|
Rivelazioni di un
ergastolano.
(Note all'autore).
Voi avete insistito tanto, con
tante buone ragioni, che io mi lascio indurre a prendere la matita. Non so come
incominciare. Un uomo, che è in galera da trentadue anni, deve riuscire per gli
altri un ingenuo o un semplicione. Non ho che una pallida idea della ferrovia.
Non ci fui che da inquisito e da forzato. E, anche come tale, me la ricordo
come un cubicolo di punizione.
Non saprei del telefono se non ne
avessi veduto l'apparecchio in Direzione, e ignorerei completamente la luce
elettrica, se da qualche mese non ne fosse illuminato lo stabilimento. Pensate,
sono vent'anni che non esco da questa casa. Venti anni che faccio le stesse
scale, che percorro gli stessi corridoi, che incontro, si può dire, le stesse
facce, che mangio la stessa pagnotta e la stessa minestra, che ubbidisco alle
stesse voci e che mi alzo e mi corico al suono della stessa campana. Ho
dimenticato la forma delle lettere. Non ne ricevo più da un secolo. Mia madre è
morta e i pochi che mi scrivevano mi hanno seppellito nella loro memoria. E mi
facevano tanto bene le lettere! Una lettera era un avvenimento che mi commoveva
i nervi cerebrali in un modo straordinario. La tenevo nella mano trepidante e
la leggevo per una settimana, piangendo, ricordando, facendo sogni di rivedere
tutto ciò che avevo perduto, e poi, sazio, la mettevo con le altre e ricadevo
nell'insensibilità di prima.
Il passato non ha più alcuna presa
su me. Non vivo più di esso e per esso come nei primi tempi. Non ho più
rimpianti, non ho più aspirazioni. La mia vita è finita, completamente finita.
Lo stesso mio delitto pare diventato il delitto di un altro. Posso rivedere il
sangue che usciva a fiotti dal collo di mia moglie e riudire le sue ultime
grida senza che si accenda il mio polso o si acceleri la palpitazione del mio
cuore. È come se il sangue non fosse stato versato dalla mano che scrive.
Prima, no. Prima, la tragedia mi metteva sottosopra.
Non potevo rivedere il cadavere che
mi ha galeottizzato, senza rinfuriare col coltello sulle carni insudiciate
dalla concupiscenza dell'uomo che si ubbriacava tra le sue braccia. Esagitato,
come chi non vede che la colpa dell'altro, giuravo, con la bocca piena di
fiele, che non le avrei mai perdonato. Adesso, non ho più rancori. Ciascuno di
noi ha avuto il suo. Ella è stata ricacciata nell'eternità in un momento tragico,
calda ancora dei baci del suo drudo - io sono stato condannato alla morte
lenta, attraverso i supplizi della casa di pena. Lui? L'ho lasciato fuggire.
Con le mani imbrattate di sangue, sentivo i suoi passi che correvano verso
Serralunga, al di là di un fosso asciutto, senza punto pensare a rincorrerlo.
Sono stato vile. Dovevo ammazzare anche lui. Anche lui doveva scontare la
tresca con la vita. Non vi pare? Chi s'allaccia alla donna di un altro e fuori
della legge, è un nemico della legge. A che gioverebbe, dite, il matrimonio, se
non proteggesse i coniugi e non li obbligasse ad essersi fedeli a vicenda?
Dovevo sgozzarlo come si sgozzano le galline dopo aver loro torto il collo,
dovevo, allora. È l'unico sentimento di vendetta che sia rimasto in me più a lungo
d'ogni altro. Autore di tutto, rimpiangevo di non averlo trascinato a
partecipare della scena finale. Adesso? Adesso, potrei sedere sulla stessa
panca senza trasalire. L'amante è come se fosse morto.
Avete ragione di interrompermi. A
voi importa poco il mio stato d'animo. Voi non volete del condannato che i
patimenti, ed eccomi a compiacervi.
Sono della provincia di Avellino e
nato nel '48. Facevo il massaro, e il ganzo di mia moglie adultera era il figlio
del padrone. La mia causa durò più di cinque anni e al terzo processo venni
condannato dalle Assisie di Salerno, come da quelle di Avellino e di Benevento,
all'ergastolo.
La sentenza mi fece l'effetto di
una legnata sulla testa. Caddi sul banco degli accusati come istupidito. I
carabinieri mi dovettero scuotere e trascinare fuori della gabbia. Sono
passato, tra la folla che aspettava di vedermi, con il cervello confuso e gli
occhi vitrei. Erano fissi in terra e non sentivo che le fiamme alle orecchie.
Tra un processo e l'altro, ero obbligato a passare da una prigione all'altra.
Il modo di traduzione, ai miei tempi, era feroce. Ogni prigioniero era
considerato e trattato come un brigante.
Per andare, per esempio, da Ariano,
il mio paese, ad Avellino, mi facevano fare quattro tappe, in quattro paeselli,
dove era la caserma dei carabinieri, con la camera di sicurezza. La stanza di
sicurezza era un luogo di tortura, buia come una cantina e larga come una tana.
