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Mario Rapisardi
Lucifero

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  • CANTO QUATTORDICESIMO.
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CANTO QUATTORDICESIMO.

 

ARGOMENTO.

 

Saluto di Lucifero al Sole; tra' raggi del quale rivede l'immagine di Ebe. - Attirato da mirabile fascino d'amore l'Eroe si solleva per l'aria; traversa gli spazî, giunge in Venere, si confonde con l'amor suo, e procede infino al Sole, da dove alza la voce dell'ultimo giudizio. - I morti d'ogni età e di ogni loco risorgono, e s'innalzano dalla terra per assistere al giudizio di Dio. - Rassegna di filosofi; d'istitutori di popoli; di riformatori. - Le vittime domandano vendetta.

 

Così moría l'alma implacata. Al Sole,

Che al meriggio splendea limpido e caldo,

Lucifero parlò:

- Re de la luce,

Odimi. O sia che il bruno orbe tu chiuda

Entro a un mare di fiamme, onde le negre

Cime dei monti tuoi sorgono, e dànno

Ombre indistinte al tuo nitido aspetto,

O sia che un vel d'opache nubi, amico

Di fulgidi riflessi, e una diffusa

Sfera di luce e di calor ti avvolga,

Te genitor d'ogni terrena vita

Io chiamerò, quando da te deriva,

O che vegeti immota, o inconscïente

Movasi, o pensi ogni creata forza.

A te le numerate ore d'intorno

Danzano; a te, padre di climi, il fronte

Volge amante di luce ogni pianeta;

E tu, di vita liberal, dispensi

Raggi e sorrisi a qual ti porga il volto,

E i più miti a la terra. Umile in vista

E ritrosa al tuo sguardo offre ella il grembo

Palpitante a la lunge, e non si attenta,

A par del fuggitivo Èrmete, appresso

Fartisi tanto, che mortal saetta

L'amoroso tuo raggio a lei diventi.

Tu per propria virtù dal mare insonne

Traggi i vapori, e in nubi atre li addensi,

Che indi, in pioggia disciolte, al vigilato

Solco dan biade e pomi al bosco e nuova

Freschezza a la vitale aere, da cui

Vigor nuovo di membra a l'uom deriva.

i sensibili corpi orni soltanto

In visibile guisa, e ti compiaci

D'apparente beltà, però che in seno

Scendi a tutti i mortali, e, a quella forma

Che scaldi e svolgi il fecondato seme,

E del tuo sguardo il puro etere allumi,

Desti così ne l'ordinata mole

De le membra il pensier, ch'è de l'eterna

Ben disposta materia agile alunno.

Qual da le scarse gelosie d'un chiostro

Libera il guardo al ciel la verginella

Disïosa d'amor, tal da l'oscura

Compagine mortal di nervi e d'ossa

Si sprigiona l'amante animo, e, tutto

Di te, sovrano genitor, sentendo

L'occulto foco e la natía virtude,

Per li campi del vasto essere, in cerca

D'ignote sfere e di negati oggetti,

Lanciasi, e tanto si dilunga e sorge,

Che par sostanza spirital, che possa

Dagl'involucri suoi viver divisa.

Ma chi dirà, che viver possa il modo

Senza l'obietto, o ver da lui distinto?

Che fuor de la gagliarda arbore viva

L'occulta forza vegetal? Si schiude

Per valor de la terra il seppellito

Seme, germoglia, si divide e s'alza

In foglie, in rami; con robusti nodi

Stringe ed avvinghia la materna zolla,

Respira, ama, s'infiora, infin che un diro

Turbo lo schianti, o avversa scure il tocchi.

Forse quella virtù, che gli diè vita,

Morto lui, fugge altrove, e per vive?

Suon di melodïosa arpa, che il petto

D'indefinita voluttà comprende,

Quando i candidi rai piove la luna

Su le mute campagne, e i sonnolenti

Fiori deliba la fugace orezza,

Io già non penserò, che per solo

Le sonore de l'aria onde commova:

Frangi le corde del gentil strumento,

Tosto il suon cesserà. Simile in questo

È l'uman corpo a l'arpa: Amor risveglia,

Divo maestro d'armonie, le nostre

Facoltà, che nel cor siedon sopite;

E quanto in noi più gentilezza è posta,

Maggiore e più gentil n'esce un accordo

D'affetti e di pensier, d'opre e di accenti.

O Amor, sole de l'alma, ove io ripensi

Di che alata virtù doni il pensiere,

Scarso e povero assai sembrami il lume,

Che avviva ed orna ogni creato oggetto!

A te, come a la mite alba la schiera

Dei canori volanti, al nuovo aprile

La famiglia dei fiori, al Sol che torna

Tutte cose universe, alzasi in festa

L'umana vita, e al magistero intende

D'ogni nobile ufficio. Immota e cieca

Mole sarían le nostre membra, e inerte

Cosa il pensier senza di te: sembiante

A tardo bue, che il travaglioso ordigno

Del volubile bindolo raggira

Tutto il , senza posa, e non sa quanto

Sgorghi tesoro da la sua fatica.

Ma tu, di libertà padre, fai lieve

Ogni gravezza, ogni umiltà sublimi,

Ogn'inerzia dilegui, e di noi stessi

Conoscenza ne dài piena e sicura.

Tu de l'etereo Sol, da cui proviene

Quanto è d'uopo a la vita, il più fecondo

Raggio in noi custodisci, ed una al chiaro

Conoscimento, che da lui si nacque,

Un ribelle ne infondi altero istinto,

Per cui, divino matricida, a fronte

D'essa Natura l'uman genio irrompe

Con fiera sfida, e la tenzona a morte.

O solenni ardimenti, o generose

Pugne e vittorie senza fine, a cui

Deve l'uomo mortal meno infelice

Vita nel mondo, e sol per cui si eterna!

Sovra la fossa, ov'ei tutto discende,

La memoria di lui sorge, e qual face

Da mille spere riprodotta in giro,

Entro ai petti degli uomini risplende

Centuplicata, e si perpetua, e in guisa

Vive con noi, che, per superbo inganno,

Vita verace il ricordar si tiene

Ed anima immortal, ch'abiti altrove,

La memoria che d'altri in noi risiede.

Ma del credulo gregge e dei fallaci

Ciurmadori de l'Arte e di Sofia

Scevre serbate voi le nuove genti,

O Sol, re de la vita, o Amor, sovrano

Del pensiero mortal; voi de la vostra

Pura luce vital fate lavacro

Agli egri petti, e date ala ed acume

A qual dentro a l'error cieco si ostina

Siccome talpa sotterranea: ei senta

Stupefatto ad un'ora il vostro lume,

Mentr'io, già presso al mio trïonfo, a voi

Tendo le palme, e voi propizî invoco! -

Tal parlava implorando, e il guardo acuto

Più che punta di stral figgea nel volto

Radïoso del Sol, quando a un sol punto,

O che vero ei mirasse, o che a l'ardente

Spirto facesse illusione il senso,

Visto gli venne un portentoso aspetto,

Onde il cor gli balzò. Come ne l'ora

D'un purpureo tramonto, ove più ferve

A piè de la Scillèa balza il vorace

Turbo estuöso del latrante mare,

Sorger vede il nocchier vigile un roseo

Fantasima di donna, a cui ghirlanda

Sono i raggi di cento iridi, e molle

Guanciale il fior de le fioccanti spume;

L'affisa egli ammirando, e, se in quel tempo

Gli sorride ne l'alma un dolce amore,

L'oggetto dei suoi voti in lei ravvisa;

Così a fior del fiammante orbe del sole

Nuotar vede l'Eroe trepido un'ombra,

Incerta ombra da pria, che umana forma

Man mano assume e leggiadria cotanta,

Che la viva in suo core Ebe gli sembra.

Esultò giubilando, e in queste alate

Voci si effuse:

- Oh! ben t'è stanza il sole,

Ben t'è regno la luce, aurea bellezza,

Che il petto mio, vago di luce, imperi!

