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Resta
un'ultima via, la terza (vedi Cap. II); la piú audace e radicale. È la ragione
che pone la legge morale; ma perché la ponga non è necessario che ricorra a
nessun dato o principio materiale, sia stabilito o fondato su verità di ordine
teoretico o dimostrabili o evidenti per sé, sia cercato in un fine a cui possa
ricondursi il contenuto della legge.
È la
esigenza razionale che si pone come legge, senza che a costituirla sia
necessario fare appello al valore di qualche oggetto o risultato dell'azione e
dare a quel qualsiasi contenuto materiale che venga assunto dalla legge, un
valore morale pur che sia, all'infuori da quello che gli viene dalla forma di
legge che lo impronta.
È,
come ognun vede, la tesi di Kant, che è non solo la piú vigorosa, ma la sola
veramente rigorosa del razionalismo morale. La prima delle vie indicate (Cap.
II), quella del platonismo, e in modo particolare quella dei platonici della
scuola di Cambridge, riconduce la morale alla ragione perché la riconduce a
principi teoretici di cui si crede che la ragione dimostri la verità o faccia
riconoscere l'evidenza: la certezza morale è razionale perché è razionale (o è
assunta come tale) la certezza teoretica. È, si può dire, veramente, un
intellettualismo morale.
Per
Kant invece, non solo i principi pratici non si fondano su dati teoretici; ma è
soltanto nell'uso «pratico» che la ragione può varcare i limiti del fenomeno, e
affermare del noumeno ciò che è conforme all'esigenza della morale, ciò che la
ragione postula per il suo bisogno pratico.
E i postulati
pratici sono veramente, non postulati etici, ma postulati metafisici
affermati sul fondamento dell'esigenza etica.
Or dunque l'esigenza razionale che è esigenza formale
di una legge in generale, in morale è esigenza della legge, di quella legge che è
essa la sola razionalmente necessaria.
* * *
Ma
essendo incontrastato per Kant questo punto, sono possibili sul rapporto della
forma e della legge col contenuto tre soluzioni:
I. O si
può intendere che la legge morale è una forma senza nessun contenuto; cioè che
la forma dà il valore morale alla legge e il criterio per osservarla e
praticarla, senza che occorra una qualsiasi determinazione del contenuto.
II. O
si può pensare che occorre bensì un contenuto che si adatti a quella forma, che
sia suscettivo di assumerla o di esserne investito; ma non importa che esso sia
tale piuttosto che diverso. Insomma: è necessario un contenuto, ma è
indifferente quale esso sia, purché possa essere contenuto di quella
forma. Non è perciò escluso a priori che possano essere piú, fra di loro
diversi.
III.
Si può pensare che la forma razionale, la forma della legge morale conviene a
un solo contenuto, quel contenuto che si concreta appunto in relazione con
quella forma. Ossia, che l'esigenza razionale basti a determinare univocamente
il contenuto della legge18.
La
prima interpretazione che sembra la piú semplice e sulla quale s'è fatto un
gran discutere, è insostenibile, perché si risolve in un circolo vizioso, dal
quale non è possibile uscire in nessun modo.
Quella
stessa illustrazione kantiana che sembra legittimarla mette capo a una formula,
che fu bensì intesa spesso e trattata come puro criterio dell'universalità sic et simpliciter (la possibilità di concepire la massima come legge
universale dell'operare), ma che, nei termini precisi in cui è espressa,
implica di necessità il riferimento a un qualche contenuto senza del quale
mancherebbe ogni possibilità di adoperarla come norma di quell'operare del
quale vuole esprimere l'obbligatorietà.
Secondo
quella formula, il criterio per giudicare della bontà della massima è che io
possa volere che valga come legge universale. Ma io posso volere che
una massima valga universalmente, soltanto quando, o meglio, se,
la massima cosí universalizzata non contraddice al mio Volere puro, alla
Ragione, cioè (che è tutt'uno) al Volere morale; alla legge, dunque, che fa
morale il mio volere; il che viene a dire che una massima è morale
quando è conforme alla legge del volere morale, ossia quando è conforme alla
legge morale.
