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Mario Rapisardi
Lucifero

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  • CANTO QUARTO.
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CANTO QUARTO.

 

ARGOMENTO.

 

Lasciato il Caucaso, l'Eroe si dirige verso la Grecia; trascura molti luoghi favolosi, ma ricordasi di Ero, ed apostrofa all'amore e alla morte. - Descrizione di Tempe. - Le bagnanti sorprese. - Il palazzo incantato e la fanciulla misteriosa. - Lucifero arriva; ascolta il canto di Ebe, e le domanda ospitalità. - Accenna in brevi tratti all'esser suo e a quello di Dio, e la commuove di paura e di affetto.

 

Concitato così le spalle tòrse

A la scitica rupe, e dentro al petto,

Siccome vena di sboccanti lave,

Giovane e forte gli bollía la vita.

Solo e pensoso ei va, come solinga

Per gli spazî del ciel tacita nube,

gli cal se la bianca alba gli rida,

se il Sol lo saetti, o lo ravvolga

L'ombra notturna, o lo flagelli il nembo;

Perocchè diva è la sua tempra, e nulla

Di mortale ei non ha fuor che l'aspetto.

Solo e pensoso ei va: monti e dirupi

E foreste e deserti indifferente

Lasciasi a tergo, e par nave, che muta

Solchi le tenebrose onde sospinta

Da prosperi aquiloni. Il flutto varca

De lo spumante, ingiurïoso Arasse;

Il suol trascorre, ov'ebber regno e fama

Le Amazzoni omicide; le spelonche

Orride mira e le ferrate valli

Dei Cálibi feroci; e dei cotanti

Popolati di fiabe incliti lochi

O si scorda, o non cura, o ver sorride.

Ma di te si sovvenne, in su la sponda

Del propontide stretto, Ero infelice;

E il mar querulo ancor di tanto lutto

Ricercando con gli occhi e le nascenti

Per l'azzurro del ciel candide stelle:

- Ecco il talamo vostro, ecco le faci

Del vostro imene, o giovanetti, ei disse:

Ecco l'amore, ecco la morte! Eterno

Mormora, o mar, l'inno di nozze; eterno

Mormora, o mar, l'inno di morte! Il mondo

Due tesori ha nel sen, l'alma ha due voli,

Due fior la vita, ed ogni cor due stelle!

Mormora eterno, o mar, l'inno di nozze;

Mormora, o mar, l'inno di morte! Un bacio

Ed un sospiro; un talamo e una fossa;

Un sogno e un sonno; un inno ed un addio!

Oh! l'amore, oh! la morte! -

In tali avvolto

Meste e leggiadre fantasie d'amore

Giunt'era al lido; e i ricercati, ardenti

Per tanto flutto verginali amplessi

E la pronuba face e il fato estremo

Invidïando al garzoncel d'Abido,

Sentì quasi pietà d'esser sì solo.

Mentre ei vaga così di terra in terra,

E amor solo il comanda, ad altre piagge

Volano i canti miei: su le ridenti

Piagge di Tempe, asil di giovanette,

Ninfe, amanti di rose e di garzoni.

Come canestro di ben culti fiori,

Nel tessalo giardin Tempe verdeggia,

Tempe, amena contrada, a cui diêr grido,

Quando Grecia fioría, Numi e poeti.

Coronata di selva, entro ad opaca

Valle per ben chiomati olmi canori

E per canto d'augelli e suon di rivi,

Tra Larissa e l'Egèo molle dechina,

E, quai Titani, a lei stanno d'intorno

Ossa, Pelia ed Olimpo: immani e illustri

Gioghi di monti, da le cui pendici,

Qual vïolento iddio, sgorga e prorompe

Fragoroso il Penèo. Fama è, che quivi,

Quando più torve lo mordean l'Erinni,

Pervenne Èrcole un giorno. Opposte e chiuse

S'addossavano ancor rocce su rocce

Senza varco di uscita; e brulla e mesta

Era la terra. Arse di rabbia il fero

Nume a tal vista, e giù co'l capo e il petto

Fe' cozzo ai monti. Traballâr divelti

Gl'iperborei macigni; inorriditi

Si arretrâr, si fermâro, e il passo aprîro

Al furente Almeníde. Amena e bella

Sorrise indi la valle, e sgorgò il fiume

In memoria del dio. Fra sempre verdi

Gramigne e giunchi flessuösi e fiori

Esso ha il lubrico letto, ed or si volve

Querulo come rivo, or mugolante

Dirocciasi da l'alto, or queto e bruno

Tra foltissimi vepri al Sol s'invola,

Or limpido e sonante al ciel risplende

Come lama d'argento, ed ai lavacri

Il polveroso mandrïan conforta.

