e il sindaco di Finalborgo.
Il prefetto parlava loro con
grazia. Incominciava i suoi piccoli discorsi così: Poveri sventurati! Ma li
terminava dicendo loro che aveva pieni poteri civili e militari.
- Se non farete silenzio, mi varrò
di questi diritti.
Fu come una dichiarazione di
guerra.
Gli occhi dei forzati erano
illuminati dalla vendetta.
Il capitano ordinò il pronti
e i fucili si curvarono verso la regione del petto dei rivoltosi.
Non ci volle altro. Nacque tra i
forzati la gara di voler morir prima. Ciascuno si cavava la giacca, si
sbottonava la camicia e si presentava ai fucili, gridando:
- Fuoco! fuoco!
Il primo di tutti fu Vitale - un forzato
siciliano. Sbattuta in terra la giacca, diede un addio commovente ai compagni,
ne baciò qualcuno stringendoselo al seno, e con un addio generale, un
"addio a tutti", si mise innanzi ai soldati:
- Voglio essere il primo! Tirate!
tirate! Fate fuoco! fate fuoco!
Coloro che hanno assistito a questa
scena mi hanno assicurato che nessuno aveva mai veduta tanta gente offrire
entusiasticamente la vita grama della galera alle palle militari.
- Avremo finito di tribolare! Fate
fuoco! fate fuoco!
Ufficiali e soldati rimasero
paralizzati. Sarebbe parso loro una vigliaccheria di tirare sulla moltitudine
che voleva morire.
Il capitano, invece del fuoco,
ordinò il pied'armi e si ricominciarono i discorsi.
Ci si disse che "eravamo tutti
figli d'Italia, figli di una grande e bella nazione e che anche noi un giorno
saremmo stati degni di farne parte".
Le parole affettuose passarono sui
loro dolori come un balsamo. L'odio lasciava posto al moto del cuore.
Le mani dei galeotti irruppero
negli applausi e le loro bocche incominciarono a gridare: Viva l'Italia! Viva
l'Italia!
Ai reclusi venne fatto lo stesso
discorso e anche nelle loro camerate risonarono i battimani e il: Viva
l'Italia!
I soldati rimasero nel reclusorio
tre giorni e i caporioni passarono sotto consiglio e andarono ai banchi di
rigore per qualche mese. Dopo vennero quasi tutti traslocati in case di pena,
ove la reclusione si svolge in tutto il rigore.
Il risultato è chiaro: il fuori!
fuori! fa delle vittime e lascia gli altri in una condizione peggiore di
prima.
In galera non si protesta: si
muore.
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