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Testo
Signori,
L'Ape
è dai naturalisti classificata fra gli Insetti nell'ordine degli Imenotteri,
al quale appartiene pure una quantità d'insetti molto comuni come le vespe, i
calabroni, i pecchioni e le formiche.
Nelle api ha
luogo la metamorfosi, vale a dire il passaggio per i tre differenti stadi di
larva o cacchione, di crisalide o ninfa, e d'insetto perfetto come avviene a un
dipresso nel noto baco da seta. Esse, al pari di molte altre specie di Imenotteri vivono in società, e da questo meraviglioso
istinto derivano tanti singolarissimi costumi di cui sono fornite, i quali
meritano non solo lo studio dei naturalisti e degli apicultori, ma eziandio
l'attenzione e l'ammirazione di ogni classe di persone. Le loro società
o colonie si compongono di un numero grandissimo di femmine imperfette
od operaie, di molti maschi o fuchi e di un'unica femmina
sviluppata, la regina od ape madre. L'ape regina ha il capo più
grosso di quello dell'ape operaia, più delicate le
forme, il colore più chiaro, l'addome più lungo, e perciò le ali non arrivano a
coprirlo tutto. La sua lunghezza è di 16 millimetri; mentre
quella dell'operaia è di soli 12. Il fuco ha le forme goffe, pesante il volo,
rotonda la testa, il torace più sporgente in fuori a semicerchio, e misura 16 millimetri. Il
numero delle api in una società può elevarsi fino a 100000; in media una
società si compone di circa 15000
a 20000 operaie e 600 ad 800 maschi.
Se le
api vivono allo stato selvaggio scelgono per luogo di loro dimora un largo foro
di un albero, o di un vecchio muro, oppure il cavo di una roccia; se sono
invece coltivate, l'uomo prepara loro una conveniente abitazione che dicesi arnia.
Un'abitazione qualunque di api è chiamata alveare.
Tutti
i lavori sociali sono eseguiti dalle operaie. I fuchi e la regina non hanno
altro ufficio all'infuori di quello che si attiene alla riproduzione.
Alloraquando
le api di un alveare sono cresciute troppo in numero, se ne separa una parte,
conosciuta sotto il nome di sciame che va a formare una nuova società.
Lo sciame consta della regina accompagnata da un gran numero di operaie e da
vari maschi. Tutto questo popolo d'api abbandona l'alveare tra le 10 ore del
mattino e le 3 ore del pomeriggio, e per alcuni minuti gira confusamente
nell'aria con un ronzio di allegrezza; poi si sospende in forma di grappolo a
qualche oggetto, e più spesso ad un ramo di albero per entrare poi in una nuova
abitazione. Non appena una colonia di api ha preso possesso o di un'arnia, o di
un'abitazione qualsiasi, comincia a ridurla abitabile, e le prime api che
entrano aggrappansi in alto, e alle zampe di esse attaccansi le seconde, e a
queste le altre, e così di seguito formando più catene, le quali disegnano il
sito e la forma che riceveranno i favi, cioè quelle mirabili costruzioni di
cera somiglianti a focaccie, e ai di cui lati si osservano tanti regolarissimi
alveoli chiamati celle. Il raggruppamento serve alle api per sviluppare
il calore necessario a secernere la cera. State così qualche tempo, le une
intraprendono la costruzione dei favi, altre puliscono le arnie se vi fossero
immondizie, levano tutte le bricciole di legno sporgenti dalle pareti, oppure,
nel caso che avessero scelto una naturale abitazione, levano la terra e le erbe
che per avventura si potrebbero trovare. Le api dovendo produrre la cera si
cibano in gran copia di miele e di polline, e quando queste sostanze sono del
tutto digerite, cioè dopo 40 ore; la cera è trasudata dalle ultime quattro
mezze anella inferiori dell'addome in forma di squamette pentagonali. La cera è
una vera secrezione animale, un prodotto particolare delle api simile al loro
grasso; la produzione di essa è relativa più o meno alla quantità di nutrimento
che pigliano, al grado di temperatura che può aver l'aria. Questa secrezione
avviene da noi nei mesi di maggio e giugno.