Pingue così di spume e di tributi

Scende superbo a fecondar la valle,

E al Cuärio, al Pomíso, a l'Apidáno

E a l'Orcon si accompagna, Orcon, che scarsa,

Ma nitida su tutti e dolce ha l'onda

E sdegnosa altresì; però che un tratto

Su l'ampio dorso del Penèo galleggia

Lieve e cheto com'olio, indi si parte

Solissimo fra' giunchi, e vien per via

Mordendo argini e siepi ed involando

Iridati lapilli e tenui fiori,

Finchè a l'amplesso de l'Egèo deduce

Con allegro susurro il giovin flutto.

Cercan la sua romita onda al merigge

Sitibonde le capre, e tarde e stanche

Giù da l'erta si calano le vacche

Al tinnío de le pensili campane,

Mentre a l'ombra d'un pioppo o d'un cipresso

Il rubesto caprar zufola al vento.

Venían furtive un sopra la riva

Le danzanti fanciulle, e avean di ninfe

Le ritonde sembianze, e su l'eburnee

Spalle le chiome. Ardean sotto la ferza

Degli estivi solstizî, e mezzo ignude

Entravano nel flutto, e Amor, fors'egli,

Più che il Sol, le cocea. Trepidi e muti

Palpitavan, celati entro ai cespugli,

L'insidïosi giovanetti, e nulla

Prendean cura di greggi, o di ritorno,

O di cacce, o di cibo; e s'un più ardito

Fuor mai si spinse, e disïoso e folle

Corse a la riva, e giù balzò ne l'onda,

Clamorose echeggiar sentivi intorno

Femminee strida, ed agitate e rotte

Suonar l'acque. Qua e , scevre di velo,

Fuggon le donzellette, e vesti e pepli

Scambian confuse, e tremanti avviluppansi

Ne le riverse tuniche, e pe'l lido

Corron, s'urtan, s'addossan, si disperdono

Pei fiorenti sentieri; e qual minaccia,

Qual si attrista, qual ride; e nastri e veli

Volan per l'aria; al Sol splendono e involansi

Rosee forme fuggenti, e scappan dardi

Di voluttà. Riedon delusi intanto

I giovincelli, e s'affollan sul piano

Clamorosi, anelanti, ed un si loda

Del proprio ardire, e ride e si fa gioco

Del ritroso compagno; un leva a cielo

La beltà de l'amica; altri fa mostra

D'un fior carpito, altri d'un velo; un vanta

Sorrisi e baci e occulte intelligenze

Di vicini ritrovi; e va del caso

Superbo ognun qual d'un primier trïonfo.

Così a le danze ed ai trastulli amica

Tempe fioriva un , quando nei bruni

Letti del mar dormía cieco ed ignoto

Il fiero astro d'Osmàn. Muta e deserta

Come vedova or siede; e s'anco aprile

Va per uso a recar le sue ghirlande

Su quell'orbe contrade, e van le stelle

A specchiar l'auree fronti entro a quel fiume,

Ben puoi dire, che senso han tutte cose

Di ricordi gentili, e son fedeli,

Più che gloria ed amor, le stelle e i fiori.

Sparsa pe' monti in giro, in fra le chiuse

Ispide macchie al croceo Sol biancheggia

Qualche muta capanna, ove, costretto

Di scarse lane il macerato fianco,

Numera i penitenti anni nel duolo

Il romito calòcero, che nulla

Ha delizia del mondo, e, quel che al mondo

Forse dar più non puote, offre al Signore.

Sola, fra questi incolti èremi, in vetta

D'un'aёrea collina, a cui sorride

Primo dagli orti il giovinetto sole,

Una strana magion sorger tu miri

Tutta cinta di bosco. Ampia e lucente

Fuor d'un mare di fronde alzasi, ed ora

Qual purpureo piròpo al ciel fiammeggia,

Or circonfusa d'un'argentea luce

A dolce meditar l'anime invita.