L'amor mio non sei tu? L'idolo amato

D'ogni speranza mia? L'ala e la possa

Del mio pensier? Deh! come fausto io deggio

Stimar l'auspicio, che da te mi viene

In quest'ora solenne! Ecco, già sento

Crescer lena al mio spirto; odo la voce

De la terra e dei secoli, che chiama

Al gran giudizio Iddio! Non altrimenti

Che fosco immaginar d'egro intelletto

De la rosea salute al giovanile

Soffio si sperde, io sperderò le larve,

Che ne usurpan dei chiari astri la sede:

Tutti i Numi cadranno; al ciel, da cui

Una fiera e tenace ira mi escluse,

Or mi solleva, e trïonfante, Amore! -

Ciò detto appena, un tal fascino il prese,

Che per lo spazio il sollevò: non punto

Dissimigliante a fuscellin, che avversa

Forza di calamita attira e regge;

Se non che, quanto più di contro al sole

Lucifero salía, tanto fra' biondi

Raggi del ben veggente astro la bella

Crëatura d'amor veníagli appresso.

L'un lasciavasi a tergo il montuöso

Arido aspetto de la varia luna;

L'altra il denso Cillenio; e già a la vista

Ridea d'entrambi l'acidalia stella,

Cara sempre ad Amor, sia che tra' fiori

Del candido mattin splenda, e le piaccia

Di Lucifero il nome, o che tra' rosei

Vespertini crepuscoli biancheggi

Dagli amanti invocata, e più le giovi

Che il penoso mortale Espro l'appelli.

Qui s'incontrâr l'alme felici, e un'onda

Di purissima luce e di colori

Si diffuse d'intorno, e parte n'ebbe

Ciascun pianeta e non minor la terra.

Tal, se indagine umana al ver s'adegua,

Versa tesor di colorati raggi

Sovra i cultori suoi Perseo superbo,

Perseo, che a l'alba Galassèa nel grembo,

Qual trïonfante eroe, splendido incede,

E trono e serto ha di due Soli: un, tutto

Fiammeggiante di porpora, vermigli

Dardi per l'aria, a par di Sirio, avventa;

L'altro in un vel di cupo indaco avvolto

Mestissimo risplende, e d'ambi al raggio

In cento iri d'amor l'aria si frange.

A l'aspetto di lei, luce costante

Del suo pensier, verbo non ebbe o voce

O sospiro l'Eroe; sol di quantunque

Forza d'amplessi a le sue braccia, e al ciglio

Splendor di sguardo a lui mai diede Amore,

L'abbracciò tutta quanta, e la comprese.

Ella parlò:

- Me non la luce, o il cielo,

Ma la terra natía covre e trasforma

Con benigna virtù: polvere io sono,

E su le membra, che l'Amor fioría,

Or l'argentea rugiada educa fiori,

Tra cui l'armonïosa aura susurra.

Però non ammirar, se agli occhi tuoi,

Siccome un , pur tuttavia risplendo

Dentro a la luce dei miei giovani anni:

Miracolo è d'Amor; palpito e vivo

Immortal vita nel tuo petto, e queste

Forme fiorite, che l'Amor mi dona,

Altro non sono che veder, per cui

L'anima tua pietosamente illude. -

Con questi detti eran venuti a l'auree

Case del Sol, che tutto vede. Agli occhi

De lo stupito Eroe di luce nuova

Balenò la fanciulla, e tanta prese

Parte di lui, che dentro a lui disparve.

Dritto sul fiammeggiante astro egli stette

Con eccelso pensier: fra quel deserto

Vastissimo di luce, immensurata

Granitica parea mole, che sfidi

La procella dei sordi anni e del cielo.

Dove figge lo sguardo? Al globo estremo,

Che i pensanti mortali alberga e nutre,

Veglian perpetue le sue cure. Orrende

Cose egli vede in quell'istante: oscure

Carceri e ferri cigolanti e ruote

Stridule sopra a vive ossa e cadenti

Sovra al collo de l'uom nitide scuri

E torbe fiamme crepitanti ingorde

D'umane carni e gorgoglianti abissi,

Da cui, fra un vasto popolo di morti,

Pochi, indomiti capi alzansi a guisa

D'incrollabili rupi e di Titani;

E, sopra tutto, galleggiante un'ara

Lucida ai roghi, e in cima ad essa un muto

Fantasima, che or dorme ed or sorride

Villanamente. Fiammeggiò negli occhi

Terribile l'uman Dèmone, e, tutto

Dal profondo del cor svegliando il grido,

Queste fiere avventò voci supreme:

 

- O voi, che ne la fossa

Da tanti anni dormite,

Vestite i nervi e l'ossa,

Fuor de la morte uscite;

Da l'una a l'altra riva,

O Morti, in piè levatevi:

Il gran giudizio arriva!

 

Su la temuta scranna,

Giudice inesorato,

Non siederà tra' fulmini

Siva feroce, o il nato

Da vergin grembo: in questo

Novo giudizio mio,

Morti, voi siete i giudici,

Il delinquente è Dio!

 

Porgi al vietato sorso,

Tàntalo, il labbro; scuoti,

O Encèlado, dal dorso

Il cupo Etna; dal fondo

Dei fiammeggianti inferni,

Tiféo, balza, e t'allegra:

L'adamantina Morte

Spezza del ciel le porte,

E, spazïando libera

Pe' vani antri superni,

Fischia, e s'apprende a l'egra

Canizie degli Eterni.

 

Novello Brïarèo,

Bronte novello al grido,

La voce alza e la faccia

Il Pensier numicido;

E, con più fauste prove

Che sul campo Flegrèo,

Strozza il mutato Giove

Con le sue cento braccia. -

 

Disse, e balzâr su dagli avelli i morti

D'ogni età, d'ogni loco. A quella forma

Che noi vediam, quando più ferve agosto,

Sorgere al ciel degli orizzonti in giro

Sparsi mucchi di nubi, a cui il vento

Strani aspetti di mostri e di giganti,

Che arruffando più e più le bianche creste

Sfidan mugghiando il sole: impaurito

Il parco agricoltor guardali, e trema

Non saettin dal grembo in su' compiuti

Grappoli il nembo d'una ria gragnuola;

Similmente s'ergean su da l'immensa

Folta alcune preclare Ombre, per cui

Prendea 'l cor dei Celesti alto sgomento.

Or tu, qual che tu sii, dèmone amico,

Ch'entro al cervello mio semini i forti

Carmi, a cui sol, più che ricchezza o nome,

Fieri conforti a la mia vita io chieggio,

Tu, poi che tanto il ricordar ne giova,

Le più illustri rammenta, onde non sia,

Chi, nel sacro a la ragion del Vero,

Degli eroi del Pensier non sappia i nomi.

Primi a tutti sorgean quanti fra un cieco

Gregge di paventose anime e l'ombra

D'insofferenti età la fronte audace

Spinser, chiamando a mortal guerra Iddio:

Sdegnose alme ribelli, a cui stiêr contro

La terra e il ciel, gli uomini e i Numi, e nulla

Fede giovò, culto altro che il Vero.

Duce e signor di questa schiera eletta

Empedocle insorgea, nome e decoro

De l'antica Agraganto; e a lui d'intorno,

Come ad avvalorar la sfida antica,

Tu fiammavi tuonando, Etna superbo.

Salute al foco genitor, salute,

Vecchio vulcano, a te! Fiammeggia e tuona,

Come in quest'ora ch'io ti guardo e canto,

O sepolcro di sofi e di titani;

Tuona, fiammeggia; ed a le sfatte genti,

Ch'invide o ignare a noi drizzano il dardo

Del meschino epigramma, e ne dàn nome

Di selvatiche proli, una favilla

Gitta, in pietà, de l'incorrotte fiamme,

Che bollon ne le tue viscere, e a noi,

Di lingua no, ma d'alma e di man prodi,

Superbamente ardono il petto: avranno

Forse vergogna di stesse allora

Che sentiran dentro a le fiacche vene

Scorrer men pigro e men putrido il sangue!

Secondo al Saggio agrigentin venía

L'amabil sofo di Gargetto, a cui

Fu scola e Dio la voluttà del bene;

E tu gli eri da canto, inclito vate

De la Natura, a la cui dotta voce

Scese del Tebro bellicoso in riva

Venere santa, e una divina infuse

Nel tuo petto gagliardo aura di canti.

Seppe allora di Marte il fiero alunno

De le cose il principio, il mezzo e il fine,

E maledisse a la feroce e stolta

Religïon, che d'ogni mal feconda,

Potea nel sen de la verginea prole

Spingere un padre a insanguinar la mano.

