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Paolo Valera
Dal Cellulare al Finalborgo

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  • Un fuori! fuori!
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Un fuori! fuori!

 

Uno di questi ammutinamenti è avvenuto poche settimane sono nella casa di pena di Padova. L'ultimo di Finalborgo è sotto la data del 3 gennaio 1896. Il direttore Codebò aveva assunta la direzione del reclusorio nell'ottobre del 1895. Egli vi era andato preceduto dalla fama di direttore "severissimo", d'un direttore, per esprimermi con la frase di un forzato, che terrorizzava con una disciplina di ferro.

Direttore di un reclusorio, egli voleva che imperasse il silenzio assoluto. Il guaio era che gli inquilini di questo bagno penale - come lo si chiamava mava prima - erano misti: cioè erano reclusi e forzati.

I primi, col nuovo codice, devono scontare la condanna senza parlare; i secondi, col codice vecchio, possono conversare sottovoce tra loro.

Il reclusorio poi deve essere a celle. E nel reclusorio di Finalborgo non ci sono che cubicoli, banchi di rigore e celle di punizione in Torretta. Nei lavorerii in comune avveniva, per esempio, che i reclusi dovevano tacere e i forzati potevano scambiarsi delle parole sottovoce.

Il direttore, per impedire che si mancasse di rispetto al regolamento, fece affiggere un ordine del giorno il quale ingiungeva di farla finita col chiasso. Forzati e reclusi lo stracciarono. Il direttore incominciò allora con le punizioni e i reclusi e i forzati si misero a gridare e a urlare che gli avrebbero fatto un fuori! fuori!

La sera prima, i più eccitati si erano scambiati degli abbracci e salutati con dei baci, dicendosi l'un l'altro: chi sa quando ci rivedremo!

Il giorno dopo si trovarono - come dicevano loro - decimati. In ogni camerata ne mancavano venticinque. Dove erano andati? Erano stati mandati via o erano in punizione?

La questione del malcontento generale non era mica limitata al "silenzio". I reclusi si lamentavano anche per altre cose. Essi dicevano, per esempio, che era antiumano e contrario all'igiene affollare i tavolati delle camerate di ottanta pagliericci. "Dormivano l'uno addosso all'altro come bestie." Uno - mi si raccontava - che avesse avuto bisogno di sputare di notte, doveva mettersi sul sedere e sbattere l'espettorazione al di dei piedi.

La direzione persisteva nel mantenere due soli - dico  due soli - catini di zinco, d'un litromezzo o due d'acqua ciascuno, per ogni camerata. Alla mattina era una lotta. Tutti volevano lavarsi nel recipiente, e invece dovevano contentarsi di una manata d'acqua che raccoglievano nel cavo delle mani. Questo modo di lavarsi produceva un altro inconveniente: lasciava le pietre della camerata sempre umide. E anche la popolazione delle case di pena ha una paura maledetta dei reumatismi.

Nel subbuglio entrava anche la biancheria. Si cambiavano loro le lenzuola ogni quaranta giorni e le camicie lacere e acciabattate a intervalli di quindici giorni.

Il fuori! fuori! era sempre in discussione. I più vecchi ricordavano ai più giovani che tale grido voleva dire una rivolta: e una rivolta di forzati e reclusi poteva avere delle conseguenze terribilissime.

Mentre si svolgeva nelle camerate il concetto di limitarsi a una protesta individuale, si sentirono dei gemiti e delle voci strazianti che uscivano dai banchi di rigore.

Il fuori! fuori! fu un fatto compiuto.

Tutte le camerate furono in piedi. In ciascuna nacque un pandemonio indescrivibile. Le "asse dei pancacci" - mi diceva uno di loro - incominciarono a volare da una parte e dall'altra. Si urlava, si sgolavano ingiurie e si imprecava contro la giustizia. I reclusi aggiunsero al casaldiavolo il rifiuto della minestra. Nessuno di loro aveva voluto sporgere la gamella.