Il
valore morale dell'azione si giudica dalla possibilità che la massima sia voluta
come legge, ma questa possibilità di essere voluta come legge, si riconosce
dall'accordo della massima con quella legge morale della quale non è dato altro
carattere che l'universalità, e altra applicazione che cercare se il modo di
operare corrispondente si possa universalizzare in massima. Che il
riferimento a un contenuto sia anche nel pensiero di Kant necessariamente
implicito nel criterio, appare poi manifestamente, non dico dagli esempi, ma da
una chiosa che non si capisce se non a patto di ritenerlo ammesso in modo
espresso o sottinteso. A proposito del quarto esempio della Fondazione
(il brav'uomo che non fa male a nessuno ma bada ai fatti suoi e non si cura
d'altro) chiosa il Kant in forma decisiva: «quantunque sia possibile che esista
una legge universale della natura conforme a tale massima, è impossibile di
volere che un tale principio valga come legge della natura».
Ma
perché è impossibile? Manifestamente perché il Volere razionale vuole già
qualchecosa che è incompatibile con ciò che è espresso dalla massima «ciascuno
per sé» (la quale tuttavia è possibile che esista come legge universale della
natura); vuole qualchecosa che ogni uomo come essere ragionevole vuole
necessariamente.
Insomma,
il criterio dell'universalizzazione vale in quanto è possibile confrontare
la legge, a cui darebbe luogo la massima se valesse universalmente, con una certa
legge che abbia una qualche determinazione, cioè un contenuto.
Senza
questo riferimento, questo ubi
consistam della volontà, non è
possibile sapere se la massima dell'azione19 abbia o non abbia
i requisiti necessari, perché si possa volere che valga come legge universale.
* * *
Con
ciò il pensiero di Kant sembra escludere non soltanto la prima, ma anche la
seconda interpretazione (che la forma razionale possa convenire a piú di un
contenuto, cioè che possano presentarsi come leggi morali, modi di valutare o sistemi
di norme fra di loro diversi); e ammettere che a dare all'esigenza razionale
sussistenza effettiva di legge, determinazione di oggetto che la renda
applicabile, non sia adatto che un solo ed unico contenuto; e che la legge voluta
dall'essere ragionevole, non possa essere che quella certa legge. Che questo
sia veramente il pensiero di Kant credo sia indubitabile, né importa insistervi
qui. Piuttosto è necessario rilevare come questa pretesa di determinare la
legge, quella legge soltanto in funzione della forma, possa parere
possibile e legittima finché è sottinteso o ammesso che la legge morale deve
essere universale non soltanto nella forma, ma anche nel contenuto; e che
perciò le massime in discorso sono soltanto le massime di quel certo
operare che ne resta quindi determinato in modo univoco. E cosí il criterio
dell'universalizzabilità coincide praticamente con quel contenuto di cui si sa
già e si ammette riconosciuto universalmente il valore, di cui quindi si sa che
è impossibile volere che valga come morale una massima che lo nega20.
Adunque
questa impossibilità non sorge dall'esigenza razionale se non in quanto
questa esigenza si trova essere l'esigenza di un essere ragionevole, che è
insieme una volontà che vuole certi valori; o piú chiaramente ancora
questa impossibilità non emerge necessariamente dalla ragione, ma
dalla natura dell'essere ragionevole; la quale natura è ragione, ma è
insieme un volere che vuole ciò di cui la ragione formula la legge.