E già dietro a tai duci impazïente

Balza da terra, e contro al ciel si lancia

L'audace di Vanini ombra sdegnosa:

Scuro e bieco ei s'inalza, e nugol sembra

Nunziator di procella. Orridi in vista

Gli s'ergean sotto i passi il palco e il rogo,

Ed egli co' fiammanti occhi tremende

Cose dicea, ma fieramente muto

Era il suo labbro: ahi! la faconda lingua,

A cui diede Sofia nuovi argomenti,

Mozza gli avea chi dai venali altari

La luce e il detto di Sofia paventa.

Vien seco il Mantovan, che da l'augusto

De l'umana Ragion tempio immortale

L'anima e Dio securamente escluse;

E chi pria rubellando il dotto ingegno

A l'idolo inconcusso di Stagira,

Più vasto al pensier nuovo aere dischiuse,

Cui ratto con gagliarda ala discorse

Liberamente il prigionier di Stilo.

O voi del Crati fragoroso opache

Selve, così vi serbi intatte il nembo,

Proteggete almen voi d'ombre cortesi

Le sacre, inonorate ossa del vostro

Vecchio Telesio! Accanto a lui, che tutto

Splendido in suo candor cheto s'inalza,

Freme e lampeggia il precursor di Nola,

Dal cui fiero intelletto e dal cui rogo

Tanta infamia ebbe Roma e luce il mondo.

Ma forse il genio mio scorda il tuo nome,

Di Malmèsburi onor? La tua bizzarra

Fronte, entro a cui d'Albion tutta s'accolse

La superba ed acuta indole strana,

Certo non io fulminerò, se assisa

Sovra il collo ai mortali in ferreo trono

Vedesti, autrice universal, la Forza.

Forse il Dritto e il Sapere, adamantino

Brando e scudo, di cui s'arma e difende

Per natura chi umano ebbe il sembiante,

Forza eterna non è? Ben essa al volo

T'armò in tal guisa il prepossente ingegno,

Che, oltre a l'etra sorgendo, al vulgo illuso

Quinci gridasti: Un vuoto nome è Iddio!

Tal da l'Ande selvose al ciel sublime

Lancia la poderosa ala il condòro,

E le nubi calpesta, ed orgoglioso

Dei voli suoi sfida stridendo i nembi.

Ecco, appresso a costoro a cui d'intorno

Fa ressa e ondeggia una men chiara folta,

Rompe un fiero drappello, a cui son duci

Diderotto ed Holbacco, incliti entrambi

Risvegliator di popoli; vien terzo

Elvezio, e quarto Volney. Qual suole

A l'improvviso infurïar d'un nembo

Fendersi ai lampi il ciel, tremar la terra,

Crollare alberi e tetti, e scatenarsi

Dalle ripe con fiero èmpito i fiumi;

Così d'intorno a la tremenda schiera

Un fremito, un fragore, una ruïna

Terribile s'udía, mentre il solingo

Ginevrin, precedendo, iva due faci

Sanguinose agitando, e come strale

Il riso di Voltèro il ciel fendea.

Da l'altra parte, in cupa nebbia assorti,

Vengon color, che il falso al ver mescendo

Con sagace pensier, norme e governi

Persuäsero ai popoli, ritrosi

Ad ogni culto di civil commercio.

Da l'aurifero Gange, in simiglianza

Di marmorea colonna, ergeasi al cielo

L'antichissimo Brama; ed eran seco,

Co'l ben veggente istitutor dei Parsi,

Trismegisto e Confucio, e quei che miti

Dettò leggi ai Fenicî, inclita gente

Domatrice del mar; non che il divino

Germe di Clio, trïonfator di traci

Belve e de l'Orco, non di voi, gelose

Donne de l'Ebro, al cui baccar fu il biondo

Mozzo capo concesso e l'aurea cetra

Favellatrice di gentili affetti,

Non vivo il core a un solo amor devoto.

V'era inoltre Pompilio, anima ricca

Di scaltriti consigli, e finalmente,

Simile in tutto a l'Arabo Misèmi,

Il campato da l'acque astuto Ebreo.

Videli appena da l'opposta parte

Di Malmèsburi il Saggio, e li squadrando

Con traverso cipiglio:

- O voi di Numi

Fabbricatori e mercatanti, disse,

Qual maligno talento a noi vi mena

In quest'ora di gloria e di vendetta?

Stolti! che al sommo socïal potere

Sovrapponeste un fiero idolo, al cui

Temuto auspicio smisurate e salde

Sparse l'Error l'empie radici in terra.

Ma stagione or mutò: gli egri intelletti

Dal morbo rio, che li torceva al cielo,

La Ragione guarì: solo e severo

Nume e legge la Forza; e qual volesse

Novelli Iddii favoleggiar, d'infame

Morte morrà. Mal vi destate adunque

Di Lucifero al grido; al vostro Nume,

Gloria non già, morte e vergogna ei reca! -

- Inclito senno d'Albïon, rispose

Tosto l'Eroe, che pur nel nome ha luce,

Quale acerba rampogna or t'è fuggita

Da la rigida bocca? Impazïente

Del trïonfo de l'uom, ch'è mio trïonfo,

E sdegnoso di tutti idoli a dritto

Epperò degno mio campion tu sei;

Ma trasvolar quanta ragion mai possa

Proteggere costor d'un'aurea scusa,

Lodevol cosa io non dirò, giusta.

Allor che inconscî d'ogni ver, fra bieche

Fraterne ire e sospetti, una brutale

Vivean vita gli umani, e la Paura,

Despota d'ignoranti anime, orrende

Cose spirando, il ciel, la terra, i flutti

Popolava di Numi e di Chimere,

Chi avría, senza periglio e senza tema

Di gittar l'opra inutilmente, esposto

Scevro di veli ad uman guardo il Vero?

Il Vero è Sol, che i grami occhi abbarbaglia

Di chi vive ne l'ombre. Or chi di biasmo

Farà segno costor, se al radïante

Volto del Ver, perchè men dèsse offesa,

Posero un'ombra, a cui diêr nome Iddio?

Come in aprica e ben disposta aiuola,

Ove il buon giardinier, tutte a lei vòlte

Le rigid'opre de la ria stagione,

Depose i germi prezïosi, i solchi

Serpeggianti vi aprì, per cui non manchi,

Quando più punge il Sol l'arida terra,

La fresca linfa ch'ogni fior ricrei,

Al richiamo d'april vestesi a festa

Ogni pianta, ogni stelo, e tutto in giro

Ride il suol di colori e di fragranze;

Così a la voce di costor, che fûro

Primi maestri di civil costume,

Fiorîr genti e città, su cui da l'ara,

Perch'uopo avean di fede i rozzi ingegni,

Stendea la Legge il moderato impero.

Se non che, sòrta quella ria masnada,

Che, l'umana pietà mercanteggiando,

Usurpò i templi de la terra, e il cielo

Con chiave d'oro al fornicar dischiuse,

Non più di civiltà mezzi e stromenti

Ma tiranni de l'uom fûr fatti i Numi.

Nacque allor ne le oppresse anime, a cui

A tempo il Ver fatto avea chiaro il senno,

Fiero un disio di rubellarsi al plumbeo

Giogo del ciel; suonò per l'aria il grido

De la riscossa, e si pugnò. Non vinse

Per certo Iddio; vide fumar d'umano

Sangue innocente i mercenarî altari;

Ma le vittime han vinto. A poco, a poco

Scemò, come al mensil corso la luna,

La possanza del Dio, ben che di ferro

Tempra vantasse ed immortal. S'ostina

Pur tuttavia, quantunque imbelle, e inciampo

Ultimo ei resta al trïonfar del Vero.

Or, perchè l'uomo in sul fulmineo carro

Di Civiltà varchi ogni meta e segno,

Sovra il corpo di Dio convien che passi!

- Seguían queste parole; ed ecco incontro

A l'aureo Sol levarsi altra falange

Di pure e maestose Ombre, che a duci

Budda e Socrate avean. Per l'opalino

Etra sorgeano, e più ch'uomini e forme

Parean candidi rai d'alba nascente,

O visibili idee: tanto di luce

Avean d'intorno e tal purezza in viso.

