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CANTO
QUATTORDICESIMO.
ARGOMENTO.
Saluto
di Lucifero al Sole; tra' raggi del quale rivede l'immagine di Ebe. - Attirato
da mirabile fascino d'amore l'Eroe si solleva per l'aria; traversa gli spazî,
giunge in Venere, si confonde con l'amor suo, e procede infino al Sole, da dove
alza la voce dell'ultimo giudizio. - I morti d'ogni età e di ogni loco
risorgono, e s'innalzano dalla terra per assistere al giudizio di Dio. -
Rassegna di filosofi; d'istitutori di popoli; di riformatori. - Le vittime
domandano vendetta.
Così
moría l'alma implacata. Al Sole,
Che al meriggio splendea
limpido e caldo,
Lucifero parlò:
- Re de la luce,
Odimi. O sia che il bruno
orbe tu chiuda
Entro a un mare di fiamme,
onde le negre
Cime dei monti tuoi sorgono,
e dànno
Ombre indistinte al tuo
nitido aspetto,
O sia che un vel d'opache
nubi, amico
Di fulgidi riflessi, e una
diffusa
Sfera di luce e di calor ti
avvolga,
Te genitor d'ogni terrena
vita
Io chiamerò, quando da te
deriva,
O che vegeti immota, o
inconscïente
Movasi, o pensi ogni creata
forza.
A te le numerate ore
d'intorno
Danzano; a te, padre di
climi, il fronte
Volge amante di luce ogni
pianeta;
E tu, di vita liberal,
dispensi
Raggi e sorrisi a qual ti
porga il volto,
E i più miti a la terra.
Umile in vista
E ritrosa al tuo sguardo
offre ella il grembo
Palpitante a la lunge, e non
si attenta,
A par del fuggitivo Èrmete,
appresso
Fartisi tanto, che mortal
saetta
L'amoroso tuo raggio a lei
diventi.
Tu per propria virtù dal
mare insonne
Traggi i vapori, e in nubi
atre li addensi,
Che indi, in pioggia
disciolte, al vigilato
Solco dan biade e pomi al
bosco e nuova
Freschezza a la vitale aere,
da cui
Vigor nuovo di membra a
l'uom deriva.
Nè i sensibili corpi orni
soltanto
In visibile guisa, e ti
compiaci
D'apparente beltà, però che
in seno
Scendi a tutti i mortali, e,
a quella forma
Che scaldi e svolgi il
fecondato seme,
E del tuo sguardo il puro
etere allumi,
Desti così ne l'ordinata
mole
De le membra il pensier,
ch'è de l'eterna
Ben disposta materia agile
alunno.
Qual da le scarse gelosie
d'un chiostro
Libera il guardo al ciel la
verginella
Disïosa d'amor, tal da
l'oscura
Compagine mortal di nervi e
d'ossa
Si sprigiona l'amante animo,
e, tutto
Di te, sovrano genitor,
sentendo
L'occulto foco e la natía
virtude,
Per li campi del vasto
essere, in cerca
D'ignote sfere e di negati
oggetti,
Lanciasi, e tanto si dilunga
e sorge,
Che par sostanza spirital,
che possa
Dagl'involucri suoi viver
divisa.
Ma chi dirà, che viver possa
il modo
Senza l'obietto, o ver da
lui distinto?
Che fuor de la gagliarda
arbore viva
L'occulta forza vegetal? Si
schiude
Per valor de la terra il
seppellito
Seme, germoglia, si divide e
s'alza
In foglie, in rami; con
robusti nodi
Stringe ed avvinghia la
materna zolla,
Respira, ama, s'infiora,
infin che un diro
Turbo lo schianti, o avversa
scure il tocchi.
Forse quella virtù, che gli
diè vita,
Morto lui, fugge altrove, e
per sè vive?
Suon di melodïosa arpa, che
il petto
D'indefinita voluttà
comprende,
Quando i candidi rai piove
la luna
Su le mute campagne, e i
sonnolenti
Fiori deliba la fugace
orezza,
Io già non penserò, che per
sè solo
Le sonore de l'aria onde
commova:
Frangi le corde del gentil
strumento,
Tosto il suon cesserà.
Simile in questo
È l'uman corpo a l'arpa:
Amor risveglia,
Divo maestro d'armonie, le
nostre
Facoltà, che nel cor siedon
sopite;
E quanto in noi più
gentilezza è posta,
Maggiore e più gentil n'esce
un accordo
D'affetti e di pensier,
d'opre e di accenti.
