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Mario Rapisardi
Lucifero

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  • CANTO SESTO.
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CANTO SESTO.

 

ARGOMENTO.

 

L'Eroe s'imbarca per la Francia. - Rivolge superbe parole alla Natura. - Aurora boreale. - Sermone di frate Iginaldo. - Tempesta e naufragio. - Isolina si raccomanda all'Eroe, che cerca invano salvarla. - Morte di frate Iginaldo. - Lucifero co'l cadavere della fanciulla si avvicina a forza di nuoto alla riva. - Iddio, che vuoi perderlo ad ogni costo, inveisce contro gli oziosi abitatori del cielo; armasi in fretta, ed è sul punto di scendere in terra per combattere il nemico, quando l'arcangelo Michele lo calma, e scende in sua vece alla pugna. - Sdegnose parole di Lucifero al nemico, la cui spada non riesce a ferirlo. - L'eroe afferra finalmente la riva, e sepolcro alla giovinetta.

 

Fra le chete e fiorenti isole o ninfe,

Cui bacia il flutto de l'icario mare,

Passa il Genio de l'uom sovra gli abissi

Tenebrosi de l'acque. Erto su l'ardua

Prora egli sta: spazia fra l'onde e il cielo

L'ala del suo pensiero; e per le ardenti

Regïoni dei suoi sogni, vestita

Di crescenti speranze e di fulgori

Non toccati giammai, vede una sponda,

Che, libera e temuta in fra le genti,

L'ampia de la Ragione arbore edùca.

Gallia ebbe nome un ; Francia l'appella

L'abietta lingua popolar, ma schiva

Com'è d'umili cose, ella a buon dritto

Titol di capo assume e di cervello.

Ivi la tenda ei pianterà: superba

Patria di sogni ella a chiama e attira,

Qual per forza d'istinto, il venturoso

Arcangelo umanato, a cui nel petto

Con eterno bollor balzano i sogni.

Sotto al suo piè monotona fra tanto

Brontola la rotante èlica; fischiano

Gli euri a l'antenne; mormoran confuse

Voci di meraviglia e di vendetta

Le solcate, saltanti acque; al governo

Veglia il nocchier silenzioso, e avvolta

Nel suo madido manto alzasi al cielo

Coronata di muti astri la notte.

Mira il Dèmone il ciel vasto e le vaste

Onde, su cui passa leggera e certa

Con le fiamme nel sen quella nuotante

Fra tanta immensità piccola prora,

E ai solenni ardimenti inorgoglito

Dei suoi cari mortali, osa con questa

Baldanzosa jattanza alzar la voce:

 

- Piega al cenno de l'uom, piega la testa,

O superba di nomi Iside antica,

E leggi e ceppi a sopportar t'appresta!

 

V'è tale abitator su questa aprica,

Ultima sfera, che al tuo passo intorno

Volge ignorata, e tu scemi a fatica,

 

V'è tal, che dal raggiante aureo soggiorno,

Ove chiusa nei tuoi pepli ti assidi,

Ti scaccerà, sì come ancella, un giorno.

 

L'idra orrenda del male erra quei lidi,

Siede immoto l'affanno, e ferrea incombe

Prematura e fatal morte a quei nidi;

 

Ma dal sen degli affanni e de le tombe

Giovin sorge il Pensiero, e s'alza tanto

Quanto più giù la vil creta procombe;

 

E l'uom col serto del martirio e il santo

Peso del suo dolor, nauta immortale,

L'onde si accinge a navigar del pianto;

 

E, rompendo co'l petto il mar fatale,

Pur morendo, procede, e su l'impure

Salme a nuovi ardimenti agita l'ale.

 

E tu invan, fiera Dea, tu invan d'oscure

Sfingi hai custodia intorno; invan di tuono

Armi il tuo grido, e veste hai di paure.

Questo verme immortale ebbe tal dono,

Per cui scrolla are, ombre dirada, e altero

Su le rovine tue piánta il suo trono.