Danza d'intorno a lei con grazїoso

Florivolo tripudio il fresco Aprile,

Che le penne del dorso e il facil volo

Ivi gran tratto e volentieri oblía,

Fin che non giunga a discacciarlo il verno.

Sentono il suo fecondo alito i fiori,

E su su da le intatte erbe, che tremolano

Riscintillanti al candido mattino,

Schiudon l'auree corolle, innamorate

D'agili silfi; ed ei, per la diffusa

Luce che lo circonda e le volanti

Fragranze, ebbro d'amor, le danze intreccia,

E le farfalle, i fior, gli augelli, i rivi,

L'aure, la luce, il ciel, tutto ch'è in giro,

A un concento d'amor tempra e concorda.

Mira a la lunge il credulo romito,

Come spera di Sol, fulger l'ostello,

E suonar l'aure insolite armonie

Stupefatto ode, ed incantevol mostro

Di spiriti lo crede, asil di fate

Suäditrici di lascivi amplessi.

Pende un tratto con doppio animo, e quando

Nel travolto pensier dèmoni e ninfe

Ruzzar vede su l'erbe, o tutti ignudi

Saltar nei fonti ed intrecciar gli amori,

Trepidante di togliesi, e il foco

Del vorace desio, che il cor gli afferra,

Nel pensiero di Dio spegner presume.

- Piombi il foco del ciel su l'empie mura,

Quinci a notte passando, esclama il vecchio

Merciaiolo di Sira; al maledetto

Spirito che vi ha stanza aprasi il nero

Regno di Belzebù! - Sporge le braccia

Imprecando in tal guisa; e, borbottando

Per l'erma notte altre più ree parole,

Riattizza la pipa: in fosche e spesse

Nugole fuor da le sonanti labbra

Sbuca il putido fumo, e con sinistro

Gorgoglío geme la tartarea canna.

Ma di lui men feroce, in su la china

De le valli fiorite, allor che intera

Guarda l'estiva luna entro lo specchio

De le chete fontane, e a le tranquille

Brezze dei monti flettono la cima

L'arsicce mèssi e i moribondi fiori,

Men feroce di lui fermasi e guata

Il giovinetto pastorel, che vide

Un ne la pensosa ora dei vespri

Vaga passar di sotto ai pergolati

De l'aërea magione una bellissima

Immagin di fanciulla, e non sa forse

Il semplicetto mandrïan, se cosa

Fosse di sogno, o di mortal figura

Non fallace apparenza. Entro al pensiero

Quella leggiadra visïon tuttora

Vagolando gli nuota, a quella forma

Che vediam ne la verde onda d'un lago

D'un astro ignoto tremolar l'aspetto,

E ne par forse innamorato e mesto

Spirto, dannato ad abitar quell'acque.

Sui disfatti scaglioni il giovinetto

Appo il fonte si asside, e la stanchezza

Dei lunghi giorni e la stagion cocente

Trova scusa a l'indugio. Aura, che spiri

Fra le vergini rose e le modeste

Edere de le siepi, or tu gli reca

Le suavi armonie, ch'usa in quest'ora

Derivar da la dolce arpa l'ignota

Di quell'aureo palagio abitatrice,

Ebe, il misterïoso astro di Tempe,

Ebe, l'arcana visïon d'amore.

Ella è colà: nei taciti giardini

Pari a le stelle uscì; candida e sola,

Qual sonnambula cosa, ecco, s'aggira

Pei fioriti vïali, ecco, domanda

Non sa qual fiore al suol, qual astro al cielo,

Qual ricordo al suo cor. Sotto al gran mirto

Ne la pensile rete ella distende

Le bianchissime forme, e a l'aura, a l'aura

Abbandonatamente a l'aura ondeggia.

Spinge tra fronda e fronda il curïoso

Raggio la luna, ed al tremar dei rami

Pispigliano gli augelli entro ai lor nidi.

Bacia quel fronte, o luna; e voi ghirlanda

Fate di danze, innamorati augelli:

Bacio d'amor su quella fronte intatta

Finor non si posò; pronube danze

Ella non vide ancora; e a l'aura, a l'aura,

Abbandonatamente a l'aura ondeggia.