Osservate
questo favo già compiuto: e lo vedrete formato dalla riunione di tante celle a
foggia di prisma esagonale e disposte le une dietro le altre regolarmente in
file orizzontali, e in ambo le pareti del favo, le cui superfici risultano dal
complesso delle aperture delle celle, aperture che avendo la figura di un
esagono regolare non lasciano interstizio alcuno. Nel favo, in grazia della disposizione
delle celle da un lato, e dall'altro, si può osservare un tramezzo o parete
mediana sulla quale viene formato il fondo di ciascuna cella. La costruzione
del favo incomincia appunto da questo tramezzo come vedremo. Seguiamo ora
un'ape intenta a costruire favi. Sfrega prima la parte posteriore dell'addome
col terzo paio di zampine, indi solleva il secondo paio, e dalle mezze anella
inferiori dell'addome si vedono uscire le laminette di cera, le quali ad una ad
una sono subito portate con gran destrezza fra le mandibole servendosi del
primo paio di zampine. L'ape fa di ciascuna laminetta un'oblunga pallottolina
la quale attacca al sito dove costruisce il favo, e così continua infino a che
abbia posto in opera tutte le laminette che trasuda. Non solo le api che
secernono la cera, ma anche le altre che stanno intorno si occupano a costruire
i favi, togliendo le laminette dalle anella di quelle che le trasudano.

Laddove
il favo incomincia si vede una piccola sporgenza che s'ingrandisce fino ad
arrivare a 10 millimetri di altezza, 5 di larghezza e 3 di grossezza; allora
una operaia vi scava uno spazio sferico, e quasi allo stesso momento due altre
fanno la medesima operazione dal lato opposto, e così scavando assottigliano le
pareti e riducono la cavità a forma piramidale le cui facce sono tre rombi.
Queste cavità costituiscono il fondo di ciascun alveolo o cella. La cera che
risparmiano da questo lavoro è deposta sugli orli, e serve in gran parte a
costruire le pareti laterali delle celle. In tal modo le api costruiscono prima
il tramezzo o parete mediana come dissi sopra.
Ultimati
i fondi, elevano i sei trapezi che formar debbono le pareti laterali delle
celle. Queste celle risulteranno altrettanti prismi esagonali, però troncati da
una parte da tre rombi. In ciascuno di essi prismi la base anteriormente, cioè
l'ingresso della cella, è un esagono regolare, e posteriormente il fondo è
troncato in modo, da terminare con i tre rombi anzidetti. Il prolungamento
delle pareti laterali delle celle è fatto contemporaneamente da una parte e
dall'altra del favo il quale raggiunge la grossezza di 25 millimetri circa.
L'ape
sa modellare le sue celle in guisa da far capire nel minor spazio possibile il
numero più grande di celle impiegando la minima quantità di materia. Darò
un'idea della costruzione matematica delle celle.
Se in
un prisma a base di esagono regolare si prolunga l'asse di un quarto della
diagonale del quadrato costruito sul lato dell'esagono, e da quel punto estremo
si conducono tre piani che passano per i lati del triangolo equilatero
inscritto nell'esagono della base superiore, risulta un solido decaedro che ha
la minima superficie di quanti potessero aver origine in modo consimile. E tale
decaedro è appunto quello scelto dalle api per forma delle loro celle. La
scelta dell'esagono regolare anzichè di altre figure ha la sua ragione perchè
il triangolo equilatero, il quadrato, e l'esagono regolare sono i soli poligoni
regolari che ponno riempire un piano senza lasciare interstizio alcuno, e di
questi tre poligoni ad aree equivalenti, l'esagono regolare ha il minor
perimetro. Da tutto ciò risulta che vi è doppia economia di cera. Immaginando
ora riuniti assieme molti di questi decaedri in modo che abbiano le loro basi
esagonali in uno stesso piano, e ciascuno di essi abbia ciascuna delle sue
facce laterali comune con una degli altri, i rombi dei fondi lasciano dei vani
che costituiscono i fondi delle celle del lato o parete opposta del favo.
Allorquando
il primo favo è giunto ad una certa dimensione, un altro parallelamente è
incominciato, e così di seguito fino a che l'arnia sia riempita. Fra l'uno e
l'altro favo passa la distanza di 14 millimetri. A stagione propizia la
fabbrica dei favi procede con grande rapidità; secondo diversi osservatori, in
24 ore può essere compiuto un piede quadrato di favo che conta circa 4000
celle. I favi sono ordinariamente costruiti dall'alto al basso, e se qualche
volta sono condotti dai lati procedono assai lentamente, e più se dal basso
all'alto. Le celle sono fatte a bella posta per dar ricetto alle uova e per
essere il magazzino del miele e del polline.
Se
osserverete, o Signori, attentamente le celle vedrete che non sono tutte
identiche; ve ne ha delle piccole e delle grandi; maggiore è il numero delle
prime, e la regina vi depone un uovo dal quale nascerà un'operaia, minore è il
numero delle seconde, nelle quali si svilupperanno i maschi. Le celle da
operaie sono profonde 8 millimetri e larghe 4 millimetri; quelle da
maschio profonde 13 millimetri e larghe 7 millimetri. Tra queste e quelle
vi sono delle celle dette di transizione alquanto irregolari che le api
costruiscono allorchè vogliono passare dalle celle d'operaie e quelle di maschi
o viceversa. Vi sono pure delle celle senza una ben determinata forma, e queste
veggonsi al tetto o alle pareti dell'arnia, e servono a fissare i favi, e
perciò sono dette celle di adesione, in esse non vi si osservano angoli
troppo ristretti perchè non diventino facile nido alle terme.
