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Erminio Juvalta
Dottrina delle due etiche di Spencer e morale come scienza

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  • Parte Terza LA DOTTRINA DELLE DUE ETICHE E LE ESIGENZE DI UNA SCIENZA NORMATIVA MORALE
    • Capitolo Settimo IL CRITERIO DEL PIACERE PURO, CORRISPONDENTE ALL’ADATTAMENTO COMPLETO, NON SERVE A GIUSTIFICARE IL TIPO DI CONDOTTA PROPOSTO
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Capitolo Settimo

IL CRITERIO DEL PIACERE PURO, CORRISPONDENTE
ALL’ADATTAMENTO COMPLETO, NON SERVE
A GIUSTIFICARE IL TIPO DI CONDOTTA PROPOSTO

 

4. - Ma perché assume lo Spencer come proprio della società ideale un adattamento completo, che, mentre esclude arbitrariamente ogni evoluzione ulteriore, non serve a definire questa società ideale perché è definito esso stesso in relazione con quella?

Perché soltanto quando esso sia raggiunto, la condotta umana in tutta la sua estensione apporta a sé e agli altri nel presente e nel futuro puro piacere, piacere non misto a dolore di sorta; e per lo Spencer, come s'è visto, il giusto assoluto esclude il dolore. E perciò il tipo ideale contemplato dall'Etica assoluta non può essere se non quello nel quale la condotta apporta puro piacere.

L'adattamento completo darebbe dunque al tipo ideale di convivenza e cooperazione sociale quel carattere di universale e preminente desiderabilità, che deve avere il fine assunto dall'Etica. Lo veramente?

Benché a prima vista possa parere strano il dubbio e inutile la discussione, bisogna riconoscere che un tipo di esistenza individuale e sociale nel quale tutta quanta la condotta in tutta la sua estensione porti sempre e soltanto piacere, non è, date le leggi psicologiche conosciute, e non può essere, un fine universalmente desiderabile sopra ogni altro.

Lascio di discutere se, supposta una condotta, diciamo cosí per brevità, totalmente piacevole, il piacere stesso non verrebbe a sparire, come stato di coscienza distinto, per mancanza di quel contrasto e di quell'alternanza fra gli stati psichici (cosí bene illustrata tra gli altri dall'Höffding), senza della quale anche i godimenti piú forti illanguidiscono e vaniscono nella ripetizione abituale; e di considerare se la forma di vita corrispondente non riuscirebbe a sopprimere in ultimo anche ogni forma di coscienza riflessiva e di deliberazione volontaria, cioè l'intelligenza stessa e la volontà, almeno nelle loro forme piú elevate, riducendo la vita a una sorta di automatismo istintivo, al quale corrisponderebbe la fissazione stereotipa di modelli d'uomini meccanizzati. Certo, se si bada che l'attenzione attiva è sempre, in grado maggiore o minore, sforzo, e che lo sforzo è alimentato principalmente, se non unicamente, dal dolore e non dal piacere, bisogna riconoscere che la capacità dello sforzo e l'esercizio dell'attenzione tenderebbero a svanire collo sparir del dolore; e il vigore dell'intelligenza si affievolirebbe; come già si può osservare in quelle persone sfaccendate e sonnolente, le quali abbiano in pronto senza alcuna fatica o cura tutto quel che desiderano, e non sentano l'aculeo di altri bisogni, e di aspirazioni diverse.

E lo stesso discorso sarebbe da ripetere a maggior ragione per la volontà.

Certamente le leggi psicologiche conosciute tendono ad escludere, per le ragioni accennate sopra a proposito dell'adattamento completo, che un tale stato possa avverarsi; ma, dato che potesse attuarsi, non ci sarebbe nessuna ragione per negare, in forza delle medesime leggi, l'eventualità se non della soppressione, di un oscuramento progressivo delle facoltà psichiche piú elevate. E allora si presenta subito la questione, se, ammessa pure soltanto la possibilità che a un tale stato si accompagnasse questo effetto, potrebbe una forma di esistenza siffatta apparire desiderabile sopra ogni altra.

 

5. - Si potrebbe dire: Che importa l'oscuramento e anche la soppressione dell'intelligenza e della volontà, purché sparisca il dolore? E quando non vi siano altri bisogni e altri desideri che quelli appunto che trovano già una soddisfazione adeguata, ossia, quindi, non ci sia piú nemmeno la possibilità di rappresentarsi bisogni e beni diversi, non è una tal vita nel suo genere beata; anzi la sola beata perché è esclusa la capacità di provare altri bisogni?

