III
Quando terminai di
leggere il mio racconto e dopo il cerimoniale degli applausi, vi fu
un gran silenzio e una grande inquietudine, perché tutti
sapevano.
I due s'erano alzati
e venivano verso me passando nei sussuri e negli sguardi.
— Quale
tragica e tenebrosa storia! — disse la sorella tendendomi la
mano mentre io le cercavo, attraverso il discreto impudore del
vestito, le cicatrici della mia fustigazione.
Di fronte a
quell'atteggiamento audace stimai abile mostrarmi semplice; ma dove
comincia la naturalezza in un essere dotato di qualche anima di
ricambio?
— Oh, quella
storia, — risposi — non è che l'immagine di una
notte popolata di sogni...
Ma non si lasciarono
ingannare che a metà, e quando lei salì in lift il
fratello me lo fece vedere chiaramente:
— Una notte
popolata di sogni — cominciò poi che fummo soli, seduti
nell'hall davanti a qualche alcool — ed è questa la
giusta immagine della mia vita.
La semplicità
drammatica di quell'uomo che degnava rivelarsi mi commosse:
— È
l'immagine di tutte le vite — risposi. — Appena cerchiamo
di decifrare, il crepuscolo scende sulla nostra testa, e cominciano i
sogni...
— Decifrare! —
esclamò lui. — Bisogna decifrare o esser divorati dalla
sfinge... Decifrare!... Strana parola che spiega una cosa la quale
non è a nostra disposizione e che pure è di
un'importanza da far fremere! La vita mescola insieme persone e cose:
il bene, il male, il mediocre, il sublime, l'orribile. La terra, che
è grigia, sembra che getti sopra ciascuna cosa un manto
grigio... Gli uomini si somigliano, in apparenza. Il costume
stabilisce una dissomiglianza artificiale, l'abitudine ne stabilisce
un'altra, la simulazione un'altra, la paura un'altra... Viviamo su
apparenze. Una quantità di veli nasconde la realtà. Lo
spettacolo delle cose che bisogna divinare e che non si può,
ci conduce sull'orlo dell'abisso, e l'abisso attira la preda.
Sull'orlo della fatalità, curva sull'abisso, sta la sfinge
misteriosa e terribile...
Parlava lentamente,
senza esitazioni se non volute, dando al ritmo della voce cambiamenti
bruschi o insensibili, d'una brutalità improvvisa o d'una
dolcezza infinitesimale...
Dopo un silenzio
riprese:
— La storia
che avete letto mi ricorda quei vecchi evangelari così carichi
d'alluminature che gli occhi dei profani vi cercano invano il testo
santo. Vi sono scritture difficili...
S'arrestò un
poco, poi con un piccolo riso afono:
— Però,
dove non avete potuto decifrare, avete saputo divinare. Siete stato
indiscreto... Avete lacerato il velo d'Iside.
Sinceramente
turbato, lo guardai.
— Avreste
dunque, — chiesi come paradossando sopra un tono confidenziale,
— avreste dunque qualche macchia di sangue sulle dita?
— No; fu il
veleno.
La risposta uscì
dalle sue labbra con la calma d'una confessione meditata.
Quando riprese a
parlare, la sua voce fu il singhiozzo d'un ferito che si dibatte:
— La vita
c'inganna con delle ombre, — disse — è di
un'eloquenza incoerente... Vende tutto troppo caro, e noi compriamo
ad un prezzo mostruoso il più meschino dei suoi segreti.
— Un meschino
segreto! — esclamai tristemente. — Oh! Io non voglio
giudicare il vostro peccato...
Egli m'interruppe,
mise la mano sulla mia, e guardandomi con lo sguardo più
doloroso:
— Non era un
peccato! — disse. — Ci siamo ingannati, perché gli
uomini curvano volentieri i loro capricci sotto un fato che li
consacri tragici. Pensate! Essere gli eletti degli oscuri decreti
della necessità! Cadere nell'inevitabile! Subire una legge
eccezionale! Ah, l'ironia è il più terribile tra gli
elementi della divinità!... C'era un'incognita da liberare,
un'X che sfidava le risorse dell'algebra... E la sfinge voleva che
non ci fosse risposta... e la sfinge ci ha divorato... Come divinare
che non eravamo fratelli?
Il mio stupore fu
così eccessivo che un bicchiere cadde in frantumi.
— Non siete
fratelli?
— No, e non lo
sapevamo... Come tutto è semplice, non è vero? Come
tutto rientra nell'ordine, come tutto si risolve nell'ingenuo, con
un'eleganza veramente divina e candida! Ah! la realtà, certe
volte, varca ogni limite del verosimile! È una prestigiatrice
incomparabile. I suoi movimenti sono così destri che noi
dobbiamo rinunziare a seguire il filo dell'arabesco che scrivono
nello spazio... Come avremmo potuto divinarlo? Quand'io nacqui, lei
era già in casa da oltre un anno. Mio padre, studioso delle
scienze occulte, viveva sepolto fra libri di satanismo, e mia madre,
devota, volle, con la pietosa adozione di un'orfana, scongiurare i
castighi del cielo da una casa sconsacrata dalle scienze maledette. E
il Signore, infatti, l'esaudì quasi subito, richiamandola a
lui nel darmi alla luce... In tal modo, fummo ingannati. Crescemmo
insieme, come fratello e sorella, in una libertà che solo
vigilava una vecchia governante. Nacque così il prestigio d'un
sentimento che il divieto del sangue, capite? il divieto del sangue
ingrandiva e faceva irresistibile... Vennero poi gli anni del Liceo,
e durante le vacanze d'una estate particolarmente calda, accadde
quello che eravamo autorizzati a qualificare d'orribile... Sotto
l'infernale fosforescenza dello sguardo di Satana, fummo simili a
Dio. Il cielo lacerò le sue nubi, l'universo dismise i suoi
veli, il sole tese alla natura le sue braccia incandescenti; le erbe
si colorarono di zolfo, le bestie spaurite fuggirono verso le foreste
— ma le foreste si scolorarono e le foglie caddero: il sole
rise su noi in tutto l'implacabile effluvio del suo cuore. Rise;
scoppiò dal ridere, ah, ah! Lei aveva concepito, comprendete?
concepito nelle mie braccia, in negazione alle leggi della natura...