O Amor, sole de l'alma, ove
io ripensi
Di che alata virtù doni il
pensiere,
Scarso e povero assai
sembrami il lume,
Che avviva ed orna ogni
creato oggetto!
A te, come a la mite alba la
schiera
Dei canori volanti, al nuovo
aprile
La famiglia dei fiori, al
Sol che torna
Tutte cose universe, alzasi
in festa
L'umana vita, e al magistero
intende
D'ogni nobile ufficio.
Immota e cieca
Mole sarían le nostre
membra, e inerte
Cosa il pensier senza di te:
sembiante
A tardo bue, che il
travaglioso ordigno
Del volubile bindolo raggira
Tutto il dì, senza posa, e
non sa quanto
Sgorghi tesoro da la sua
fatica.
Ma tu, di libertà padre, fai
lieve
Ogni gravezza, ogni umiltà
sublimi,
Ogn'inerzia dilegui, e di
noi stessi
Conoscenza ne dài piena e
sicura.
Tu de l'etereo Sol, da cui
proviene
Quanto è d'uopo a la vita,
il più fecondo
Raggio in noi custodisci, ed
una al chiaro
Conoscimento, che da lui si
nacque,
Un ribelle ne infondi altero
istinto,
Per cui, divino matricida, a
fronte
D'essa Natura l'uman genio
irrompe
Con fiera sfida, e la
tenzona a morte.
O solenni ardimenti, o
generose
Pugne e vittorie senza fine,
a cui
Deve l'uomo mortal meno
infelice
Vita nel mondo, e sol per
cui si eterna!
Sovra la fossa, ov'ei tutto
discende,
La memoria di lui sorge, e
qual face
Da mille spere riprodotta in
giro,
Entro ai petti degli uomini
risplende
Centuplicata, e si perpetua,
e in guisa
Vive con noi, che, per
superbo inganno,
Vita verace il ricordar si
tiene
Ed anima immortal, ch'abiti
altrove,
La memoria che d'altri in
noi risiede.
Ma del credulo gregge e dei
fallaci
Ciurmadori de l'Arte e di
Sofia
Scevre serbate voi le nuove
genti,
O Sol, re de la vita, o
Amor, sovrano
Del pensiero mortal; voi de
la vostra
Pura luce vital fate lavacro
Agli egri petti, e date ala
ed acume
A qual dentro a l'error
cieco si ostina
Siccome talpa sotterranea:
ei senta
Stupefatto ad un'ora il
vostro lume,
Mentr'io, già presso al mio
trïonfo, a voi
Tendo le palme, e voi
propizî invoco! -
Tal parlava
implorando, e il guardo acuto
Più che punta di stral
figgea nel volto
Radïoso del Sol, quando a un
sol punto,
O che vero ei mirasse, o che
a l'ardente
Spirto facesse illusione il
senso,
Visto gli venne un
portentoso aspetto,
Onde il cor gli balzò. Come
ne l'ora
D'un purpureo tramonto, ove
più ferve
A piè de la Scillèa balza il
vorace
Turbo estuöso del latrante
mare,
Sorger vede il nocchier
vigile un roseo
Fantasima di donna, a cui
ghirlanda
Sono i raggi di cento iridi,
e molle
Guanciale il fior de le
fioccanti spume;
L'affisa egli ammirando, e,
se in quel tempo
Gli sorride ne l'alma un
dolce amore,
L'oggetto dei suoi voti in
lei ravvisa;
Così a fior del fiammante
orbe del sole
Nuotar vede l'Eroe trepido
un'ombra,
Incerta ombra da pria, che
umana forma
Man mano assume e leggiadria
cotanta,
Che la viva in suo core Ebe
gli sembra.
Esultò giubilando, e in
queste alate
Voci si effuse:
- Oh! ben t'è stanza il sole,
Ben t'è regno la luce, aurea
bellezza,
Che il petto mio, vago di
luce, imperi!
L'amor mio non sei tu?
