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Giovanni Francesco Straparola
Le piacevoli notti

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  • LIBRO PRIMO Orfeo dalla Carta alle piacevoli ed amorose donne, salute.
    • NOTTE TERZA
      • FAVOLA I. Pietro pazzo per virtú di un pesce chiamato tonno, da lui preso e da morte campato, diviene savio; e piglia Luciana, figliuola di Luciano re, in moglie, che prima per incantesimo di lui era gravida.
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FAVOLA I.

Pietro pazzo per virtú di un pesce chiamato tonno, da lui preso

e da morte campato, diviene savio; e piglia Luciana, figliuola

di Luciano re, in moglie, che prima per incantesimo di lui era gravida.

— Io trovo, amorevoli donne, nelle istorie antiche come nelle moderne, che l’operazioni di un pazzo, mentre che egli impazzisce, o naturali o accidentali che elle siano, li riusciscono molte volte in bene. Per tanto mi è venuto nell’animo di raccontarvi una favola d’un pazzo; il quale, mentre che impazziva, per una sua operazione savio divenne, e per moglie ebbe una figliuola d’un re: come per lo mio ragionare potrete intendere.

Nell’isola di Capraia, posta nel mare ligustico, la quale Luciano re signoreggiava, fu giá una povera vedovella, Isotta per nome chiamata. Costei aveva un figliuolo pescatore; ma per sua disaventura era matto, e tutti quelli che lo conoscevano, Pietro pazzo lo chiamavano. Costui ogni se n’andava a pescare: ma tanto gli era la fortuna nemichevole, che nulla prendeva; ed ogni volta che egli ritornava a casa, essendo ancora piú di mezzo miglio lontano dalla stanza, si metteva fortemente a gridare, che tutti quelli che erano nell’isola agevolmente udire lo potevano: e lo suo gridare era tale: — Madre, conche conchette, secchie secchiette, mastelle mastellette, che Pietro è carico di pesce! — La povera madre, dando fede alle parole del figliuolo e credendo ciò che egli diceva esser il vero, il tutto apparecchiava. Ma giunto che egli era alla madre, il pazzo la scherniva e beffava, traendo di bocca la lingua lunga piú di un gran sommesso.