Rimanevo perduto nella foscaggine per dieci minuti senza raccapezzarmi il
luogo. C'era, di solito, una finestrucola all'estremità della parete rasente il
soffitto, armata di due bastoni di ferro in croce, e un tavolato con una
secchia in un angolo. Vi si respirava un'aria malsana. Il supplizio incominciava
quando mi si mandava a dormire. Me ne ricordo ancora con dei brividi. Mi si
faceva sdraiare con i polsi nei ferri, mi si ordinava di mettere le gambe nei
cavi di un rialzo ai piedi del tavolato, il carabiniere vi calava sopra la
stanga che chiamavano ceppo, la chiudeva baciata al rialzo con un grosso
lucchetto e mi lasciava così fino all'indomani. Ogni movimento equivaleva a un
dolore atroce e a una scorticatura che diventava, con le ore, ardente. Legato e
adagiato in questo modo, non avevo, per i bisogni corporali, che i calzoni.
Non ero ancora condannato e potevo
essere innocente e già mi si sottoponeva a un castigo infernale! Mi alzavo
dodici ore dopo con le ossa rotte e le carni indolenzite. Intorno ai malleoli e
ai polsi, erano le strisce lividastre dei tormenti notturni. Mangiavo il pane
che mi davano. Pane che mi si rompeva sotto i denti come un impasto di
terriccio e ghiaia minuta. Nessuno potrà mai descrivere il pane dei miei tempi.
Quello d'oggi, risovvenendomi dell'altro, mi pare del pane di lusso. L'acqua
del secchio era sempre fetida. Pareva attinta in un pozzo dall'acqua stagnante;
qualche volta sentiva della rigovernatura. Lamentarsi voleva dire inferocire il
personale di custodia. Supino sul tavolato, non m'immaginavo che m'aspettava qualcosa
di peggio.
Nelle carceri di Avellino mi
trovavo in una parte dell'edificio chiamato dei "ferri", perchè non
vi mandavano che galeotti o individui che stavano per diventarlo. Era,
tutt'assieme, un corridoio composto di quattordici o sedici stanzoni, in
ciascuno dei quali venivano chiuse cinque persone. Quando entrai in questo
ambiente, c'erano cinquantotto individui condannati ai lavori forzati a vita, e
dodici alla pena capitale. I condannati a morte facevano pietà. Passavano da
un'ansia all'altra. Ogni mattina, per dei mesi, si aspettavano di sentirsi dire
che il momento di prepararsi era venuto. Io ero ignorante di legge. Ma dicevo
che era una crudeltà senza nome tenere la gente in questa condizione tanti
mesi. Trenta giorni di questo strazio equivalgono bene all'attimo del cappio
che fa vomitare la vita.
Di questi infelici, ne conobbi,
intimamente, due. Ora l'uno e ora l'altro mi raccontavano la loro paura di
morire. Avevano una grande speranza nella clemenza di Vittorio Emanuele. E io
li aiutavo a nutrirla. I loro nomi erano Alfonso Minetti e Carmine De Vito. Il
primo aveva accoltellato il padrone a morte, e il secondo aveva fatto a pezzi
una donna con la scure. Una mattina che eravamo al passeggio e parlavamo
appunto della grazia sovrana, venne una guardia a chiamare il De Vito.
- Ti vuole il signor direttore.
Supponevamo che fosse stato
chiamato per la comunicazione della grazia. Ritornò la guardia senza il De Vito
a chiamare il Minetti.
- Ti vuole il signor direttore.
Non vidi più nè l'uno nè l'altro.
Seppi poi che erano stati condotti in cappella per la preparazione. Quando
c'ero io, i sentenziati a morire venivano legati alle mani e ai piedi per il
resto della loro esistenza, vale a dire per tre giorni e tre notti. Era una
precauzione che impediva loro di sottrarsi alla condanna con qualche atto
insensato. Si dava loro quello che desideravano da mangiare e da bere, e
venivano, più volte nel giorno, consolati dalla parola affettuosa del
sacerdote. Sono però rari i delinquenti che si abbandonano all'orgia del ventre
in cappella. Alfonso assaggiava appena ciò che gli portavano e Carmine non
beveva che della limonata. L'aurora dell'8 giugno 1875 fu triste. Sentivamo i
passi affrettati che andavano e venivano e i rintocchi che diffondevano il
terrore per la carcere. Tutti quelli della mia camera andarono con me in
ginocchio. Pregammo con fervore fino a giustizia finita. Tutti e due sono
andati all'altro mondo pentiti del loro misfatto.
Nella carcere di Benevento mi
trovai con un altro condannato di ventidue anni, che aveva mozzato il capo alla
ragazza che non voleva più sposarlo. Si chiamava Muscischio. Respinta la
rinnovazione del processo, venne isolato in una stanza, al cui uscio era stata
messa una guardia che non doveva fare altro che tenerlo d'occhio dalla spia.
Rimase dieci giorni tra la vita e la morte. Venne graziato il venticinque
aprile 1876. Ritornato in mezzo a noi, ci raccontò lo spasimo che aveva subito
in quelle notti e in quei giorni. Ci diceva che il pensiero di morire non gli
dava mai requie, e che, anche quando la prostrazione gli chiudeva gli occhi, il
suo sonno veniva conturbato dal carnefice, del quale gli pareva sempre di
sentire la voce. Durante il giorno non mangiava cinquecento grammi di pane. Lo
rivedemmo spaventevolmente denutrito. Egli era contento della grazia, ma diceva
che in dieci giorni aveva sofferto assai più che se lo avessero impiccato dieci
volte.
