XV.
Triste
partenza. Il convoglio miracoloso. Contrasti della vita
Non
facilmente s'era piegato l'eroe. Aveva data in giro un'occhiata leonina; aveva
abbassate le ciglia, forse mormorando quel maraviglioso "avete ragione"
in cui soleva sfolgorare la sua bella modestia, chiudendo molte discussioni e
mostrando il lavoro interiore che si faceva rapidamente nel suo nobile spirito;
poi aveva dato ancora uno sguardo lungo e profondo in quella penombra della
strada contornata di siepi, onde balenavano i lampi della moschetteria contro
lui invulnerabile. Nè, ritiratosi lentamente di là, avrebbe voluto cedere il
campo. Non erano ancora di là da Mentana, sulla strada di Tivoli, i tre
battaglioni mandati la sera innanzi ad occupare Sant'Angelo? Perchè non si
erano mossi? perchè non erano accorsi al cannone? e perchè, finalmente, non
avrebbero potuto attaccare nella notte, aiutando così a ripigliar l'offensiva?
Un giovane e
bravo ufficiale, il capitano Giacomo Vivaldi Pasqua, si offerse all'incarico di
andarli ad avvertire. Aveva il miglior cavallo del piccolo esercito; per una
via laterale nei campi, se ancora non c'erano dilagati i nemici, poteva
giungere in mezz'ora a Sant'Angelo. Detto fatto, mise il cavallo a galoppo
dietro la cascina Villerma: fortunato, passò sulla destra del nemico, salutato
dalle fucilate innocue d'una compagnia che il suo passaggio aveva sorpresa: era
giunto dal comandante dei tre battaglioni, sì, ma trovando che quelle forze
erano state divise, accantonate per compagnie nei casolari sparsi, non pure di
Sant'Angelo, ma di Monticelli, e perfino di Palombara. Ci sarebbero volute ore
ed ore, a raccogliere quella gente; e neanche, dopo tanti esempi dolorosi, era
da sperare che si potesse venirne a capo.
La sera
intanto è venuta; segue la notte, scura per il cielo nuvoloso, e dei tre
battaglioni invocati non si ha nuova nè canzone. Ad ora tarda, dopo avere
inutilmente specolato dalla torre del castello Piombino, Garibaldi si arrende
alla evidenza delle cose, ai consigli di tutti i suoi ufficiali, e comanda la
ritirata.
Ne avemmo
notizia anche noi, avanzi dei due battaglioni genovesi, che ci eravamo
raccapezzati alla meglio, nel trambusto del momento, e stavamo pensando per
l'appunto a mandare qualcheduno di noi per chiedere istruzioni al comando. Ci
avviammo allora alla piazza maggiore del paese, dov'era tuttavia la carrozza
del Generale, che per aiuto nostro riuscì a passare da porta Pia, allora allora
asserragliata di botti. Nella carrozza non era Garibaldi, per altro; c'era
Alberto Mario, sottocapo di stato maggiore, il capitano Adamoli e il
padre di lui, vecchio patriota, venuto proprio quel giorno ad abbracciare
il figliuolo; finalmente ci avevo preso posto io, per cortesia di Alberto. I
miei commilitoni genovesi venivano intorno; furono essi che disfecero la
barricata, o almeno quel tanto che fosse necessario per lasciar passare la
carrozza.
La discesa fu
triste; non parlava nessuno. Sulla pianura, oltrepassata di poco la stazione
della strada ferrata, raggiungemmo una cavalcata ugualmente taciturna, avviata
come noi al confine.
- Generale,
siamo qua; - disse Alberto Mario, alzandosi in piedi; - vuol salire?
- No, grazie;
- rispose la voce di Garibaldi da quel gruppo di cavalieri ammantellati; -
andate pure, vi seguiamo.
La carrozza
procedette più lenta, per non disgiungersi da lui; ed anche per non istancar
troppo i soldati che seguivano a piedi, ma che, dopo tutto, il freddo della
notte faceva più svelti alla corsa. Giunti a Passo Corese, smontammo ad una casetta
alcuni passi distante dal confine. Bevetti colà poche gocce d'acqua; le prime,
dopo tante ore di fatica. E passammo il ponte, accolti fraternamente dai
granatieri del colonnello Caravà, che ci offersero quanto avevano.
Ringraziammo, non accettando nulla: tanto poteva più l'amarezza che la fame.
Sapemmo allora che nella giornata i soldati dell'esercito regolare
avevano disarmato via via duemila volontarii, ripassanti il confine.
- A che ora?
- domandai all'ufficiale che ci dava la notizia.
- Fra le due
e le quattro; - mi rispose.
Molte cose si
spiegavano allora. Aveva ragione l'ufficiale pessimista, che due giorni
innanzi, nel palazzo Piombino, alla tavola del Generale, aveva detta così
crudamente la sua opinione su tanta parte delle nostre forze in campagna. Se
quei duemila fossero rimasti nelle file, sarebbero giunti in azione al momento
opportuno di slanciar le riserve. Erano alla coda, forse ancora a Monterotondo,
udendo il fuoco d'inferno che si faceva a Mentana; avevano pensato ai casi
loro, e risoluto di conservarsi per giorni migliori. Ottima gente! e non essi
soltanto, che se n'erano andati, ma anche le molte migliaia che se
n'erano rimaste a casa! Intesi allora anche meglio la forza di un ragionamento
del mio amico Stefano Canzio. "Per chi vuol farsi ammazzare, Generale? per
chi?" Del resto, chi sa? forse è bene che le cose andassero allora così.