Sorge anch'ei dietro a lor, ma bieco e solo,

Sopra cavallo indomito l'ossesso

Battaglier de la Mecca, a cui nel pugno

Nudo lampeggia e sanguinoso il brando:

Nembo ei par di tempesta, in quel ch'a' buffi

D'euro si squarcia, e tortuöse e rogge

Solfuree fiamme in su la terra avventa.

Ma già un nuovo drappel chiama la voce

Del canto mio. Come vorace fiamma,

Poi che tutte afferrò l'aride secce

Del vasto campo, il vicin bosco invade;

Terribilmente crepitando esulta

Con cento lingue sanguinose a l'etra;

Così questi venían dopo a un vessillo

Fluttüante a l'avverse aure, su cui

Con vivo sangue uman scritto è: Riforma.

Qual da l'Eolio mar, quando più cupa

Dorme sotto ai veglianti astri la notte,

Fra dodici fantasmi ispidi o scogli,

Cui morde la rabbiosa onda d'intorno,

Sorger tu vedi e lampeggiar, perenne

Ara di foco, la Vulcania ròcca;

Tal sorgea lampeggiante, in mezzo ai mille

Che premeansi a' suoi lati, il procelloso

Protestator di Vittemberga. Appresso

Muovongli il cheto confessor d'Asburgo

E il rigoroso Ginevrin, cui tardo

Par l'altrui passo e andar vorrebbe il primo;

Non che il prode di mano e d'intelletto

Novator di Zurigo, e i due di Praga,

Ch'ebber pari il supplizio e l'ardimento,

E duce entrambi e ispirator Vicleffo

Eversore di dogmi; e quanti osâro

A le voraci arpíe di Vaticano

Spennacchiar l'ale e rintuzzar li artigli.

Destossi anch'ei sul torbido Tamigi

Il lascivo Tudorre, e già già mezzo

Sorgea da l'acque, e s'apprestava al volo,

Quando piombâr su la sua testa, a guisa

Di rapaci avvoltoi, le trucidate

Sue concubine, e il regal manto e il petto

Gli addentaron, sbranandolo. Stridea

L'obliqua alma del Re, mentre, ravvolta

Nel casto vel, sdegnosamente il tergo

Gli volgea l'infeconda Aragonese

Commiserando; e tu da la lontana

L'incatenavi co'l tranquillo sguardo,

O grave ed incorrotta Ombra del Moro.

Eran queste le schiere e questi i duci,

Ch'oltre al Sole movean, mentre a lor pari

Dai quattro venti de la terra un grido

Terribile s'ergea, qual se sconvolti

Da una pazza procella a un punto solo

Mugolassero i mari, o scatenati

D'avversi poli s'azzuffasser tutti

Con forze uguali ed ugual rabbia i venti.

Tuonavan da le selve ime e dagli antri,

Già sacri al vorator d'uomini Odino,

Quant'ostie mai su'l suo tremendo altare

Caddero; urlavan fieramente anch'esse

Le vittime di Teuta, a cui, più care

Di rugiadosi vischî e di verbene,

Bionde teste mietea pei boschi opachì

La druïdica falce; un gemer lungo

Di greche madri in sugli oblati infanti

Prorompea da l'Idee valli, superbe

Del vagito di Giove; alto dal Tebro

Fremean l'espïatrici ostie ferite

A l'ingordo Saturno; e una selvaggia

Querela uscía dai seppelliti avanzi

De le Puniche ròcche, in quel che in armi

Sorgea sdegnoso il redentor d'Imera.

Ma chi tutte può dir le voci e i gemiti,

Che al ciel salíano a dimandar vendetta

Dopo secoli tanti? Opra più lieve

Faría colui ch'enumerar volesse

Del ciel le stelle e de l'oceano i flutti.

Dal braminico aurato Indo, dagli orti

Rosiferi d'Irano a le feconde

Trinacrie rive del geloso Egitto,

Da le terre promesse a una masnada

Di lebbrosi omicidi; dal sepolcro

Sanguinoso del Cristo a le funeste

Valli d'Alby; dai trïonfati fiumi

De l'industre Batavia, a cui sul petto

Gavazza ancor del fiero Alba il fantasma;

Da le Calabre valli a le solinghe

Nevi di Valtellina ergeasi un grido

Formidabil, concorde, a cui fean eco

Da la Senna e da l'Ebro urla più fiere.

Udía da l'alto il Nazzareno, e, il biondo

Capo scrollando amaramente: - O amore,

Dicea, per cui l'innocua vita io diedi,

Qual mar di sangue a la mia Croce intorno! -

 

 

 

[ETL-S/RM:capitolo]

CANTO QUINDICESIMO.

 

ARGOMENTO.

 

La voce di Lucifero spaventa i beati, che si danno scompostamente alla fuga. - San Luigi Gonzaga si sviene fra le braccia di Santa Teresa. - Gabriele, non potendo persuadere l'Arcangelo Michele alla pugna, ordinate alla meglio alcune schiere, disponesi alla battaglia. - Santa Cecilia ne lo dissuade; ond'egli, lasciato il fiero proposito, s'abbandona voluttuosamente nelle braccia di lei. - Loiola, Domenico di Guzman, Torquemada, Pietro d'Arbues, Sisto e Pio V ordiscono una frode a Lucifero. - San Pietro abbandona le porte del paradiso. - L'Eroe sventa la congiura, e prorompe luminosamente nel cielo. - I congiurati santi tentano la fuga, e periscono miseramente. - Lucifero arriva alla presenza di Dio, cui trova, già fuori di , abbandonato da tutti, fuorchè da alcune bestie fedeli. - Tornata vana ogni loro difesa, tramutatosi indarno in diversi aspetti, Iddio muore, mentre l'Eroe ridiscende sul Caucaso, ed annunzia a Prometeo la fine dell'impresa.

 

Appena il grido de l'Eroe percosse

Con sinistro rimbombo il ciel vicino,

E le prossime schiere e la funesta

Voce avvisâr dei minacciosi estinti,

Tremâr tutti i Celesti, e verdi il volto

Da la paura, si guardâr negli occhi

Silenzïosi. Avvertì anch'esso Iddio

L'imminente periglio, e sì com'era

Sfidato e triste e non del fato ignaro,

Sul primo che gli occorse eburneo seggio

S'abbandonò. Stupidamente in giro

Movea gl'inebetiti occhi, e non tosto

Pipilargli a l'orecchio udì il divino

Colombo, e sospirar, qual su la Croce,

L'incarnato suo figlio, in un dirotto

Pianto scoppiò, tutti adempiendo insieme

Di stupore i Beati e di sgomento.

Qual se dal fondo d'uno stagno, impuro

Suscitator di sitibonde febbri,

Leva un rospo un loquace inno alla luna,

Tutte svegliansi a un tratto, e gli fan coro

Le profetiche rane, onde a l'intorno

Di chioccio chiacchierio suonano i campi;

Tale, al pianger del Dio, per l'azzurrine

Vòlte del vacillante Eden destossi

Un suon di disperate urla e di pianti.

Piangean le poverette alme digiune

D'ogni gioia di nozze e d'ogni amore,

E tu primo fra loro, o immacolato

Fior dei Gonzaga. A un altarino innanzi

Tutto adorno di ceri e di ghirlande

Ei traducea l'eterne ore in ginocchio

Mormorando preghiere a un Crocifisso

D'indico dente elefantino. Il novo

Gemito udito, in piè balzò, le ceree

Mani protese, e, l'argentina voce

Spaventato cacciando, a correr diessi

Per li stellati corridoi del cielo.

Accoccolata a un angolo romito

La povera Teresa ivi giacea

Stranamente ghignando. In lei si avvenne

Il fuggitivo, e, qual fagian, che senta

Dietro di del cacciator la pésta,

Fra l'ovvie macchie il capo aureo nasconde,

Tutto ai colpi lasciando il corpo esposto,

Tal fra le gonne sbrindellate e conce

De la squallida pazza il mal completo

Garzon cacciò la paürosa testa,

badò per la prima al sesso avverso.