Finalmente, venne l'ordine della
mia destinazione. Il ministro dell'interno aveva scelto per me il bagno penale
di Genova. Non si sa ancora perchè il delinquente viene mandato a scontare la
pena quasi sempre agli antipodi dal luogo del delitto. La nostra catena era
composta di otto a vita e di tredici a tempo. Parecchi indossavano il costume
del galeotto e parecchi, come me, l'abito, diremo così, borghese. Non ricordo
il nome della nave. Ma sarà difficile che io dimentichi il viaggio di mare che
mi ha convulsionato tutto l'organismo e mi ha fatto patire le pene
dell'inferno. Il tavolato della camera di sicurezza, paragonato alla stiva, mi
diventava un letto di bambagia. Con l'odore di catrame, si aspirava un'afa che
sentiva di latrina. Pigiati come eravamo, mi pareva di essere in un affogatoio.
I carabinieri non furono certamente umani.
Ammanettati, ci legarono a due a
due al braccio e ci incatenarono tutti assieme. L'uno non poteva muoversi senza
tutti gli altri. Stivati peggio che i conigli in una conigliera, non vedevamo
che le onde del mare che venivano a frangersi sui vetri dei buchi rotondi.
Qualche volta la nave ballonzolava, piegava come se avesse voluto rovesciarsi
sulle acque agitate e qualche altra saliva rapidamente alla superficie per
affondare di nuovo nei flutti che tentavano di inghiottirla. Alcuni dei miei
compagni si erano già vuotati lo stomaco, non potendo frenare gli impeti del
vomito. Io ne sentivo gli urti, ma tenevo duro. Parecchi di noi avevano le
labbra paonazze e le orecchie orlate del rosso smorto dei febbricitanti. Dalle
finestrucole, la nave ci dava l'impressione che stesse per sommergere. Il vento
muggiva disperatamente e incalzava i cavalloni che venivano a schiantarsi sui
suoi fianchi come fasci di verghe d'acciaio. Nella stiva, si moriva. Cedetti e
incominciai a recere come tutta la catena. Senza poterci staccare o avere dei
recipienti, ci sbattevamo le eruzioni gli uni sugli altri, imbrattandoci da far
pietà ai sassi. La notte fu ancora più spaventevole. La nave, violentata da
tutte le parti, pareva in deriva. I venti scatenati le andavano sotto e la
elevavano sui flutti come se avessero voluto scaricarla del suo carico. La
nostra catena incominciava a temere un naufragio. Dovevamo essere orribili.
Seduti o sdraiati nelle chiazze della materia eruttata, recitavamo tutti dei
pater e degli ave domandando perdono a Dio dei nostri peccati.
In un momento in cui fummo invasi
da un terrore indicibile, chiamammo il brigadiere all'uscio della stiva e lo
pregammo di metterci in condizione di poterci aiutare con le nostre gambe e con
le nostre braccia in caso di disastro. Lo supplicavamo con tutte le parole carezzevoli
a nostra disposizione. Gli dicevamo che eravamo condannati a scontare una pena
in un ergastolo, non a naufragare in blocco, legati come un sol uomo. Se non ci
dava modo di salvarci, il delitto del brigadiere sarebbe stato un delitto
peggiore del nostro.
A mano a mano che parlavamo, il
terrore ci era entrato fino nel midollo spinale. Ciascuno di noi gareggiava di
vigliaccheria. Piangevamo e imploravamo la vita come tanti miliardarii attesi
sulla spiaggia dai parenti straziati dal dubbio. Il bastimento, che aveva
tentato di mantenersi in equilibrio con le àncore, pareva avesse rotto gli
ormeggi e fosse in balìa di una corrente che volesse scavargli l'abisso.
- Abbia pietà di noi, signor
brigadiere,
- Pezzi d'asini! Tacete o vi farò
incatenare i piedi agli anelloni del pavimento! Siamo qui anche noi e per colpa
vostra e non diciamo niente. Se andrete in fondo non sarà un gran male. Io ho
degli ordini e non posso violarli. Fate dunque silenzio e non rompeteci più le
scatole. Siamo intesi.
Rimanemmo intontiti. Non credevamo
che ci potesse essere un uomo capace di dirci, in un momento simile, che se
anche fossimo annegati non sarebbe stato un gran male. Nel cervello di molti di
noi è passato il delitto. Se qualcuno di noi fosse stato libero, il brigadiere
non avrebbe potuto finire la frase. Egli sarebbe stato piegato in due e
cacciato in mare da uno dei portelli del naviglio.
Dopo, al bagno, seppi ch'egli non
avrebbe potuto fare altrimenti. Era la legge che ingiungeva al carabiniere di
lasciarci annegare ammanettati in una prigione durante il naufragio della
nave9.
Siamo stati in mare tre giorni e
tre notti. Tre giorni e tre notti di stiva, in mezzo ai guazzi e alle pozzacce
delle porcherie vomitate, senza lavarci, senza svestirci, senza cavarci le
scarpe, con un mastellone per i bisogni corporali vicino a noi, in mezzo a noi,
come se fosse stato della catena, mangiando di tanto in tanto un boccone di
pane insudiciato e stantio e bevendo nella secchia come il cane che vi tuffa il
muso e ne lambisce il liquido con la lingua!