 

Tu di fulmini t'armi, e in tuo mistero

Minacciosa sorridi; egli al tuo sguardo

Il fulmin strappa, ed arma il suo pensiero.

 

Tu di flutti e d'abissi il tuo codardo

Regno precidi, o ver di lidi avari

Inciampo opponi periglioso e tardo;

 

Ed ei co 'l foco dei tuoi falsi altari,

Con l'onda tua nei suoi congegni occulta,

Fa mari i monti, e fa montagne i mari.

 

Che stai? Schiava a le tue leggi, sepulta

Ne l'ira tua tu cadi; al tuo governo

Egli si asside, e ai tuoi disdegni insulta

Libero, invitto, onnipossente, eterno! -

 

Udì il vanto oltraggioso e la superba

Sfida la Dea, che tutte cose impera,

E da le sedi adamantine, eccelse,

Ove, occulta al creato, erge il suo trono,

Chinò lo sguardo, e il rilevò, siccome

Commiserando a questa ultima sfera,

Bruna ed ultima tanto e tanto audace.

Prendea l'aure in quel punto ad ampie vele

L'ignifera carena, e fra' tranquilli

Miraggi de le fate argenteo il dorso

Scopríano a la notturna aere i delfini,

Pazzamente esultando; e già non lungi

Nereggiava agl'incerti occhi la sponda,

Che udì del tapinello Aci il lamento,

Quando il fiero Ciclope eragli sopra

Con geloso consiglio; e già tra' cupi

Firmamenti d'azzurro, erti ed immani

Spiccava agli astri, qual fumante altare,

Gli affocati cratèri Etna superbo,

Quando, gli alti corrucci e il lampeggiante

Sguardo sentendo de la Dea sdegnosa,

Di sulfureo vapor l'aria si tinse,

Mugghiò il mar dagli abissi intimi, e tutti

Scoppiâro a un tempo e con tutt'ira i venti.

Balzò dagli antri de la terra un vasto

Sanguinoso fantasma; in tortuöse

Rapide spire si elevò, diffuse

Per li nordici campi orrido il crine,

Sparse il cielo di sangue, e in fiammeggianti

Cerchi gl'impaüriti astri costrinse.

Guardò l'Eroe senza sgomento al petto

La boreäl meteora, e a le stupìte

Genti, che su la tolda erano accórse

A mirar tanto caso, e di paura

Avean gelido il core e verde il viso,

Insegnò, come seppe, in dir cortese

Il magnetico evento; allor che sorto

Da le funi riposte, ove grand'ora

Scialbo e sparuto era rimasto assiso

Certo frate Iginaldo, in modo strano

Trampolando sui piè, sciolse la lingua

Ai soliti sermoni. Era costui

Un fil d'omo, sottil, magro, ricurvo,

Pallido come cece, istrice al fronte,

Falco a lo sguardo: un subbio benedetto,

A cui tutta ravvolta era la trama,

Che ordita avea con fine arte il Loiola.

Corsa gran parte avea d'Asia; pescato

Con la rete di Pietro alme e moneta

Per la sposa di Cristo, e al Franco lido

Quinci movea per sovvenir le afflitte

Dai novelli cimenti anime pie.

Di Lucifero il detto e il paventoso

Mormorar de la ciurma, a quella strana

Apparenza di cielo, ei tosto accolse

Ne le vigili orecchie, e, tolto il destro

Di fulminar con la parola audace

L'alme corrotte e l'empietà dei tempi,

Gittossi a' piedi il brevïario, strinse

Ne la tremula destra il crocifisso,

Che tenea, qual pugnale, a la cintura,

E in questa guisa a favellar proruppe:

- Prostratevi, tremate; ululi e pianti

Alzate, o genti de la terra; il crine

Di polvere spargete! Ecco, si appressa

L'ora del gran giudizio; ecco, il Signore

Sbuca fuor da le sue stanze, e discende

Come nembo d'autunno. Ardono i cieli

A l'irata presenza, e piovon fiamme

Su le terre di Sòdoma; qual cera

Squaglian monti e palagi; orridi e neri

Bollon com'olio i flutti; apron le gole

I mille abissi de la terra, e inghiottono

Le falangi del tristo. Empî! di falsi

Idoli e di scïenze occulte e maghe

Mal vi fate voi schermo! Avete il tempio

Profanato del Cristo; il santo avete

Patrimonio di Pier fra voi diviso;

Gozzovigliato fra le stragi; aperto

Con mille punte di tortura il grembo

De la madre di tutti; i figli spinti

Contro al sen de la madre; e il latte e il sangue,

Con vile e frodolente arte spremuto,

Tracannando qual vino, ebbri e feroci,

Incoronati d'empietà, vi siete

Sopra l'ossa dei santi eretto il trono!

Ma tra' fulmini avvolto ecco, passeggia

Il Signor degli eserciti, e l'immondo

Trono di Belzebù, come vil coccio

Infrangerà! Questo che in ciel vedete

È il giudizio di Dio! -

- Questo è il rossore

Di Dio, che sul tuo labbro ode il suo nome! - Una

voce gridò.

- Questo è l'inferno,

Riprese il frate, che divora e strugge

Le falangi degli empî! -

- O forse il sangue,

Che han versato ogni tempo i manigoldi

Di Vaticano! -

- Odo fra noi la voce

De l'eresía; Satana è qui; perduti

Tutti siam noi: ci sarà tomba il mare! -

Dicea, quando dal mar torbido e negro

Mugulando una sconcia onda levosse,

Contro al legno proruppe, e lieve in guisa

L'alzò, che spinta noi vediam dal turbo

Una povera foglia. Orridamente

Cigolaron le antenne; urlâr concordi

I venti e i passaggier, le ciurme e il mare,

E, dal fiero sospinto urto improvviso,

Balenò, traballò, rovescion cadde

Il loquace profeta, e destò il riso

Ai mal fermi su' piè trepidi astanti,

Qual da la ferrea gabbia, ove a diporto

Con muta gravità saltando aggirasi

La rugosa bertuccia, o ver, seduta

Ad un raggio di Sol, prova l'aguzzo

Dente a spellar secco virgulto, e il guardo

Volge furtivo ai curïosi intorno,

Se avvien ch'altri l'aìzzi, essa d'un salto

Balza a l'opposto lato, i bianchi denti

Digrigna, batte le palpebre, e torna

Con guardinga incuranza al giro usato;

Così in piè balzò il frate, il sospettoso

Occhio intorno girò, forbì le sozze

Palme, scosse la tunica, e, l'adunca

Faccia a la tenebrosa aria levando,

Umile e grave accovacciossi; aprì

L'unto breviario, e mormorò latine

Forse bestemmie, che parean preghiere.

Giù dagli astri in quel punto, a par di scura

Aquila, che a l'ovil piombi improvviso,

Precipitava una procella, e il core

Discioglieva ai più fermi. Orride e gravi

Come monti di piombo, ingombran tutta

Del ciel la faccia le sulfuree nubi;

Mugghian lividi i flutti, e d'ogni banda

Saltan sul mare ad azzuffarsi i venti.

Quinci aquilon prorompe, e quindi irato

Si scatena il ponente, e in un sol groppo

Pugnan, come Titani: un le pesanti

Nuvole afferra, e contro al mar le scaglia

Con immenso fragor; l'altro dai fondi

Gorghi del mar l'onde travolve, e al cielo

Furibondo le avventa, e sfida Iddio.