Che sogna ella in quest'ora? Al Sol si gira

L'elitropio da l'ombra; erba, che chiusa

Resti dai ghiacci, il ghiaccio sforza, e un varco

S'apre a fatica a la materna luce;

Onda, che parta il marinar co'l remo,

Mormorando s'aduna, e corre al lido;

Forse a questo ella sogna; e a l'aura, a l'aura

Abbandonatamente a l'aura ondeggia.

Or vedete, ella sorge; a la vocale

Arpa piglio; sul foglioso, oscuro

Sedil, tessuto di costanti bossi,

Mollemente si adagia, e al fuggitivo

Tremulo raggio de l'occidue stelle

La mesta del suo cor voce confida:

 

- Date a la terra i fiori,

Date i coralli al mar;

Ad ogni cor gli amori,

Ad ogni dio l'altar.

Abbia ogni nembo un'ìride,

Ogni astro i suoi splendori;

Date a la terra i fiori,

Date i coralli al mar.

 

Ma, rieda il verno o il maggio,

Mesta e soletta io son;

Muto è del cielo il raggio,

Triste è de l'arpa il suon;

Qual vana ala di zeffiro

Passo nel mio vïaggio,

E, rieda il verno o il maggio,

Mesta e soletta io son.

 

O immagini lucenti

Di più felici ,

Sogni de l'arte ardenti,

Il vostro april sfiorì;

Invan chiedo le olimpiche

Forme a le nuove genti,

O immagini lucenti

Di più felici .

 

La giovinezza, il riso,

Le grazie ed il piacer

Fuggon tremanti al viso

De l'inamabil Ver;

Fuggon su l'ali rosee

Del vago error conquiso

La giovinezza, il riso,

Le grazie ed il piacer. -

 

Ella così cantò. Sul limitare

Appresentossi un pellegrin. Dai muti

Sottoposti sentieri, a stilla a stilla

Bevuta avea la voluttà secreta

Di quel suon, di quel canto, a par di fiore,

Che le brine del cielo avido beve

Ne le tiepide sere; e a forza tratto

Ivi venía, per quel secreto istinto

Che l'altera rivolge aquila al sole.

- La Ragion sia con voi, grave e solenne

Esclamò su la soglia; un pellegrino

Chiede ospitalità. -

Lo sguardo eresse

A lo strano saluto Ebe, e tremante,

Attonita mirò quella bizzarra

Sembianza d'uomo. Ambe sul petto ha chiuse

Le braccia, al ciel volta la fronte; e fiero

Gioco gli fan così su la persona

Le acute ombre notturne e l'auree faci,

Ch'uom no'l diresti già, ma fuggitiva

Apparenza di spirto, ivi per voce

D'incantesimi tratto.

- O pellegrino,

Così a dir prese con trepida voce

L'inclita giovinetta; ove di cibo

Mestieri abbi e di tetto, invero, a ingrata

Gente ed a case inospitali e dure

Tu non volgesti il piè: nunzii del cielo

Gli ospiti sono, ed esso Iddio sovente

Viene in tal guisa a visitar la terra.

Però siedi e t'allegra; e mentre intorno

Movan le ancelle ad imbandir le cene,

E a sprimacciare e ricovrir di schiette

Coltri le piume al tuo riposo amiche,

Dir ti piaccia il tuo nome e le native

Piagge ed i casi tuoi, però che al volto,

A le fogge straniere e al portamento

Uom venturoso e non vulgar ti estimo. -

Egli sorrise e s'adagiò. Siccome

Tenera foglia al susurrar del vento

Trema tutta in su'l ramo, e par che a l'aura

Goda cullarsi e presentir l'onore

Dei colmi bocci e del nettareo frutto,

O che, del nembo aütunnal presaga,

L'ora estrema paventi, Ebe in tal guisa

Trepidava ne l'alma al novo aspetto

De l'orgoglioso Pellegrino, e muta

Pendea da lui, qual candido corimbo

Che dal solingo muricciòl de l'orto,

Quando zeffiro tace, immobil pende.