Sbarcammo più morti che vivi. Ci
guardavamo sulle pietre del porto come gente che non sapeva più in che mondo
vivesse. Avevamo le occhiaie dei naufragati. Eravamo macilenti, con le facce
bianche come quelle dei cadaveri buttati sulla spiaggia e andavamo via come
poveracci che non sapevano più reggersi in piedi. Che viaggio, oh che viaggio!
Me ne ricorderò per tutta la vita. Sarà e rimarrà l'episodio più spaventevole
della mia esistenza di condannato perpetuo.
Arrivai al bagno di Genova più
morto che vivo. Ci tolsero le manette e ci slegarono dalla catena che
incatenava il braccio dell'uno al braccio dell'altro. Le mie mani rimasero giù
penzoloni come se fossero state riempite di piombo. Non le sentivo più che come
un enorme peso che mi trascinava verso terra. I ferri m'avevano lasciato un
cerchio profondo e nerastro nelle carni come se i polsi fossero stati nelle
strette della morsa.
Ero tutto in un'acqua. L'arsura
prolungata e il polverone dello stradale, ci avevano perfino attutita la sete
spasmodica che avevamo in mezzo al solleone. Ma non appena vedemmo i mastelli
d'acqua, divenimmo quasi tutti impazienti di agguantare il boccalino. Ne votai
due, uno dopo l'altro, senza prender fiato. Il terzo non potei finirlo. Mi
parve un'acqua di tinta motosa col sapore dell'acqua salmastra.
Al bagno di Genova non arrivavano
mai meno di due o tre "catene" al giorno. Era come il bagno che
incatenava i galeotti che dovevano poi disperdersi in altri bagni. Cogli altri
giunti, eravamo più di una cinquantina. Coloro, che non indossavano ancora il
costume del forzato, vennero vestiti alla presenza di tutti e di una
moltitudine di guardie. Ci si buttavano gli abiti, senza badare se erano adatti
per un gigante o per un nano. A me, come ergastolano, diedero la berretta
verde, la cravatta rossa, la giacca rossa, e i calzoni con strisce turchine. I
calzoni avevano la gamba destra divisa coi bottoni per la catena. Non riuscii a
mettermeli che aiutato da un mozzo che vi aveva fatta l'abitudine. Vestito da
galeotto, dovevo avere l'aria di un diavolo o di un sanguinario. Lo scarlatto
mi ricacciava col pensiero nel sangue di mia moglie.
Ci si condusse in un cortilone che
gelò il sangue a tutti. Nel mezzo c'erano due montagne: una di catenoni e una
di grossi anelli che chiamavano maniglie. A destra di questi ferramenti che
sospendevano il respiro, si vedeva una lunga fucina infocata che sparpagliava
una pioggia di faville e incendiava superbamente i battitori del ferro rovente.
Era una scena terribilmente dantesca. Le incudini erano parecchie. Su alcune
precipitavano le mazze che scrostavano il volume del ferro ardente che
incominciava ad assumere una forma, su altre irrompevano i magli che
massellavano i ferri che avevano già assunta la forma che volevano dar loro.
Quando tuffavano nella pila i ferri che uscivano dalla fucina come pezzi di
lava incandescente, e i mozzi soffiavano col mantice nel bracere, i lavoratori
galeottizzati rimanevano come perduti in una nube bianca e luminosa. I fabbri,
per completare l'orrore dell'inferno, si levavano sui piedi, portando in alto
la mazza, e colle loro braccia poderose si curvavano violentemente nel fitto
dei barbagli che mettevano della brace sulle loro facce annerite. I sussulti
cupi delle catene dei galeotti che martellavano il ferro mi passavano dalle
viscere come un tremuoto. Io guardavo. Guardavo con gli occhi smarriti
nell'incendio, come dinanzi a uno spettacolo fantastico.
Furono i mozzi che mi scossero. Era
venuta la mia volta. Mi chiamarono vicino alle due montagne, scelsero un
catenone e una maniglia e mi fecero sedere su uno sgabellotto, vicino
all'incudine che si levava un palmo dal terreno.
- Non fatemi male, dissi loro.
- Non fargli male che è di zuccaro!
E quasi tutti i ferratori - che
erano degli altri forzati - scoppiarono in una risata che mi andò al cuore come
un punteruolo.
- Dammi qua la gamba, piagnolone!
Mi misero il piede sull'incudine,
mi inanellarono il ferro al disopra della caviglia e poi coi martelli si misero
a battere e a ribadire i chiodi senza pietà alcuna. Avrei giurato che godevano
del mio strazio. A ogni lamento che voleva frenare le brutalità del martello,
mi rispondevano con parolacce che mi facevano male quanto il peso che mi
avevano attaccato al piede.
- Dammi qui la catena da
appendergli all'orologio, disse il ferratore al mozzo.
E me la ferrarono all'anello con
dei colpi spietati che davano loro piacere.
- Basta, basta, Signore Iddio!