N'ebbe gioia la diva, e a quella guisa

Che una grave bertuccia a' rai del sole,

Tolto fra braccia un piccioletto amico,

Tutta a forbirlo e a coccolarlo intende,

Così, strillando allegramente, al vizzo

Petto ella strinse il trepido fanciullo,

E tante gli tessè d'intorno al corpo

Con la lubrica man giochi e carezze,

Che a la fine ei sentì corrergli il sangue

Tale un'ignota voluttà, che a un punto

Sussultando fra' brividi si svenne.

 

Sveníansi ancor, ma per cagion diversa,

Molte vergini suore, a cui l'intatta

Orsola impera. Altre scorrono urlando

La reggia; altre stracciandosi le chiome

E battendosi il petto van d'intorno

Perdutamente; qual con vitreo sguardo

Siede come fantasma, e qual, deforme

Per isterici spasmi e di spumanti

Bave immonda la bocca, a simiglianza

Si contorce di frigido ramarro,

Cui, smessa a un tratto la pesante zappa,

Fiede il villan con infallibil sasso.

 

Fra il gridare, il fuggir, le preci, il pianto

Sorse l'invitto Gabrïel ne l'ira,

E, volato a Michel, che vergognoso

De l'ultime sconfitte i men frequenti

Lochi chiedea: - Qual mai desidia è questa

Che t'invade, esclamò? Muti ed inerti

Aspetterem l'esizio ultimo e il crollo

Di questo regno luminoso? È forse

Speme alcuna d'impero e di salute,

Che nell'armi non sia? Nel contumace

Ozio che il cor già impavido ti prostra,

Rea viltà, danno certo e infamia io veggio! -

- Di viltà non parlar, con disdegnosa

Voce proruppe il pro' guerrier di Dio,

Non parlar di viltà, se vuoi che amari

Non saëttin dal mio labbro gli accenti.

Vil non fui mai: fra le celesti schiere

Trono o arcangel non è, ch'ebbe mai vanto

Di vedermi ai perigli andar men lesto

Di te, che forza del Signor ti appelli.

Ma or che giova il valor? L'armi e la pugna

Chi incerto ha il fato ed ha speranze elegga:

A noi chiaro è il destino. Ombra di Nume

S'è fatto Iddio; l'uom tutto vince. Un tempo

Aquila io fui, che per l'eteree strade

Artigliai le saette; or, che ne falla

Con la fede de l'uom del ciel l'impero,

Notturna upupa io son, cui non già il sole,

Ma il silenzio e la fredda ombra sol giova. -

- Quanto mutato sei! quanto mutati

Tutti d'intorno a me qui nel felice

Regno de le beate anime, aggiunse

Fra disdegno e pietà l'angel superbo;

Questo è davvero il ciel? Qui regna Iddio?

Tutti d'umani scoramenti invasi

Trovo i petti immortali! Oh! non sì tosto

Io piegherò: spiri seconda o avversa

A la battaglia mia l'aura del fato,

Forza a forza opporrò; cadrò pria

Che l'avversario mio provi il mio brando! -

Spiegò in tal dir le penne, e, la fulminea

Spada traendo, alzò de l'armi il segno.

Come, uscendo a l'aperta aia dal nido,

La mal pennuta chioccia alza la voce:

Odono il noto crocidar materno

I pelati pulcini, e pipilando

Corronle intorno, e per l'accolto strame

Con piè inesperto a razzolar si dànno;

Così del bellicoso angelo al grido

Corsero i pochi, a cui mal noto ancora

Del conflitto de l'armi era il periglio.

Si sdegnò assai de la non folta schiera

L'animoso campion, pur, come seppe

La ordinò, l'attelò, la messe in punto;

E già, già si movean, pari a loquace

Frotta di gru, che la tempesta incalza,

Quando l'amor di Gabrïel, la bella

Cecilia, udito il suon de l'armi e il grido

Del guerriero diletto, a lui sen corse

Spaventata, anelante, e: - Dove irrompi,

Forsennato, gridò: qual cieco inganno

T'ombra il divo intelletto? Ah! non già un uomo,

Non un popolo sol, non tutta quanta

La terra hai contro e i rubellanti abissi,

Ma con seco i destini. È troppo orrenda

Cosa la pugna, e quando è vana, è stolta.

Cedi al destin; cedi a l'amor; non giova

Produrre a prezzo di perigli il regno;

Se tempo è di cader, cadasi: io teco

Stretta morrò, non già con l'armi in pugno,

Ma ne l'amplesso de l'amor sopita. -

Disse, e caddegli a' piè. Fra due sospeso

Dubitava il gagliardo Angelo, quando

Dal sen colmo di lei, fosse arte o caso,

Lieve lieve si scinse il roseo velo;

Ed ella in vista lagrimosa e tutta

D'amoroso pudor rorida, ai dolci

Studî d'amòr gli seducea la mente.

Strale fu questo, che andò dritto al core

Del divino guerrier: gli sfuggì il brando

Da la trepida destra; il vergognoso

Sguardo girò confusamente intorno,

E, balbettando futili parole,

Per man prese la dea, ne le lucenti

Stanze sacre ad amor trassela, e lei

Mal ripugnante degli ambrosei veli

Con mano carezzevole discinta,

Al talamo invitò, dove, il gagliardo

Proposito e il vicin fato e stessi

Dimenticando, a delibar si diêro

Del giardino d'amor l'ultime rose.

Come a l'odor di ramerino o timo,

Onor vago dei campi e amor de l'api,

Ruzzan gli agili gatti, e senton forse

Come un acuto stimolo, che il sangue

Fieramente gli assilla, onde su l'erba

Stropicciando il supin dorso flessibile

Con dolce miagolìo chiaman l'amica;

Così, ad esempio del lor duce e al viso

De la santa pulzella, arsero i petti

Dei celesti guerrieri, e, nulla ancora

De l'instante rovina conoscendo,

Si sparpagliâr, smesser celate e usberghi,

E quinci e quindi a saltar diérsi in traccia

D'auree fanciulle e morbidi angeletti.

Mentre così, del lor destino ignari,

Dansi questi bel tempo, entro a la cupa

Anima del Loiola un serpeggiante

Pensier guizzò. La macera persona

Raddrizzò a un tratto, e con volpina voce

Chiamò quanti nel cielo erano in pregio

Di sagace accortezza, e a lui ben atti

Parvero a l'uopo: il Montaltese, obliquo

Mastro di frodolente opere; il santo

Conversor di Gusman, la cui parola

Scrisse co'l sangue il masnadier Monforte;

Non che il fier Torquemada, anima acuta

Qual furtivo pugnal, che negli umani

Petti s'infisse ad indagar la fede;

Il ferino inventor d'ogni tormento

Manigoldo Arbuense; il pio Ghislieri

Tessitore di stragi, ed altri, a cui

Negò voce la fama. Eran costoro,

Poichè del fato avverso eransi accorti,

Tutti intesi a raccòr per le fulgenti

Aule del ciel quanto potean di ricche

Gemme e pregiate masserizie; e, fatto

Uno sconcio fardello, a quella forma

Che travagliansi attorno ad un osceno

Non ancor morto scarabèo le inopi

Formichette ingegnose, ad esso in giro,

Con le mani e co' piè forte spingando,

Trafelanti anelavano; e già già

S'involavan dal ciel, stolti! che fuori

Di quel regno di larve avean pensiero

Produrre oltre la vita; e negro intanto

Li batteva a le spalle il giorno estremo.

Li sorprese in quest'opra il conosciuto

Grido e l'aspetto del sagace amico,

Ed ascoso il furtivo ònere, a modo

D'astute gazze, e fatto al loco intorno

Di stessi gelosa ombra e tutela,

Aspettâr la proposta.

- Accorti e saggi

Siete inver più di me, disse il Loiola,

Se al bisogno del furto e de la fuga

Già date il tempestivo animo! Al certo

Periglioso è l'istante, e di tenaci

Nebbie ravvolto l'avvenir. Del Dio,

Che propugnammo, ogni splendor tramonta:

Immortale ei non era; e noi già primi

Lo sapevam, noi che sol Nume in terra

L'utile nostro e il nostro regno avemmo.

Scarsa è la schiera e del mio nome indegna

Che mi resta laggiù; qui non è alcuno,

Che a pugnar pensi, poi chè ottuse e vane

Le nostre armi son fatte; arbitro sorge

Il mortale Pensier, che in aurei nodi

Non a caso io distrinsi; ogni virile

Nerbo gli tolsi a poco a poco, e ucciso

L'avrei del tutto, ove più fine ingegno

Dato avesser le sorti ai miei fedeli.