Ci vuol filosofia, nelle cose del mondo: la filosofia insegna a sopportare
molte noie; e si sopportano più facilmente le cose che non è dato cangiare.
Durum; sed levius fit patientia
Quidquid corrigere est
nefas.
Ah, ecco da
capo Orazio? Ma sì, lettori umanissimi; e Orazio dovrebbe annunciarci vicino il
Pietramellara. Il mio buon Ludovico era là, padrone della strada ferrata,
facendo da capostazione. Mi vide, mi abbracciò, senza tanti discorsi mi
condusse al marciapiede d'asfalto, e mi ficcò in un compartimento di prima
classe, dove c'era già un ufficiale inferraiolato, in atteggiamento di riposo.
Credetti che l'amico mi mettesse là dentro al caldo, perchè schiacciassi un
sonnellino; ma no, faceva dell'altro, l'amico. Dopo due o tre minuti spesi a
dar ordini, venne ancora a salutarmi, a darmi il buon viaggio; chiuse egli
stesso lo sportello, accostò un fischietto alle labbra e ne cavò un suono acuto;
la macchina rispose sbuffando, il treno si mosse crocchiando, e volò via in
direzione di Terni. Com'era andata? Evidentemente, ero capitato là nel momento
buono. Ad ogni modo, quella partenza improvvisata mi parve un prodigio; ed oggi
ancora, quando ci penso, mi par di sognare.
Il mio
compagno di viaggio, che riconobbi tosto al fioco lume della lampada, era
Augusto Tironi, veneziano. Venezia e Genova, già fiere rivali (la solita storia
che bisogna dire quando i due nomi si associano) viaggiarono di buon accordo
fino a Terni. Ma si fecero poche parole, quella notte; l'amico era ferito al
braccio, e quantunque la ferita non fosse grave, gli pizzicava un po' troppo:
del resto non era momento da discorsi allegri. Gaio compagno in altri tempi, il
Tironi; sempre ricco di belle fantasie, pronto sempre alla celia. Rammento di
lui un aneddoto, e lo metto qui, in mancanza di una conversazione che tra noi
in quel momento necessariamente languiva.
Un giorno,
Garibaldi, era in viaggio nel Veneto. A Lendinara, se ben ricordo, o in altro
paese vicino, era stato accolto col suo seguito nella casa del sindaco. Da un
pezzo erano là, e non si parlava mai di andare a pranzo, nè si vedevano i segni
precursori d'una chiamata a tavola. Gli ufficiali incominciavano a mormorare;
qualcheduno accennava già di voler uscire, per andare a trovare un'osteria.
- Lasciate
fare a me, - disse Augusto Tironi, - parlo io al padron di casa; voglio
esplorarne l'animo. -
L'idea parve
temeraria ai compagni. Il sindaco non aveva accennato di voler dare da pranzo;
poteva benissimo non averci pensato e non aver provveduto; nel qual caso una
domanda importuna poteva turbargli lo spinto.
- Ma con
garbo, veh! - dissero dunque al Tironi. - Pensa che siamo i suoi ospiti.
- Non
dubitate, conosco le leggi.
E si mosse,
andando in traccia del padrone di casa. Il sindaco, che andava e veniva per le
stanze, fece un sorriso amabile a quel gran giovanotto dalle spalle quadre,
dalla carnagione bianca e dai capelli rossi, che pareva balzato fuori da un
quadro di Paolo Veronese.
- Signor
sindaco - incominciò allora il Tironi, rispondendo alla muta interrogazione che
gli faceva quell'altro con gli occhi, -
.... e l'ora s'appressava
che il cibo ne solea essere addotto,
E per suo sogno ciascun dubitava.
- Oh, non dubiti,
non dubiti! - si affrettò a rispondere il sindaco. - È stata colpa della cuoca,
che non ha saputo calcolar giusto, preparando per tanti; fra cinque minuti si
dà in tavola. -
Mi separai da
quel simpatico ufficiale alla stazione di Terni, avendo sentito che in un carro
di merci, che doveva esser aggiunto al treno, erano tre compagni genovesi,
feriti a Monterotondo. Andato con loro nella paglia, ebbi la fortuna di esser
utile, telegrafando ad un illustre chirurgo d'una grande città, per la quale
dovevamo passare. L'insigne uomo venne infatti ad aspettarci alla stazione;
visitò i tre feriti, diede consigli da pari suo e conforto di buone speranze.
A quella
stazione erano accorsi anche due amici artisti, che mi strapparono dal treno e
mi condussero in città. D'uno tra essi indossai gli abiti, lasciando per una
sera le mie spoglie soldatesche; e poco dopo, vedete stranezza! in una
poltrona, a teatro, assistevo alla rappresentazione di un'opera in musica. Mai
l'arte dei suoni mi parve più bella; mai ebbi dalle sette note una commozione
più viva.
In Francia,
lo ha detto un francese, tout finit par des chansons. Io, in Italia,
finivo la mia piccola odissea con una orecchiata di musica eccellente. La vita
è piena di tali contrasti. Ed io vedevo tanta gente allegra, a teatro! tante
belle dame sorridenti nella mezza luce dei palchetti ai cavalieri galanti, dai
guanti grigi perlati e dai candidi petti di porcellana! Niente di nuovo,
niente di grave era accaduto in Italia. Per chi volevate farvi ammazzare, Generale?
per chi?
Fine.
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