Mi rialzai e prese il mio posto il
mio compagno di branca, cioè l'uomo col quale stavo per essere appaiato chi sa
per quanti anni. Ero così assorbito dalla mia sciagura, che non ebbi uno
zinzino di compassione per il mio futuro fratello di catena. Incatenati l'uno
con l'altro, ci si condusse in un ufficio ove venimmo matricolati, lui col numero
3446, io col numero 3414.
Il mio compagno di catena era certo
Stefano Cristini, della provincia di Roma, condannato a sedici anni di lavori
forzati, il quale rideva e mi dava la baia perchè piangevo di essere carico di
catene che potevo a mala pena tenere su col braccio o con le braccia.
- Se fai così, mi disse, staremo
assieme poco. Andrai al cimitero assai prima che finisca la mia sentenza. Caro
mio, il pianto è debolezza d'animo. L'uomo non deve mai perdersi di coraggio.
Io ho già portato le catene per cinque anni nel bagno di Civitavecchia e non
sono morto. Non ci penso neanche a finire i miei sedici anni. Provati a dire
che non c'è rimedio e vedrai che la vita ti diventerà meno pesante.
Tre giorni dopo lasciammo il bagno
alla Foce con una "catena" di novantasei persone. L'idea di scappare
non poteva venire a nessuno. Eravamo incatenati come delinquenti che non
avessero fatto altro al mondo che pascersi del sangue della gente macellata con
le loro mani. L'estremità della mia catena a destra era stata attaccata
all'occhiello dell'anellone al piede sinistro dell'altro al mio fianco. Di modo
che il mio piede destro e il piede sinistro del mio compagno di sventura,
dovevano fare passi limitati e avere movimenti isocroni. Si intende che, oltre
a questa precauzione alle gambe, ci avevano ammanettati fino al gonfiore e
passata la catena dall'ascella dell'uno all'ascella dell'altro,
lucchettandocela nella schiena dell'ultimo in fondo. Coi zigzag ci legarono
tutti e novantasei assieme, lasciandoci appena lo spazio per muoverci e per i
passettini.
Il passo rapido dei primi veniva
sentito dagli ultimi e le punte delle scarpe di una fila andavano sul dorso
delle scarpe di un'altra.
Da questo bagno al Castellaccio
c'erano, su per giù, tre chilometri. Era una strada malagevole che si ascendeva
sudando come bestie, sotto un sole di giugno che scottava fin negli occhi.
Perdevamo la lingua come i cani. I carabinieri che ci circondavano erano
quaranta, tutti a cavallo, armati fino ai denti. Fumavano e si buttavano da una
parte all'altra le birichinate della sera prima con le donne, senza punto badare
al nostro supplizio. L'assieme era lagrimevole. Ci sarebbe voluto un fotografo.
Perchè la penna, per quanto sia addestrata alle descrizioni minute e sia
padrona di un'officina di vocaboli, non riesce mai a impadronirsi di tutto e a
conservare, cogli atteggiamenti individuali, i colori del quadro grandioso.
Al Castellaccio ci matricolarono,
separando i buoni dai cattivi. Le coppie che avevano subìte punizioni, venivano
mandate nelle stanze a pian terreno, mentre le altre venivano disperse per i
piani superiori. Il bagno era composto di stanze di sedici persone, con otto
pagliericci da una parte e otto pagliericci dall'altra. Così che non vi so
ancora dire la differenza tra le stanze di sotto e quelle di sopra.
La prima cosa spiacevole del
Castellaccio, fu la distribuzione degli utensili di cucina. Invece della
gamella, mi si diede una cosa di legno rotonda, coperta di due dita di muffa, e
un pezzaccio di cucchiaio che pareva stato in una cantina umida per degli anni.
Me li lavai e me li rilavai senza mai far loro perdere l'odore nauseoso
contratto in un ambiente dalle pareti viscide. Un mio compaesano che si trovava
nella stanza, prese a proteggermi e a consolarmi. Si chiamava Francesco
Gentile, stato condannato a vita dal tribunale di guerra, come brigante che non
aveva voluto sottomettersi al governo di Vittorio Emanuele. Egli aveva fatto
parte della banda dello Schiavone, il capo brigante che avrete sentito
nominare. Il Gentile era vecchio, ma di cuore. I suoi primi consigli sono stati
la mia guida.
- Rispetta tutti e specialmente i
tuoi superiori. Procura di farti amare dal tuo compagno di branca, anche se
fosse il peggiore degli assassini. Perchè senza vincerlo con la tua
benevolenza, la vita ti diventerebbe odiosa e intollerabile. Fatti animo e non
lasciarti mai adescare a far delle confidenze al personale di custodia, se ti
preme di morire nel tuo letto.
Mi prese a volere così bene che il
giorno dopo il mio arrivo mi regalò un piatto di zinco, una striscia di pelle
ovattata per mettermi sotto la maniglia che mi spellava e mi piagava la noce
del piede, e un panciotto di flanella bianca per salvarmi il petto dai clima
traditore. Il gilet era un sacrificio superiore ai bisogni del galeotto. Ma il
buon vecchio mi pregò di non darmene pensiero, perchè lui, in sartoria, con gli
stratagli, avrebbe saputo farsene un altro.
