L'influenza
dei sanguinarii.
Il Frezza e i
«mozzi» nostri amici.
In galera, anche se siete
superbiosi o illustri, diventate così piccini che, in meno di due mesi, non
ricordate più se eravate qualcuno. L'ambiente e i compagni vi sfasciano e vi
disperdono il passato e vi mettono sur una base d'eguaglianza sulla quale i
livellatori del tempo cromwelliano non troverebbero da ridire.
Tra voi e gli assassini della
Carcano di via Torino non può essere che questa differenza: che se non siete
sanguinarii come lo Zanzottera e il Coturno, non dominate la camerata e non
suscitate l'ammirazione dei vostri colleghi di catena che idolatrano il
coraggio infuturato nelle pagine dei delitti celebri.
I sanguinarii, raccontando i
romanzi della loro vita, crescono di fama ogni giorno, diventano temuti e
assumono, sovente, il posto di "capo di società" - il posto più
eminente al quale possa aspirare chi indossa la casacca del forzato. Perchè il "capo
di società" è l'arbitro o il despota dei "paesani" o dei
"patriotti".
È lui che scioglie le contese e che
ordina il boycottaggio di questo o quel galeotto sospetto di delazione o di
essere il confidente di qualche agente di custodia. Quando il "capo di
società" sussurra all'orecchio degli altri il nome del
"traditore", lo sciagurato si trova in una condizione peggiore del
landlord crudele in Irlanda. Egli non solo subisce l'isolamento del coleroso,
ma è respinto da tutte le camerate.
Le autorità del penitenziario sono
obbligate a curvare la fronte dinanzi a questa sentenza invisibile che infligge
al malnato una specie di ostracismo sociale. E quando non vogliono
sottomettersi alla legge galeottesca, avviene sempre qualche inaffiata di
sangue. Mi spiego con una di queste tragedie che si è svolta nel bagno di
Castellaccio nel 1880. Due galeotti - un abruzzese e uno di Terra di Lavoro -
vennero assunti come "mozzi", cioè come persone di servizio. Una spia
tra i "mozzi" diventa, in un bagno, una vera disgrazia in famiglia,
mi diceva uno dei miei amici forzati, ora in un altro bagno. Nessuno si
arrischia più a mandare un addio a un "paesano" nella camerata in
faccia.
L'odio per la spia è il sentimento
che signoreggia tutti gli altri. In ogni galera e in ogni carcere giudiziario
voi trovate sulle pareti, sui cancelli, lungo i corridoi e per i muri dei raggi
di passeggio un solo pensiero che nessun direttore è mai riescito a far
cancellare, questo: - Morte ai boia! I boia, cioè le spie, cioè i
Petito, non hanno quartiere. Sono considerati dei rognosi e presi a pugni e
spesso a coltellate. Dove è uno di loro, l'ergastolano o il recluso o il
detenuto non è più tranquillo. La sua vita rimane un tormento spasmodico fino
alla sua scomparsa. Chi l'uccide diventa un eroe ed ha l'applauso generale,
perfino, spesso, dei secondini che disprezzano le spie.
Francescone, della provincia di
Caserta e Topino, di non so più dove, vennero incaricati di "accomodare la
faccenda." E costoro, senza giri fraseologici, proposero ai due
"sospetti" il dilemma: o di smettere di fare il "mozzo" -
occupazione che dava loro modo di fare la spia - o di prepararsi a morire.
I due mozzi che si credevano
protetti dal personale del bagno, non vollero credere alla sentenza e tirarono innanzi
a fare il loro mestiere. La cosa non andò per le lunghe. I due sanguinarii, con
un pezzo di cerchio di mastello, si erano preparati due ferri affilatissimi. Il
giorno in cui, nel cortile di passeggio, capitarono loro tra i piedi, non
esitarono un attimo. Piombarono sulle "spie" a guisa di due
"leoni". Una di esse cadde in terra come un sacco di cenci. Era
morta. L'altra, ferita mortalmente, si contorceva e boccheggiava nel proprio
sangue.