- Datela ai maiali! datela!

Un quarto d'ora dopo, lo stabilimento era invaso dalla truppa, dai carabinieri e dall'autorità locale.

Il direttore, seguito dai soldati, si presentò all'uscio del banco di rigore per sedare il tumulto.

I puniti gli risposero scaraventando al buco della spia una fiaschetta d'acqua. Gli spruzzarono la faccia e lo scalfirono in qualche parte.   Passò al cancello delle due camerate dei reclusi. Lo ricevettero con degli urli e dei gesti minacciosi. Lo accusarono di essere "causa di tutto il male" e lo coprirono di villanie.

L'eccitamento divenne così intenso che i capitani dei carabinieri e della fanteria dovettero pregarlo di ritirarsi.

Gli ufficiali, con delle buone parole, cercavano di calmarli. Promettevano loro tutto, compresa la giustizia. Ma, mentre riducevano una camerata alla ragione, le altre davano fuori e strepitavano dicendo che era meglio morire subito che continuare una "vita infame come questa". Dappertutto si schiamazzava e si levavano in aria i pugni come da gente determinata a tutto.

Qua e si sentivano voci che domandavano un'inchiesta.

- Vogliamo la Commissione! Venga una Commissione da Roma!

A mezzogiorno erano nel reclusorio il prefetto d'Albenga e il sindaco di Finalborgo.

Il prefetto parlava loro con grazia. Incominciava i suoi piccoli discorsi così: Poveri sventurati! Ma li terminava dicendo loro che aveva pieni poteri civili e militari.

- Se non farete silenzio, mi varrò di questi diritti.

Fu come una dichiarazione di guerra.

Gli occhi dei forzati erano illuminati dalla vendetta.

Il capitano ordinò il pronti e i fucili si curvarono verso la regione del petto dei rivoltosi.

Non ci volle altro. Nacque tra i forzati la gara di voler morir prima. Ciascuno si cavava la giacca, si sbottonava la camicia e si presentava ai fucili, gridando:

- Fuoco! fuoco!

Il primo di tutti fu Vitale - un forzato siciliano. Sbattuta in terra la giacca, diede un addio commovente ai compagni, ne baciò qualcuno stringendoselo al seno, e con un addio generale, un "addio a tutti", si mise innanzi ai soldati:

- Voglio essere il primo! Tirate! tirate! Fate fuoco! fate fuoco!

Coloro che hanno assistito a questa scena mi hanno assicurato che nessuno aveva mai veduta tanta gente offrire entusiasticamente la vita grama della galera alle palle militari.

- Avremo finito di tribolare! Fate fuoco! fate fuoco!

Ufficiali e soldati rimasero paralizzati. Sarebbe parso loro una vigliaccheria di tirare sulla moltitudine che voleva morire.

Il capitano, invece del fuoco, ordinò il pied'armi e si ricominciarono i discorsi.

Ci si disse che "eravamo tutti figli d'Italia, figli di una grande e bella nazione e che anche noi un giorno saremmo stati degni di farne parte".

Le parole affettuose passarono sui loro dolori come un balsamo. L'odio lasciava posto al moto del cuore.

Le mani dei galeotti irruppero negli applausi e le loro bocche incominciarono a gridare: Viva l'Italia! Viva l'Italia!

Ai reclusi venne fatto lo stesso discorso e anche nelle loro camerate risonarono i battimani e il: Viva l'Italia!

I soldati rimasero nel reclusorio tre giorni e i caporioni passarono sotto consiglio e andarono ai banchi di rigore per qualche mese. Dopo vennero quasi tutti traslocati in case di pena, ove la reclusione si svolge in tutto il rigore.

Il risultato è chiaro: il fuori! fuori! fa delle vittime e lascia gli altri in una condizione peggiore di prima.

In galera non si protesta: si muore.

 

 

 




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