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CANTO
TERZO.
ARGOMENTO.
Lucifero,
continuando il racconto, accenna alla venuta dei barbari; ad Ario, che si
ribella, fra' primi, all'autorità ecclesiastica, da cui viene scomunicato nel
concilio di Nicea; a Telesio, che scote il giogo scolastico; alla stampa che
propaga il pensiero nuovo. - La rivoluzione, filosofica in Italia, diventa
religiosa in Germania. - Leone X e Lutero. - Il pensiero e la coscienza armano
il braccio dei popoli, e la rivoluzione prende l'aspetto politico. - Tirannide
monarchica e republicana: la libertà sta nel centro. - Rivoluzioni
d'Inghilterra, d'America, di Francia. - Il canto della guigliottina. -
Fecondità delle rovine. - Rassegna delle principali invenzioni del pensiero
umano; dalle quali confortato l'Eroe, predice il suo vicino trionfo. - Finita
così la narrazione, si parte, mentre una voce misteriosa annunzia agli uomini
la sua venuta.
Sopra
la terra imperversava intanto
Un uragan di popoli. Sul
vecchio
Tronco latin spirò l'aura del
norte,
E il rinverdì; fra le
disfatte genti
S'insinuò un gagliardo
alito, un fremito
Di selvatica possa. A quella
forma
Che al ritorno d'april,
sotto al fecondo
Bacio del Sol, freme la
terra, e il cieco
Germe, che in grembo custodì
dal fiero
Morso de' ghiacci, a l'aurea
luce esprime;
Tal serpea de l'uman genere
in petto
Una nuova virtù, che a la
secreta
Aura del mio pensiere
apríasi il varco.
Ed Ario sorse, e tutte avea
d'intorno
Le germaniche stirpi. - Oh!
splenda un lume
Di verità su queste genti;
un riso
Di libertà su le coscenze
umane;
Sia concesso il pensier! -
Questo ai pastori
Del buon Cristo ei chiedea,
là, su la soglia
Del Niceno consesso, ove a
congiura
Tratti il cenno li avea d'un
parricida.
Siccome folla di mendici, a
cui
Cadan rotte le vesti e
manchi il pane,
Tali sul freddo limitar
premeansi
Mute, ansïose del giudizio,
ai fianchi
D'Ario le genti. Alzâr le
braccia i sacri
Del Cristo alunni, e su la
fronte ardita
Del Cirenèo fulminâr tutta a
un'ora
L'umanità. Sfida fu questa,
a cui
Ostinata e mortal guerra
successe.
Quinci la Fede della plebe: un'orba
Maga, che l'ignoranti anime
impera,
E d'error vive ed a le
stragi istíga;
Quindi colei, che luminosa
incede
Fra tutti affanni, e di
Scïenza ha nome:
Di severi intelletti arbitra
e diva,
Sperimentando, essa li guida
in loco
Dove scevro di nubi il Ver
fiammeggia;
Gli eterni de le cose atomi
indaga,
L'essenze esplora, e a la
cagion lontana
La varia prole degli effetti
annoda.
Chi potría tutti annoverar
di questa
Universa battaglia i campi e
l'armi,
Gli eroi, gli studî, i
vincitori, i vinti?
Sol taluno dirò. Di precursori
Italia è madre, e tre corone
ha in fronte:
Regnò co'l brando e con le
leggi in pria;
Poi, vinta i polsi e
strazïata il petto,
Co'l pensiero regnò. Gemean
le menti
Sotto al flagel d'una
loquace, astuta
Sfinge bifronte, che, di
Cristo a un tempo
E d'un Saggio, che patria
ebbe Stagira,
Usurpando il poter doppio e
gli aspetti,
Mutava con sottile arte in
oscura
Fede il saper, la cattedra
in altare.
Povera fra le genti iva e digiuna
D'ogni culto Sofía, nè pria
fu lieta
Di fermo ospizio e d'onorate
offerte,
Che s'avvenne in Telesio. Il
venerando
Vecchio sedea pensosamente a
l'ombra
De le selve native; e, pari
al raggio
Novo del Sol, che tra le
fronde e i rami
Scendea sereno a ricercargli
il fronte,
Un arduo gli splendea dentro
al pensiero
Giovanissimo spirto. A
l'aura, al guardo
Riconobbe la santa esule, e
incontro,
Sorridendo e tremando e con
aperte
Braccia le córse. Una parola
ardita
Quinci udiron le serve itale
menti;
Impallidì l'orrida Sfinge;
il duro
Giogo fu scosso; e da
quell'aureo giorno
La casetta del sofo ara
divenne.
