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Erminio Juvalta
Dottrina delle due etiche di Spencer e morale come scienza

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  • Parte Prima ESPOSIZIONE
    • Capitolo Secondo LA DOTTRINA DELLE DUE ETICHE
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Capitolo Secondo

LA DOTTRINA DELLE DUE ETICHE

 

1. - S'è visto come nel pensiero dello Spencer la condotta ottima sia la condotta pienamente adatta, la condotta che corrisponde al limite dell'evoluzione; mentre le forme di condotta piú o meno lontane da quel limite sono, di molto o di poco, meno adatte, cioè meno buone; onde la distinzione di Etica assoluta ed Etica relativa8. Ora si presentano spontanee due domande:

Perchè introduce lo Spencer, contro il modo comune di comprendere l'ufficio dell'Etica, questa distinzione tra Morale assoluta e relativa? Non è forse compito dell'Etica quello di stabilire le norme della condotta retta, della giustizia pura, e, senza curare gli impedimenti e le imperfezioni che i difetti della natura umana possono ingenerare, presentare il tipo ideale di perfezione al quale ciascuno deve cercare di avvicinarsi? E se cosí è, non è del tutto oziosa e viziosa la distinzione?

Ammesso che dal punto di vista speciale dello Spencer questa distinzione sia legittima, non è fuor d'opera l'Etica assoluta, dal momento che la realtà presente ci uno stato di adattamento imperfetto, ossia assai diverso da quello che essa suppone?

L'esposizione del pensiero dello Spencer intorno alle due Etiche9 mi pare si possa acconciamente raccogliere in due parti, nelle quali trovi successivamente risposta ciascuna delle due questioni. Cominciamo dalla prima.

 

2. - Si crede comunemente che si possa determinare un tipo di condotta assolutamente giusta in condizioni reali di esistenza imperfetta, mentre questa determinazione non è possibile; e, se fosse, non darebbe il tipo voluto. Sia nei giudizi dei moralisti, sia nei discorsi comuni, due postulati sono tacitamente accettati come veri; e pare infatti che senza di essi non sia possibile giudizio morale, perché la distinzione stessa fra atti giusti e atti ingiusti sembra implicarli necessariamente. Sono questi: Che in ogni caso vi sia un modo di operare assolutamente giusto. Che sia possibile stabilire quale sia. Ma l'analisi di un gran numero di azioni dimostra che in casi assai numerosi non è possibile il giusto, ma soltanto un minimo ingiusto; e in casi pure numerosi non è nemmeno possibile determinare in che cosa questo minimo ingiusto consista.

Il giusto assoluto esclude del tutto il dolore, che è il correlativo di qualche specie di male, di qualche divergenza da quell'adattamento perfetto che soddisfa pienamente a tutte le esigenze della vita completa. Se il concetto di condotta buona è, in ultima analisi10, il concetto di una condotta che produce in qualche parte un avanzo di piacere; e di condotta cattiva, che produce un avanzo di dolore; il bene o il giusto assoluto nella condotta può esser quello soltanto che produce piacere puro, piacere non misto a dolore di sorta. E quindi la condotta che produce qualche conseguenza dolorosa è parzialmente cattiva, e la forma piú elevata che una condotta cosiffatta può raggiungere è il minimo ingiusto, il giusto relativo.

Ora le forme di adattamento incompleto presentano, piú o meno vasto e grave, un doppio difetto: Discordanza od antitesi fra i tre ordini di fini della vita, per la quale atti che producono utilità o piacere all'individuo o alla prole portano danno e dolore agli altri, e viceversa; e discordanza anche nello stesso ordine tra fini immediati e mediati, presenti e futuri; per la quale l'azione richiesta dall'utile avvenire può esser sorgente di dolore nel presente, o la soddisfazione di un desiderio immediato può impedir di raggiungere un bene lontano e mediato, o esser causa di un male futuro. Nella misura in cui queste due specie di incongruenze (le quali si incrociano e si complicano fra di loro) fanno sentire i loro effetti, le azioni devono produrre una certa somma di dolore sia sull'agente sia sugli altri. Ora «finché v'è dolore v'è male; e la condotta che apporta qualche male non può esser giusta assolutamente».