Ora che un tale stato possa, anzi debba apparire il piú desiderabile quando si supponga l'adattamento già raggiunto, è fuori di contestazione; ma qui si tratta di vedere se un tale stato possa essere preferibile per chi ne è fuori, e dovrebbe proporsi come scopo di raggiungerlo. Se, cioè, a chi esercita certe forme di attività possa parere desiderabile sopra ogni altro un tipo di vita, nel quale per avventura quelle attività fossero oscurate o soppresse. In questo caso possono valere l'osservazione notissima del Mill e la ragione colla quale la conforta; che, certo, non avrebbero valore nel primo caso20.

Ma anche lasciando questo aspetto della questione, non bisogna dimenticare che appunto perché il piacere puro è il correlato subiettivo dell'adattamento completo, la medesima condizione di una condotta totalmente piacevole, — per le ragioni dette a proposito dell'indeterminatezza nel numero e nella specie dei fini, rispetto ai quali l'adattamento potrebbe essere raggiunto — può concepirsi attuata non in una sola ma in piú forme di vita fra di loro diverse; e resterebbe sempre da trovare un criterio comparativo della desiderabilità, o da ammettere che tutti i tipi di vita, per i quali si concepisce possibile una conciliazione fra i tre ordini di fini (anche se la conciliazione fosse ottenuta allo stesso modo che nelle società animali, cfr. la nota qui sopra [nota 19]), siano ugualmente desiderabili. Il che importerebbe la legittimazione a pari titolo di forme di condotta fra di loro diverse e anche opposte; e si dovrebbe ricavare d'altronde che dal piacere puro il fondamento della legittimazione.

E qui tocchiamo un argomento il quale si allarga fuori del campo particolare della dottrina dello Spencer e riguarda nello stesso tempo una questione piú generale: la natura del fine.

 

6. - Siccome il carattere che si richiede nel fine assunto a giustificare le norme morali è, come s'è ripetutamente detto, quello della universale e preminente desiderabilità sopra ogni altro, si pensa che esso debba essere il fine dei fini, il fine ultimo e supremo; uno stato definitivo, oltre il quale, e al di , non ci sia piú nulla da desiderare e da cercare. E allora non resta che questa alternativa; o si cerca un fine il quale contenga e comprenda in sé tutti i fini; e prendono forma i fantasmi di felicità, di beatitudine, di perfezione, nei quali si figurano definitivamente appagati tutti i desideri, e scomparsi o sommersi quelli che non vi trovano appagamento; oppure si considera come fine la forma colla quale si presenta alla coscienza la soddisfazione di qualsiasi desiderio; cioè il piacere o la liberazione dal dolore.

Ma tanto l'una quanto l'altra delle soluzioni non sono che apparenti, o si risolvono in una vana tautologia. Porre come fine la felicità senza determinare quale sia o in che consista la felicità di cui si discorre, è certamente un modo per conciliare verbalmente tutte le differenze di opinioni e superare tutte le difficoltà; ma nella realtà non le concilia e non le supera, piú di quel che valgano a togliere le diversità di opinioni politiche e a raccogliere i partiti ad unità di intenti certi «ordini del giorno» in cui si afferma all'unanimità essere fine supremo per tutti il «bene della patria» o la «prosperità della nazione» o altre formule somiglianti.

E se si determina in che si faccia consistere la felicità, quali siano i fini che si comprendono nel fine unico chiamato con questo nome, allora delle due l'una: o i diversi fini cosí compendiati e compresi nel fine unico, sono veramente unificati, e, perché ciò sia, occorre che essi possano ridursi ad uno, e quindi che si possa dimostrare che uno fra essi è causa o condizione degli altri, o che tutti dipendono da una medesima condizione o ordine di condizioni; e in questo caso la felicità è caratterizzata o da quel fine o dal conseguimento di questa condizione, che diventa esso fine, perché su esso si riversa la desiderabilità di tutti; e il termine felicità non è che un duplicato di quel certo fine o di questa condizione. Oppure i diversi fini non sono che sommati insieme, e giustapposti l'uno all'altro, rimanendo in realtà distinti e senza che si veda la necessità della loro connessione; e allora l'unità non è che verbale, e in realtà invece di un fine, si hanno piú fini, ciascuno nel suo genere, supremo.

