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Giuseppe Vannicola
Il veleno

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  • III
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III

 

Quando terminai di leggere il mio racconto e dopo il cerimoniale degli applausi, vi fu un gran silenzio e una grande inquietudine, perché tutti sapevano.

I due s'erano alzati e venivano verso me passando nei sussuri e negli sguardi.

— Quale tragica e tenebrosa storia! — disse la sorella tendendomi la mano mentre io le cercavo, attraverso il discreto impudore del vestito, le cicatrici della mia fustigazione.

Di fronte a quell'atteggiamento audace stimai abile mostrarmi semplice; ma dove comincia la naturalezza in un essere dotato di qualche anima di ricambio?

— Oh, quella storia, — risposi — non è che l'immagine di una notte popolata di sogni...

Ma non si lasciarono ingannare che a metà, e quando lei salì in lift il fratello me lo fece vedere chiaramente:

— Una notte popolata di sognicominciò poi che fummo soli, seduti nell'hall davanti a qualche alcool — ed è questa la giusta immagine della mia vita.

La semplicità drammatica di quell'uomo che degnava rivelarsi mi commosse:

— È l'immagine di tutte le viterisposi. — Appena cerchiamo di decifrare, il crepuscolo scende sulla nostra testa, e cominciano i sogni...

Decifrare! — esclamò lui. — Bisogna decifrare o esser divorati dalla sfinge... Decifrare!... Strana parola che spiega una cosa la quale non è a nostra disposizione e che pure è di un'importanza da far fremere! La vita mescola insieme persone e cose: il bene, il male, il mediocre, il sublime, l'orribile. La terra, che è grigia, sembra che getti sopra ciascuna cosa un manto grigio... Gli uomini si somigliano, in apparenza. Il costume stabilisce una dissomiglianza artificiale, l'abitudine ne stabilisce un'altra, la simulazione un'altra, la paura un'altra... Viviamo su apparenze. Una quantità di veli nasconde la realtà. Lo spettacolo delle cose che bisogna divinare e che non si può, ci conduce sull'orlo dell'abisso, e l'abisso attira la preda. Sull'orlo della fatalità, curva sull'abisso, sta la sfinge misteriosa e terribile...

Parlava lentamente, senza esitazioni se non volute, dando al ritmo della voce cambiamenti bruschi o insensibili, d'una brutalità improvvisa o d'una dolcezza infinitesimale...

Dopo un silenzio riprese:

— La storia che avete letto mi ricorda quei vecchi evangelari così carichi d'alluminature che gli occhi dei profani vi cercano invano il testo santo. Vi sono scritture difficili...

S'arrestò un poco, poi con un piccolo riso afono:

— Però, dove non avete potuto decifrare, avete saputo divinare. Siete stato indiscreto... Avete lacerato il velo d'Iside.

Sinceramente turbato, lo guardai.

— Avreste dunque, — chiesi come paradossando sopra un tono confidenziale, — avreste dunque qualche macchia di sangue sulle dita?

— No; fu il veleno.

La risposta uscì dalle sue labbra con la calma d'una confessione meditata.

Quando riprese a parlare, la sua voce fu il singhiozzo d'un ferito che si dibatte:

— La vita c'inganna con delle ombre, — disse — è di un'eloquenza incoerente... Vende tutto troppo caro, e noi compriamo ad un prezzo mostruoso il più meschino dei suoi segreti.

— Un meschino segreto! — esclamai tristemente. — Oh! Io non voglio giudicare il vostro peccato...

Egli m'interruppe, mise la mano sulla mia, e guardandomi con lo sguardo più doloroso:

— Non era un peccato! — disse. — Ci siamo ingannati, perché gli uomini curvano volentieri i loro capricci sotto un fato che li consacri tragici. Pensate! Essere gli eletti degli oscuri decreti della necessità! Cadere nell'inevitabile! Subire una legge eccezionale! Ah, l'ironia è il più terribile tra gli elementi della divinità!... C'era un'incognita da liberare, un'X che sfidava le risorse dell'algebra... E la sfinge voleva che non ci fosse risposta... e la sfinge ci ha divorato... Come divinare che non eravamo fratelli?

Il mio stupore fu così eccessivo che un bicchiere cadde in frantumi.

— Non siete fratelli?

— No, e non lo sapevamo... Come tutto è semplice, non è vero? Come tutto rientra nell'ordine, come tutto si risolve nell'ingenuo, con un'eleganza veramente divina e candida! Ah! la realtà, certe volte, varca ogni limite del verosimile! È una prestigiatrice incomparabile. I suoi movimenti sono così destri che noi dobbiamo rinunziare a seguire il filo dell'arabesco che scrivono nello spazio... Come avremmo potuto divinarlo? Quand'io nacqui, lei era già in casa da oltre un anno. Mio padre, studioso delle scienze occulte, viveva sepolto fra libri di satanismo, e mia madre, devota, volle, con la pietosa adozione di un'orfana, scongiurare i castighi del cielo da una casa sconsacrata dalle scienze maledette. E il Signore, infatti, l'esaudì quasi subito, richiamandola a lui nel darmi alla luce... In tal modo, fummo ingannati. Crescemmo insieme, come fratello e sorella, in una libertà che solo vigilava una vecchia governante. Nacque così il prestigio d'un sentimento che il divieto del sangue, capite? il divieto del sangue ingrandiva e faceva irresistibile... Vennero poi gli anni del Liceo, e durante le vacanze d'una estate particolarmente calda, accadde quello che eravamo autorizzati a qualificare d'orribile... Sotto l'infernale fosforescenza dello sguardo di Satana, fummo simili a Dio. Il cielo lacerò le sue nubi, l'universo dismise i suoi veli, il sole tese alla natura le sue braccia incandescenti; le erbe si colorarono di zolfo, le bestie spaurite fuggirono verso le foreste — ma le foreste si scolorarono e le foglie caddero: il sole rise su noi in tutto l'implacabile effluvio del suo cuore. Rise; scoppiò dal ridere, ah, ah! Lei aveva concepito, comprendete? concepito nelle mie braccia, in negazione alle leggi della natura... L'unità incestuosa avrebbe dovuto non essere ternaria; il peccato avrebbe dovuto rimanere sterile; e la sua carne, invece, si rivelava feconda...