Qual da robusto giocator, compulso

Dal dentato bracciale, a l'altro avverso

Il ben gonfio pallon balza e resulta,

Tal de l'onde in balía, dei venti in preda,

Di qua spinto e di , s'agita e batte

Il rotante naviglio; ed or su 'l dorso

Del fiotto immane al ciel levasi, or piomba

Ruïnoso tra' flutti, e s'inabissa

Come cosa perduta. A l'aër nero

Fra lo schianto dei tuoni odi un confuso

Suon di strida e di preci, un disperato

Urtar d'opre e di cose, un fiero, orrendo

Battagliar con la morte, e inconsüeta

Fratellanza di pianti e di paure.

Tu sol, fra tanto perdimento, il petto

Non apristi a la tema, inclito amico

Degli arditi mortali; e l'alma e il braccio

Adoprando al governo, e da ogni parte

Con diva ressa esercitando il grido

Su le pavide ciurme, il cigolante

Pino a le voratrici acque contendi.

E , dove nel mar libico schiude

La selvaggia di Sardo isola il seno,

Ben ridotto l'avresti, ove già fermo

Di tutti la madrigna Isi in quel giorno

Non avesse nel cor l'esizio estremo.

Suscitò co 'l suo fiato un vorticoso

Turbine, spalancò l'onde, in un mucchio

Avviluppò fiaccate arbori e sarte,

E fin dentro ai secreti antri, ove occulto

L'impellente vapor mugola e ferve,

Vïolento introdusse il flutto avverso.

Scoppian, travolti nei dedalei fianchi,

Gl'ingegnosi lebèti; in duo partito

Salta al cielo ad un punto, e s'inabissa

Il perduto naviglio; e orrenda, immensa

Fra le rovine e il mare urla la Morte.

Era fra tanti derelitti, a cui

Piomba certo su 'l capo il danno estremo,

La leggiadra Isolina; a le ginocchia

Del nostro Eroe si attenne, e fredda, bianca,

Scompigliata negli atti e negli accenti

Fra' singhiozzi pregò: - Deh! mi salvate,

Deh! salvatemi voi! Ch'io lo riveda,

Ch'io muoia almen fra le sue braccia! - Un'onda

In questo dir si sollevò; travolse

La giovinetta, e de l'Eroe lontano,

Come fiore divelto, in mar la spinse.

Diè Lucifero un grido, e d'Ebe a un'ora

Si risovvenne: aprì le braccia, e fermo

Di rapir la gentil preda a la morte,

Qual tempestoso augello, in mar lanciosse.

Trabalzati dal turbo erran gl'infranti

Pini su' flutti, e con sinistri e neri

Serpeggiamenti ingombrano gli abissi

Tenebrosi del mar: sembran natanti

Dèmoni, che al ghignar cupo de l'onde

Ballin pazza una ridda a far più triste

De' disperati naufraghi la morte.

Rompe i flutti Lucifero, e fra tanta

Desolata pietà sol di lei cerca,

Sol si affanna per lei, che tutte in core

Le sopite d'amor fiamme gli avviva.

Biancheggiar vede alfin come un'incerta

Forma, cullata abbandonatamente

Da men torbidi flutti, e sembra cosa

Di visïon, che tremoli a lo sguardo

D'oblique stelle, e tu non sai, se chiusa

Entro a un vel di canore acque e di spume,

Sia l'amor che tu sogni, o ver la morte.

Stranamente l'Eroe spinse la voce,

Pari ad artigliatrice aquila, quando

Disertar vede il nido, e da le nubi

Piomba, e co 'l grido il cacciator sgomenta;

E a quella volta ambo le braccia e il petto

Affaticò. La cara supplicante

Ben riconobbe, e in cor gioì: di peso

L'alza, l'impone al grande òmero, e forte

Serrandola co 'l braccio a mezza vita,

Con ambo i piè squarcia di forza il flutto.