Ma si
accrescerà sicuramente la vostra ammirazione facendovi osservare una cella di
forma tutta particolare detta cella reale, molto simile ad una ghianda,
il cui interno non è ad angoli ma cilindrico, perfettamente liscio, e la cui
direzione è verticale. Questa cella è quella della regina. Le api la fabbricano
senza risparmio, in modo che la cera impiegata per una di queste basterebbe a
farne cento da operaie. Le celle reali sono di due sorta: le une appositamente
fabbricate per la regina ai lembi dei favi, le altre nel mezzo dei medesimi
allorchè perdono la regina.
Il
miele ed il polline è immagazzinato in celle da operaie e da maschi. Le celle
melearie, quanto più abbondante è il raccolto, altrettanto vengono allungate
particolarmente nelle parti più appartate dell'alveare in modo che tra i favi
rimane solo lo spazio da passarvi un'ape. Le celle da fuchi trovansi di rado
sulla parte superiore dei favi, d'ordinario nel centro o lateralmente da 20 a
40 file. Le celle melearie sono nella parte superiore.
Miele,
polline ed acqua sono indispensabili alimenti per le api, le quali si danno a
raccoglierne con tutto l'impegno. Volano esse sui fiori, ne suggono il nettare
mediante la lingua del loro apparato boccale, e lo raccolgono entro lo stomaco
meleario o antiventricolo, che acquista, la mercè dei succhi gastrici ed
altre sostanze, un odore e sapore tutto suo proprio, e si converte in miele;
giunti all'alveare lo rigurgitano nelle rispettive celle, o magazzini. Quando
trovano propizia la raccolta, il miele è portato in tutta fretta
all'abitazione, ed allora lo riversano nelle prime celle vuote onde tornare
tosto al lavoro; dopo ciò, e alle volte durante la notte, lo trasportano nelle
celle melearie. Il polline, o polvere fecondante dei fiori, è necessario
alle api in tutte le stagioni e più nel tempo delle covate. L'ape che ne va in
cerca si poggia su di un fiore, si spinge entro al calice, e scuotendo gli
stami, stacca da essi il polline, il quale si appiccica fra i peli che coprono
il suo corpo; si ritira un po' all'infuori, e colle zampe davanti comincia a
spazzolarsi il capo, e riunitone alquanto, lo inumidisce onde impastarlo e
formare due pallottoline che spinge tra i peli delle zampe mediane colle quali
spazza l'altro polline che è sparso pel torace e lo fa aderire alle
pallottoline di già incominciate. Col terzo paio di zampine riunisce il
restante polline sparso al di sotto e al di sopra del ventre e delle ali, alle
pallottoline. Il terzo paio è fornito di un ciuffetto di peli a guisa di spazzola,
e di una cavità denominata cestella o bacinetto in cui l'ape con
parecchi colpi vibrati passa le pallottoline di polline. L'ape fa questa operazione
assai rapidamente, e la ripete finchè il carico sia abbastanza pesante, e
finchè non trovi più di che accrescerlo. Giunta all'alveare deposita le
pallottoline in una cella per lo più d'operaia appuntando ai margini di essa le
zampe anteriori, poi v'introduce le posteriori e colle medie spinge le
pallottoline nella cella, indi mediante il capo fortemente le comprime unendovi
all'uopo un po' di miele.
Le api
raccolgono il miele ed il polline sopra fiori della stessa specie per non perdere
l'equilibrio, essendochè le pallottoline non solo hanno uno stesso colore, ma
sono anche esattamente dello stesso peso.
Un'altra
raccolta assai necessaria alle api è l'acqua per sciogliere il miele
cristallizzato, per preparare il cibo alle covate, e per soddisfare alla sete;
se ne provvedono alle sponde dei ruscelli, fonti, e laghi, e nelle foglie delle
piante cariche di rugiada o di pioggia.
Gli
industriosi insetti abbisognano anche di propoli o propilo,
sostanza densa, giallognola o rossiccia, resinosa, amara ed aromatica,
trasudata dalle gemme di certe piante come pioppi, castani, ontani,
ippocastani, ecc. Il propoli quando abbrucia spande un gratissimo odore. È
solubile nell'alcool. Il propoli è raccolto, nei giorni ed ore calde, dalle
api, che ne staccano un pezzetto colle mandibole, e poscia colle zampine
anteriori lo levano e lo portano alle medie, e da queste è attaccato alle
cestelle.