Cederem noi per questo? A l'uom, già vile

Schiavo e strumento d'ogni mio disegno,

Noi, vili or fatti, piegherem la nostra

Già ferrata cervice? Oh! alcun non sia

Che in cospetto me'l dica! Uom, che a la prima

Faccia del mal muto s'accascia e trema,

Pusilla anima è detta; a noi, che tanta

Fama abbiam di sagaci, e siam beati,

Qual degno nome si addiría? Son troppe

Le dolcezze del ciel perchè a la prima

Si conceda al nemico! Abbiam rispetto

Prima a noi, poscia a Dio, da la cui larva

Già difesi imperammo. Inutil sono

Le braccia e l'armi? E che però? Ne avanza,

Possente arma, l'ingegno. È disperata

Cosa la pugna? Usiam l'arte e la frode:

Mal, che torni a vantaggio, al ben somiglia. -

Tacque, e le man si stropicciò.

- Son d'oro

Le tue parole, a lui rispose il senno

Del Pastor di Montalto, e assai per fermo

Io ne lodo il valor; ma la patente

Sconfitta che vicina e certa io sento,

E meco ognun, tu non dirai che sia

Sorte miglior d'una latente fuga,

Pria la vita, indi il regno. Io, sin che filo

Di memoria e di spirto il cor mi regga,

Non dispero acquistar quanto or si perde;

Campar dunque fa d'uopo. -

- Altra io non veggio

Via di salute, il pio Ghislieri aggiunse,

Che la via del fuggir! -

- Così ne fosse,

Gridò allor con schizzanti occhi il grifagno

Consiglier di Filippo, oh! sì ne fosse

Tosto dato in balía quest'incarnato

Sovvertitor di sacrosanti altari!

Tal rete intorno gli ordirei, che vano

Al districarsi torneríagli il tutto

Suo senno astuto e l'infernal possanza! -

- E chi sa?, ravvivando il serpentino

Occhio, soggiunse il Biscagliese obliquo,

Chi sa, che in nostra man da ver non caggia

Quest'audace Lucifero? Fin quando

Spirto alcuno d'ingegno oprar n'è dato,

Chiuder non dèssi a la speranza il core.

Ragno astuto, che vede in un sol punto

Disfatto il fine e pazïente ordito,

Torna a l'opra ben tosto, e in più sicuro

Loco, e con più sottile arte ed ingegno

Più certe insidie ai suoi nemici intesse.

Spero io così trar ne la rete il nostro

Burbanzoso avversario. Ardito e forte

Per certo egli è; ma un punto io gli conosco,

A cui se drizzi insidïoso un dardo,

Larga e secura gli aprirai la piaga.

Benchè spirito invitto e del pensiero

Apostolo sublime egli si vanti,

A la turpe materia il più profano

Culto ei professa; ed io più volte il vidi

Prostrato al piè d'una beltà terrena

Svestir l'orgoglio e gingillar la vita.

Udite or dunque un mio proposto. Appena

Ei si farà su'l limitar del cielo,

Niun lo scontri con l'armi: esperimento

Vano saría; vadagli incontro invece

Una, di quante sono ornate e belle,

Leggiadrissima santa (ed io fra tutte

Do la palma in quest'uopo a la divina

Prostituta di Màgdalo); gli abbracci

Supplicante i ginocchi, e sì lo svolga

Per qualche istante da ogni fier concetto,

Che a l'amplesso fallace ei si abbandoni

In una molle voluttà. Noi, quanti

Qui siamo ancor d'armi o d'ingegno instrutti,

A lui d'intorno in vigilanti agguati

Tutti pronti staremci; e quando il fiero

Debellator di Dio da l'iterate

Pugne d'amor giacerà stanco e assôrto

Nel più codardo e immemore abbandono,

Noi piomberemgli in un baleno addosso

Come stuol d'avvoltoi; di ferrei nodi

L'avvinceremo; e poi che osceno e carco

Sarà tutto di ceppi e di ferite,

Tal gli darem di tutto polso un crollo,

Che i neri abissi e il regno suo riveda! -

Piacque a tutti il consiglio, e alàcri e pronti

Diêrsi a l'opera intorno, in simiglianza

D'immondo strupo di codarde jene,

Che, fatte ardite dal favor de l'ombre,

Mute s'affrettan pe'l deserto campo

Dietro al sentore di lontan carcame.

Contro a le sedi dei Celesti intanto

Lucifero irrompea. De l'abusate

Porte del ciel stava a custodia il divo

Pietro di Galilea, l'inclito alunno

Del Nazzaren, pastor d'anime e chiave

Del paradiso. Udita avea la voce

Del nemico imminente, e, ben che molto

Fosse d'uomini esperto e di fortune,

Pur sentì scioglier le ginocchia, e a guisa

Di fragil canna, che tentenni al vento,

Ondeggiava diviso in due consigli:

O sguainar l'arrugginita spada,

Che pendeagli dal fianco, e alla difesa

Rimaner, benchè solo; o, abbandonata

La difficil custodia ad altri o al caso,

Svignarsela di furto.

- Audace impresa,

Dicea tra , a le mie forze uguale,

Tener fronte da solo a un tal nemico:

Certo ei val più di Malco. E poi, degg'io

Perigliarmi per tutti? Alcun non osa

Impugnar l'armi, ed io restar qui devo?

No, no; vadasi, e tosto: al proprio scampo

Volga ognuno il pensier. Se Dio non vale

A difender stesso, io lo rinnego,

In fede mia, canti o non canti il gallo! -

Così pensando, si sottrasse. Come

Al furïar di subito uragano

Cade svelta dai cardini la porta

D'un povero abituro: urla dal fondo

La famigliòla spaventata, in quella

Che ogni serbata masserizia in giro

Sparge, ammucchia, avviluppa il turbo avverso;

Spalancossi in tal guisa al primo tocco

Di chi porta la luce il vecchio albergo

Del paradiso, ovvio lasciando e vasto

Al guardo e al passo del Ribelle il varco.

Grande e securo e tutto lampi il volto

Su la soglia Ei piantossi, e parea sole

Di cotanto splendor, che incerte faci

Ben dir potevi a petto a lui le stelle.

Siccome spada folgorante, in pugno

Un raggio acuto gli splendea; tremenda

Arma, che squarcia il sen de l'ombre, e quanti

Ferrei fantasmi e fiere larve han vita

Con sovrana virtù spezza e dilegua.

Così l'Eroe proruppe; impazïenti

Del solenne giudizio a lui da presso

Si versano le schiere, e tutte in giro

Prendon l'aurea magione, a simiglianza

Di sonanti fiumane, a cui più freno

Non dànno argini e dighe, e l'una e l'altra

S'accavallando, fragorose e torbide

Divorano la valle e i campi affogano.

Come allor, che dai cupi antri improvviso

Il vecchio Mongibel mugghia e si scuote,

Trema intorno la valle; impäuriti

Fuggon greggi e pastori, a cui di sotto

Balzan globi di fumo atro, e sul capo

Piove di ardente e negra sabbia un nembo;

Così a la vista de l'Eroe si scosse

La gran reggia dei cieli, e quinci e quindi

Fuggîr senza consiglio i sacri armenti

Vociferando, e qual siede, o s'arresta,

Non già vanto ha d'ardire o di piè fermo,

Ma invalidi i ginocchi e l'alma infranta.

Questo fu il punto, che, disciolta i crini

Biondissimi e con piè trepido, in vista

Di verginella, al gran Ribelle incontro

Mosse la bella Maddalena. Il colmo

Petto le ondeggia sovra il cor, sicuro

D'un superbo trïonfo; entro ai non folti

Docili veli le tondeggian tutte

Le rosee membra riluttanti: un nimbo

Di reconditi incensi errale intorno

A la vaga persona, e di pungenti

Stimoli avvampa ai men lascivi il sangue.

Tal s'avviene a l'Eroe, mentre raccolti

Nei lor taciti agguati ansan parecchi,

Qual fidato a l'astuzia e quale al braccio,

Congiurati al Loiola. Intento e assôrto

Nel suo pensier quei trascorrea, punto

Abbadava costei, che del sedurre

Tutti ben sa gli accorgimenti e l'arte.