Si dirà che si alla felicità non il senso di un certo contenuto determinato che la costituisca, ma il senso di appagamento dei desideri, di soddisfazione dei bisogni, senza che si definisca quali ne siano per essere il numero e le specie: nel qual senso si può affermare che la felicità rimane sempre il fine ultimo pur restandone indeterminato il contenuto? E si riesce allora alla seconda alternativa, di considerare come fine ciò che si ammette esservi di comune e di costante nel raggiungimento di qualsiasi fine; cioè, come s'è detto, la forma sotto la quale si presenta la soddisfazione di qualunque desiderio: il piacere o la liberazione dal dolore. Ma dire che il fine ultimo è il piacere è come dire che il fine ultimo è il godimento che accompagna il raggiungimento del fine o dei fini, o che lo scopo dei desiderî è... la soddisfazione dei desiderî. E allora si vede perché il puro piacere non possa dare un criterio di legittimazione e di valutazione comparativa dei fini e quindi delle forme di condotta. Perché, o si prende come criterio la quantità del piacere, la intensità della soddisfazione, senza badare alla natura del desiderio a cui corrisponde, e non è possibile assegnare un solo desiderio che abbia lo stesso valore, nonché per due coscienze diverse, neppure per la stessa coscienza in momenti diversi. O si valuta la soddisfazione secondo i desiderî cui corrisponde, e allora ciò che distingue un desiderio dall'altro non è la soddisfazione ma l'oggetto a cui il desiderio si rivolge; non l'effetto soggettivo gradevole, ma le condizioni che lo producono, non è il godimento del bene, ma il bene.

 

7. - Ora è qui che si nasconde l'equivoco: nell'identificare il bene col piacere; il fine, cioè l'ordine di effetti che costituisce l'oggetto del desiderio, collo stato soggettivo che è il godimento (quando ci sia) del fine raggiunto. È bensí vero che un bene di cui si concepisse che nessuno mai potesse godere in nessun modo, non avrebbe valore di bene; ma è non meno vero che un godimento del quale non si sapesse assegnare nessuna causa o condizione o mezzo atto a produrlo, non potrebbe mai essere proposto o assunto come scopo di un'attività qualesivoglia. Ora quando si parla di un fine desiderabile sopra ogni altro al quale sia ordinata la condotta, non si può intendere che un bene, il quale sia bensí, direttamente o indirettamente causa o mezzo o condizione di godimento, senza di che non sarebbe bene; ma che non può consistere nel godimento stesso, ma in un certo effetto o ordine di effetti determinabile e possibile, che possa costituire l'oggetto di una ricerca attiva, cioè di una certa condotta21.

Senonché bisogna evitare anche qui lo stesso equivoco che conduce a riporre il fine nella felicità o nel piacere; l'equivoco che questo effetto o ordine di effetti debba costituire un fine ultimo, uno stato definitivo, al di del quale non siano assegnabili altri fini. Uno stato, o un ordine di effetti definitivo è contraddittorio non soltanto colle leggi della vita, per le ragioni già dette, ma col presupposto stesso fondamentale che si assume di necessità quando si voglia determinare scientificamente un sistema di norme. Perché qualunque fine rappresentato come umanamente possibile, appunto perché deve essere concepito come un effetto, che si produce, date certe condizioni, è a sua volta pensato come condizione di altri effetti, cioè mezzo ad altri fini. Pensare un effetto naturalmente possibile che sia ultimo, è come pensare chiusa e finita a un momento dato la serie della causazione, abolita e spenta, in un effetto che sia stato prodotto, ogni efficacia causativa; e allora vien meno ogni ragione di pensare come dipendente da certi mezzi, cioè da certe cause, anche l'effetto stesso che si considera come fine ultimo; e quindi è tolto ogni fondamento a qualsivoglia determinazione di rapporti tra mezzi e fini, e perciò anche a qualsiasi determinazione di norme.

Si dirà che si intende «ultimo» rispetto alla valutazione, cioè tale a cui si riconosca valore per sé, indipendentemente da ogni considerazione ulteriore. Ma se si ammette che da quel fine, quando sia raggiunto, dipendono altri effetti, nell'atto stesso che lo si pensa condizione di tali effetti ulteriori, la valutazione di questi (che non può essere esclusa) muta il valore del fine e gli nello stesso tempo valore di mezzo.