Ella respira ancor; la fuggitiva

Pupilla per le vaste ombre dilata,

E un caro astro ricerca, il derelitto

Astro de l'amor suo. - Cessate, o venti,

T'accheta, o mar; risplendi, o Sol; venite,

Lontane terre, al cenno mio; ch'io possa

Serbar quest'infelice alma a l'amore! -

Girò in tal dir lo sguardo, e a lui da presso

Con le braccia convulse a una raminga

Botte aggrappato disperatamente

Scòrse il misero frate: un moribondo

Topo ei parea, che, a la grommata riva

D'un impuro padùle a ber venuto,

Vi trabocchi per caso: il miserello

Stride pietosamente, i neri e furbi

Occhi spalanca; or d'uno or d'altro verso

Si travaglia d'intorno a un galleggiante

Sughero, che da' piè sempre gli sfugge,

E, invan le gambe picciolette a un tempo

Dimenando e la coda, alza a fior d'onda

Tenero il muso, i grigi orecchi appunta,

Finchè, domato da la sorte acerba,

Riman su l'acqua tumido e supino.

L'Eroe lo vide, e contro a lui di punta

Si disserrò, qual su l'ingorda sula

Piomba il labbo animoso: a la codarda

Voratrice la vasta ala non giova;

Gracchia a l'aure fuggendo, e il mal digesto

Cibo a l'audace assalitor concede.

Tal sul frate l'Eroe piombò, nel punto,

Che a cavalcion su le cerchiate doghe

Con gran pena ei salía: per la pelata

Nuca agguantollo; al soverchiante flutto

L'abbandonò; su la girevol cimba

Pontò forte la destra, e su d'un salto

Vi si assise, e gridò: - Frate, il tuo regno

De la terra non è, non è del mare:

Io t'insegno il vangel! - Guaiva il frate,

Tapinandosi indarno, e rotte e fioche

Voci mettea: - Non vo' morir, non devo

Così presto morir! Come San Pietro

Tu solchi il mar; salvami tu! -

- Profeta

Non son, figlio di profeta, eppure

Veggio che in gran peccato esser tu devi:

Troppo temi il morir! -

- Sono in peccato,

Hai detto il vero, in gran peccato io sono:

Vo' confessarmi a te! -

- Volgiti ai santi;

Il demonio son io. -

- Sàtana, o Cristo,

T'adorerò, pur che mi salvi! -

- Assai

Facile è in ver la fede tua: rinneghi

Dunque la legge cui finor servisti? -

- Pur che sia salvo, io la rinnego! -

- In molle

Rèstati adunque, e non aver paura

De le fiamme d'inferno! -

Il moribondo

Sparì tra' flutti; al cor l'altro costrinse

La giovinetta; su la fredda e bianca

Fronte baciolla; le spirò su' labbri

Una dolce parola: ella era muta

Come la morte. Egli proruppe: - È bello,

Bello, o frate, è il morir: vedi? su questa

Bocca è la morte, ed io la bacio e l'amo! -

Era già piano il mar, taciti i venti,

Terso di nubi il ciel; roridi e bianchi

Tremolavan per l'aere i fuggitivi

Astri, e a specchiar la fronte aurea nei flutti

Con le perle su 'l crin venía l'aurora.

Correa spinta dall'aure a fior di spume

La cimba portentosa, e verso ai cari

Lidi movea; quando al tenace amplesso

D'un terribile sogno Iddio si tolse

Scapigliato ed ansante:

- Ove, ove siete,

Miei campioni, gridò? Qui a me d'intorno

Gli arcangeli non veggo e il formidato

Fulmin de l'ira mia! Tacciono i cieli

L'inno de la mia gloria; alzano il riso

Gl'increduli mortali, e l'inconcusso

Trono de la mia luce, ecco, diventa

Tenebroso sepolcro ai passi miei.

Rompete il laccio dei melliflui sonni,

Troppo ingenui Celesti! Orrido io sento

Sibilar per le vive aure lo strido

De l'umano Pensier; sorge di nuovo

Lucifero da l'ombre, e sotto ai chiari

Sguardi del cielo, in faccia al Sol, vestito

D'umane carni e d'ardimenti invitti,

Contro al nostro poter pugna co 'l riso.