Di ciò s'accorse, e in cor gioì l'altero

Ospite, e come può, cerca con gli occhi

Disïosi tradir tutta in un punto

La dolcezza improvvisa, onde si strugge

Fatalmente ne l'alma; e intento, assòrto

Nei grandi occhi di lei, con lenta voce

Diè principio al suo dire:

- Ospite, ov'io

Dar potessi la fede ai tanti miti,

Di che memore è il loco, io di mortali

Questo l'asil non crederei, ma antica

Stanza di numi; ma nel cielo i numi

Si dormono la grossa, e l'uomo è il solo

Regnator de la terra; ond'io con esso

Primamente mi allegro, e son superbo

D'esser con te. Pur molte fiate e molte

Tornería l'alba, ov'io tutta dovessi

Raccontar la mia storia, e tu non senza

Terror l'udresti, perocchè diverso

Molto son io di quel che sembro, e fama

E possanza ed impero ho anch'io nel mondo

Non minor d'alcun dio. Ma se ti piace

Saper tanto di me, che altera cosa

Il silenzio non sembri e folle il vanto,

Brevemente dirò. Su l'immortale

Cardine del Pensiero, inclito padre

Di stupendi artificî, erto il mio trono

S'alza come alpe, e nulla a me di fronte

Nel creato universo altra si estolle

Nemica forza emulatrice, tranne

La gran larva di Dio. Fiero e superbo

Starmi incontro ei si attenta; e non pur l'alta

Region dei cieli e la miglior presume

Frenar sotto il suo scettro, e il radïante

Popol degli astri e il dolce aere e la luce

Al mio regno involar, ma questa bruna

Picciola sfera, ove si affanna e preme

Tanta stirpe di mesti, e le gagliarde

Alme al Vero devote e al culto mio

Lungamente impugnommi, a me, ch'eterno

Vivo, ed a lui, che dal terrore è nato,

Darò, guari, e di mia man la morte! -

- Tu bestemmî, stranier! raccapricciando

Ebe esclamò; tremar mi fai! -

Su'l labbro

Pose ei l'indice in croce, e altero in atto

Silenzio indisse, e proseguì:

- Pugnammo

Con diverse armi sempre, e spirò incerta

L'aura de la vittoria. Entro al più chiuso

Firmamento del ciel, rigido, immoto

L'emulo Dio s'asconde; e, quasi ei poco

Fosse a la colpa del mestier divino,

Sotto triplice larva il ciel governa.

Ma qual governo io dico mai? Pe'l vuoto

Fan la ridda i pianeti, ed ei un solo

Arrestarne potría; come insanita

Tiade balza la terra a l'aër cieco,

E l'etere si spande, e il mare ondeggia,

E la fiamma al ciel tende, ed esso intanto

Lo spensierato iddio pasce le nari

Del bruciaticcio di venali incensi,

E a soffiar vuote bolle di sapone,

Che a la luce del Sol gli sembran stelle,

Sciupa l'eternità. Ferrei governi

E immote norme ed assoluti imperi

A l'incontro io dispregio, e avverso al fato

E a la Natura sto; m'agito e vivo

Fra le cose create, e son de l'alma

La libertà. Stupido e fiero ei regna

Immobilmente, ed or di püerili

Giochi si piace, or d'uman sangue; io vivo

Solo del Ver. Di sacerdoti iniqui

E d'anfibî ministri e d'evirate

Menti ei si cinge, ed ha vita e possanza

Di misteri e d'enigmi; io, se mai regno

Ebbi nel mondo, ed uno anco men resta,

Di libere e gagliarde alme il difendo

Liberamente. O amore, o affanno, o colpa

Di scïenza e di luce, o istinto e vita

Di verità, di libertà, se merto

Altro non hai che la tortura e il rogo,

Se altro nome non hai fuor che delitto,

Ecco, a la terra io fermamente il grido:

Altare è il rogo, ed il delitto è dio! -

Tacque, e d'orgoglio radïante, i magni

Omeri scosse, e sollevò la faccia

Con fantastico ardir. Pavida, incerta

Con gli occhi Ebe il seguía, mentre un'ignota

Purpurea fiamma le scendea nel petto

Agitandole il cor. Sorse a la fine

Tacita; con gentile atto la destra

Cortesemente al forestier profferse,

E al cheto asil dei suoi verginei sogni

Conturbata si volse. Ei con l'acceso

Sguardo la cinse; com'etereo foco

Lambíala intorno co'l pensiero, e, tutto

D'eterno amor le fibre intime ardente,

Gridò in cor suo: L'ora è venuta; è dessa!

 

 

 




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