Aveva questa vedovella la casa sua dirimpetto del palazzo di Luciano re: il quale aveva una figliuola di anni dieci, molto leggiadretta e bella. Alla quale, per esser unica figliuola, impose il nome suo, e Luciana s’addimandava. Questa, tantosto che sentiva Pietro pazzo dire: — Madre, conche conchette, secchie secchiette, mastelle mastellette, che Pietro ha preso molto pesce! — correva alla finestra, e di ciò pigliava tanto trastullo e solaccio, che alle volte dalle risa si sentiva morire. Il pazzo, che ridere dismisuratamente la vedeva, molto si sdegnava e con parole non convenevoli la villaneggiava. Ma quanto piú il pazzo con villane parole l’oltreggiava, tanto piú ella, come i morbidi fanciulli fanno, ne rideva e giuoco n’apprendeva. Continovando adunque Pietro di giorno in giorno la sua pescagione, e scioccamente ripetendo alla madre le sopradette parole, avenne che ’l poverello un giorno prese un grande e grosso pesce, da noi tonno per nome chiamato. Di che egli ne sentí tanta allegrezza, che ’l se n’andava saltolando e gridando per lo lito: — Cenerò pur con la mia madre, cenerò pur con la mia madre! — ed andava tai parole piú volte replicando. Vedendosi il tonno preso, e non potendo in modo alcuno fuggire, disse a Pietro pazzo: — Deh, fratello mio, pregoti per cortesia che vogli di tal prigionia liberarmi e donarmi la vita. Deh, caro fratello, e che vuoi tu far di me? Come mangiato tu mi avrai, qual altro beneficio di me conseguir ne potrai? Ma se tu da morte mi camperai, forse ad alcun tempo agevolmente io ti potrei giovare. — Ma il buon Pietro, che aveva piú bisogno di mangiare che di parole, voleva pur al tutto ponerselo in spalla e portarselo a casa per goderselo allegramente con la madre sua che ancor ella molto bisogno ne aveva. Il tonno non cessava tuttavia di caldamente pregarlo, offerendogli di dargli tanto pesce, quanto egli desiderava avere. Ed appresso questo li promise di concedergli ciò che egli gli addimanderebbe. Pietro, che, quantunque pazzo fusse, non aveva di diamante il cuore, mosso a pietá, contentò da morte liberarlo; e tanto e con i piedi e con le braccia lo spinse, che lo gittò nel mare. Allora il tonno, vedendo aver ricevuto gran beneficio, non volendo dimostrarsi ingrato, disse a Pietro: — Ascendi nella tua navicella, e col remo e con la persona pieghela tanto da l’un de’ lati, che l’acqua vi possa entrare. — Montato Pietro in nave, e fattala star curva e pendente da uno lato sopra il mare, tanta copia de pesci vi entrò, che ella stette in grandissimo pericolo di sommergersi. Il che vedendo, Pietro che niente stimava il pericolo, assai se ne allegrò: e presone tanto quanto in collo ne poteva portare, verso casa tolse il cammino; ed essendo non molto lontano dall’abitazione, cominciò, secondo la lui usanza, ad alta voce gridare: — Conche conchette, secchie secchiette, mastelle mastellette, che Pietro, ha pigliato di molto pesce! — La madre, che pensava come prima esser derisa e beffata, movere non si voleva. Ma pur il pazzo nel grido piú altamente continovava. Laonde la madre, temendo ch’egli non facesse qualche maggior pazzia se gli vasi preparati non trovasse, ogni cosa apparecchiò. Aggiunto Pietro a casa, e veduta dalla madre tanta copia di bellissimo pesce, ella tutta si rallegrò, laudando Iddio che egli una volta aveva pur avuta buona ventura.

La figliuola del re, avendo udito Pietro altamente gridare, era corsa alla finestra; e lo dileggiava e scherniva, ridendosi fortemente delle parole sue. Il poverello, non sapendo altro che fare, acceso d’ira e di furore, corse al lito del mare, e ad alta voce chiamò il tonno che aiutare lo dovesse. Il tonno, udita la voce e conosciutala di cui era, s’appresentò alla riva del mare: e messo il capo fuori delle salse onde, l’addimandò che cosa egli comandava. A cui il pazzo disse: — Altro per ora non voglio, se non che Luciana, figliuola di Luciano re, gravida si trovi. — Il che in meno di un levar d’occhi fu essequito, tanto quanto egli comandato aveva. Non passorono molti giorni e mesi, che ’l verginal ventre cominciò crescere alla fanciulla che ancora il duodecimo anno tocco non aveva: e vedevansi segni evidentissimi di donna gravida. La madre della fanciulla, questo vedendo, molto addolorata rimase, non potendosi persuadere che una fanciulla di undeci anni, che ancora i segni di donna non dimostrava, ingravidar si potesse. E pensando che piú tosto ella fusse, come suol avenire, in qualche infirmitá incurabile caduta, volse che dalle donne esperte fusse veduta; le quali diligentemente con secreto modo avendola considerata, giudicorono indubitatamente la fanciulla esser gravida. La reina, non potendo un tanto ignominioso eccesso sofferire, con Luciano re suo marito lo volse communicare. Il che inteso dal re, da cordoglio volse morire. E fatta la debita inquisizione con ogni onesto e secreto modo se ’l si poteva scoprire chi era stato colui che la fanciulla violata aveva, né potendo cosa alcuna intendere, per non restar con vituperoso scorno, voleva occultamente ucciderla. Ma la madre, che teneramente amava la figliuola, pregò il re che la riserbasse fino a tanto che ella parturiva: e poi facesse quello che piú gli aggradiva. Il re, che pur le era padre, mosso a compassione della fanciulla che unica figliuola gli era, al voler materno s’achetò.