L'idolo amato
D'ogni speranza mia? L'ala e
la possa
Del mio pensier? Deh! come
fausto io deggio
Stimar l'auspicio, che da te
mi viene
In quest'ora solenne! Ecco,
già sento
Crescer lena al mio spirto;
odo la voce
De la terra e dei secoli, che
chiama
Al gran giudizio Iddio! Non
altrimenti
Che fosco immaginar d'egro
intelletto
De la rosea salute al
giovanile
Soffio si sperde, io
sperderò le larve,
Che ne usurpan dei chiari
astri la sede:
Tutti i Numi cadranno; al
ciel, da cui
Una fiera e tenace ira mi
escluse,
Or mi solleva, e trïonfante,
Amore! -
Ciò detto
appena, un tal fascino il prese,
Che per lo spazio il
sollevò: non punto
Dissimigliante a fuscellin,
che avversa
Forza di calamita attira e
regge;
Se non che, quanto più di
contro al sole
Lucifero salía, tanto fra'
biondi
Raggi del ben veggente astro
la bella
Crëatura d'amor veníagli
appresso.
L'un lasciavasi a tergo il
montuöso
Arido aspetto de la varia
luna;
L'altra il denso Cillenio; e
già a la vista
Ridea d'entrambi l'acidalia
stella,
Cara sempre ad Amor, sia che
tra' fiori
Del candido mattin splenda,
e le piaccia
Di Lucifero il nome, o che
tra' rosei
Vespertini crepuscoli
biancheggi
Dagli amanti invocata, e più
le giovi
Che il penoso mortale Espro
l'appelli.
Qui s'incontrâr l'alme
felici, e un'onda
Di purissima luce e di
colori
Si diffuse d'intorno, e
parte n'ebbe
Ciascun pianeta e non minor
la terra.
Tal, se indagine umana al
ver s'adegua,
Versa tesor di colorati
raggi
Sovra i cultori suoi Perseo
superbo,
Perseo, che a l'alba
Galassèa nel grembo,
Qual trïonfante eroe, splendido incede,
E trono e serto ha di due
Soli: un, tutto
Fiammeggiante di porpora,
vermigli
Dardi per l'aria, a par di
Sirio, avventa;
L'altro in un vel di cupo
indaco avvolto
Mestissimo risplende, e
d'ambi al raggio
In cento iri d'amor l'aria
si frange.
A
l'aspetto di lei, luce costante
Del suo pensier, verbo non
ebbe o voce
O sospiro l'Eroe; sol di
quantunque
Forza d'amplessi a le sue
braccia, e al ciglio
Splendor di sguardo a lui
mai diede Amore,
L'abbracciò tutta quanta, e
la comprese.
Ella parlò:
- Me non la luce, o il cielo,
Ma la terra natía covre e
trasforma
Con benigna virtù: polvere
io sono,
E su le membra, che l'Amor
fioría,
Or l'argentea rugiada educa
fiori,
Tra cui l'armonïosa aura
susurra.
Però non ammirar, se agli
occhi tuoi,
Siccome un dì, pur tuttavia
risplendo
Dentro a la luce dei miei
giovani anni:
Miracolo è d'Amor; palpito e
vivo
Immortal vita nel tuo petto,
e queste
Forme fiorite, che l'Amor mi
dona,
Altro non sono che veder,
per cui
L'anima tua pietosamente
illude. -
Con
questi detti eran venuti a l'auree
Case del Sol, che tutto
vede. Agli occhi
De lo stupito Eroe di luce
nuova
Balenò la fanciulla, e tanta
prese
Parte di lui, che dentro a
lui disparve.
Dritto sul fiammeggiante
astro egli stette
Con eccelso pensier: fra
quel deserto
Vastissimo di luce,
immensurata
Granitica parea mole, che
sfidi
La procella dei sordi anni e
del cielo.
Dove figge lo sguardo? Al
globo estremo,
Che i pensanti mortali
alberga e nutre,
Veglian perpetue le sue
cure. Orrende
Cose egli vede in
quell'istante: oscure
Carceri e ferri cigolanti e
ruote
Stridule sopra a vive ossa e
cadenti
Sovra al collo de l'uom
nitide scuri
E torbe fiamme crepitanti
ingorde
D'umane carni e gorgoglianti
abissi,
Da cui, fra un vasto popolo
di morti,
Pochi, indomiti capi alzansi
a guisa
D'incrollabili rupi e di
Titani;
E, sopra tutto, galleggiante
un'ara
Lucida ai roghi, e in cima
ad essa un muto
Fantasima, che or dorme ed
or sorride
Villanamente. Fiammeggiò
negli occhi
Terribile l'uman Dèmone, e,
tutto
Dal profondo del cor
svegliando il grido,
Queste fiere avventò voci
supreme:
- O voi,
che ne la fossa
Da tanti
anni dormite,
Vestite
i nervi e l'ossa,
Fuor de
la morte uscite;
Da l'una
a l'altra riva,
O Morti,
in piè levatevi:
Il gran
giudizio arriva!