L'unità incestuosa avrebbe dovuto non essere ternaria; il
peccato avrebbe dovuto rimanere sterile; e la sua carne, invece, si
rivelava feconda...
Trasalii. Il
veleno!... ecco il veleno... Avevano avvelenato il sangue loro...
Avevano ucciso i forse che dormono nel mistero dell'uovo, le
possibilità incluse nella speranza, l'avvenire... Avevano
soppresso la bellezza di domani, la vita di domani... Avevano
assassinato la Redenzione!...
Mi parve che un
vento freddo mi passasse sopra... Dov'ero? Qual'era la voce che
parlava dentro di me?... Che tristezza, che notte! Mi sentivo
d'improvviso stanco, mi pareva di cadere in un abisso... Avevo
paura... Abbrividii quando egli riprese a parlare, con gli occhi che
sembravano vedere più lontano delle cose:
— Quale
disincanto, allora! Non eravamo fratelli! La sfinge mostruosa era,
nella nostra mano, l'umile animaletto che la sera innanzi luceva
misteriosamente tra i cespugli... L'ignoranza, abbandonandoci, aveva
lasciato nella nostra testa un vuoto profondo come un precipizio...
Sapevamo... La verità ci opprimeva... La Verità! Ah! se
si potesse colpire nel cuore di questo triste vampiro, oppure
soffocarlo, senza rumore, perché Dio non se ne avveda... Non
eravamo fratelli!... Ci parve tornare da lontano, da così
lontano! Ci riconoscevamo appena... Tutto era mutato... Avevamo
sognato, veduto un incendio... Quando? Dove? In quale oceano, in
quale deserto? Pareva che dei fiori fossero morti. C'era nell'aria un
odore di foglie morte... Oh, come rimpiangemmo allora il sogno che ci
eravamo fatto dell'amore! ... Provammo di accettare le visioni
innocenti, le idee pure che la natura offriva alla nostra
immaginazione convalescente... Ci sposammo. Sì, ci sposammo,
dopo il lutto di mio padre, trovato un giorno morto nella sua stanza,
col capo piegato sopra una Kabbala... Fu in una piccola cappella
solitaria, sotto la mano d'un vecchio sacerdote commosso, senz'altro
discorso che le parole del messale... Ma invano! non era possibile;
non fu possibile... Non c'interessavamo più l'uno
dell'altro... Se ancora ci abbandonavamo a un gesto d'amore, era
senza emozione, senza desiderio. I nostri occhi già rivelavano
il rimpianto d'un paradiso perduto. Quando ne parlavamo, già
veniva nei nostri discorsi l'inesorabile parola: Allora!... Triste
notte, quella in cui comprendemmo che la natura ci aveva esclusi dal
suo banchetto!... Certe ore non hanno dimane, e per questo, forse,
varrebbe meglio non averle vissute mai. Si corre dietro le loro
sorelle che passano sul quadrante dell'orologio, e ciò può
condurre lontano, giù, fino in fondo agli inferni dove dei
dannati gemono il nessun maggior dolore...
Io volli osare, in
quell'accasciamento, la parola profonda, la parola decisiva, quella
che tocca l'intimo dell'essere e che strappa al Rimorso le preziose
perle del Pianto:
— E morì,
il figlio? — chiesi a voce bassa.
— No, vive, —
rispose lui gravemente. — Vive in un brefotrofio, come un
figlio della colpa... Abbiamo voluto ritorcere alla natura la sua
ironia...
— Perché
io non so — soggiunse con un sorriso diabolico — non so
se avete apprezzato quel che c'è di alto divertimento
nell'evidente inutilità del nostro peccato. In tutto questo si
può gustare una bella testimonianza di quanto valga la voce
del sangue. E la chiaroveggenza dell'Opinione!... ah! ah!
Basta la qualifica di fratelli per trasformarci in due mostri in
missione speciale sopra una terra minacciata di catastrofe e
d'incendio... Questa innocente simulazione, vedete, è un
istrumento di piacere veramente anormale... apre una porta inedita e
astrusa... I pensieri evocati mormorano al nostro orecchio come un
volo di farfalle apriline, e il fruscìo delle loro ali
talvolta ci è dolce all'epidermide...
Quelle parole
avevano il sapore d'un vizio. La voce che le pronunziava, nondimeno,
era fatta per cantare, amare, sedurre; ma io non ritenevo che il
senso tortuoso, inquietante, e vedevo levarsi innanzi a me, sotto la
forma di quell'uomo, la figura stessa della Corruzione.
Poi, quasi piegato
al mio orecchio, mi narrò misteriosamente dell'oscuro suicidio
d'un giovane, l'anno prima, in quell'hôtel, nei viali del
parco...
Fece una breve
pausa, indietreggiò la testa e, bruscamente:
— È
questo il veleno!...
|