La
temperatura più favorevole alle api per raccogliere è fra i 12 e i 25 gradi, e
allorquando la temperatura interna dell'alveare oltrepassa i 36 gradi cessano i
lavori, e si vedono uscire in gran numero e porsi davanti al foro d'ingresso.
Tutta l'attività spiegata dalle operaie nei lavori interni dell'alveare e negli
esterni delle raccolte prosegue ed anzi aumenta a misura che aumenta la sociale
prosperità la quale dipende dall'essere la regina sana e prolifera.
La
regina è l'anima della società. In un'arnia normale vi è una sola regina e
gelosa a tal punto di un'altra da sacrificare, occorrendo, la vita. Se si dà il
caso che in una stessa arnia si trovino due regine, una di esse è però distinta
dalle altre in modo da formare due famiglie separate, e fra esse vi sarà stata
guerra accanita in cui la perdente non riportò ferita mortale. D'ordinario la
lotta viene decisa colla morte di una o colla fuga della più debole, e succede
anche che ambedue le combattenti perdono la vita. Tale lotta avviene fra due
giovani regine, di rado tra una regina vecchia ed una giovane. Le operaie
prestano la più grande assistenza alla regina, imperocchè sono esse che le
porgono il nutrimento, che le stanno sempre intorno a farle corteo, insomma
sono assai sollecite nel prodigarle tutte le cure possibili sia che essa stia
tranquilla, sia che passeggi per l'alveare o deponga le uova. Se un pericolo la
minaccia, ecco tutte quante pronte a prendere la sua difesa.
La
regina, come, l'unica femmina prolifera della società, si occupa unicamente di
deporre le uova, il cui numero può ascendere assai facilmente fino a 60000.
Abbiamo dei fatti che provano come può deporne un numero alquanto più elevato.
Il barone Berlepsch contò 3021 ova fatte da una regina in 24 ore, e stimò che
in quattro anni questa ne abbia deposte cento e trenta mila, senza contare
quelle dei maschi.
L'ape
regina non esce mai dal suo alveare, e lo lascia soltanto allorchè deve
eseguire il volo d'amore. In condizioni favorevoli la regina può volar fuori
dell'arnia in cerca di un fuco tre giorni dopo che ha compita la metamorfosi,
ma può anche ritardare diverse settimane e perfino qualche mese. L'unione della
regina col maschio ha sempre luogo nell'aria ad una considerevole altezza,
lungi perciò dalle nostre osservazioni, ed avviene in giornate calde e serene,
in cui l'aria è tranquilla, nelle belle ore del giorno, dalle 9 alle 4, mentre
le api operaie ronzano allegre avanti la loro abitazione. Di consueto sono
molti i voli, poichè assai di rado viene fecondata dal primo volo; con questo
prende cognizione del sito della propria arnia che esamina tanto attentamente
prima di lasciarla. Guai se sbagliasse arnia nel ritorno, sarebbe
inevitabilmente messa a morte. Quando essa è volata fuori e torna fra 10 o 15
minuti, è cosa certa che non avvenne il connubio; è avvenuto, se tarda dai 40
ai 50 minuti. Può ripetere il volo 20 o 30 volte in più giorni, ed in un giorno
persino tre volte senza restar fecondata ove non si sia incontrata con nessun
amante o fors'anche perchè non trovò l'amante simpatico. La fecondazione della
regina succede una volta soltanto per tutto il viver suo. L'unico fuco che
compì questo atto incontra inevitabil morte, perchè l'istrumento della
fecondazione è costrutto in modo da doverlo lasciare nel corpo della sua compagna.
Si sono viste delle regine ritornare all'arnia portando un filamento pendente
da cui si liberarono da sè stesse, o vennero aiutate dalle operaie.
Passati
due giorni dacchè avvenne il volo d'amore, e talora anche un tempo assai lungo,
la regina comincia a deporre le uova fila per fila nelle celle preparate, e
seguita sempre a deporne, eccetto i due mesi del più gran freddo. Prima di
deporre un uovo in una cella v'introduce la testa; se la trova vuota e pulita,
retrocede, alza il ventre, e lo introduce entro la cella medesima, e nello
stesso tempo che lo spinge al fondo emette con uno sforzo muscolare l'uovo che
vi resta attaccato col glutine che lo avvolge.
Un
fatto molto curioso sto ora per accennare, voglio dire il fatto della partenogenesi
o parto verginale. Ho detto che vi sono celle da operaie e celle da
maschi; or bene, l'uovo che la regina depone in una cella da operaia ha subito
l'azione della fecondazione, e perciò da esso nascerà un'operaia o femmina
imperfetta; l'uovo invece deposto in una cella da maschio non essendo fecondato
darà origine ad un maschio. Se la regina emette uova e non si trovò mai col
maschio, queste uova non sono sterili come nella gallina e in quasi tutti gli
animali ovipari, ma nascerà un fuco; se ebbe commercio col maschio può eziandio
deporre uova non fecondate in grazia di un apposito serbatoio in cui essa porta
l'umore fecondante che viene versato o no sulle uova allorchè stanno per
uscire.