Venuto il tempo del parto, la fanciulla parturí un bellissimo bambino; e perciò che era di somma bellezza, non puote il re sofferire che ucciso fusse, ma comandò alla reina che fino all’anno allattare e ben nodrire lo facesse. Essendo il bambino pervenuto al termine dell’anno, e crescendo in tanta bellezza che non vi era un altro che se gli potesse agguagliare, parve al re di far una isperienza, se colui, di cui era figliuolo, si potesse trovare. Laonde il re fece fare un publico bando per tutta la cittá, che chiunque della sua etá il decimo quarto anno passava, dovesse, sotto pena di esserli il capo spiccato dal busto, appresentarsi a sua Maestá, portando nelle mani un frutto o un fiore over altra cosa che potesse dar campo al fanciullo di potersi commovere. Secondo il comandamento del re tutti vennero al palazzo portando chi un frutto chi un fiore e chi l’una e chi l’altra cosa in mano: e passavano dinanzi al re, e dopo secondo i loro ordini sedevano. Avenne che andando un giovene al palazzo, come gli altri facevano, s’abbattè in Pietro pazzo, e dissegli: — Dove vai, Pietro? Per che non vai al palazzo come gli altri, ed ubidire al comandamento del re? — A cui Pietro rispose: — E che vuoi tu che io faccia fra tanta brigata? Non vedi tu che io sono povero, nudo, né ho pur una veste da coprirmi; e tu vuoi che io mi ponga fra tanti signori e corteggiani? Questo non farò giá io. — Disse allora il giovene burlando: — Vieni meco, ed io ti darò una veste; e chi sa che il fanciullo non possi esser tuo? — Andatosene adunque Pietro a casa del giovene, li fu data una veste; la quale presa e di quella vestitosi, se n’andò in compagnia del giovene al palazzo: ed asceso su per le scale, si puose dietro un uscio del palazzo, che appena da alcuno poteva esser veduto.

Essendosi adunque tutti appresentati al re, e dopo messisi a sedere, il re comandò che ’l bimbo in sala fusse portato, pensando che, ivi ritrovandosi il padre, le viscere paterne si commoverebbono. La balia prese il fanciullo in braccio ed in sala lo portò: dove tutti lo accarezzavano, dandogli chi un frutto chi un fiore e chi l’una e chi l’altra cosa; ma il bambino tutti con mano li ricusava. La balia, ch’or quinci or quindi passeggiava per la sala, una volta verso l’uscio del palazzo trascorse; e subito il fanciullo ridendo con la testa e con tutta la persona fieramente si piegò, che quasi uscí fuori delle braccia della balia. Ma ella non avedendosi di cosa alcuna, scorreva per tutto. Ritornata la balia da capo all’uscio, il fanciullo faceva la maggior festa, in quel luogo, del mondo, sempre ridendo e dimostrando l’uscio col dito. Il re, che giá si accorgeva degli atti che faceva il fanciullo, chiamò la balia ed addimandolla, chi era dietro l’uscio. La balia, che altro non pensava, rispose esservi un mendico. Onde fattolo chiamare e venire alla sua presenza, conobbe il re che egli era Pietro pazzo. Il fanciullo, che gli era vicino, aperte le braccia, se gli aventò al collo e strettamente lo abbracciò. Il che vedendo il re, doglia sopra doglia li crebbe, e data buona licenza a tutta la brigata, deliberò che Pietro, con la figliuola e con il bambino, al tutto morisse. Ma la reina, che prudentissima era, molto saviamente considerò che, se costoro nel cospetto del re fossero decapitati ed arsi, gli sarebbe non picciolo vituperio e scorno. E però persuase al re che ordinasse una botte, la maggior che far si potesse, e tutta tre dentro rinchiusi, la botte nel mare gittasse, lasciandogli, senza che loro tanto affanno sentissino, andare alla buona ventura. Al re tale arricordo molto piacque: ed ordinata la botte, e messili tutta tre dentro con una cesta di pane ed uno fiasco di buona vernazza e con uno barile di fichi per lo fanciullo, nell’alto mare la fece gettare, pensando che giungendo in qualche scoglio si dovesse rompere ed annegare.