Dormite pur, beate alme, sognate

L'albe eterne dei cieli e la ghirlanda

Mai consunta degli astri e le piovute

Manne del paradiso; e tu, dai regni

Contrastati del mondo, oltre il confine

De la fallibil creta alza l'imbelle

Tuo desiderio, e bamboleggia e trema,

Reo vegliardo di Roma! Io, benchè agli occhi

Nereggiar miri un crudo fato, e senta

Mormorar fra' consorti astri una voce

Di superba minaccia, io quel nemico

Spirto di libertà, ch'agita i petti,

Soffocherò! -

Disse, e l'usbergo usato,

Che tutto era di nebbie e di paure,

Stupenda opra, vestì; l'orrida assunse

Ègida, che le avverse anime impietra;

Strinse nel pugno la fulminea spada,

E d'immenso clamore il ciel confuse.

Balzâr dal sonno esterrefatti i Troni,

Gli Arcangeli balzar, tutte fûr deste

Le falangi de' cieli, e a frotte, a stormi

Alïando venían, simili a incerti

Pigolanti piccioni, ove tra' sonni

Del temuto falcon sentan lo strido.

Videli appena il Dio, che da le soglie

Polverose de' cieli il dubitante

Per lunghi ozî ed età passo togliea,

Con fier cipiglio borbottando; e, in petto

Mal frenando la gialla ira, tre volte

Rotò sovra la testa il brando ignudo,

- E, via di qua, sclamò, via dal mio sguardo,

Plebe del cielo infeminita! Ai molli

Suoni de l'infingarde arpe voi date

L'anima tutta, e le divine essenze

Seppellite nel sonno. Onta a voi tutti!

Mentre l'uomo laggiù s'agita, e invade

Ogni cosa crëata, e dio diventa,

Voi, d'ogni cosa e di voi stessi ignari,

Con pacifico studio divorate

I banchetti celesti, e con le belle

Figlie de l'uom gli ozii spartite e il letto! -

Girò, in tal dire, anco una volta il brando,

E partito saría, se da la folta

Dei trepidanti arcangeli non fosse

Sorto innanzi Michel, l'adamantina

Spada del cielo. A le incostanti aduso

Bizze del Padre, ei gli si pianta innanzi

Con ischietto sorriso, e, - Qual talento,

Gli dice, è il vostro di pugnar? S'addice

La pugna a voi? Lucifero ha vestite

Spoglie umane, ed a noi l'alme ribella;

Ma rotto è forse il brando mio? Su lui

Disagevole è tanto il mio trïonfo?

Ben altre volte io gliel provai. Smettete

L'armi dunque e lo sdegno; io, s'ancor sono

Il guerrier vostro, io pugnar deggio: a voi

Il comandar, a me il servir si aspetta. -

Così parlava, ed il canuto mento

Gli careggiava, e il rabbonía. Di forza

Volea prima da lui svolgersi il nume,

Poi fiero in vista e mal frenando un riso,

Ritrasse il piè dal limitar: le indotte

Armi svestì; senza mirarlo in fronte

Al diletto campion la pugna indisse,

E, calcando ai superbi astri la faccia,

Su l'aureo trono in maestà si assise.

Gemea l'Eroe fra tanto, e su la bocca

De la bella sua morta iva mescendo

Dal profondo del cor lagrime e baci.

Mestamente fendea l'onde, e nel raggio

Dei purpurei crepuscoli diffuso

Vagolava il suo spirto oltre la vita.

Saltò da l'etra in quell'istante il forte

Messaggero di Dio, tutto ne l'armi

Coruscanti precluso, e parea stella

Portatrice di stragi. A sommo il flutto

Contro al gagliardo nuotator piantosse,

Precidendogli il lido, e con superbe

Voci il tentò:

- Riedi, insensato, ai neri

Baratri tuoi; quest'aure e questa luce

Non son per te. Del tuo Signor dispregi

Il divieto così? Ben del suo sdegno

T'è noto il peso e del mio brando. Lascia

Quest'aure adunque, se non vuoi di nuovo

Provar l'ira del Padre e il braccio mio! -

Guardollo in fronte, e con sorriso amaro

Gli rispose l'Eroe:

- Superbo e vôto

È il tuo parlar, qual si conviene a servo

D'assoluto signor. Gonfio de l'aura

D'un fatuo nume, opre millanti e cose,

Che son, più che vittorie, onte e dispregi.