Qual da
le dilicate ántere aperte
Manda l'amante fiore al fior
lontano
Il pòlline fecondo, e
messaggero
Del casto bacio è il zeffiro
d'aprile:
Tale il novo pensier,
creduto a un novo
Magistero di cifre, inclite
imprese
Maturò fra le ardenti anime;
e il vanto
Fu tuo per vero, o egregia
arte, per cui
Da metallici tipi impresso,
e in mille
Guise prodotto, agil
discorre e vola
Il mortale pensier, visibil fatto.
Possa tu sei, che ogni
confine, opposto
Fra gente e gente, indomita
conquidi;
Fulmine sei, che la funesta
e scura
Tirannia de l'error sfolgori
e sperdi;
Luce sei tu, per che
dovunque e in tutte
L'alme il sorriso d'ogni ver
si svela,
Tu, nel commercio de l'idee,
le sparse
Genti accomuni; in facile
amistanza
Leghi i vivi agli estinti, e
in guisa annodi
L'uno a l'altro pensier,
l'ieri al domani,
Che la specie de l'uom,
devota a morte,
Un sol gigante ed immortal
diviene.
Ma qual
de l'onda avvien, che d'uno in altro
Vase versata, altra figura
assume,
Così, da la contesa alpe ad
estranei
Climi varcando il pensier
novo, in nova
Forma e in campo diverso e
con altr'armi
Contro a un cieco poter
sorse, e proruppe.
Trafficata,
qual vil merce, passava
Da un giogo a l'altro la
saturnia terra;
E i suoi figli rideano. Un
rubicondo
Pastore e re, che di Leone
il nome,
Ma l'alma avea d'un animal
di Circe,
Banchettava su l'are, e il
ciel vendea.
Venne un giorno d'oltralpe
un battagliero
Frate sul Tebro. Gli bollía
nel petto
Il sassonico sangue, e calda
al pari
Del suo sangue la fede. -
Oh! ch'io nel vivo
Fonte, dicea, de l'evangel
di Cristo
Quest'anima disseti! - Io,
ch'era presso,
Per man lo presi, e lo
condussi in loco
Ove il sir de l'umane alme
gioíva
Fra una ciurma di servi, a
cui sul crine
Sedea per celia un ramoscel
d'alloro,
Una burla su'l labbro, e sol
ne l'epa
La libertà. Del buon Leone
intorno
Tripudïando oscenamente
ignude
Ivan muse e madonne; ed ei,
nuotante
Come in un mar di placida
quïete,
Sonnecchiava e ridea,
mentre, seduta
Sui suoi ginocchi, con la
man lasciva
Stazzonando il venía
lubricamente
Del Bibbiena una putta, ed
esso il Cristo,
In abito or di scalco, or di
poeta,
Compartía, strambottando in
buon latino,
Cibi a le pance e a l'anime
indulgenze.
Su la spalla battei de lo
stupíto
Solitario, e gli dissi: Ecco
il vangelo!
Arse in cor d'ira e di
vergogna in volto
Il generoso, e a le natíe
contrade
Disdegnando volò. Folti a'
suo' fianchi
Si stringeano i fedeli al
suo ritorno,
Dimandando di lui, che il
ciel dispensa;
Ed ei tuonò: - Colui, che il
ciel dispensa,
L'are insozza, il ciel
vende, e Dio svergogna! -
Disse, e dal petto
fremebondo il sacro
Abito svelse, e si lanciò
nel mondo
Come guerrier contro a
nemico armato.
Ululâr
contro a lui, contro al pensiero,
Contro a la vita, contro al
ciel, gl'ingordi
Lupi di Trento; sibilâr gli
obliqui
Rettili del Loiola, e dentro
ai petti
S'insinüando, avvinghiâr
l'alme; un freddo
Lento velen vi sparsero,
sperando
Che sepolta nel sonno, o nel
terrore,
L'umana volontà tutta si
spenga.
Fu un sepolcro la terra.