Su la
temuta scranna,
Giudice
inesorato,
Non
siederà tra' fulmini
Siva
feroce, o il nato
Da
vergin grembo: in questo
Novo
giudizio mio,
Morti,
voi siete i giudici,
Il
delinquente è Dio!
Porgi al
vietato sorso,
Tàntalo,
il labbro; scuoti,
O
Encèlado, dal dorso
Il cupo
Etna; dal fondo
Dei
fiammeggianti inferni,
Tiféo,
balza, e t'allegra:
L'adamantina
Morte
Spezza
del ciel le porte,
E,
spazïando libera
Pe' vani
antri superni,
Fischia,
e s'apprende a l'egra
Canizie
degli Eterni.
Novello
Brïarèo,
Bronte
novello al grido,
La voce
alza e la faccia
Il
Pensier numicido;
E, con
più fauste prove
Che sul
campo Flegrèo,
Strozza
il mutato Giove
Con le
sue cento braccia. -
Disse, e
balzâr su dagli avelli i morti
D'ogni età, d'ogni loco. A
quella forma
Che noi vediam, quando più
ferve agosto,
Sorgere al ciel degli
orizzonti in giro
Sparsi mucchi di nubi, a cui
dà il vento
Strani aspetti di mostri e
di giganti,
Che arruffando più e più le
bianche creste
Sfidan mugghiando il sole:
impaurito
Il parco agricoltor
guardali, e trema
Non saettin dal grembo in
su' compiuti
Grappoli il nembo d'una ria
gragnuola;
Similmente s'ergean su da
l'immensa
Folta alcune preclare Ombre,
per cui
Prendea 'l cor dei Celesti
alto sgomento.
Or tu,
qual che tu sii, dèmone amico,
Ch'entro al cervello mio
semini i forti
Carmi, a cui sol, più che
ricchezza o nome,
Fieri conforti a la mia vita
io chieggio,
Tu, poi che tanto il
ricordar ne giova,
Le più illustri rammenta,
onde non sia,
Chi, nel dì sacro a la
ragion del Vero,
Degli eroi del Pensier non
sappia i nomi.
Primi a
tutti sorgean quanti fra un cieco
Gregge di paventose anime e
l'ombra
D'insofferenti età la fronte
audace
Spinser, chiamando a mortal
guerra Iddio:
Sdegnose alme ribelli, a cui
stiêr contro
La terra e il ciel, gli
uomini e i Numi, e nulla
Fede giovò, nè culto altro
che il Vero.
Duce e signor di questa
schiera eletta
Empedocle insorgea, nome e
decoro
De l'antica Agraganto; e a
lui d'intorno,
Come ad avvalorar la sfida
antica,
Tu fiammavi tuonando, Etna
superbo.
Salute al foco genitor,
salute,
Vecchio vulcano, a te!
Fiammeggia e tuona,
Come in quest'ora ch'io ti
guardo e canto,
O sepolcro di sofi e di
titani;
Tuona, fiammeggia; ed a le
sfatte genti,
Ch'invide o ignare a noi
drizzano il dardo
Del meschino epigramma, e ne
dàn nome
Di selvatiche proli, una
favilla
Gitta, in pietà, de
l'incorrotte fiamme,
Che bollon ne le tue
viscere, e a noi,
Di lingua no, ma d'alma e di
man prodi,
Superbamente ardono il
petto: avranno
Forse vergogna di sè stesse
allora
Che sentiran dentro a le
fiacche vene
Scorrer men pigro e men
putrido il sangue!
Secondo
al Saggio agrigentin venía
L'amabil sofo di Gargetto, a
cui
Fu scola e Dio la voluttà
del bene;
E tu gli eri da canto,
inclito vate
De la Natura, a la cui dotta
voce
Scese del Tebro bellicoso in
riva
Venere santa, e una divina
infuse
Nel tuo petto gagliardo aura
di canti.