Ma inver semplici or siete, ove co 'l suono

D'una futil minaccia il pensier mio

Svïar provate da l'ardita impresa,

Per cui tutta cadrà da' vostri petti

La superba jattanza. Ebbri del fumo

Dei vaporati sagrificî, il guardo

Voi non drizzate oltre l'istante, e lunghi

Anni di gloria e non caduco impero

V'impromettete. Al par di voi, securo

Si tenea ne le ròcche ardue d'Olimpo

Il fatal Saturnìde; e pure ei cadde,

E favola e ludibrio oggi è il suo nome

Ai più vili del mondo. E voi, voi pure,

E non guari, cadrete; e su le vostre

Fiere cervici striderà la punta

Dei sarcasmi plebei. Stolti! che al volo

De l'umana ragion, che tutto arriva,

Presumeste por ceppi, e chiuder l'alma

Dentro al sepolcro degl'imposti errori;

Ma trono eretto su l'error non dura;

Al tuo cieco signor la terra il grida! -

Strinse al petto, in tal dir, la giovinetta,

E verso al lido si spingea. Tremendo

Fulminò l'aïzzato angelo il grido,

Raggiò d'ira e di lampi, e la funesta

Spada calò. Su la sua cara estinta

Piegò il nemico il petto, e nulla oppose

A la spada fatal destrezza o scudo.

Balena il mar sinistramente; a l'aure

Fischia l'acciar, ma, come ghiaccio in fiamma,

Tocco appena l'Eroe, sciogliesi e strugge.

Vide il portento, e scompigliossi in core

Il guerriero di Dio; però a mezzo

Lascia la pugna: smisurate, immense

Spiega l'ali gagliarde, e si disserra

Contro al ribelle nuotator. Qual suole

Orgoglioso tacchino, ove al guardato

Beccatoio appressar veda un digiuno

Ramingante mastin, smetter l'usata

Ruota d'un tratto, scolorir l'eretta

Caruncula, e assalir tremendo in vista

Il mal sofferto esplorator; s'aggira

Questo, e no 'l bada; e mentre quei su' fianchi

L'ale gli sbatte, e sbuffa, e stronfia, e grida,

E il bèzzica a la coda e lo flagella,

Tacito e imperturbato ei mette il muso

Ne l'accolto becchime, e fiuta e passa;

Tale il divo campion con le robuste

Penne il superbo Pellegrin combatte

Rotëandogli intorno.

Ai cari lidi

Questi si affretta, e con parole acerbe

Lo stanco assalitor punge e motteggia:

- Torna ai cieli, o fanciullo; e le lucenti

Soglie giammai de la magion paterna

Non lasciar quind'innanzi. È dura impresa,

Credi, il fermar sopra le vie del fato

Il pensiero de l'uom: pari a torrente

Ch'argini rompe, alberi svelle, ei corre

Per sentiero infinito, e, non che un solo,

Mille Dii non potrían romperne il corso! -

In così dir, prese la riva; irato

L'Angiol guardollo, e dileguossi al vento,

Come vapor di nebbia vespertina,

Che s'innalzi dal mar: vela un istante

I purpurei del Sol placidi occasi,

Poi si scioglie a la brezza.

Il Pellegrino

Diede un forte sospir; la cara estinta

Su l'arena depose; e poi che l'ebbe

Tersa, come potea, del flutto amaro,

La guardò lungamente; una leggera

Zolla le impose, e muto e senza pianto,

Pari a fantasma, in riva al mar si assise.

 

 

 




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