Un'ara e un trono
Soli sovr'esso; e tutto
occhi e sospetti
Sovra entrambi il Loiola:
Iddio discese
Umilmente dal cielo; e,
perchè alcuna
De le pecore sue non si
smarrisse,
Al comando di lui prese il coltello,
E con celestïal garbo
l'immerse
Ne la gola di mille. Un mar
di sangue
Coprì la terra; il divo
manigoldo
Tornò al ciel, carezzò
l'insanguinata
Barba, e pago dal suo trono
sorrise
Come al settimo giorno. Io
nel fumante
Sangue mi astersi, e
fulminai la voce.
Pugnâr vivi ed estinti, e
nuova intorno
Pullulò da la strage onda di
vita.
Gemina
possa, è libertà: risveglia
Le menti in pria, poi
discatena i polsi.
Uom, che servo ha il
pensier, la destra ha inerme;
Spada non ha chi i suoi
diritti ignora.
Ricca d'affanni e d'ogni mal
contesta
Egli è certo la vita; e pur
qual turpe
Cosa è nel mondo, che al
servir s'agguagli?
E qual di tutte è servitù
più infesta
Che servir, non volente, al
ferreo cenno
D'assoluto signor? Popol che
geme
Fra' ceppi, e sente del suo
mal vergogna,
Per metà è schiavo, e qual
gode e s'oblía
Schiavo è due volte, e
d'ogni ingiuria è degno.
Dinanzi a re, che il suo
piacer fa legge,
E a nessun mai de l'opre sue
risponde,
Leggi non son, nè cittadini:
ai sommi
Gradi i pessimi esalta; il
buon deprime;
L'altrui sostanze
impunemente invade;,
Grandi e piccoli offende; il
sangue sparge;
L'onor calpesta: è tutto
insomma ei solo.
Nè giustizia miglior, nè più
felice
Stato è, per me, dove la
plebe impera.
Idra ingorda è la plebe, e
per ciascuna
Testa ha due bocche: a
divorar la prima,
A morder l'altra e a maledir
dischiusa.
Vile in servire, in comandar
superba,
Cieca in ambo gli stati,
iniqua sempre.
Miglior però d'ogni governo
io tengo
Quel che al centro risiede,
e da ogni estremo
Con eguale poter si tien
diviso.
Quinci l'empia Licenza, a
cui gradito
Cibo è la strage cittadina,
e quindi
La Tirannide astuta; ed
esso in mezzo
Sta, come ròcca, e per
vegliante cura
Campa a un'ora dal male e al
ben provvede.
Da l'estrano temuto, e
riverito
Al par da' suoi, de la sua
gente i dritti
Custodisce e difende, e, pur
lasciando
A l'oprare d'ognun libero il
campo,
Argine solo il dritto altrui
gli oppone.
Così liberi tutti e tutti a
un tempo
Servi sono a la Legge; e per diversa
Via, con varia fortuna e
vario ingegno
Egual fine ha ciascuno: il
ben di tutti.
Questo però, qual ch'abbia
forma e nome,
Libero stato io sovra gli
altri estimo.
Nè pensar
già che il buon desío m'accechi,
Se dir m'udrai, che a tanto
inclito obietto
Ogni gente del mondo ormai
si appressi.
Al novo grido del pensier
ribelle
Tremâr con l'are i troni, e
giù dai troni
Precipitâr scettri purpurei
e teste
Coronate di re. Surse su'l
nudo
Scoglio Albïone, e su'l
riverso giogo,
Il suo tiranno a giudicar,
piantosse.
E giudicò. Splendea nitida e
bella,
Qual s'addice ad un re,
sovra il tuo collo,
O Stüardo, la scure; e
fredda, muta
Come il pensìer del rigido
Cronvello,
Cadde, e libò con voluttà
plebea
Il regio sangue di tue regie
vene.
Rotolò ne la polve il tuo
parlante
Capo, e le voci balbettate a
pena
Da le labbra morenti entrâr
nel petto
D'ogni re de la terra, a cui
mutato
Sembrò il regno in abisso,
in palco il trono.
Surse
anch'ella e ruggì d'oltre l'Atlante
L'americana Libertà, che
troppo
Sentì al collo pesar
l'anglico giogo;
E tu primo ne udisti il
grido orrendo,
Redentor Vasintóno, a cui la
spada
Sfolgoratrice d'assoluti
imperi
Essa prima affidò. Scornata
e vinta
L'altera Anglia soggiacque;
e non le valse
Fulminar Franchi orgogli e
antenne Ibere,
Nè gli oceani domar, nè invitta
e ferma
Durar su la contesa arce di
Calpe,
Quando te non domò, te di
nemici
Vincitore non pur, ma di te
stesso.