Ond'ella il passo gli precise, e: - O santo

Arcangelo, esclamò, ben si conviene

A la luce del tuo sguardo immortale

Questo splendido regno! E chi dir puote

Che nemico tu sei? che una superba

Smania di regno ti conduce al cielo

A sovvertir l'adamantina sede,

Di Dio? No, che per certo iniqua e indegna

Ti precorre la fama, e mal diritto

Veggion queste beate anime, a cui

Tanto incute il tuo nome alto spavento.

Luce ed amor sei tu: simile a novo

Raggio d'innamorato astro sorride

La tua fronte serena, e a dolci affetti,

Pari al mio Nazzaren, l'anime inviti.

Oh! ben torni fra noi; qui non mortali

Semina rose amor, qui sempre viva

Fonte di voluttà schiude il mio seno! -

Udì l'Eroe la subdola proposta,

E amaramente le gittò sul volto

Queste parole:

- O penitente eterna,

pentita giammai, qual ti germoglia

Ne l'instabile cor postuma brama

Di novelle avventure? Un mi son'io,

Che al lascivo ozïare, a cui mi tenti,

L'aspre battaglie del pensier prepongo! -

Disse, e sdegnando procedea, già sciolto

Da l'inciampo di lei; quand'essa, a un punto

Tramutando tenor d'arti e d'accenti,

Ruppe in alto cachinno: - E ci voleva

Proprio questa, esclamò; state a vedere,

Ch'oggi che in terra dàn la caccia ai frati,

A questa vecchia golpe senza coda

Vien pizzicor di farsi anacoreta!

Ma fa' il piacer, Lucifero! Son donna,

Son figlia d'Eva, e non son senza macchia

Come la madre di Gesù: codesta

Mascheraccia d'apostolo su'l muso

Non ti sta, credi a me: cangiati in serpe

Piuttosto; ed io farò, come Dio vuole,

Il sagrificio di mangiare il pomo! -

Così dicea, ma seminate al vento

Si disperdean le lubriche parole.

Visto il colpo fallir, di salute

Più sperando altra via, fuori ad un tratto

Dagli agguati sbucò la tortuösa

Anima del Loiola, e si gittando

Di traverso a l'Eroe: - Salvami, grida,

O glorïoso Arcangelo! Per te,

Non già per Dio, sovra la terra io tesi

La rete mia! - Volea più dir, ma come

Non crudel passeggero, a cui di sotto

Venga un turpe scorpion, che velenosi

Lascia i morsi ove tocchi, immantinente

Alza il piede e lo schiaccia; in simil guisa,

Sporgendo il labbro, e torto altrove il viso,

Piantò il piede l'Eroe sovr'esso al tergo

Del supplice maligno, il qual diè un forte

Tonfo, e scoppiò, tutto ammorbando intorno

Di putida mefite il ciel sereno.

Questo fu il segno de la strage. Appena

Del suo duce la fin videro i Santi,

Tutti uscîr dagli agguati a la rinfusa,

Tal che frotta parean di saltellanti

Locuste ingorde, cui la fiamma incalza

Più vorace di lor. Più volte indarno

Una mano d'audaci angeli e santi

Far impeto tentâr contro a le schiere

Del luminoso Eroe; ma qual fremente

Cavallon che si franga a la ronchiosa

Rupe, spezzate contro a lor cadeano

L'avverse armi e l'ardire. E come avviene

Nel nebbioso novembre, allor che in dense

Falde piovon dal ciel l'umide brume,

E nereggian le vie, quasi colpite

D'occulta lue cadon le mosche esose,

Ch'or ti ronzan morenti in su la faccia,

Or sui fumidi cibi, onde a l'intorno

Sparse e brutte ne van le mense e i letti;

Così, al proceder de l'Eroe, da l'alto

Fioccan morti i Beati, e tu soltanto

Li ferivi co'l tuo sguardo immortale,

O trïonfante Verità. Fra tanto,

Con ogni forza ed ogni astuzia in salvo

Ricondursi volean Sisto e Ghislieri,

Torquemada e Gusman. Li precedea,

Stranamente strillando e mulinando

Sovr'esso il capo la ghierata gruccia,

Il feroce Arbuënse, e una mal viva

Folta di Santi lor tenea bordone.

Li riconobber da l'opposta parte

Co'l profondo veggente occhio i campioni

Del libero Pensiero, e un minaccioso

Mormorio si levò, come di vento

Precursor di procella. Ardean di cupo

Sdegno le generose anime, in quella

Che con flagel di sanguinosi motti

Mordea Voltèro ai fuggitivi il dorso.

Non però immoti ne le lor falangi

Stetter Bruno e Vanini; anzi a quel modo

Che una coppia di fulve aquile, altere

Dominatrici di profonde altezze,

Con pari volo e con funesto strido

Piomban sovra a la preda, essi al feroce

Fuggitivo drappel di tutta punta

S'avventarono incontro, e: - O manigoldi

De l'umano pensier, gridò con fiera

Voce l'ardito precursor di Nola,

Or sì che il fin di vostre colpe è giunto! -

Disse, e ghermendo con la ferrea destra

Torquemada a la strozza, in turbinoso

Modo il rotò, che spatola parea

In man d'esperto battitor. Lanciollo

Poi qual sasso di fionda; e non sì tosto

Da l'alto ei ripiombò, che in mostrüosa

Foggia si franse e si divise, a modo

Di crinato utensil d'impura argilla

Lanciato a l'aria da fanciul bramoso

D'udirne il tonfo e di contarne i cocci.

Cadde, e si franse ei sì, ma in braccio a morte

Non s'acquetò; chè in quante parti e brani

S'eran divise le sue membra, in tanti

Si spezzò la sua vita, onde ciascuno,

Che guizzando e serpendo invan tendea

A congiungersi a l'altro, era dannato

A soffrir sempre, e a non morir giammai.

Fra mani allora al pensator d'Otranto

Fieramente stridean Sisto e Ghislieri.

Ambi agguantati egli li avea, qual suole

Assiduo scardatore, il qual prendendo

Due manciate di canape, fra loro

Pria le sbatte più volte, indi le affida

Al nemico di lische ispido cardo.

Si mordevan per rabbia i duo percossi,

E sgraffiavan rignando, e parean due

Gatti rivali, a cui bollir fa il sangue

Nel rigido gennaio un caldo amore:

Sul colmo dei muschiosi embrici, in traccia

De l'amica ritrosa, a notte piena

Scontransi, e i peli rabbuffando a un tratto,

Soffian, sbatton la coda, alzano in arco

L'ispido dorso, e duri, intirizziti

Muovonsi con guardingo atto d'intorno,

L'arida lingua saettando: a bada

Si tengono così, fin che il più lesto

La granfia avventa e vibrasi a l'assalto.

Odi allora echeggiar di strilli acuti

La sacra notte, rotolar sul tetto

Smosse tegole e sassi, e chi del dolce

Sonno si svolge in quell'istante, umani

Gemiti e grida ascoltar crede al vento.

Così le due sinistre anime, a un punto

Fatte da l'ira e dal dolor nemiche,

Si sbranavan fra loro, insin che stanco

Di quel fiero piacer l'eroe nemico

Le scagliò da lungi. Urlâro i tristi

Da l'alto ciel precipitando, e ancora

Precipitan pe'l chiaro aere: li aspetta

Fremebonda la terra, ove un'eterna

Vita servile e in gran terror vivranno.

Scórsi muti e di furto eran fra tanto

L'Arbuënse e il Gusmano; e si tenendo

Fuor d'ogni attesa e d'ogni sguardo ostile,

Speculavan la fuga, o un nuovo inganno.