L'uovo
adunque delle api è originariamente di sesso maschile, la fecondazione gli dà
un impulso a svolgersi in senso femminile. Il parto verginale nelle api e in
qualche altro insetto è posto oggidì fuor di dubbio con molte osservazioni ed
esperienze. L'uovo dal quale deve nascere una regina è affatto simile alle
altre uova, esso viene deposto in una cella reale ed è fecondato. Questa calla
ha dapprima la forma di uno scodellino simile a quello che vediamo nel frutto o
ghianda del rovere; il diametro dello scodellino è identico a quello di una
cella da operaia; le operaie allungano la cella man mano che il bruco cresce in
modo da avere la forma complessiva della ghianda detta di sopra o di olivetta.
Ma non basta che la regina deponga un uovo fecondato in una cella reale per
dare origine ad una regina è anche necessaria una particolare ed abbondante
nutrizione fornita dalle operaie alla larva col succo alimentare che esse
preparano.
Il
succo alimentare delle api è un prodotto della digestione, e si compone di 2
parti di miele, 3 di polline, e 4 per lo meno d'acqua. Le api lo rigurgitano
dallo stomaco chilifero per nutrire tutte le covate e talora la regina. Vi è
però differenza fra il succo alimentare che somministrano alla larva reale e
quello che danno alle larve dei fuchi e delle operaie. Il barone Berlepsch
dice: «Il sugo delle api operaie e fuchi sembra latte commisto ad acqua, e
all'incontro quello dell'ape madre è un sugo, come il grasso d'oca, che unge».
Tanto è vero, come già dissi sopra, che si richiede una particolare nutrizione
alla larva chiusa nella cella reale per trasformarsi in regina. Se la regina
depone più d'un uovo in una cella, le operaie li assorbono tutti meno uno. Se
depone uova da fuchi in celle da operaie e viceversa, alcune volte sono convenientemente
scambiate dalle operaie.
Le
covate, ossia le uova, le larve e le ninfe, sono trattate
colla massima diligenza e cura per parte delle operaie. Appena le uova sono
deposte, si mettono sopra in gran quantità per produrre il calor necessario
all'incubazione. La regina non si occupa della sua prole. Quando la larva è
nata il nutrimento è identico per le tre sorta d'api fino al quinto giorno;
dopo questo termine le larve d'operaie sono nutrite con una mescolanza di miele
e polline, e sono chiuse con un coperchio di cera quasi piano fatto colla cera
degli orli della cella. La stessa cosa succede dopo il settimo giorno per le
larve del maschio, ma il coperchietto è convesso. La larva reale continua
invece a ricevere il succo nutritore, il che spiega il fatto come le api
possono cambiare in regina una larva di operaia quando rimangono orfane, cioè a
dire senza l'ape regina. E qui torna in acconcio dirvi in brevi parole come
avvenga il curioso fenomeno. Appena le operaie si accorgono di essere orfane,
prescelgono una cella d'api operaie che contenga l'uovo, oppure la larva, e
cominciano ad allargarla distruggendo delle celle confinanti ed estraendone le
rispettive uova o larve che contenessero; poscia innalzano intorno all'uovo o
larva un contorno cilindrico, rimanendo però sempre il fondo della cella come
era, cioè romboidale per non guastare le corrispondenti celle dalla parte
opposta, le quali hanno i rombi del fondo comuni. Elevano quindi una specie di
tubo, la cui posizione come le circostanti celle è orizzontale, e occorrendo,
se la larva accresce molto, lo allungano sacrificando anche altre celle
circostanti. La particolar forma della cella data alla larva di operaia e il
nutrimento speciale che riceve la converte, come dissi, in ape regina.