Nella prigione di Benevento avevo
imparato a consumare il tempo con dei lavori di carta. In pochi mesi ero
riuscito a mettere assieme una gabbiuccia che regalai a un secondino. Ma al
Castellaccio non c'era proprio nulla da fare. Eravamo condannati ai lavori
forzati per ridere. Tranne i mozzi addetti ai lavori domestici e alcuni fabbri,
non avevamo da lavorare che col catenone che pesava e ci martoriava. Era una
fannullonaggine tormentosa in tutta la camerata. Il mio compagno di catena, col
quale rimasi appaiato trentadue mesi, era un originale bizzarro che sapeva, di
tanto in tanto, farmi ridere con qualche frizzo o con qualche lepidezza. Col
tempo diventava però noioso. Ignorante come una talpa, era stato preso dalla
pazzia del dantomane.
Senza capire il sommo poeta, aveva
imparato dei canti - specialmente quelli dei gironi - e me li recitava a ogni
quarto d'ora, trascinandomi sulla riviera del sangue bollente quando avevo
voglia di conciliarmi col genere umano e facendomi lacerare dalle cagne
bramose, proprio nell'ora in cui sentivo il bisogno di una voce pia che mi
consolasse e mi aiutasse a credere che le anime affannate dei cerchi del
sepolcro dei vivi potevano cullarsi ancora nella speranza di un perdono! Non
gli dicevo nulla e fingevo di sorridere sotto la pioggia dei versi che mi
picchiavano il cervello, perchè avevo giurato di non inasprire colui dal quale
non potevo disgiungermi; ma nel silenzio infuriavo e gli andavo sopra con le
verghe a fargli sanguinare le carni. Prostrato dalla sua voce assassina, dicevo
mentalmente: taci! taci! taci! o "fiera crudele" che io "sono un
che piango"! Se volete offendermi, mandatemi la Divina Commedia.
Non posso più sentir parlare di Dante. Se non avessi che i suoi versi in cella,
farei voto di non leggere più mai. Un suo verso mi provoca il vomito.
Il solo spasso che riuscii a
conquistarmi a furia di preghiere e di sottomissioni, fu quello di fare le
calze. Non ridete, perchè facevo ridere anche il mio compagno di catena, ma io,
coi ferri, con la lana e col cotone, ho passato giornate relativamente
tranquille. Tra una soletta e l'altra, mi si addormentava l'idea che dovevo
morire alla servitù penale. A mano a mano che i miei ferri divenivano abili e
frettolosi, riacquistavo la calma che avevo perduta. Mi confortavo dicendomi
che ce ne erano delle migliaia nella mia condizione, che non uno di loro
disperava di rientrare nel mondo. Il mercante di Genova, che ci somministrava
la lana e il cotone, mi fece sapere che era contento dei miei calzini. Provai a
fare delle calze traforate. Le prime non erano eleganti, ma in seguito non
c'era più nessuno nello stabilimento che mi potesse tener dietro. Quando si
voleva illustrare la gamba con delle calze scicche, si ricorreva, senza
esitazione, al 3414.
Due anni dopo ero stufo di calze
come di Dante. Lavoravo per ammazzare il tempo. La mia anima trambasciata non
era più nel lavoro. Era la praticaccia che me lo faceva fare ancora con del
gusto. Incominciavo a credere, col mio compagno, che sciupavo il tempo nel
mestiere della vecchia sdentata che assecchisce sotto la cappa del camino.
L'abitudine del movimento aveva resa inutile la mia attenzione. Così il mio
pensiero sbrigliato mi ripiombava, di tanto in tanto, a filosofare sulla mia
incommensurata disgrazia. Maledivo e stramaledivo il mio difensore governativo,
l'avv. Alfonso Alberosa, che mi aveva strappato dall'ultimo supplizio. Quante
volte mi sono augurato ch'egli fosse stato afono! Non mi avrebbe salvato il
collo. Pazienza. Allora avevo paura di morire. Nel Castellaccio, invece,
sognavo la morte. La privazione della vita, credetelo, non è il massimo dei
castighi. La condanna a vita sì, che è peggiore della morte esasperata,
inasprita dagli ordigni che lacerano e squartano, e lasciano appesi come un
quintale di delinquenza! Beccaria assassino, tu sei stato il più iniquo degli
scrittori penali italiani. La tua è stata una vendetta, una atroce vendetta. Tu
hai voluto sottrarci al carnefice per inebriarti dei nostri tormenti. Se la
libertà individuale perisce alla porta di questi edifici, perchè hai tu voluto
emendarci? Giuseppe De Maistre, tu sì che sei stato cristiano. Più ancora che
cristiano. Tu sei stato un avvenirista dell'antropologia moderna. Dato che il
mio pensiero sia veramente criminoso, a che risparmiarmi il tratto di corda?
Ben venga la morte che sopprime il pericolo sociale e la tortura individuale!
Scusate se mi lascio trasportare.
Sono ancora convinto che sarebbe stato meglio mi si fosse seppellito vivo in un
sacco, che non avermi fatto espiare ventinove anni di galera senza che il
sovrano abbia trovato un minuto per pronunciare la parola perdono. Perdonate, o
signori, a un povero peccatore pentito che ha attraversato tutto questo periodo
senza un'ora di punizione!
Bisogna essere stati in galera per
capire la pagina della condotta bianca come un giglio. È una pagina tragica.