A chiarire questa distinzione lo Spencer cita degli esempi di azioni assolutamente giuste e di altre solo relativamente giuste. Una madre sana che allatta un bimbo sano, un padre che, dotato di eccitabilità simpatica, partecipa ai giuochi del figlio e li guida, sono esempi della prima specie; nell'un caso e nell'altro l'azione produce piacere a chi la fa e a chi la riceve; e aiutando lo sviluppo fisico, o quello psichico, o l'uno e l'altro insieme, è utile al benessere futuro; cioè produce direttamente e indirettamente soltanto piacere senza dolore. Del pari uno scambio fatto di pieno accordo e con soddisfazione e utilità reciproca; e gli atti di benevolenza di chi fornisce una notizia o un consiglio, o chiarisce un equivoco, o compone un dissidio tra amici, possono essere classificati come giusti assolutamente per la medesima ragione.

Degli esempi addotti dallo Spencer di azioni solo relativamente giuste, scelgo due che mi paiono tipici anche per il contrasto che offrono col modo di giudicare comune: la cura di molti figli cagiona a una madre assai dolori, ma le sofferenze immediate e le lontane che l'incuria apporterebbe, supererebbero di gran lunga quei dolori. La condotta giudicata buona in questo caso è quella che produce minor male; ma non è ottima. È la meno ingiusta, non l'assolutamente giusta. Cosí l'allontanamento dei clienti da un negoziante che esiga prezzi troppo alti o venda merci scadenti, o falsi la misura, fa diminuire il suo benessere e forse apporta danni e dolori ad altre persone a lui congiunte; ma il salvar lui da questi mali e sopportar quelli che la sua condotta cagiona, produrrebbe un male assai piú grave e generale. L'abbandono è perciò giustificato; ma l'atto è solo relativamente giusto.

 

3. - Riconosciuta cosí la verità che una gran parte della condotta umana non è giusta assolutamente, si deve riconoscere l'altra verità che in molti casi non è possibile stabilire quale sia il minimo ingiusto. È facile trovarne le ragioni, se si considerano gli effetti che quella stessa discordanza, già rilevata, tra i fini della vita, deve produrre. V'è un limite fino al quale è relativamente giusto che un genitore faccia sacrifizio di se stesso pel vantaggio dei figli, e v'è un limite oltre il quale l'abnegazione non può spingersi senza ch'egli apporti non soltanto a sé ma a tutta la famiglia danni maggiori di quelli che il sacrifizio tende ad impedire. Chi può dire quale sia questo limite? Dipendendo esso dalla costituzione e dai bisogni delle persone in causa, non è neppure in due casi il medesimo, e non può essere per ciascun caso piú che una congettura. Un commerciante che sia travolto nel fallimento d'un suo debitore e posto nella necessità di fallire egli stesso se non è aiutato, deve o no domandare un prestito a un amico? Il prestito potrebbe trarlo dalle difficoltà, e in questo caso non sarebbe cosa ingiusta verso i suoi creditori non chiederlo? Ma fors'anco non lo salverebbe, e allora non è una frode procurarselo? Benché in casi estremi possa esser facile decidere, come sarebbe possibile in tutti quei casi in cui anche il piú intelligente e competente non può calcolare le probabilità?

 

4. - Questo doppio errore del confondere il giusto assoluto col minimo ingiusto, e del credere che si possa in ogni caso stabilire quale sia, nasce dall'errore che si commette nel concepire il tipo della condotta, la condotta dell'uomo ideale.

Si suppone che l'uomo ideale viva e agisca nelle condizioni sociali esistenti.

Ciò che si cerca determinare è, non quali sarebbero le sue azioni in circostanze tutte insieme mutate, ma quali sarebbero, date le condizioni presenti. E questa ricerca è vana per due ragioni: La coesistenza di un uomo perfetto e di una società imperfetta è impossibile; dato che potessero coesistere, la condotta che ne seguirebbe non fornirebbe il tipo morale cercato.