Ora vi
dirò come e in quanto tempo avvenga la metamorfosi nelle api. Tutte le larve
escono dall'uovo il terzo giorno dalla sua deposizione; ma le successive
trasformazioni variano nelle tre sorta d'api. L'operaia sta sei giorni allo stato
di larva e viene racchiusa nella cella con un coperchio di cera, indi si
avvolge nel serico bozzoletto dentro al quale si chiude perfettamente
impiegandovi un giorno e mezzo; in tre dì si trasforma in ninfa e rimane in
questo stato sette giorni e mezzo. Finalmente rompe colle mandibole il
coperchio, ed esce senza aiuto alcuno. L'operaia impiega adunque 21 giorni
dalla deposizione dell'uovo a trasformarsi in insetto perfetto. La larva di
regina viene chiusa nella sua cella reale verso il sesto dì dal suo nascimento,
e comincia essa pure a filare il bozzolo, il quale non copre che la testa ed il
torace, restando scoperto quasi tutto l'addome. Dopo due o tre giorni si
trasforma in vera ninfa, o crisalide, e fra quattro o cinque giorni è femmina
perfetta; a raggiungere dunque questo stato impiega soli 16 giorni circa. Il
maschio compie la sua metamorfosi in 24 giorni. Tutte queste trasformazioni
però subiscono qualche variazione di tempo a seconda del cibo e della
temperatura. Il signor L. Sartori, distintissimo apicoltore italiano, ebbe
delle regine nate in 15, in 16 giorni e mezzo e in 17 giorni; delle operaie fra
i 20 ed i 23 giorni; nei maschi non osservò che piccole differenza di ore.
Torniamo ad osservare lo spettacolo veramente meraviglioso di un alveare alla
buona stagione. Incredibile è l'attività che spiegano le operaie. Dal sorger
del sole fino al suo tramonto si vede un andare e venir continuo; è facile
osservare nel gran numero che entra quelle che portano le pallottoline di
polline fra i bacinetti, mentre altre escono frettolose e spiccano il volo per
i campi allontanandosi ordinariamente per un raggio di 2 o 3 chilometri. Quando
però le api non trovassero a questa distanza il sufficiente nutrimento allora
si allontanano assai di più.
Sulla
porticina d'ingresso veggonsi talune che non spiccano il volo, ma stanno a
guardia dell'arnia per osservare se entrano nemici, oppure delle api di
un'altra colonia, essendovi tra una società e l'altra inimicizia. Da ciò appare
che le api di uno stesso alveare si riconoscano perfettamente fra loro. Le
guardie, se vedono entrare qualche nemico, gli corrono sopra e cercano di
ucciderlo, chiamando in aiuto le compagne per far più presto a disfarsene.
Anche alla sera non abbandonano il posto ed al chiaror di luna veggonsi girare
intorno in cerca dei loro nemici, vale a dire la farfalla della tignuola, la
falena od altro. Quando nei pericoli le guardie chiamano in aiuto la colonia
emettono un ronzio che è come di allarme, al quale viene subito risposto da
tutta intiera la colonia. Altrettanto fanno quando sono d'improvviso sturbate.
Se vengono irritate, volano intorno arrabbiate e mandano un suono di collera e
d'ira.
Ed è
sicuramente un fatto curioso assai che nella diverse occasioni mandano diversi
suoni che si direbbero un loro linguaggio. Quando sciamano, per esempio, il
loro ronzio è come di allegrezza, quando entrano in una nuova arnia il loro
grido è come di richiamo, quando le fuggiasche ritornano alla famiglia ronzano
di gioia, ed invece restando prive della regina mandano un suono di dolore e
lamento.
Le api
irritate talora pungono, e ciò avviene quando credono che si minacci la lor
colonia. Le api non offendono mai, ma difendono la propria abitazione e
famiglia. L'aculeo è situato all'estremità dell'addome. Tutto l'apparato
velenifero dell'ape consta di glandule che elaborano il veleno, di una
vescichetta entro la quale si raccoglie, e di un pungiglione canaliculato che
serve a pungere e versare nelle ferite il veleno. I maschi mancano di questo
apparecchio, e per conseguenza non pungono. La regina usa del pungiglione
soltanto per uccidere le rivali, quindi non punge mai l'uomo. Gli effetti del
veleno sono generalmente leggieri; assai facilmente dopo qualche tempo si
riesce ad avvezzarsi alle punture, in modo da non provare più nè gonfiezza, nè
dolore. Molti sono i rimedi suggeriti contro la puntura delle api, uno dei più
efficaci è una goccia di ammoniaca liquida, ultimamente è stata indicata la
glicerina.
Entro
all'alveare immense sono le faccende che tengono occupate le api, chi di esse
sta costruendo favi, chi attende a pulire l'arnia, chi prodiga le debite cure
alle covate, chi intonaca tutte le fessure della loro abitazione, col propoli,
il quale in certe circostanze è anche impiegato per avvolgere qualunque corpo
estraneo che per avventura si trovasse nell'arnia. Dicesi che una lumaca entrò
in un alveare, e appena quando ebbe pagato il fio della sua imprudenza colla
morte, le api non potendo trasportar fuori il cadavere per il troppo peso, si
diedero subito ad intonacarlo di propoli affinchè la putrida esalazione non
rendesse malsana l'aria dell'alveare.
Le
reduci dai campi cariche di provviste, quando hanno di già riempite le celle di
polline e di miele, le chiudono con un coperchio concavo. Questi coperchi sono
nuovi nei favi nuovi, ma pei vecchi non producono cera appositamente. Le api
coprono il miele perchè si conservi meglio, non evapori, non cristallizzi, o
non si guasti altrimenti.
