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Erminio Juvalta
Dottrina delle due etiche di Spencer e morale come scienza

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  • Parte Terza LA DOTTRINA DELLE DUE ETICHE E LE ESIGENZE DI UNA SCIENZA NORMATIVA MORALE
    • Capitolo Nono UFFICIO E LIMITI DI UNA COSTRUZIONE SCIENTIFICA DELL’ETICA
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Capitolo Nono

UFFICIO E LIMITI DI UNA COSTRUZIONE
SCIENTIFICA DELL’ETICA

 

13. - La società giusta cosí intesa non rappresenta dunque un tipo definitivo della vita piú elevata possibile, analogo ai tanti regni dell'Utopia che la fantasia morale è venuta fingendo nei diversi tempi. Anzi per questo rispetto una maggiore o minore elevatezza, complessità o intensità di vita, di attività, di fini, non è affatto implicita nel postulato né si può ricavare da esso; e si può concepire (e non ne mancano in effetto gli esempi) una forma di società in cui sia, almeno parzialmente, raggiunto un grado assai elevato di civiltà, la quale sia tuttavia meno giusta di un'altra piú semplice e meno civile. Appunto perché la giustizia riguarda la universale possibilità di cercare i beni, ai quali è condizione la convivenza e la cooperazione sociale, e non include che questi beni siano di molte o di poche specie, di maggiore o di minor pregio.

Onde è pienamente compatibile col postulato anche la concezione pessimistica della vita; perché, anche dal punto di vista del pessimismo, uno stato di giustizia, che è la condizione necessaria della universalità della simpatia e quindi della compassione, deve apparire preferibile a ogni altro. E se anche si riguardasse come fine ultimo la negazione universale della volontà di vivere, lo stato di giustizia apparirebbe la condizione piú favorevole perché l'uomo prenda coscienza della necessità naturale e inevitabile della propria infelicità, spogliandosi dell'illusione che essa sia occasionale e contingente, ed effetto di malvagità degli uomini o di iniquità degli istituti sociali. E questa desiderabilità dello stato di giustizia anche rispetto al pessimismo è forse una conferma non trascurabile del valore di universale preferibilità che gli si è riconosciuto, e a un tempo della sua indipendenza da ogni particolare concezione metafisica.

Adunque, poiché uno stato di giustizia non è caratterizzato da altro se non dall'ipotesi che le esigenze di quel postulato siano soddisfatte, non si può né si deve pretendere di ricavare dal postulato un contenuto determinato, ma soltanto la forma generale delle norme. Il contenuto specifico deve essere ricavato dai fini, ai quali si riconosce o si suppone che la cooperazione sociale sia o debba essere mezzo, e in relazione ai quali si possano definire le condizioni richieste dal postulato della giustizia.

Quali siano questi fini non si può stabilire se non o per constatazione o per ipotesi. Per constatazione, quando corrispondano all'osservazione della realtà psicologica in un dato momento storico, ossia in una forma di civiltà. Per ipotesi, quando si voglia cercare preliminarmente quali sarebbero le condizioni richieste dalla possibilità di ciascuno dei fini isolatamente preso o di un gruppo. (Ed è inutile a questo proposito insistere qui sulla eventuale opportunità o necessità di ricorrere a tali ipotesi specialmente nelle ricerche, come questa, nelle quali non è possibile la sperimentazione).

 

14. - Ma tanto nell'uno quanto nell'altro caso le condizioni che se ne ricavino e che vengano stabilite come proprie del tipo di società giusta considerato, presentano questo carattere: che non sono date, ma costruite, che non sono reali, ma ideali. Ora, se noi determiniamo quali siano le norme di condotta corrispondenti a quelle condizioni, queste norme esprimeranno quale sarebbe il modo di operare nella supposizione che esse siano già date e reali, e non quale sia il modo di operare che tende a realizzarle, mentre sono date condizioni piú o meno diverse.

La prima determinazione è oggetto di un'Etica pura; la seconda di un'Etica applicata, nella quale si consideri come fine il raggiungimento delle condizioni ideali che sono assunte nell'Etica pura, e si stabilisca per approssimazione quale sia in un dato momento storico la condotta sociale e individuale, che, nei limiti necessariamente imposti dalle condizioni reali date, è piú atta a favorire la trasformazione di queste nella direzione segnata da quelle.