«In primo luogo, date le leggi della vita come esse sono, un uomo di natura ideale non può essere prodotto in una società composta di uomini che hanno una natura lontana dall'ideale. Aspettarsi che tra uomini organicamente immorali ne sorga uno organicamente morale è come aspettarsi di veder nascere tra i negri un bambino di tipo inglese. Se non si vuol negare che il carattere dipenda dalla struttura ereditata, si deve ammettere che in ogni società ciascun individuo discende da uno stipite, che risalendo a poche generazioni si ramifica per ogni parte nella società e partecipa della natura media di questa; e che quindi, nonostante spiccate differenze individuali, deve conservarsi una comunanza di natura tale da impedire che, un uomo, qualunque sia, raggiunga un tipo ideale, finchè il resto della società rimane di gran lunga inferiore.

«In secondo luogo, la condotta ideale, quale è contemplata dalla teoria morale, non è possibile per l'uomo ideale in mezzo ad uomini costituiti diversamente. Una persona assolutamente giusta e perfettamente simpatica non potrebbe vivere e operare in conformità alla natura sua in una tribù di cannibali. Tra un popolo perfido e al tutto privo di scrupoli, una intiera veridicità e franchezza debbono apportare rovina. Se tutti intorno a lui riconoscono solo la legge del piú forte, un uomo la cui natura non gli permetta di infliggere dolore agli altri deve soccombere. Fra la condotta di ciascun membro della società e la condotta degli altri vi deve essere per necessità una certa congruenza. Un modo di operare interamente diverso dai modi di operare prevalenti non può continuare con buon esito, ma deve condurre alla morte dell'agente, o della sua discendenza, o di ambedue»11.

Adunque perché l'uomo ideale possa servire di tipo, egli deve essere concepito, non a sé, senza relazione colle condizioni che sono necessarie perché la condotta possa essere giusta, ma in corrispondenza con queste; l'uomo ideale deve essere considerato come esistente in una società ideale.

Perciò, secondo l'idea dello Spencer, il voler, per esempio, stabilire quale sarebbe la condotta dell'uomo ideale quando fosse posto nel bivio o di farsi gettare sul lastrico colla famiglia, o di mentire alle sue convinzioni politiche, sarebbe perfettamente vano; perché le condizioni cosí supposte contraddicono a quelle richieste dalla definizione dell'uomo ideale. In una società ideale, nella quale soltanto può concepirsi l'uomo ideale, non esiste violenza e non esistono abusi; né vi può essere collisione tra i modi di sentire e di operare richiesti dal bene proprio e della discendenza, e quelli richiesti dal bene pubblico.

Viene in mente, e lo ricordo perché non solo può servire di commento al pensiero dello Spencer, ma perché la somiglianza è significativa, quel luogo dei Promessi Sposi, nel quale il Padre Cristoforo è invitato a far da giudice in una questione di cavalleria. Suonava rumorosa la disputa tra i commensali di Don Rodrigo su questo punto: se fosse lecito a un cavaliere bastonare il messo che gli consegna un cartello di sfida senza avergliene chiesto licenza; e il Padre Cristoforo, chiamato in causa, dopo essersi invano schermito, esce finalmente in quella sentenza che fa meravigliare, tanto pare fuor di proposito, tutti quei dialettici della cavalleria: «Il mio debole parere sarebbe che non vi fossero né sfide, né portatori, né bastonate».

Ecco riconosciuta nel caso particolare l'esigenza fondamentale dell'Etica assoluta dello Spencer: Non vi può essere condotta giusta finché vi sono condizioni contrarie alla giustizia.

Ma la realtà presente e viva è appunto cosí. «Oh! questa è grossa», risponde infatti il conte Attilio. «Mi perdoni, Padre, ma è grossa. Si vede che lei non conosce il mondo».