Riassume un secolo di umiliazioni, un'eternità di esistenza carpone, ai piedi
del primo e dell'ultimo tirannello del bagno penale. Scusate se sono commosso.
Le fonti del mio dolore non sono ancora inaridite. Abbiate la bontà di credere
che in fondo sono migliore del vestiario ridicolo che indosso. Proprio,
davvero, ve lo giuro!
Voi mi avete raccomandato di non
dimenticare le mie conoscenze di questi ambienti. Il Castellaccio era pieno di
briganti. C'erano tutti i superstiti della banda Schiavone e della banda di
Alfonso Carbone. Costui era di Mombello, della provincia di Avellino, e un buon
diavolo che mi faceva dei favori. Forse avrete sentito parlare di lui. Egli è
stato vittima del generale Pallavicino, il quale, dopo avere messo sulla sua
testa una taglia di tremila lire, gli scrisse che, se si fosse presentato
spontaneamente, avrebbe dato a lui la taglia e lo avrebbe condannato a qualche anno
di esilio. Il Carbone, prima di darsi alla campagna, ammazzò due fratelli e un
compare della stessa famiglia per vendicare la morte di un suo fratello,
ch'egli diceva di idolatrare. L'assassino di suo fratello era in galera. Covò
la vendetta per cinque anni - la pena alla quale era stato condannato
l'uccisore. Uscito dalla casa penale gli andò sopra con un coltellaccio e glie
lo ficcò nel ventre fino al manico. Il Carbone parlava di questo omicidio con
dei tremiti i quali rivelavano che la belva aveva ancora sete di quel sangue.
Il Carbone mi diceva che la sua
famiglia era agiata e possidente. Con lui si presentarono al Pallavicino, che
li aspettava per farne una retata, quattordici della banda - nove dei quali
vennero condannati a morte, cinque a vita e Vincenzo Volpe, minorenne, a
venticinque anni.
I condannati a morte erano:
Carbone, Ciavo, Longo, Vertuto, Cozzi, Palombo, Zorio, Savalino, Perrone. Tutti
costoro rimasero per qualche anno sotto la sentenza capitale. Ogni mattina, per
quattro anni, si toccavano la testa. Graziati da Vittorio Emanuele, vennero al
Castellaccio.
La crudeltà del Carbone brigante è
in uno dei suoi ultimi delitti. Egli era riuscito a impadronirsi di una spia
che aveva tentato di farlo ghermire dai gendarmi. Avutolo nelle mani, lo buttò
a terra a ceffoni. In terra gli andò sopra coi piedi, calcandoglisi sulla
pancia e lavorandogli il naso e la faccia colle scarpe ferrate. Quando fu sazio
di questi scherzi crudeli, compiuti alla presenza della banda che sputava sull'infelice
tutto ciò che poteva tirar su dalla gola e lo bruttava con tutte le ingiurie
brigantesche, lo fece svestire e stare in piedi. Il Carbone era seduto. Lo
puntava qua e là col coltello intanto che gli altri indemoniavano sulla schiena
e sulle natiche del paziente.
Lui, prima di andare a mangiare,
gli sprofondò ripetutamente il coltello nel corpo fino a quando lo vide esalare
l'ultimo respiro. Senza lasciarlo venir freddo, gli fece una larga ferita nel
ventre, raccolse le viscere fumanti e se le attorcigliò a torno il braccio come
un trofeo di vittoria.
Le spie e i falsi testimoni sono i
tipi più esecrati dalla popolazione degli ergastoli. Mentre ero al Castellaccio
c'era un certo Santo Sterpone, nato a Luccoli, della provincia d'Aquila. Era
stato condannato a venti anni, come omicida, per due false deposizioni. In
galera non poteva darsi pace. Diceva a tutti che era innocente e agli intimi
che non sarebbe molto tranquillo se non dopo avere scannati quei due cani. Noi
lo lasciavamo sfogare e ridevamo dei suoi sogni di vendetta.
- Fra venti anni sarai morto o
saranno morti i tuoi testimoni.
Lui ci rispondeva travolgendo gli
occhi e mordendosi il labbro.
Con la buona condotta e con
l'intelligenza era diventato scrivanello. Dal momento che ebbe in mano la penna
che lo lasciava girellare per lo stabilimento, la sua vendetta divenne una
fiaccola accesa. Non ebbe più requie. Pensava a una fuga. Studiò bene i più
riposti angoli, si provvide degli strumenti che lo avrebbero aiutato a demolire
e a segare, e aspettò il momento opportuno. Egli avea notato che a fianco della
stanza numero 4, ove dormiva con altri quattro che uscivano a lavorare, era la
cucina con una porta che egli avrebbe potuto scardinare e con una serratura che
non gli sarebbe stato difficile di staccare con uno scalpello.
Eravamo nell'aprile del 1877.
Pioveva che Dio la mandava. La pioggia torrenziale cadeva sui coppi e sulle
pietre con un fracasso che soffocava ogni altro rumore. Con la pioggia era
caduta una nebbia che non lasciava vedere a due passi.
Al di là dell'uscio della cucina
c'era uno spazio, con un alto muro sul quale signoreggiava il bastione con la
garetta nella quale era accovacciata, indubbiamente, la sentinella.