Seppe allora di Marte il
fiero alunno
De le cose il principio, il
mezzo e il fine,
E maledisse a la feroce e
stolta
Religïon, che d'ogni mal
feconda,
Potea nel sen de la verginea
prole
Spingere un padre a
insanguinar la mano.
E già
dietro a tai duci impazïente
Balza da terra, e contro al
ciel si lancia
L'audace di Vanini ombra
sdegnosa:
Scuro e bieco ei s'inalza, e
nugol sembra
Nunziator di procella.
Orridi in vista
Gli s'ergean sotto i passi
il palco e il rogo,
Ed egli co' fiammanti occhi
tremende
Cose dicea, ma fieramente
muto
Era il suo labbro: ahi! la
faconda lingua,
A cui diede Sofia nuovi
argomenti,
Mozza gli avea chi dai
venali altari
La luce e il detto di Sofia
paventa.
Vien seco il Mantovan, che
da l'augusto
De l'umana Ragion tempio
immortale
L'anima e Dio securamente
escluse;
E chi pria rubellando il
dotto ingegno
A l'idolo inconcusso di
Stagira,
Più vasto al pensier nuovo
aere dischiuse,
Cui ratto con gagliarda ala
discorse
Liberamente il prigionier di
Stilo.
O voi del Crati fragoroso
opache
Selve, così vi serbi intatte
il nembo,
Proteggete almen voi d'ombre
cortesi
Le sacre, inonorate ossa del
vostro
Vecchio Telesio! Accanto a
lui, che tutto
Splendido in suo candor
cheto s'inalza,
Freme e lampeggia il
precursor di Nola,
Dal cui fiero intelletto e
dal cui rogo
Tanta infamia ebbe Roma e
luce il mondo.
Ma forse il genio mio scorda
il tuo nome,
Di Malmèsburi onor? La tua
bizzarra
Fronte, entro a cui d'Albion
tutta s'accolse
La superba ed acuta indole
strana,
Certo non io fulminerò, se
assisa
Sovra il collo ai mortali in
ferreo trono
Vedesti, autrice universal,
la Forza.
Forse il Dritto e il Sapere,
adamantino
Brando e scudo, di cui
s'arma e difende
Per natura chi umano ebbe il
sembiante,
Forza eterna non è? Ben essa
al volo
T'armò in tal guisa il
prepossente ingegno,
Che, oltre a l'etra
sorgendo, al vulgo illuso
Quinci gridasti: Un vuoto
nome è Iddio!
Tal da l'Ande selvose al
ciel sublime
Lancia la poderosa ala il
condòro,
E le nubi calpesta, ed
orgoglioso
Dei voli suoi sfida
stridendo i nembi.
Ecco,
appresso a costoro a cui d'intorno
Fa ressa e ondeggia una men
chiara folta,
Rompe un fiero drappello, a
cui son duci
Diderotto ed Holbacco,
incliti entrambi
Risvegliator di popoli; vien
terzo
Elvezio, e quarto Volney.
Qual suole
A l'improvviso infurïar d'un
nembo
Fendersi ai lampi il ciel,
tremar la terra,
Crollare alberi e tetti, e
scatenarsi
Dalle ripe con fiero èmpito
i fiumi;
Così d'intorno a la tremenda
schiera
Un fremito, un fragore, una
ruïna
Terribile s'udía, mentre il
solingo
Ginevrin, precedendo, iva
due faci
Sanguinose agitando, e come
strale
Il riso di Voltèro il ciel
fendea.
Da
l'altra parte, in cupa nebbia assorti,
Vengon color, che il falso
al ver mescendo
Con sagace pensier, norme e
governi
Persuäsero ai popoli,
ritrosi
Ad ogni culto di civil
commercio.
Da l'aurifero Gange, in
simiglianza
Di marmorea colonna, ergeasi
al cielo
L'antichissimo Brama; ed
eran seco,
Co'l ben veggente istitutor
dei Parsi,
Trismegisto e Confucio, e
quei che miti
Dettò leggi ai Fenicî,
inclita gente
Domatrice del mar; non che
il divino
Germe di Clio, trïonfator di
traci
Belve e de l'Orco, non di
voi, gelose
Donne de l'Ebro, al cui
baccar fu il biondo
Mozzo capo concesso e
l'aurea cetra
Favellatrice di gentili
affetti,
Non vivo il core a un solo
amor devoto.
V'era inoltre Pompilio,
anima ricca
Di scaltriti consigli, e
finalmente,
Simile in tutto a l'Arabo
Misèmi,
Il campato da l'acque astuto
Ebreo.