E se è il mondo com'è quello con cui si ha a fare, l'ufficio dell'Etica non sarà quello di stabilire quale deve essere la condotta nel mondo reale presente, non in un mondo ideale avvenire? O, almeno, non è inutile, anche ammessa la distinzione spenceriana, correr dietro al fantasma di una condotta ottima, adatta a uno stato di perfezione, che l'evoluzione apporterà, sia pure, ma che per noi non esiste?

 

5. - A questa seconda domanda risponde la dimostrazione della precedenza necessaria — nell'ordine della trattazione scientifica — dell'Etica assoluta sull'Etica relativa.

In qualunque ordine di ricerche le verità scientifiche si sono raggiunte trascurando prima i fattori di perturbazione, che alterano ed oscurano l'azione dei fattori fondamentali, e tenendo conto soltanto di questi.

Quando la estimazione di questi fattori fondamentali, non, come si presentano nella realtà, mascherati e complicati di elementi secondari, ma quali si suppongono idealmente con un processo di astrazione, ha aperto la via a conoscere e formulare le leggi generali, allora diventa possibile la estimazione dei casi concreti, tenendo conto dei fattori accidentali che nella realtà alterano i rapporti ideali contemplati da quelle leggi. Ma le leggi generali, le verità fondamentali, solo per questa via si possono ricercare e scoprire, e solo con questo procedimento il sapere passa dalla sua forma empirica alla sua forma razionale.

Per ottenere la formula che esprime il potere della leva si suppone una leva che non si pieghi, ma sia assolutamente rigida; un fulcro che non abbia, come nella realtà, una certa superficie; e si suppone che la potenza e la resistenza si esercitino su un punto, invece che su una parte piú o meno estesa della leva. Del pari la determinazione del corso di un proiettile si ottiene trascurando dapprima tutte le deviazioni prodotte dalla sua forma e dalla resistenza dell'aria. E il medesimo negli altri casi. Stabilite cosí queste verità ideali, diventa possibile tener conto degli elementi dai quali si è fatta astrazione, delle complicazioni risultanti dall'attrito, dalla plasticità, dalla coesione, dalla resistenza dell'aria: e ottenere cosí una determinazione sempre piú esattamente approssimata al fatto reale. Qui è manifesta la relazione tra certe verità assolute della meccanica e certe verità relative che implicano le prime, come è manifesto che non si possono stabilire scientificamente le verità relative finché non sieno formulate indipendentemente da queste le verità assolute. Il che equivale a dire che la scienza meccanica applicata può svilupparsi soltanto dopo che si è sviluppata la scienza meccanica ideale.

Le medesime considerazioni valgono per la scienza morale. È impossibile determinare con approssimazione scientifica quale sia, date certe circostanze reali, il modo di operare meno ingiusto, se non si conosce quale sarebbe il modo di operare giusto; e questo non si può conoscere se non si suppongono eliminate tutte le circostanze che lo impediscono o lo limitano e ne falsano i caratteri ed i risultati: cioè, in breve, se non si suppongono, scevre da ogni perturbazione, le condizioni ideali, nelle quali è possibile l'operare assolutamente giusto.

A chiarir meglio questa relazione tra Etica assoluta ed Etica relativa lo Spencer ricorre a un altro esempio di relazione analoga preso dalle scienze biologiche; la relazione tra la Fisiologia e la Patologia. La Fisiologia, nello studio degli organi e delle funzioni che combinate costituiscono e conservano la vita, suppone organismo sano e le funzioni sane, non tenendo conto dei difetti, degli eccessi, delle anomalie di cui si occupa la Patologia: e questa poi presuppone quella, perché le idee anche piú rozze intorno alle malattie suppongono idee di stati sani di cui le malattie sono deviazioni; e la conoscenza degli stati e dei processi anormali e morbosi può diventare scientifica soltanto quando vi sia già una conoscenza scientifica di stati e processi non morbosi.