Ma la cosa altrimenti successe di ciò che ’l re e la reina pensato avevano. La vecchiarella madre di Pietro, intendendo il caso strano del figliuolo, tutta addolorata e dalla vecchiezza gravata, in pochi giorni se ne morí. Essendo adunque la misera Luciana nella botte da procellose onde molto combattuta, né vedendo soleluna, dirottamente piangeva la sua sciagura: e non avendo latte da attasentare il fanciullo che sovente piangeva, alle volte gli dava de’ fichi, ed in tal modo lo addormentava. Ma Pietro, nulla curandosi, ad altro non attendeva se non al pane ed alla vernazza. Il che veggendo, Luciana disse: — Pietro, ohimè! tu vedi come io per te la pena innocentemente patisco, e tu insensato ridi, mangi e bevi, né punto consideri al commune pericolo. — A cui egli rispose: — Questo ci è avenuto non giá per colpa mia, ma per cagione tua, che continuamente mi deridevi e berteggiavi. Ma sta di buon animo, — disse, — che tosto usciremo d’affanni. — Io — disse Luciana, — mi penso che tu dica il vero che tosto usciremo d’affanni; perciò che la botte si rumperá sopra qualche sasso, e noi si annegheremo. — Allora Pietro disse: — Taci, che io ho un secreto, il quale se tu sapessi, molto ti maraviglieresti, e forse ti rallegreresti. — E che secreto hai tu, — disse Luciana, — che sollevar ci potesse e di tanto travaglio ni traesse? — Io ho un pesce, — disse Pietro, — il quale fa ciò ch’io gli comando, e non preterirebbe cosa alcuna se egli credesse perder la vita: e fu quello che t’ingravidò. — Questa è una buona cosa, — disse Luciana, — quando cosí fusse. Ma come si addimanda il pesce? — disse Luciana. A cui rispose Pietro: — Egli s’addimanda tonno. — Ma fa ch’egli mi dia la tua autoritá, — disse Luciana, — imponendogli che tanto essequisca, quanto io gli dirò. — Sia fattodisse Pietro, — il tuo volere. — Ed incontanente chiamò il tonno, e commessegli che quanto ella gli imponeva, tanto egli facesse. La giovane, avuta la potestá di comandare al tonno, subito li comandò che egli gittasse la botte sopra uno de’ piú belli e piú securi scogli che sotto l’imperio del padre suo si trovasse; dopo, che operasse che Pietro, di sozzo e pazzo, divenisse il piú bello ed il piú saggio uomo che allora nel mondo si trovasse. E non contenta di ciò, ancora volse che sopra il scoglio fabricasse un ricchissimo palazzo con logge e con sale e con camere bellissime; e che di dietro avesse uno giardino lieto e riguardevole, copioso de alberi che producano gemme e preziose perle: in mezzo del quale sia una fontana di acqua freddissima ed una volta de preziosi vini. Il che senza indugio fu largamente essequito.