Ora,
se si suppone che quel Volere non ponga come assoluti e supremi quei
valori, cessa ogni ragione di volere quella legge piuttosto che un'altra, e
quindi è tolta ogni impossibilità di volere che valga come legge una massima
che è incompatibile con questa. Adunque, posto che un volere non voglia quei
valori e ne voglia altri, cessa questo Volere di essere il Volere di un essere
ragionevole? Cessa di essere un Volere ragionevole quello che riconosce
l'esigenza di porre e di osservare la legge che ordina e unifica le massime
della condotta in conformità a quegli altri valori che esso riconosce
come morali? Non è anche in questa ipotesi salva l'esigenza razionale?
* * *
Questa
ipotesi (che la realtà della coscienza morale contemporanea prova, come s'è
visto, non essere pura ipotesi), conferma in concreto quel che l'analisi della
formula rivela inoppugnabilmente: che il dato iniziale, originario o primario
della legge morale è presupposto dalla ragione, non posto; presupposto come
oggetto o contenuto di una Volontà la quale è bensì razionale in
quanto pone a sé come legge la norma dell'operare corrispondente; ma non è né
razionale né irrazionale in quel che riguarda la posizione di quei valori
primari, che costituiscono il terminus ad quem
dell'operare, l'oggetto della volontà, attorno al quale l'esigenza razionale
stringe la condotta in unità coerente di legge.
* * *
A una
conclusione del medesimo genere riesce per altra via la difesa che del
formalismo kantiano fa il Martinetti in una sua memoria densa e
vigorosa21 nella quale egli si sforza di salvare il carattere formale
della legge pur riconoscendo la necessità di un contenuto; e lo salva facendone
la forma, non di un contenuto sensibile, ma di un contenuto soprasensibile.
Ma
questa soluzione urta contro nuove difficoltà inerenti alla concezione di
questo fine trascendente o di questo mondo soprasensibile che è l'oggetto
proprio della legge morale.
Perché
delle due l'una: O si ammette che di questo mondo soprasensibile non possiamo
affermare altro, se non appunto questo: che esso è il mondo nel quale trova
piena attuazione la legge morale, il mondo nel quale la legge morale vale come
legge naturale, senza che se ne diano altre determinazioni di sorta. Ovvero
questa realtà ha altre determinazioni, attua un certo ordine di rapporti, che
non possiamo conoscere speculativamente, ma di cui possiamo tuttavia essere
certi e affermare e riconoscerne la perfezione, la bontà, il valore.
Se si
ammette la prima tesi, l'affermare una realtà soprasensibile di cui non
possiamo dir altro se non che è il contenuto della forma morale, non ci dice in
che consiste questo contenuto, e non ci fa uscire da questa forma. Dice che vi
è un mondo conforme alla legge morale, ma non dice quale sia, come sia
fatto questo mondo. Non ci illumina dunque, su questo punto, piú di quel che
valga a far capire quali sono le disposizioni di una legge, il pensare che
questa legge sia perfettamente osservata. Per uscire davvero dalla forma e da
questo circolo vizioso di un mondo di cui non si sa altro se non che è governato
dalla legge morale, e di una legge morale che ha valore perché è la legge di
quel mondo, bisogna dunque attenersi alla seconda tesi; la quale, come pensa il
Martinetti, e come io credo, risponde veramente al pensiero di Kant, se non
come si mostra punto per punto nelle strettoie della sua esposizione, come
risponde all'intento fondamentale che anima la sua dottrina del primato della
ragione pratica e piú chiaramente ancora al proposito esplicitamente ammesso da
lui nella prefazione alla seconda edizione della Critica della Ragion
pura22.
In
realtà «l'uso pratico» della ragione consiste nello spalancare all'esigenza
morale quelle porte della metafisica che sono chiuse alla speculazione
teoretica; nel lasciar libero alla fede il campo del soprasensibile
vietato alla conoscenza; nell'ammettere, se vogliamo usare espressioni
correnti, piú che il diritto la necessità di credere, la necessità «razionale»
di ammettere quel che la ragione, in quanto è garanzia di certezza teoretica, non
può né dimostrare né affermare; di oltrepassare — per rendersi conto della
possibilità del dovere — il campo dell'esperienza sensibile e postulare
l'esistenza di una realtà che trascende l'esperienza.