Un'arnia
non ha che un'apertura, cioè quella d'ingresso; non sarebbe sufficientemente
ventilata se le api in qualche maniera non vi provvedessero. Vibrano esse rapidamente
le ali in modo, che l'aria interna viene di subito messa in movimento, e si
stabilisce così una corrente d'aria viziata che va, mentre un'altra d'aria sana
entra per la porticina stessa. Tosto che le une sono stanche di produrre questo
movimento, ne subentrano delle altre, e così non viene mai interrotto il ronzio
che si sente in un'arnia ben regolata.
Si è
creduto da taluni che le api si suddividano il lavoro, e così vi siano le api
ceraiuole, le motrici, le sentinelle, le ventilatrici, le raccoglitrici, ecc.,
ma è provato che la stessa ape, secondo l'età ed il bisogno del momento, si
assume diversi uffici. Le api giovani si dedicano ai lavori interni fino al
diciasettesimo giorno, e talora fino al diciannovesimo dopo la loro nascita,
poscia cominciano a raccogliere. Bello è osservare le operaie più vecchie
esaminare con tutta cura le api giovani che escono dalle celle per assicurarsi
che non abbiano difetti (altrimenti se ne hanno sono messe a morte) e vengono
pure visitate quando escono per la prima volta dall'alveare onde prepararle al
loro primo volo.
L'instancabile
operosità delle api non ha tregua che nell'autunno e nell'inverno. Durante la
rigida stagione sono costrette a starsene ammucchiate fra i favi per mantenere
una temperatura di 8 gradi. Esse si muovono lentamente per cibarsi del miele e
del polline raccolto alla buona stagione.
Tosto
che si giunge alla primavera, le api amanti della nettezza incominciano a
pulire l'arnia, a trasportar fuori i cadaveri delle morte compagne, il polline
ed il miele che si sono guastati, e riparare i favi muffiti, e a pulire le
celle che servir debbono alle covate. Allorchè le api stanno ritirate nei
giorni invernali non emettono gli escrementi, e solo si liberano da questi
allorchè escono alle prime belle giornate. In tal caso il loro volo dicesi volo
di purificazione.
Una
società di api può vivere per un tempo indeterminato quantunque la vita delle
singole operaie sia breve. In estate si può ritenere che ogni sei settimane le
operaie di un'arnia siano rinnovate, mentre le nate in autunno campa o la
maggior parte fino alla primavera successiva. Nessuna muore di vecchiaia,
troppo sono le fatiche sostenute dalle povere operaie, e troppo i pericoli che
le api incontrano fuori dell'arnia. L'avidità del raccogliere non ha limiti,
esse non badano a lacerare le ali, a logorare l'intiero loro corpo. Quante non
restano vittima dei nemici e delle intemperie che sopraggiungono, e da mille
altri accidenti! È tale nell'ape l'istinto di accumular miele che si rende
insaziabile fino al punto di porre a ruba le altrui arnie. In autunno quando si
fa scarso il raccolto, le arnie deboli sono messe a sacco, e si veggono ancora
le api assalitrici lottare furiosamente colle povere api esposte al saccheggio;
queste si difendono coraggiosamente entro e fuori della loro arnia. Da questo
combattimento ne sussegue la morte di molte che cadono trafitte a terra.
L'ape
regina vive molto più delle altre api, d'ordinario 3 o 4 anni. Il signor
Sartori ed altri hanno avute regine che vissero 7 ed anche 9 anni. Dopo il
terzo anno sono meno forti e vivaci. I fuchi hanno breve durata, essi non si
trovano sempre nelle arnie, ordinariamente se ne veggono dalla metà d'aprile a
tutto giugno. È un fatto assai curioso e di facilissima osservazione vedere le
operaie intente ad allontanare dall'arnia i maschi e maltrattarli dopo che è
avvenuta la fecondazione per togliere dalla società essere inutili, anzi
dannosi, consumando essi le provvigioni senza contribuire a raccoglierne. È
tale l'accanimento a spinger fuori dell'arnia i maschi che sono questi talora
assaliti da due operaie e messi a morte. Il signor marchese Balsamo Crivelli,
di cui lamentiamo oggi la dolorosa perdita nel suo ottimo libro intitolato: Storia
naturale e coltivazione dell'ape, dice che di raro, ma dassi il caso, che
essendo copioso il raccolto del miele, mancando le celle d'api operaie per
riporlo, distruggono le covate da fuchi per servirsi delle loro celle; ed è
sorprendente che nelle arnie orfane d'api madri nell'autunno non uccidono i
loro fuchi.