Soltanto cosí l'Etica può evitare un errore del genere di quello nel quale cadevano gli economisti della Scuola classica; i quali, dopo aver supposto l'homo œconomicus mosso unicamente dall'interesse personale, il che avevano diritto di fare, lo considerarono poi come reale e diedero valore di leggi naturali e necessarie alle conclusioni ricavate da questo e dagli altri dati astratti supposti26. Ora appunto perché le condizioni soggettive e oggettive dell'homo iustus e della societas iusta, sono supposte e non reali, le norme che esprimono quale sarebbe la condotta dell'homo iustus e della societas iusta non sono immediatamenteintegralmente applicabili in condizioni diverse dalle supposte. I «doveri» e i «diritti» dell'uomo giusto nella società giusta non coincidono coi doveri e i diritti dell'uomo storico in determinate condizioni storiche; alla stessa guisa che i «diritti naturali» dei filosofi dello stato di natura non coincidevano coi diritti positivi delle società in cui vivevano. Ma se si valore di fine all'attuazione, delle condizioni proprie della societas iusta, i doveri e i diritti dell'homo justus diventano il modello al quale si riconosce desiderabile che cerchi di avvicinarsi il sistema di doveri e di diritti che vale come giusto in una società reale data. Alla stessa guisa, se la costituzione di una società foggiata in conformità all'ipotesi dello stato di natura e del contratto, si fosse riconosciuta (con verisimiglianza maggiore ed evitando la confusione fra giustificazione etica e spiegazione storica) come fine da raggiungere invece che come stato originario, il «diritto naturale» ricavatone sarebbe legittimamente apparso come il tipo idealmente giusto, al quale il diritto positivo doveva avvicinarsi e adattarsi.

Adunque, quando si eviti l'errore di scambiare i dati ipotetici coi dati reali, e la pretensione utopistica di applicare direttamente e integralmente le conclusioni ricavate dai primi alle relazioni che sono imposte dai secondi, appare evidente ad un tempo e la legittimità della distinzione, e la priorità logica dell'Etica pura sull'Etica applicata27.

 

15. - Raccogliamo in breve i risultati dell'analisi.

Una scienza normativa etica non differisce dalle altre scienze precettive se non per il valore che si attribuisce al fine suo: il quale deve essere desiderabile universalmente prima e a preferenza di ogni altro, se si vuole che sia riconosciuto lo stesso carattere alle norme ricavate da esso. Questo fine universalmente preferibile non può essere che un fine relativamente prossimo, il quale (abbia o no anche valore per sé) sia mezzo o condizione di tutti i fini che si considerano come «ultimi»; e quindi non può essere che una forma di convivenza e di cooperazione, nella quale l'universalità dei singoli possa riconoscere tale requisito. Ma una società siffatta è supposta, non reale, e le norme di condotta che se ne ricavano regolano delle relazioni che sono parimenti assunte per ipotesi, e non sono perciò applicabili direttamente a relazioni piú o meno diverse. Tuttavia la loro determinazione è non soltanto utile, ma necessaria; necessaria dal punto di vista scientifico alla determinazione delle norme che debbono regolare le relazioni piú complicate della realtà; necessaria dal punto di vista etico alla giustificazione di queste norme; perché esse sono valide in quanto esprimono l'avvicinamento, nei limiti del possibile, di queste relazioni reali a quelle relazioni ideali. Il che viene a dire che l'Etica pura fornisce all'Etica applicata il criterio per determinare le norme, e il valore che le giustifica.

 

16. - Ma non bisogna dimenticare che le norme, sia dell'Etica pura, sia dell'Etica applicata, hanno il valore che si assegna a loro, nella ipotesi fondamentale che si accetti come valido e fuori di contestazione il postulato della giustizia. Ossia hanno valore se si suppone che ogni «socio» riconosca che una forma di convivenza e di cooperazione nella quale ciascuno abbia, quanto alle limitazioni esterne, valore di fine a pari titolo di qualunque altro, è preferibile a una forma di cooperazione nella quale una parte dei «soci» abbia, per uno o piú rispetti, soltanto valore di mezzo e non di fine.

Quindi, è bensí vero che l'assunzione di quel postulato è la condizione necessaria all'universale riconoscimento della norma, e che perciò, se si pone come caratteristica della norma morale l'universalità, rinunciare a quello vuol dire rinunciare a questa; ma ciò non toglie che si debba affermare chiaramente e senza sottintesi che il sistema di norme per tal guisa stabilito ha, come qualunque altro sistema di norme, del quale si richieda una giustificazione, valore ipotetico; e che perciò questo valore è incontestabile solo in quanto si riconosce incontestabile il postulato.