Videli
appena da l'opposta parte
Di Malmèsburi il Saggio, e
li squadrando
Con traverso cipiglio:
- O voi di Numi
Fabbricatori e mercatanti,
disse,
Qual maligno talento a noi
vi mena
In quest'ora di gloria e di
vendetta?
Stolti! che al sommo socïal
potere
Sovrapponeste un fiero
idolo, al cui
Temuto auspicio smisurate e
salde
Sparse l'Error l'empie
radici in terra.
Ma stagione or mutò: gli
egri intelletti
Dal morbo rio, che li
torceva al cielo,
La Ragione guarì: solo e
severo
Nume e legge la Forza; e
qual volesse
Novelli Iddii favoleggiar,
d'infame
Morte morrà. Mal vi destate
adunque
Di Lucifero al grido; al
vostro Nume,
Gloria non già, morte e
vergogna ei reca! -
- Inclito senno d'Albïon,
rispose
Tosto l'Eroe, che pur nel
nome ha luce,
Quale acerba rampogna or t'è
fuggita
Da la rigida bocca?
Impazïente
Del trïonfo de l'uom, ch'è
mio trïonfo,
E sdegnoso di tutti idoli a
dritto
Epperò degno mio campion tu
sei;
Ma trasvolar quanta ragion
mai possa
Proteggere costor d'un'aurea
scusa,
Lodevol cosa io non dirò, nè
giusta.
Allor che inconscî d'ogni
ver, fra bieche
Fraterne ire e sospetti, una
brutale
Vivean vita gli umani, e la
Paura,
Despota d'ignoranti anime,
orrende
Cose spirando, il ciel, la
terra, i flutti
Popolava di Numi e di Chimere,
Chi avría, senza periglio e
senza tema
Di gittar l'opra
inutilmente, esposto
Scevro di veli ad uman
guardo il Vero?
Il Vero è Sol, che i grami
occhi abbarbaglia
Di chi vive ne l'ombre. Or
chi di biasmo
Farà segno costor, se al
radïante
Volto del Ver, perchè men
dèsse offesa,
Posero un'ombra, a cui diêr
nome Iddio?
Come in aprica e ben
disposta aiuola,
Ove il buon giardinier,
tutte a lei vòlte
Le rigid'opre de la ria
stagione,
Depose i germi prezïosi, i
solchi
Serpeggianti vi aprì, per
cui non manchi,
Quando più punge il Sol
l'arida terra,
La fresca linfa ch'ogni fior
ricrei,
Al richiamo d'april vestesi
a festa
Ogni pianta, ogni stelo, e
tutto in giro
Ride il suol di colori e di
fragranze;
Così a la voce di costor,
che fûro
Primi maestri di civil
costume,
Fiorîr genti e città, su cui
da l'ara,
Perch'uopo avean di fede i
rozzi ingegni,
Stendea la Legge il moderato
impero.
Se non che, sòrta quella ria
masnada,
Che, l'umana pietà
mercanteggiando,
Usurpò i templi de la terra,
e il cielo
Con chiave d'oro al fornicar
dischiuse,
Non più di civiltà mezzi e
stromenti
Ma tiranni de l'uom fûr
fatti i Numi.
Nacque allor ne le oppresse
anime, a cui
A tempo il Ver fatto avea
chiaro il senno,
Fiero un disio di rubellarsi
al plumbeo
Giogo del ciel; suonò per
l'aria il grido
De la riscossa, e si pugnò.
Non vinse
Per certo Iddio; vide fumar
d'umano
Sangue innocente i mercenarî
altari;
Ma le vittime han vinto. A
poco, a poco
Scemò, come al mensil corso
la luna,
La possanza del Dio, ben che
di ferro
Tempra vantasse ed immortal.
S'ostina
Pur tuttavia, quantunque
imbelle, e inciampo
Ultimo ei resta al trïonfar
del Vero.
Or, perchè l'uomo in sul
fulmineo carro
Di Civiltà varchi ogni meta
e segno,
Sovra il corpo di Dio
convien che passi!
- Seguían
queste parole; ed ecco incontro
A l'aureo Sol levarsi altra
falange
Di pure e maestose Ombre,
che a duci
Budda e Socrate avean. Per
l'opalino
Etra sorgeano, e più
ch'uomini e forme
Parean candidi rai d'alba
nascente,
O visibili idee: tanto di
luce
Avean d'intorno e tal purezza
in viso.