Vi ho
parlato di arnie orfane, ora aggiungerò che questo danno della mancanza della
regina può cogliere un'arnia qualunque. Se la perdita di essa avviene in
un'arnia in cui sianvi o larve di operaie o meglio ancora celle reali preparate
e fuchi, presto le api avranno la loro regina, ma se la perdita avviene in
un'arnia nella quale non vi siano uova o larve di operaie e manchino i maschi,
allora la popolazione dovrà inevitabilmente perire. Alcune volte le operaie
rimaste orfane cercano di riparare, ma indarno, alla loro trista sorte,
trattando una o più operaie colle stesse cure come se fossero regine; è questo
il caso che le operaie emettono uova, ma non potendo essere fecondate per la
loro propria costituzione, da queste uova non nascono che fuchi. Il coperchio
delle celle ove sono deposti, è assai convesso anzichè piano, e si hanno le
così dette covate gibbose.
Finalmente
non posso passare sotto silenzio il fatto non tanto frequente, ma nemmeno raro,
che una colonia intera fugga dall'arnia; ciò avviene per diverse circostanze,
come sarebbe a dire, per causa di malattia (putrefazione delle covate), o
perchè la tignuola invase le ceree costruzioni, e per mancanza di provvigioni
nell'interno dell'arnia e per nessun raccolto in campagna, i quali due ultimi
casi succedono da noi più di frequente.
Ecco,
o Signori, descritti brevemente i principali fatti che si riferiscono ai
costumi del prezioso ed utile imenottero. Io cominciai ad esporli dal momento
che uno sciame uscito dal suo alveare entra in una nuova abitazione, ma dopo
l'incessante lavoro della state è passata la successiva stagione invernale,
eccoci di nuovo allo stesso fenomeno. Terminerò quindi la mia lezione col dirvi
ancora cosa succede nell'alveare prima che uno sciame parta. Dapprima alcune
api, che diconsi esploratrici, vanno in traccia del luogo ove stabilire la
colonia, e lo cercano dappertutto, entrando nelle arnie, nelle fessure dei
muri, nei cavi degli alberi, ecc. Nell'alveare, intanto sono state preparate
diverse celle reali che possono essere 6 o 10, e persino 20; queste celle sono
state costruite a diversi giorni d'intervallo perchè le future regine non si
sviluppino tutte in un giorno. Giunto quasi il momento che la prima sta per
uscire, fa intendere un particolar suono che produce spingendo l'aria con gran
forza fuori dalle trachee. Tale suono può esprimersi colle sillabe qua a a
qua qua qua. La regina padrona dell'arnia rimane attonita per alcun poco,
ma risponde poi con un grido che si può rappresentare colle sillabe tuii i i
i ti ti ti. Questi suoni s'intendono nelle calde ore del giorno, e
specialmente di sera anche a qualche metro di distanza dall'arnia. La regina
libera non può più rimanersi tranquilla, ed è subito spinta a precipitarsi
sulla cella per uccidere la rivale; il che non può fare perchè vi trova le
guardie che la difendono. L'agitazione accresce in tutto l'alveare, le operaie
si provvedono di miele e di polline da prender seco, ed escono precipitose
fuori dell'arnia finchè la regina se ne fugge con loro. E così parte lo sciame.
Quando nelle operaie è spento l'istinto di sciamare, allora lasciano che la
regina uccida la sua rivale, il che fa portandosi al di sopra della cella reale
ove corrisponde l'addome, che, come dissi sopra, non è rivestito del bozzolo, e
aprendo colle mandibole un piccol foro vi introduce l'aculeo uccisore. Così fa
delle altre nasciture regine, finchè giunta all'ultima lacera la cella intiera
e mette in pezzi la testa della rivale. È incarico delle operaie di aprire le
celle delle uccise e portar fuori i cadaveri.
Se non
si spense il desiderio di sciamare e se anzi le api vogliono sciamare più
volte, allora non permettono mai alla regina di avvicinarsi alle celle reali.
Tale divieto la mette sempre su tanto furore che non tarda a dar segni di voler
partire.
Uscito
lo sciame le giovani regine chiuse nelle celle (se frattanto ne giunse alla
maturità più di una) fanno intendere il loro grido, e non avendo risposta, la
più matura rompe in fretta la cella, e si precipita fra la operaie rimaste
dalle quali è bene accolta. Le altre seguitano a gridare, ma la nuova padrona
risponde, si agita e cerca di metterle a morte succedendo i medesimi fatti,
come poc'anzi ho accennato.
Un
alveare può sciamare persino quattro volte nella stessa stagione. Il primo
sciame parte colla regina vecchia; negli altri può avvenire che due novelle
regine emigrino colla stessa popolazione, allora succede guerra tra le due pel
possesso della nuova abitazione colla vittoria dalla più forte.
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