Ma
questo ufficio pratico sarebbe senza frutto23, se una certezza diversa
dalla scientifica, ma non minore, non potesse valicare quelle porte del
soprasensibile che la ragione apre soltanto all'esigenza morale, ma apre per
lei e in nome suo.
Sulla
soglia del soprasensibile la ragione sembra dire all'esigenza morale quel che
Virgilio a Dante all'entrata del Paradiso terrestre:
«...Se' venuto in parte
Ov'io per me piú oltre non discerno».
Ma la
fede fondata sull'esigenza morale entra e procede sicura in questo mondo,
dinanzi al quale la conoscenza si arresta. Come se venuta meno ogni luce dal di
fuori, questo mondo si illumini della luce che la certezza morale accende in sé
e sprigiona da sé e diffonde attorno a sé in quello che è il suo regno.
È
questo mondo soprasensibile l'oggetto del Volere razionale, la realtà di cui la
legge morale è la forma.
Il
contenuto sensibile al quale nel mondo dell'esperienza si applica la legge, non
ha valore per sé, ma perché e in quanto partecipa di questa forma che è forma
di una realtà superiore alla quale la realtà inferiore deve essere subordinata.
* * *
In
questa interpretazione24 il termine di paragone c'è, il Volere
razionale ha un oggetto, il circolo vizioso — del valore di una legge che si
rimanda a un contenuto e del valore di un contenuto che si rimanda a un Volere
che vuole la legge — è rotto.
Ma è
facile vedere che il dato primo a cui la costruzione valutativa si appoggia, è
il valore di questo mondo soprasensibile postulato dalla ragione in
nome della esigenza morale; ma che appunto per ciò non è un dato della
ragione, ma della certezza morale. E l'affermazione della realtà
di quel mondo è riconosciuta legittima, perché la sua esistenza è richiesta da
questa certezza. Qui è ancora, per Kant, la Ragione che riconosce la legittimità della
postulazione metafisica; ma la riconosce in quanto accetta come incontestabile
la certezza morale; la quale è certezza di valori, non evidenza
razionale.
* * *
Cosí
adunque anche la tesi della trascendenza della legge morale implica accanto
alla esigenza razionale un oggetto della Volontà, un ordine di valori,
un dato valutativo irreducibile alla pura razionalità e che trae la
sua validità d'altronde. Quale ne sia la sorgente, non si può cercare utilmente
in breve, e non è facile; forse la sua origine è in quella stessa attività
volontaria nella quale bisogna cercare la fonte della credenza in una esistenza
obbiettiva del mondo.
La
volontà è direzione ed è forza.
In
quanto è forza, e si esercita come forza e si rivela come sforzo (il quale
richiede e suppone una resistenza) è il dato irreducibile della credenza in una
realtà obbiettiva distinta dal soggetto.
In
quanto è direzione, cioè scelta, cioè azione in vista di un risultato, è il
fondamento irreducibile dei giudizi primari di valore, i quali esprimono le
direzioni originarie della volontà, delle quali acquistiamo consapevolezza
attraverso le forme fondamentali del sentimento.
L'intento
di Kant di liberare la legge morale da ogni mescolanza e contaminazione
«patologica» di sentimenti, di inclinazioni, di tendenze — che si traduce in
isforzi laboriosi ed ingegnosissimi ma vani — forse non sarebbe stato
proseguito con cosí risoluta tenacia se il Kant, meno preoccupato dal
preconcetto (alimentato dalle dottrine eudemonistiche del tempo) che ogni forma
di sentimento e qualsiasi genere di fini, sia inevitabilmente soggettivo,
relativo, interessato, fosse stato disposto a riconoscere che vi possono essere
forme universali di valutazione intrinseca, cosí come vi sono forme disinteressate
e universali di sentimento.
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