Il re e la reina, arricordandosi esser miseramente della figliuola e del bambino privi, e pensando come le loro carni fusseno giá divorate da’ pesci, forte si ramaricavano, né mai si trovavano allegricontenti. E stando amendue in questo affanno e cordoglio, determinorono, per refrigerare alquanto i passionati lor cuori, di andarsene in Gerusalemme ed ivi visitare la Terra santa; e preparata una nave e guarnita di ciò che le conveneva, montorono in nave e si partirono, e con prospero e favorevole vento navigorono. Non s’erano appena cento miglia scostati dall’isola Capraia, che videro dalla lunga un ricco e superbo palazzo alquanto rilevato dal piano, sopra un’isoletta posto. E perché era molto vago e al dominio loro soggetto, lo volsero vedere. Ed accostatisi all’isoletta, fecero scala, e giú di nave smontorono. Non erano ancora aggiunti al palazzo, che Pietro pazzo e Luciana, figliuola del re, li conobbero; e scesi giú delle scale, gli andorono incontra, e con strette accoglienze benignamente i ricevettero. Ma il re e la reina, perciò che erano tutti trasformati, non i conobbero. Entrati adunque nel vago palazzo, minutamente lo videro, e molto lo comendorono; e scesi giú per una scaletta secreta, andorono nel giardino: il quale al re ed alla reina tanto piacque, che giurorono a’ giorni suoi non averne veduto un altro che piú li piacesse.

In mezzo del bel giardino eraci un albero che sopra un ramo aveva tre pomi d’oro; ed il guardiano, per espresso comandamento di Luciana, i custodiva che involati non fussero. Ma, non so come, il piú bello, non avedendosi il re, occultamente nel seno gli fu posto. E volendosi partire il re, disse il guardiano a Luciana: — Signora, uno de’ tre pomi, ed il piú bello, ci manca: né posso sapere chi involato l’abbia. — Allora Luciana al guardiano commesse che ad uno ad uno tutti diligentemente cercasse, perché non era cosa da farsene poco conto. Il guardiano, poi che ebbe ben cercato e ricercato ognuno, a lei ritornò, e dissele che non si trovava. Il che intendendo, Luciana finse di molto turbarsi; e voltatasi al re, disse: — Sacra Maestá, mi perdonarete se ancor voi sarete cercato; perciò che il pomo d’oro che ci manca, è di sommo valore, e molto piú l’apprezzo che ogni altra cosa. — Il re, che non sapeva la trama, pensando che in lui tal error non fusse, arditamente la veste si scinse; e subito il pomo in terra cadde. Il che vedendo, il re tutto suspeso e stupefatto rimase, non sapendo come in seno venuto gli fusse. Luciana, vedendo allora tal cosa, disse: — Signor mio, noi vi abbiamo carezzato e onorato molto, facendovi quelle accoglienze ed onori che degnamente meritate; e voi, in guidardone delle accoglienze, senza saputa nostra ne involate del giardino i frutti. Molto mi pare che verso di noi grande ingratitudine mostrate. — Il re, che di ciò era innocente, molto si affaticava in farle credere che egli il pomo involato non avesse. Luciana, veggendo che omai era convenevole tempo di scoprirsi e dare a conoscere al padre l’innocenza sua, con viso lagrimoso disse: — Signor mio, sapiate ch’io sono quella Luciana, la quale infelicemente generaste e con Pietro pazzo e col fanciullo a morte crudelmente dannaste. Io sono quella Luciana, vostra unica figliuola, la quale senza aver conosciuto uomo alcuno pregna trovaste. Quest’è il fanciullo innocentissimo senza peccato da me conceputo — (e appresentogli il fanciullo). — Quest’altro è Pietro pazzo: il quale, per virtú d’un pesce chiamato tonno, sapientissimo divenuto, fabricò l’alto e superbo palazzo. Costui fu quello che, senza che voi ve n’avedeste, vi puose il pomo d’oro in seno. Costui fu quello di cui non con stretti congiungimenti, ma con incantesimi gravida divenni. E come voi dell’involato pomo d’oro siete innocente, cosí parimente della gravidanza io ne fui innocentissima. — Allora tutti d’allegrezza piangendo si abbracciorono insieme, e gran festa si fecero. E passati alcuni , montorono in nave, ed a Capraia ritornorono: dove fu fatta grandissima festa e trionfo. Ed il re fece a Pietro Luciana sposare; e come suo genero il pose in tal stato, ch’egli onoratamente ed in consolazione lungo tempo visse. Ed il re, venendo al fine della sua vita, del regno suo erede il constituí. —




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