 

8. - Dal che nasce questa conseguenza assai notevole: che la desiderabilità di un ordine di effetti, che si assuma come fine, non viene tanto dalla desiderabilità che gli si riconosca come bene, cioè come oggetto diretto e immediato di godimento, quanto dalla desiderabilità degli effetti, dei quali esso apparisca la condizione necessaria. E che perciò, mentre è vano andar cercando quale sia il fine ultimo, il quale non si trova mai, o si risolve in una pura espressione verbale, il fine che può valere come supremo si deve cercare non nell'uno o nell'altro degli scopi a cui si riconosca valore per sé, ma in un ordine di effetti, in un sistema di condizioni, dato che sia assegnabile, nel quale si possa riconoscere questo carattere appunto di condizione necessaria, non di alcuni, ma di tutti quei beni, ai quali si attribuisce valore per sé. E quindi il fine che può avere universalmente una desiderabilità superiore a ogni altro, non può consistere se non in un ordine generale e, si potrebbe dire, preliminare di condizioni, la cui attuazione apparisca necessaria perché sia possibile universalmente la ricerca ulteriore di quei beni. Non può essere cioè supremo nel senso di una gerarchia, della quale segni il culmine, né nel senso di una grandezza o quantità, di cui sia il massimo, ma nel senso della precedenza necessaria o della indispensabilità; per la quale venga a raccogliersi su di esso come in un unico foco la luce e il calore di desiderabilità che irraggia dai fini ai quali apre universalmente la via.

E perciò, ammesso che qualsivoglia fine umano abbia, come ha in realtà, per condizione la convivenza e la cooperazione sociale, il fine che può avere questo valore di precedenza necessaria sugli altri deve essere di necessità il raggiungimento o il mantenimento di certe condizioni di convivenza e di cooperazione sociale, cioè di una qualche forma di società. Ma perché ad una forma di società possa essere riconosciuto questo carattere universalmente, occorre che le condizioni della sua esistenza abbiano per tutti un valore potenzialmente uguale: ossia che nessuno dei fini, dei quali quella forma di cooperazione pone la possibilità e dai quali attinge il suo valore, sia, per dato e fatto delle esigenze di essa forma, precluso o impedito a nessuno dei componenti la società. O, in altri termini, sia qualsivoglia il fine che si suppone cercato, ciascuno trovi nelle condizioni proprie di quella forma sociale la medesima esteriore possibilità di rivolgere a quella ricerca l'attività propria, che vi trova qualsiasi altro22.

L'analisi ci ha dunque portato a queste conclusioni: a riconoscere che il limite dell'evoluzione, l'adattamento completo, la massima felicità, né fornisce un criterio di determinazione delle norme, né basta come principio di giustificazione; a riconoscere la legittimità del concetto, che bisogna assumere come fine un tipo ideale di società; e a stabilire le esigenze fondamentali, alle quali questo tipo deve soddisfare.

Ed ora è facile vedere per quali ragioni il tipo sul quale in realtà lo Spencer ha modellato la sua società giusta non soddisfaccia a queste esigenze.





20 «È meglio essere un uomo infelice che un porco soddisfatto; è meglio essere Socrate malcontento che un imbecille beato». Ora la ragione addotta dal Mill vale per l'uomo, ma non per l'animale, e l'Höffding non ha torto di spendere, come egli dice graziosamente, qualche parola in difesa del porco e dell'imbecille. E nota infatti che un uomo il quale abbia ottenuto la soddisfazione intera dei suoi desideri, non ha nessuna ragione di paragonare il suo stato con quello di altri uomini. Senonché riconosce poi che la conoscenza di gradi più elevati farebbe nascere anche nell'uomo felice il «desiderio ardente di giungervi» che è appunto ciò che qui importa (Höffding, morale, VII, 3, tr. fr. pp. 116-119).



21 Non altrimenti avviene nel campo speciale dell'economia. È bensí vero che se non si supponesse la possibilità del consumo, cioè del godimento dei diversi beni che costituiscono la ricchezza, questa non avrebbe valore, e non avrebbe senso la produzione; ma l'oggetto a cui si volge l'attività produttrice e del quale si cercano le leggi, è la ricchezza, non il consumo.



22 Il che non implica, occorre avvertirlo, una uguaglianza nei risultati ottenuti, o come si dice inesattamente, una «uguale distribuzione di felicità» la quale supporrebbe, insieme colla condizione notata, anche una uguaglianza di attitudini, di attività e di preferenze.





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