Libertà allor sul grande
istmo si assise
Vittorïosa, e ne le immense
braccia
Ad un patto d'amor le genti
accolse.
Sedea fra tanto una cortese
e imbelle
Sovra il trono di Francia
ombra di re.
Quinci un cortèo di pallide
e lascive
Fantasme, e inciprïate ombre
e superbi
Scheletri incappellati e
rugginose
Armi vuote, che si tenean
diritte,
Come fosser guerrieri; e
quindi un vasto
Tumultüoso brulicar di vivi.
Il Re dicea: Stiam fermi, io
son lo Stato!
Ed il popolo: Avanti, eguali
tutti!
Diceva il Re: Pieghiam la
fronte a Cristo;
E la plebe: Nè re, nè dio
vogliamo:
Cristo è il passato, e
l'avvenir siam noi!
E il magnifico Re, non per
paura,
Ma perchè ardea d'amor pe'
suoi soggetti,
Titubò, tentennò, si
rassettò
Co'l mignolo sottil certi
indiscreti
Ricci, che gli sfuggían da
la parrucca,
E gridando: sto fermo, un
gradin scese.
Fe' un sogghigno la plebe, e
disse: È poco.
Ed il Re scese ancora. Ancor
non basta!
Gridò la plebe; e il Re:
M'abbasso troppo;
Allor pari sarem! - Meglio
per tutti;
Se non ami con noi viver nel
fango
Un palco t'alzerem d'oro e
di gemme;
Vieni, scendi e vedrai! -
Scese; e la plebe
Urlò un plauso di gioia, e,
sì com'era
Nana, minuta, sbrindellata e
scarna,
Diessi a ballonzolar
bizzarramente
Tutta in giro al buon re.
- Balliam, balliamo:
La nostra
gioia, il viver nostro è un'ora:
L'uccel venne a la rete, il
pesce a l'amo.
Da l'una a l'altr'aurora,
Balliam, balliam, balliamo.
Balla con
noi, buon re: noi non siam prenci,
Non vestiamo, gli è ver,
porpora ed ostro,
Ma fatto è il manto tuo coi
nostri cenci,
E tinto te l'abbiam co'l
sangue nostro.
Balla con
noi, buon re: vigile ognora
Tu pensavi al tuo popolo
diletto:
E il popol tuo vegliava e
veglia ancora
Per comporti a sue spese un
cataletto.
Balla con
noi, buon re; balliam, balliamo;
Facciam cambio di doni, oggi
ch'è festa:
Noi la vita e l'onor dato
t'abbiamo,
E tu, buono qual sei, dànne
la testa! -
Era questo
il baccar di quel tremendo
Popolo di pigmei. L'un
l'altro, a un segno,
S'aggruppâro, si unîr, si
fuser tutti
Come liquido bronzo, e una
trifronte
Furia formâr così gagliarda
e fiera,
Che immoto stette a
contemplarla il mondo.
Ella si scosse, e dietro a
lei sparirono
I secoli; diè un grido, e
tremâr quanti
Popoli e re. Tutto sia
nuovo, disse,
E fulminò: tempi, memorie,
cose,
Troni ed altari, uomini e
dii. La terra
Corse in tre passi; e a le
rovine in cima,
Fra un oceano di sangue
eretto un trono,
Lieta, guardando a
l'avvenir, si assise.
Come allor, che dai campi
aridi e brulli
Piomba co'l verno una
tempesta, orrendo
Romba il tuon, fischia il
vento, a larghe falde
Piove olimpo; i torrenti
alzansi in fiumi,
I fiumi in mar; crollan
capanne e case,
E ti par tutto, ove che il
guardo giri,
Un sepolcro di torbe acque
la terra;
Tal passò quell'Erìne; e, a
quella forma
Che, a le fiamme del Sol,
bevendo i campi
L'abbondevole umor, pullula
intorno
Fuor del morbido limo ogni
diversa
Vegetal vita, e variopinto e
bello
D'erbe intesto e di fior
spiega il suo manto;
Così da le rovine alte e dal
sangue
Germinâr cose e idee,
ch'arbori or fatte,
Dan riparo a le genti e
frutti al mondo.