Il muro, col consenso dei compagni,
era stato trapassato nella penultima notte. I compagni, all'ultimo momento,
ebbero paura. Sterpone, che delirava di mettere le mani nel sangue dei suoi
falsi accusatori, non esitò un minuto. Spostò i quadrelli, entrò nella cucina
come un gatto, levò l'uscio in un attimo, s'arrampicò sul muro strisciando fin
dietro la garetta, e coi rompimenti del tuono si lasciò giù dal bastione colla
leggerezza e l'agilità dello scoiattolo.
Andò al suo paese, precipitò sui
falsari come una iena e andò a Roma a lavorare fino a quando venne denunciato
da un compaesano che lo riconobbe.
Lo rividi a Finalborgo invecchiato,
con una sentenza a vita. Era stato nei bagni di Civitavecchia e di Orbetello ed
aveva lavorato, come compositore di carattere, nella prigione di Regina Cœli di
Roma.
È ancora vivo. Aveva fatto
conoscenza con una quindicina di bagni penali. Lo si può dire l'Ebreo errante
della vita galeottesca.
In sette anni non feci altro che
calzette e qualche maglia coi ferri lunghi. Chiusosi il bagno di Genova, si
impiantò da noi una calzoleria e un lavorerio di tessitura. Imparai a fare il
tessitore.
Non guadagnavo che sei o sette lire
il mese, dalle quali dovevo dedurre il sessanta per cento per il Governo, ma mi
piaceva. A poco a poco finii per amare il telaio come una cosa viva. Il rumore
lento e monotono dei battenti che spingevano l'ordito tra un colpo di spola e
l'altro, suonava al mio orecchio come una melodia che scendeva nel mio animo
esulcerato.
Il tessuto che si avvolgeva sul
cilindro, aveva tutte le mie carezze. Fu una gioia di pochi mesi. Il subbio,
sul quale calcavo il ventre, finì per darmi una infiammazione intestinale.
Dovetti andare in infermeria e poi ricominciare un altro mestiere.
Divenni legatore di libri - come si
può diventarlo in un luogo dove si manca di tutto. Come tale mi si mandò nel
bagno di San Giuliano. Ritentai il telaio e ricaddi più ammalato di prima.
Qualche mese dopo mi si trasportò al bagno di Portolongone. Potete immaginarvi
che cosa abbiamo sofferto nella traversata. Avrei preferito la mulilazione del
braccio destro. Eravamo una catena di cento galeotti. Al nostro sbarco
assisteva una folla enorme. Dal porto al bagno, ci sono tre chilometri tutti di
salita, coi margini dello stradone che smottavano sotto i piedi e facevano
pensare ai precipizi. Prima di arrivare all'ergastolo si passa sotto un arco
rozzo.
L'entrata di questo bagno è tetra.
Sente del luogo. Le camere sono assai più piccole di quelle del Castellaccio e
in ciascuna di esse sono accomodati otto ergastolani.
Quando vi giunsi era
affollatissimo. C'erano mille e cinquecento condannati. Trovai che
l'impressione dell'entrata rispondeva esattamente alla vita interna. Le camere
erano senza tavolaccio e senza letti da campo. Bisognava dormire sullo
strapuntino di cinque chilogrammi di capecchio - in terra, con un cuscino che
pareva per la testa di una pupattola. Le stanze erano male arieggiate. Avevano
una parvenza di finestra nella vôlta e una porta sempre chiusa.
Gli ultimi che arrivano subiscono
un ozio di mesi e di mesi. O non c'è posto, o non c'è lavoro, o non si sono
ancora studiati i nostri caratteri. In un modo o nell'altro si rimane
neghittosi.
Il passeggio avveniva sull'alto
della terrazza con muraglie così alte che ci lasciavano come in fondo a una
tomba scoperchiata. Non vedevamo che il cielo sopra le nostre teste.
C'era anche Cipriani, quello che
era stato eletto deputato parecchie volte. Lo tenevano completamente isolato da
noi. Occupava una stanza da solo, andava all'aria da solo e gli portava la
minestra un sottocapo in una scodella di latta. La sua spesa quotidiana era un
quarto di vino. A Portolongone si beveva il vino dell'isola d'Elba. Era
migliore di quello degli altri bagni. Il Cipriani era mite e buono. Ma si
diceva che era di un carattere fiero, altezzoso e anche borioso. Voleva quello
che voleva e non accettava nulla.
Signore, abbiate pietà di me! Dopo
una lunga malattia che mi lasciò sperare la fine delle mie tribolazioni, mi
incatenarono di nuovo con una catena di duecento galeotti e ci stivarono in un
bastimento per Finalmarina.
Non vi dico altro perchè dovrei
ripetervi lo strazio e le torture delle altre volte. Oh, come si soffre, Dio
mio, nelle stive dei bastimenti carichi di galeotti! Vi basti sapere che sulle
spiagge mi pareva o ci pareva di essere usciti da un'orgia di oppio. Eravamo
istupiditi dalla notte spaventevole e ci pareva di non avere più sangue nelle
gambe.
Voi ve n'andrete presto.
Ricordatevi del 3414. Pensate qualche volta a questo povero diavolo che subisce
l'ira della legge da ventotto anni per avere fatto scomparire dal mondo una
donna infedele, una donna che tradiva il marito, un'adultera. '
Finalmarina, 24 settembre 1898.
3414.
|