Similmente la Morale assoluta deve precedere la Morale relativa; la quale non deve applicare sic et simpliciter alle condizioni particolari della vita reale le conclusioni dell'Etica assoluta; ma riconoscendo ciò che vi è di diverso nella condotta che corrisponde a uno stadio di vita imperfetta, deve determinare di quanto essa si allontana dal giusto e come si possa ottenere, date queste condizioni reali imperfette, la massima approssimazione al giusto contemplato dall'Etica assoluta.

 

6. - Questi confronti coi quali lo Spencer intendeva illustrare il suo concetto intorno alla relazione fra le due Etiche e alla priorità logica dell'Etica assoluta sull'Etica relativa, si direbbe che abbiano servito ad abbuiarlo; e però non è fuor di luogo qualche breve chiarimento.

Dall'esposizione che precede deve essere apparso, spero, che è per una esigenza inerente alla natura della ricerca scientifica che lo Spencer sostiene la necessità che l'Etica assoluta preceda la relativa; e appunto per chiarire questa precedenza necessaria egli cita l'esempio della precedenza analoga della Meccanica razionale rispetto alla Meccanica applicata, e della Fisiologia normale rispetto alla Fisiologia patologica. Nel pensiero dello Spencer la priorità dell'Etica assoluta non è che l'applicazione a un campo particolare di ricerche di un suo criterio metodico generale; del quale egli trova la conferma in tutte le scienze, che hanno superato lo stadio empirico. Il paragone non è dunque, propriamente, fra la sua Etica assoluta e la Meccanica razionale o la Fisiologia normale, né tra la sua Etica relativa e la Meccanica applicata o la Fisiologia patologica; non è, voglio dire, di quelle pure tra di loro, o di queste scienze applicate tra di loro; ma è paragone tra le loro relazioni. E il significato del confronto è questo: che tra le due Etiche, come le concepisce lo Spencer, corre una relazione analoga a quella che intercede rispettivamente tra le due Meccaniche (diciamo cosí) e tra le due Fisiologie.

È in questo senso che il paragone deve essere inteso; e in questo senso è appropriato. Perciò, quando la critica obietta che l'Etica ha caratteri ed esigenze diverse dalla Meccanica e dalla Fisiologia, può essere che abbia ragione, ma interpreta il confronto in un senso diverso da quello voluto dallo Spencer. Perché il concetto per il quale il paragone è assunto, è, nella sua espressione piú semplice, questo: che anche per l'Etica la soluzione scientifica o scientificamente approssimata dei problemi piú complessi richiede la soluzione dei problemi piú semplici. Il paragone non deve dunque essere staccato da questo concetto e preso con una significazione diversa; altrimenti si fraintende e paragone e concetto; e rimane oscurato uno dei punti piú importanti della dottrina particolare ora esposta.

La quale non ebbe mai molta fortuna né presso i fautori di una morale scientifica, né presso gli avversari. Questi, preoccupati forse in generale dal pensiero di mostrare la insufficienza dell'indirizzo naturalistico, hanno veduto nella dottrina delle due Etiche (illustrata da quei confronti!) soprattutto una figliazione del concetto meccanicistico, e l'hanno combattuta in nome delle esigenze della Morale; quelli hanno notato nella affermata necessità di costruire un'Etica assoluta, una contraddizione colla teoria dell'evoluzione, e col principio della relatività della morale e del diritto: e l'hanno combattuta in nome delle esigenze della scienza. Gli uni e gli altri hanno considerato la dottrina particolare unicamente in relazione colla dottrina generale colla quale si presentava connessa, senza badare alle ragioni che la possono legittimare all'infuori del sistema e della forma speciale di applicazione che in esso ha trovato.





8 Notiamo subito, benché l’avvertenza debba parer quasi inutile, che per lo Spencer la parola assoluto non ha né può avere nell’Etica un significato metafisico; le norme etiche per lui non hanno ragione di essere all’infuori dell’esistenza animata quale si manifesta fenomenicamente: all’infuori di esseri capaci di piaceri e di dolori.



9 Op. cit., Ch. XV: «Absolute and Relative Ethics».



10 Per questa analisi v. op. cit,. Parte I, Cap. IV



11 Ib., § 106, p. 279-80 dell’ed. cit.





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