Appare di qui che è vano e illusorio cercare la giustificazione di una norma morale nelle leggi naturali28. Perché ciò che giustifica una norma di condotta non è la naturalità, ma la desiderabilità dell'effetto contemplato; e le leggi naturali stesse possono apparire giuste od ingiuste secondoché si assumano come universalmente desiderabili o no i risultati, ai quali la conformità della condotta a quelle leggi conduce, o è creduta condurre. Può essere vero (e non è da discutere qui) che l'essere o no un ordine di effetti desiderabile (ossia, in ultimo, l'essere o no presenti ed efficaci nella coscienza umana certi bisogni, desideri, aspirazioni, credenze), sia un portato necessario della natura stessa delle cose e dell'uomo, e che le tendenze umane si siano, rebus ipsis dictantibus, modellate cosí da condurre a riconoscere nella osservanza delle leggi naturali un valore di giustizia e di bontà; ma anche in questo caso non è la naturalità, che ne fa ammettere la giustizia e la bontà, ma è la loro, diretta o indiretta, desiderabilità. Onde per questo rispetto nulla vieta che si concepiscano possibili, almeno teoricamente, piú Etiche diverse; possibile, per esempio (sebbene l'accoppiamento esplicito dei termini ripugni) un'Etica dell'ingiustizia, quando si assuma come postulato la preferibilità di una comunione sociale in cui una parte non abbia che diritti e un'altra non abbia che doveri. Benché allora l'Etica si sdoppierebbe in due Etiche diverse, anzi opposte: l'Etica degli uomini-fini e l'Etica degli uomini-mezzi; o, per usare le parole del Nietzsche, la Morale dei padroni e la Morale degli schiavi; e la medesima condotta sarebbe, seguita dagli uni, giusta, seguita dagli altri, ingiusta.

Che una «giustizia» di questo genere ripugni alla psiche del socius per una ragione analoga a quella per la quale ripugna alla psiche dell'uomo logico ammettere che un rapporto tra due cose o fatti sia vero per gli uni e falso per gli altri, è credibile; (sul presupposto di quella ripugnanza, si fonda, io credo, la giustificazione etica della coazione e delle sanzioni). E certamente rimane aperto qui un campo ulteriore di indagini intorno ai problemi che riguardano il come e il perché il postulato che assumiamo possa e debba essere accettato; e se alla esigenza che esso esprime si possa o si debba assegnare un ufficio, e quale, nella interpretazione totale del mondo, dell'uomo e della storia. Ma da queste indagini, le quali sono di natura metafisica, la costruzione scientifica dell'Etica, come qui fu abbozzata, può e deve tenersi indipendente, per una ragione analoga a quella per la quale l'igiene è e si mantiene indipendente da ogni questione intorno al fondamento e al valore del postulato assunto da lei, e dal quale deriva il valore normativo dei suoi precetti: — che un organismo sano sia preferibile a un organismo malato. Perciò, finché si rimane nel campo della ricerca scientifica, la sincerità richiede che, anche nell'Etica, malgrado ogni interiore certezza, questa condizionalità del valore delle norme sia esplicitamente riconosciuta, e che anche nei termini si eviti l'equivoco, e fin dalle parole sia bandita ogni pretensione a un valore che non sia condizionato al presupposto assunto.

Per questa ragione, oltreché per fissare rispetto alla dottrina dello Spencer le differenze notate nel modo di intendere il fine, e di concepire la società giusta e l'uomo giusto, e la priorità non soltanto logica ma giustificativa di un'Etica rispetto all'altra, è conveniente sostituire ai termini «Etica assoluta ed Etica relativa» i termini «Etica pura della giustizia ed Etica applicata della giustizia».

E se fosse poi, come è in effetto, necessario od opportuno determinare quali dovrebbero essere le norme di condotta nell'ipotesi che, osservate preliminarmente le condizioni della giustizia, fosse assunto come fine l'adempimento delle condizioni richieste dalla universale solidarietà si avrebbero due ulteriori sezioni dell'Etica: l'Etica pura della simpatia e l'Etica applicata della simpatia.

 





26 Cfr. Ch. Gide, Principes d'économie politique, pp. 20-22.



27 Per maggiori chiarimenti sulla relazione fra le due Etiche così intese e sulle parti di ciascuna, mi sia lecito riferirmi a quanto ebbi occasione di dire nei Prolegomeni, ecc.



28 La conoscenza delle leggi naturali suggerirà i mezzi necessari a raggiungere un fine; e darà modo di giudicare della conseguibilità di questo o quel fine che sia proposto; ma non serve a dar valore di universale desiderabilità a un ordine di effetti, per il solo fatto che ce ne riveli la produzione «naturale».





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