Questi,
ch'io noto con parlar fugace,
Inclito Prometèo, son, tra'
maggiori
Fatti, per cui l'uman genere
avanza,
I maggiori e più illustri; e
d'essi al raggio
La speme del mio cor
s'accende e cresce.
Me più volte cacciò nei
tenebrosi
Baratri il Dio, che al suo
fatale è presso,
Ma invitto sempre ad altre
prove io sorsi,
E a l'estrema mi accingo, or
che cotanto
Spazia nel Ver de l'uman
genio il volo.
Però ti piaccia udir, come
appuntando
L'uomo industre e tenace il
vario ingegno
Or d'Iside nel grembo, or di
sè stesso,
Utili veri a la sua vita
invenne.
Qual dirò prima o poi?
Correa su' ciechi
Flutti il nocchiero, e nulla
al dubbio corso
Guida costante gli reggea la
prora,
Fuor che l'Orsa malfida e il
vario sole.
Mal securo ei fuggía gli
alti, e la riva
Con vigile tenendo occhio,
il nemico
Nembo tremava, che rapìagli
il cielo.
Ma poi che la virtù primo
conobbe
Del commisto magnete, il
qual, sospinto
Da un istinto d'amor,
volgesi al polo,
Un sottil, ben temprato ago
ne trasse;
Mobilmente il librò sovra a
un diritto
Fil d'intrepido ottone;
entro una cava
Ciotola il custodì tutta di
puro
Rame, e, co'l guardo al ben
costrutto ordigno,
Diede a l'agile prua certo
il governo.
Così per mari inesplorati,
in traccia
D'un pensier, che parea
sogno e deliro,
T'affidavi, o Colombo; e
intenta e certa,
Più de la punta del sottil
congegno,
Ch'oltre ai nembi scorgea
l'artiche nevi,
Lungi, lungi, oltre ai mari,
oltre al confine,
Dove il cielo si univa al
mar crudele,
Tutto un mondo vedea la tua
pupilla.
Esplorata
così questa rotante
Sfera, che intorno al Sol
l'anno misura
Più vasto al genio umano
aere s'apría.
Crescean genti e città;
crescean con elle,
Madri d'opere eccelse e
d'aurea prole,
Le varie stirpi de' bisogni
industri,
E d'un vol più veloce e più
securo
Ogni gente, ogni cor l'uopo
sentiva.
Qual
parría del vapor più debil cosa?
Atro figlio de l'acqua e del
selvaggio
Foco, di tutto genitor, si
leva
Turbinando per l'aria, e
l'aria offende
Di fosco, umido vel, sin che
del tutto
Si discioglie e si sperde.
Eppur, se in cupo
Spazio tu ardisci
imprigionarlo, e al cielo,
Ch'ei desía, non gli assenti
adito alcuno,
Cozzar tosto l'udrai contro
ai pareti
In terribile guisa, e sì con
fiero
Talento e con tal vivo urto
li assale,
Che, fosse anche d'acciar la
sua prigione,
Indomito la spezza; i
perigliosi
Frantumi in alto, in cento
versi avventa,
E con tuono improvviso all'aria
esplode.
Di tal fiero poter con mente
audace
L'uman genio si valse;
accortamente
Il compose, il costrinse in
ben attati
Cilindri, che dischiuso
abbiano un varco;
Diè modo e verso al
repentino istinto,
Che a dilatarsi e cercar
l'aria il porta,
E di guisa il domò, che or
dentro a immoti
Dedaleï congegni urge, ed
immani
Suste ad un cenno e ferrei
magli elèva,
Ruote stridule aggira, e, a
tutto intorno
Propagando con vario ordine
il moto,
Porge all'uom mille braccia,
a l'arti il volo;
Or, d'un agile pino occulto
in grembo,
Via lo spinge su' flutti, al
nembo, a' venti,
Senza remi, nè vela;
ond'esso, in forma
D'agile carro, sui voraci
abissi
Rapidissimo scorre, e lidi e
genti
In utili amistanze obliga e
aduna.
Nè il mar vince soltanto;
anche la terra
Con nuovo magistero a lui
soggiace.