Il Francescone credo che sia ancora
nel bagno Dalghera di Finalborgo, col numero di matricola 2031.
L'influenza del sangue, tra i
criminali, la trovate pure nei "delitti di camerata". I delitti di
camerata si limitano a tre: amori turpi - scoppi di odio personale - e vendette
covate a lungo.
I primi possono infiammare o
eccitare i galeotti fino all'omicidio - l'odio personale può erompere con una
morsicata che mangi via il naso o strappi fuori un orecchio o lasci un guazzo
sanguinoso nel collo - e la vendetta - specialmente tra i delinquenti del
Mezzogiorno, quali erano quelli di Finalborgo - si compie quasi sempre con lo
"sfiguramento". Vale a dire facendovi uno sberleffo che vi renda
orribili tutta la vita, come la celebre fioraia milanese scomparsa dalla scena
col viso illustrato dal rasoio di un malnato.
Nel bagno di Castellaccio, per
esempio - diceva il mio informatore che aveva passata la gioventù in parecchi
bagni - le "tagliatine di faccia" erano avvenimenti quotidiani.
Mi pregava però di credere che
coloro che si "abbandonavano a questi brutti scherzi" erano tutti
"avanzi di galera".
- E voi credete che queste
esplosioni di collera malvagia elevino gli autori di qualche gradino sugli
altri?
- Senza dubbio. Sarà qualche volta
anche per paura. Ma è certo che questi misfatti, se non hanno, s'intende, la
disapprovazione della maggioranza e dei cosidetti capi di società,
costituiscono, più che un merito, una prodezza che dà dell'influenza in mezzo
ai compagni.
"Ve ne posso dare la prova,
rimanendo qui dove siamo. Voi sapete che in questo reclusorio, due anni sono,
la moltitudine dei condannati era composta di napoletani e di siciliani. Per
una ragione o per l'altra erano nati, tra loro, odii implacabili. Una
popolazione aveva giurato di estinguere l'altra. Mancavano loro le armi. Ma
c'era un fabbro. E questo fabbro calabrese, che li armò tutti di uno spuntone
micidiale, entrò nella testa dei galeotti come un dio. Non c'era più che lui.
Lo si venerava e coloro che potevano gli baciavano la mano con la quale aveva
fabbricato gli strumenti da sventrarsi l'un l'altro.
- Avvenne poi lo scontro?
- Sono stati armati sette mesi,
aspettando tutti i giorni un'occhiata, o un gesto, o una parola per
rovesciarsi, napoletani contro siciliani. Ma i capi di società che avevano dato
ordine di guardarsi bene dal provocare qualcuno della parte nemica, evitarono
il disastro di un conflitto inaudito rimandandolo di settimana in settimana. Io
ne rabbrividisco ancora.
"Il Natale del 96 dissipò ogni
malinteso. I capi si rappattumarono, e i siciliani e i napoletani si
abbracciarono per organizzare il fuori! fuori!
- So che c'è qui anche il Frezza,
l'assassino di Raffaele Sonzogno, il direttore della Capitale di Roma.
- C'era. È partito, qualche giorno
prima del vostro arrivo, per il bagno, credo, di Civitavecchia.
- Che tipo era?
- Un tipo ignorante. In ventisei o
ventisette anni di galera, è rimasto l'imbecille del processo. La sua mania era
di credersi un personaggio politico - un uomo che aveva "fatto il
colpo" per ordine di Garibaldi.
"Mentre tutti noi, che
disprezziamo il sicario, gli dicevamo che non era che un vile accoltellatore
che ammazza per una somma qualunque. Qualche volta si sentiva umiliato e
qualche volta scattava con una caterva di improperii!
- Diceva mai nulla di Luciani?
- Ch'era contento di sapere che
portava la catena come lui. Quando era abbattuto e si sentiva stufo di questa
vita che non gli dava mai un barlume di speranza, lo chiamava la sua
"disgrazia". Senza l'amico del Paino dell'Olmo, egli diceva che non
sarebbe mai andato all'ergastolo.
|