Si sferrò allor da la sua schiera il forte

Riformator di Vittemberga, in guisa

Di mortifero strale, e una tremenda

Voce vibrò. Stetter tremanti e bianchi

I fuggitivi, e balenâr perplessi

Fra la lotta e la fuga, in simiglianza

D'inseguito assassin, che fischiar senta

Presso a l'orecchio il mortal piombo. Vinse

Il primiero consiglio, e, vòlto il fronte

Subitamente, s'avventâro ai fianchi

De l'iracondo novator. Qual pura

Fiamma tendente al Sole e del Sol figlia,

Se a la putida pece arda vicina,

A lei tosto s'apprende: a poco a poco

Struggesi questa; in negre bolle impure

Gorgoglia, e più e più spandesi, fra tanto

Che giallo e crasso infesta l'aria il fumo;

Tal divenne Lutero, allor che intorno

Gli s'avvinghiâro ai poderosi fianchi

I due rabidi santi, a cui bentosto

Crepitando ei s'appiglia. Un fiero strido

Mandan gli audaci, e di balzar fan prova,

E staccarsi, e fuggir; ma appiccicati

Restano a lui così, che in foggia strana

Fan di tre forme un mostrüoso aspetto.

Corre pe'l ciel l'inesorabil fiamma,

Che li attacca, e li fonde, e meraviglia

N'han tutti intorno; ed ora i cornei crini

Gli avvampa, or gli erra su le picee terga

Con feroce pigrizia, or dentro ai vivi

Occhi gli siede, e nei precordii scende,

E i visceri gli mangia, e l'ossa ignude

Con lenta voluttà rode e consuma.

Seguían queste giustizie; ed ecco a fronte

De l'egro Nume il gran Ribelle arriva.

Solo il trovò nel più recesso loco

Del paradiso; e nullo era, di quanti

A le mense di lui s'eran nutriti,

Che a la difesa or vigilasse: ognuno

Che innanzi al passo de l'Eroe non era,

Futile inciampo, ancor fugato o vinto,

O il vol dava a la fuga, o in un furtivo

Ripostiglio del ciel, pallido, ansante

Scongiurava il destin. Voi soli in questo

Stremissim'uopo non lasciaste il trino

Padre deserto, o sovra ogni pietosa

Fida essenza del ciel pietosi e fidi

Quadrupedanti: a voi, se grazia alcuna

Merta ancora la fede, un chiaro grido

Non fallirà presso i venturi, a cui

L'alto cor vostro e i vostri nomi io canto.

V'era di Balaàm l'asino e quello

Che riscaldò di Betelèm la greppia

Col mirifico fiato; eravi anch'esso

L'accorto bue, che, abbandonato il duro

Solco e l'aratro, ad adorar sen corse

Il già nato Messia: meraviglioso

Di fede esempio, onde nei cieli assunto

Fu per nume di Dio, che la falcata

Fronte gli ornò di due vividi raggi,

Come un tempo a Mosè; v'eran del divo

Rocco i fidi mastini impazïenti

D'avventarsi a l'Eroe; v'era il modesto

D'Antonio alunno, che il signor perduto

Fra' grugniti piangea: sul nero grifo

Gli discorrean le lagrime cocenti,

Ed ei, la Dio mercè, fatto maestro

D'oprar le zampe come fosser mani,

Se le tergea con un candido velo,

Di ricami stupendo, opera e dono

De la diva Lucia. Ma visto appena

L'avverso Eroe, che procedea sembiante

A novo Sol, di subito disdegno

Arse, fe' biechi i picciolettì e tondi

Occhi verdastri, aggrinzò il grugno, a spira

Ravvolse ed agitò la scarsa coda,

Ed arrotando le spumose zanne

Con irto il dorso e con pendule orecchie

S'avventò, che parea critico arguto,

Che carico di norme e di sofismi

Al tallon d'un poeta avventi il morso.

Non fûr tardi a seguir l'eroico esemplo

L'altre bestie devote; anzi ad un punto

Per ogni verso si scagliaron tutte,

E, stupendo a ridir! correano a morte

Come a danza, o convito. Alti lamenti

Mettea dal petto il Nume; e a lui d'intorno

Per la reggia del cielo era un tedesco

Strano accordo di ragli e di grugniti.

Tentennava l'Eroe, commiserando,

La testa, e con un rigido sorriso:

- Ecco, o Eterno, dicea, qual poco armento

Di cotanti fedeli oggi ti resta! -

Toccò in tal dir co'l penetrante raggio,

Che nel pugno tenea, la nebbia densa

In cui tutto era chiuso il Dio morente,

E l'aprì tosto, e dissipolla in guisa

Che il ciel limpido apparve e la sparuta

Faccia del Nume agonizzante. Ai piedi

Morto giaceagli il divo augel, che il grembo

Visitò de l'Ebrea Vergine; e, sciolto

Dal trino amplesso, a cui lo strinse il mito,

Stette innanzi a l'Eroe tranquillamente

Gesù. Splendea nel mansuëto aspetto

Tutta umana bellezza, e una fragrante

Lucid'aura di pace e di dolore

Gli alïava d'intorno a la persona

Candidissima. Il vide, e il riconobbe

Lucifero, e parlò:

- Ben la catena

Di tua divinità spezzi in quest'ora,

Santo eroe de l'amore e del perdono;

Ben ritorni qual fosti al luminoso

Raggio del Ver, le cui vendette io segno!

Vedi le schiere mie? , fra quei pochi

Spirti di saggi, a cui Socrate è duce,

Loco a te caro, a niun secondo, io serbo! -

Disse, e insegnava con la destra. Innanzi

Fecesi, a questo dir, l'intemerata

Luce d'Atene, e fra le venerande

Braccia il pietoso Nazzareno accolse.

Or l'estrema ora tua dirà il superbo

Genio che m'arde, o mal temuto Iddio.

Quando l'Eroe ruppe la nebbia, involto

Di nero oblio, fuor d'ogni senso e moto

Tu giacevi; ma allor che con lo sguardo

Ti penetrò, ratto balzasti, a guisa

Di già morto batràce, a cui strani

Moti il valor del ricorrente elettro.

E, come già solea nel greco mito

Le sembianze mutar Proteo marino,

Quando immerso nel sonno, in mezzo al gregge

De le putide foche il sorprendea

Con ferree braccia alcun mortale o nume,

Tal sotto al ciglio de l'Eroe nemico

Cento apparenze e simulacri e larve

L'egro tuo corpo in ratta vece assunse.

E or di Brama, o di Teuta, or di Saturno

Usurpava gli aspetti; or Cristo, or Giove,

Ora Osiri appariva ed ora Anubi;

Or terribile e scuro e tutto cinto

Di tempeste e di morte, or fiammeggiante

Sole parea che l'universo avvivi;

Or fantasima inerte, or procelloso

Eversor di pianeti; e ferrea e cieca

Legge d'affanno, ed inesausta fonte

Di bontà, di clemenza e di perdono.

Fremean per lo profondo etra le schiere

Luminose dei Saggi; da l'opaca

Terra sorgean, che parean fiamme vive,

Le vittime dei Numi, e tutti a un grido

La giustizia chiedean. Pende dal labbro

Di Lucifero il Fato; a lui dintorno

Stanno i secoli. Al Dio, che si trasforma

Tranquillamente egli favella:

- È antica

L'arte, per cui forme tu cangi e nomi:

Rinnovarla or non giova! Assai sembianze

Sostenemmo di Numi, a cui la cieca

Fede de l'uom diè lunga vita e impero.

A l'un error l'altro successe; a un vôto

Fantasma altro fantasma; or tocca il fine

Questa vicenda rea: l'ultimo Iddio

Tu sei; con te, non pur la forma e il nome,

Ma il pensiero di Dio ne l'uom s'estingue! -

Così dicendo (ed additava il sole,

Che sotto ai passi gli sorgea), toccollo

De l'acuto suo raggio, e parte a parte

Lo trapassò. Stridea, come rovente

Ferro immerso ne l'onda, il simulacro

Fuggitivo del Nume; e, a quella forma

Che crepitando si scompone e scioglie

Fumigante la calce a l'improvviso

Tasto de l'acqua o del mordente aceto,

Tale al raggio del Ver struggeasi il vano

Fantasima; e in vapore indi converso,

Tremolando si sciolse, e all'aria sparve.

Così moría l'Eterno. Ai consuëti

Balli movean gli antichi astri; dal cielo

Luminose partían come in trionfo

Le Magne Ombre dei Sofi, e a tutti innanzi

Lucifero. Arrivò co'l Sol novello

Sul Caucaso nevato, ove al soffrente

D'adamantino cor figlio di Temi:

- Lèvati, disse, il gran tiranno è spento! -

 

FINE.




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