Varcar vedi per lui, quanto
è distesa
Da l'igneo Sâra al gelido
Trïone,
Tal fulmineo congegno, che
animato
Mostro il diresti: un ferreo
ed infernale
Pègaso dai fiammanti occhi,
che orrendo
Fuma, fischia, ansa, sbuffa,
alita, e crassi
Fiati or da l'alto or giù
dal ventre avventa;
Ed ecco, or per campagne
umili e valli
Correr mugghiante e
serpeggiar lo miri,
O lungo i fianchi d'un aëreo
monte
Divincolando trascinar
l'immane
Corpo; or sui fiumi sorvolar,
traendo
Fuor dai pensili ponti alto
fragore;
O la riva del mar tremulo al
giorno
Radere, o dentro a tetri
anditi a un tratto
Cacciarsi, e poi, lontan che
il vedi appena,
Sbucar,lieto fischiando, a
l'aure amiche.
Di tante
meraviglie a l'uom stromento
È il domato vapore. Or
quelle ascolta,
Ch'opra il vigor del
fulminante elettro.
O che chiuso ei si assieda,
o che trascorra,
Tutto egli abita e muove: il
ciel sublime
Turba e schiara a sua posta,
or con sovrana
Possa adunando, or
dispergendo i nembi;
La terra investe, agita i
petti, e i germi
Scalda e svolge ne l'una, e
dentro agli altri
L'estro del ricco immaginar
produce.
Le piante, gli animai,
l'ambre, i cristalli,
L'irto pel, l'aurea seta, il
fil sottile,
Tutto, qual serpeggiante
anima, invade,
Per ogni cosa si conduce, e,
come
Odio avesse ed amor, le
simiglianti
Cose respinge, e le diverse
attira;
Altre muta, altre scambia,
altre dissolve.
Di questa forza
onnipossente, occulta
Entro al sen de le cose e di
sè stesso,
L'uom si avvisò
meravigliando; e poi
Che al vulgare stupor, che
inerte ammira,
L'acuto esame operator
successe,
L'ignea virtù, la doppia
indole, i fatti
Ne investigò, ne misurò; gli
azzurri
Dardi, per via di ben
composti ingegni,
Costringendo, ne accrebbe, e
di tal guisa
Al suo nume obbligò l'etereo
foco,
Che il fulmine del ciel, già
paventosa
Arma di Dio, terror de
l'uomo e morte,
De l'umano pensier schiavo
s'è fatto.
Affascinato da la tenue
punta
D'un magnetico stil, che su
dai colmi
Aërei tetti a vertice
s'inalza,
Giù da le nubi rovinar tu il
mira
Con fragore innocente, e
sotto al cenno
Del tranquillo mortal cercar
gli abissi.
Qui di doppio metal sorger
tu vedi
Piccioletta colonna, a cui
di pila
Dà nome il mondo. Di
frequenti, alterne
Piastrelle, altre d'argento,
altre di zinco,
Fra cui, molle di salsa
onda, si spiega
L'indocile a l'elettro olida
lana,
Con modesto artificio essa è
costrutta.
Dentro ai vari elementi, in
questa forma
Sovrapposti e congiunti, in
un momento
Per innata virtù svolgesi e
guizza
L'elettrica corrente; ai
poli avversi
S'urta inqueta, s'aduna, e
quindi e quinci
Svanirebbe per l'aria
inutilmente,
Se ai due lati non fosse un
magistero
Di metallici stami, in cui
bentosto
La fulgurea scintilla entra,
e propagasi
Precipite, e, fidata al
tenue filo
Che ronzante a l'immenso
aere si stende,
E i lidi estremi ed ogni
gente unisce,
Fende il ciel, passa i
campi, il mar penètra
Qual dèmone; e non pur segni
e parole,
Fidi messaggi del pensier,
produce,
Ma, stupendo a veder, le
desïate
Di chi lungi è da noi care
sembianze
Fedelmente ritratte a noi
presenta.
Ma a che
produrre il favellar? Che detto
Sarà che il vol de l'uman
genio adegue?
Dirò, com'ei, con
piccioletto ordigno
Le alate ore del dì segna e
divide?
E l'elastica e grave aria,
che preme
Su le suddite cose, e il
caldo e il gielo
Con ingegno sottil pesi e
misuri?
O come, armato la pupilla
inferma
Di veggenti cristalli, al
ciel li appunta
Con alto ardir, gli astri
gelosi esplora,
E, penetrando un oceán di
fiamme,
Strappa ai templi del Sol
gli ardui misteri?