Trasalii. Il veleno!... ecco il veleno... Avevano avvelenato il sangue loro... Avevano ucciso i forse che dormono nel mistero dell'uovo, le possibilità incluse nella speranza, l'avvenire... Avevano soppresso la bellezza di domani, la vita di domani... Avevano assassinato la Redenzione!...

Mi parve che un vento freddo mi passasse sopra... Dov'ero? Qual'era la voce che parlava dentro di me?... Che tristezza, che notte! Mi sentivo d'improvviso stanco, mi pareva di cadere in un abisso... Avevo paura... Abbrividii quando egli riprese a parlare, con gli occhi che sembravano vedere più lontano delle cose:

— Quale disincanto, allora! Non eravamo fratelli! La sfinge mostruosa era, nella nostra mano, l'umile animaletto che la sera innanzi luceva misteriosamente tra i cespugli... L'ignoranza, abbandonandoci, aveva lasciato nella nostra testa un vuoto profondo come un precipizio... Sapevamo... La verità ci opprimeva... La Verità! Ah! se si potesse colpire nel cuore di questo triste vampiro, oppure soffocarlo, senza rumore, perché Dio non se ne avveda... Non eravamo fratelli!... Ci parve tornare da lontano, da così lontano! Ci riconoscevamo appena... Tutto era mutato... Avevamo sognato, veduto un incendio... Quando? Dove? In quale oceano, in quale deserto? Pareva che dei fiori fossero morti. C'era nell'aria un odore di foglie morte... Oh, come rimpiangemmo allora il sogno che ci eravamo fatto dell'amore! ... Provammo di accettare le visioni innocenti, le idee pure che la natura offriva alla nostra immaginazione convalescente... Ci sposammo. Sì, ci sposammo, dopo il lutto di mio padre, trovato un giorno morto nella sua stanza, col capo piegato sopra una Kabbala... Fu in una piccola cappella solitaria, sotto la mano d'un vecchio sacerdote commosso, senz'altro discorso che le parole del messale... Ma invano! non era possibile; non fu possibile... Non c'interessavamo più l'uno dell'altro... Se ancora ci abbandonavamo a un gesto d'amore, era senza emozione, senza desiderio. I nostri occhi già rivelavano il rimpianto d'un paradiso perduto. Quando ne parlavamo, già veniva nei nostri discorsi l'inesorabile parola: Allora!... Triste notte, quella in cui comprendemmo che la natura ci aveva esclusi dal suo banchetto!... Certe ore non hanno dimane, e per questo, forse, varrebbe meglio non averle vissute mai. Si corre dietro le loro sorelle che passano sul quadrante dell'orologio, e ciò può condurre lontano, giù, fino in fondo agli inferni dove dei dannati gemono il nessun maggior dolore...

 

Io volli osare, in quell'accasciamento, la parola profonda, la parola decisiva, quella che tocca l'intimo dell'essere e che strappa al Rimorso le preziose perle del Pianto:

— E morì, il figlio? — chiesi a voce bassa.

— No, vive, — rispose lui gravemente. — Vive in un brefotrofio, come un figlio della colpa... Abbiamo voluto ritorcere alla natura la sua ironia...

— Perché io non sosoggiunse con un sorriso diabolico — non so se avete apprezzato quel che c'è di alto divertimento nell'evidente inutilità del nostro peccato. In tutto questo si può gustare una bella testimonianza di quanto valga la voce del sangue. E la chiaroveggenza dell'Opinione!... ah! ah! Basta la qualifica di fratelli per trasformarci in due mostri in missione speciale sopra una terra minacciata di catastrofe e d'incendio... Questa innocente simulazione, vedete, è un istrumento di piacere veramente anormale... apre una porta inedita e astrusa... I pensieri evocati mormorano al nostro orecchio come un volo di farfalle apriline, e il fruscìo delle loro ali talvolta ci è dolce all'epidermide...

Quelle parole avevano il sapore d'un vizio. La voce che le pronunziava, nondimeno, era fatta per cantare, amare, sedurre; ma io non ritenevo che il senso tortuoso, inquietante, e vedevo levarsi innanzi a me, sotto la forma di quell'uomo, la figura stessa della Corruzione.

Poi, quasi piegato al mio orecchio, mi narrò misteriosamente dell'oscuro suicidio d'un giovane, l'anno prima, in quell'hôtel, nei viali del parco...

Fece una breve pausa, indietreggiò la testa e, bruscamente:

— È questo il veleno!...

 




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