La terra, il mar, l'aria
sonante, il cielo,
Tutto ha l'orma di lui,
tutto gli cede
Riverente il governo. Un
sol, sol uno
Maligno error nei regni suoi
si ostina,
E quell'uno cadrà. Più forte
io sento
Favellarmi l'amor; già di
mortali
Forme il fantasma del cor
mio si veste;
Ecco, il sento; ecco, il
vedo. Oh! se a cotanto
Volo, per tanta via, per
tanti affanni
L'uomo mortal contro a
l'error si eresse,
Credi, non pur possibile e
secura,
Ma vicina, imminente, agevol
cosa
È la morte del Nume e il mio
trïonfo! -
Disse, e giù per la china
aspra e romita
Concitato avvïossi. Alto un
saluto
Suonò l'antro profondo, e a
lui d'intorno
Strana e gagliarda
un'armonia si desta:
Ei viene,
egli s'avanza;
Ha in cor la luce, l'avvenir
sugli occhi;
Non firmamenti, o báratri,
Ma le tende de l'uom son la
sua stanza.
Sorgete a
lui d'intorno,
O sepolti ne l'ira; e voi,
che fate
Traffico di terreni odî, dal
vostro
Usurpato soggiorno
Levatevi! Tremate
Da la cortina dei venduti
altari,
Voi, che potenti di
menzogne, il foco
Del dissidio apprendete; e
al reo costume
De le plebi insensate
Esca porgete, ed affilate
acciari.
Raggio non ha di lume
La mente vostra, e non ha
tetto o loco
Per voi la terra, abbenchè
vasta. O fieri
Mastri d'insidie, o neri
Viventi covi di serpenti, o
mostri
D'error pasciuti e d'uman
sangue ingordi,
Ministri d'ira, apostoli
d'errore,
A terra alfin; costui che
viene è Amore!
Ei viene,
egli s'avanza;
Ha in cor la luce, l'avvenir
sugli occhi;
Non firmamenti, o báratri,
Ma le tende de l'uom son la
sua stanza!
O derelitti
e miseri
Figli devoti a povertà,
reietti
Da splendidi banchetti,
Servi cenciosi a la spezzata
gleba,
Che fertile e ridente,
Il molle ozio nutrìca
Di fastosa Ignoranza;
A voi dura e nemica
Madrigna, invidiosa
Pur d'un vil tozzo bruno
Che pugna duramente
Con l'affilato dente
Pria che sfami il plebeo
fianco digiuno;
Schiavi, in piè, tutti in
piè; quanti pur siete
Da le arene di Libia a la
restía
Cuba, asilo di schiavi, e
qual pur sia
Sotto al flagello de
l'assiduo sole,
Crudo signore anch'esso,
Il color vostro e il crin.
Schiavi, in piè tutti!
Parla cotal parola
Costui che vien, per cui,
De l'opre e degli affanni
Santificati a la feconda
scola,
L'alma e la destra amica
Di provvida fatica,
Porger potranno tutti
De la finor vietata arbore
ai frutti!
Ei viene,
egli si avanza;
Ha in cor la luce, l'avvenir
sugli occhi!
Non firmamenti, o báratri
Ma le tende de l'uom son la
sua stanza.
Voi, che
in abietto e vile
Ozio distesi, il turpe viver
molle
Annoverate dal fuggir de
l'ore,
Schiavi imbelli del core
Vostro e d'altrui, larve
patrizie, all'opra!
Tal giudice v'è sopra,
Che a nulla mai quanto a
l'oprar perdona.
Nè del ceruleo sangue
Vi gioverà l'inclita stilla,
o il caro
Peso di scrigno avaro,
Solo a capricci di lussuria
aperto;
Nè, meno ignobil merto,
Le illustri opre dei padri:
egro ed imbelle
Nipote da gagliardi avi
discende,
Qual da la salma d'un
illustre antico
Discende il vil lombrìco.
Industre ed ingegnosa
Gente, ai travagli del
pensiero avvezza
Come ad opra di man,
combatte ed osa
Assidua ed animosa,
Ed a mezzo il cammin mai non
assonna.
Da le vulgari ed ime
Sedi s'inalza a mal contesa
altezza,
E, rampogna sublime
Cui l'ozio ingombra e
l'ignoranza opprime,
Sa ciò che vale, e di sè
stessa è donna!
Tal
suonava d'intorno al Pellegrino
Meravigliosa un'armonia, fra
tanto
Che, incoronato di superba
luce,
Sul superbo suo capo il Sol
splendea.
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