Sorge anch'ei dietro a lor,
ma bieco e solo,
Sopra cavallo indomito
l'ossesso
Battaglier de la Mecca, a
cui nel pugno
Nudo lampeggia e sanguinoso
il brando:
Nembo ei par di tempesta, in
quel ch'a' buffi
D'euro si squarcia, e
tortuöse e rogge
Solfuree fiamme in su la
terra avventa.
Ma già un
nuovo drappel chiama la voce
Del canto mio. Come vorace
fiamma,
Poi che tutte afferrò
l'aride secce
Del vasto campo, il vicin
bosco invade;
Terribilmente crepitando
esulta
Con cento lingue sanguinose
a l'etra;
Così questi venían dopo a un
vessillo
Fluttüante a l'avverse aure,
su cui
Con vivo sangue uman scritto
è: Riforma.
Qual da l'Eolio mar, quando
più cupa
Dorme sotto ai veglianti
astri la notte,
Fra dodici fantasmi ispidi o
scogli,
Cui morde la rabbiosa onda
d'intorno,
Sorger tu vedi e lampeggiar,
perenne
Ara di foco, la Vulcania
ròcca;
Tal sorgea lampeggiante, in
mezzo ai mille
Che premeansi a' suoi lati,
il procelloso
Protestator di Vittemberga.
Appresso
Muovongli il cheto confessor
d'Asburgo
E il rigoroso Ginevrin, cui
tardo
Par l'altrui passo e andar
vorrebbe il primo;
Non che il prode di mano e
d'intelletto
Novator di Zurigo, e i due
di Praga,
Ch'ebber pari il supplizio e
l'ardimento,
E duce entrambi e ispirator
Vicleffo
Eversore di dogmi; e quanti
osâro
A le voraci arpíe di
Vaticano
Spennacchiar l'ale e
rintuzzar li artigli.
Destossi anch'ei sul torbido
Tamigi
Il lascivo Tudorre, e già
già mezzo
Sorgea da l'acque, e
s'apprestava al volo,
Quando piombâr su la sua
testa, a guisa
Di rapaci avvoltoi, le
trucidate
Sue concubine, e il regal
manto e il petto
Gli addentaron, sbranandolo.
Stridea
L'obliqua alma del Re,
mentre, ravvolta
Nel casto vel, sdegnosamente
il tergo
Gli volgea l'infeconda
Aragonese
Commiserando; e tu da la
lontana
L'incatenavi co'l tranquillo
sguardo,
O grave ed incorrotta Ombra
del Moro.
Eran
queste le schiere e questi i duci,
Ch'oltre al Sole movean,
mentre a lor pari
Dai quattro venti de la
terra un grido
Terribile s'ergea, qual se
sconvolti
Da una pazza procella a un
punto solo
Mugolassero i mari, o
scatenati
D'avversi poli s'azzuffasser
tutti
Con forze uguali ed ugual
rabbia i venti.
Tuonavan da le selve ime e
dagli antri,
Già sacri al vorator
d'uomini Odino,
Quant'ostie mai su'l suo
tremendo altare
Caddero; urlavan fieramente
anch'esse
Le vittime di Teuta, a cui,
più care
Di rugiadosi vischî e di
verbene,
Bionde teste mietea pei
boschi opachì
La druïdica falce; un gemer
lungo
Di greche madri in sugli
oblati infanti
Prorompea da l'Idee valli, superbe
Del vagito di Giove; alto
dal Tebro
Fremean l'espïatrici ostie
ferite
A l'ingordo Saturno; e una
selvaggia
Querela uscía dai seppelliti
avanzi
De le Puniche ròcche, in
quel che in armi
Sorgea sdegnoso il redentor
d'Imera.
Ma chi
tutte può dir le voci e i gemiti,
Che al ciel salíano a
dimandar vendetta
Dopo secoli tanti? Opra più
lieve
Faría colui ch'enumerar
volesse
Del ciel le stelle e de
l'oceano i flutti.
Dal braminico aurato Indo,
dagli orti
Rosiferi d'Irano a le
feconde
Trinacrie rive del geloso
Egitto,
Da le terre promesse a una
masnada
Di lebbrosi omicidi; dal
sepolcro
Sanguinoso del Cristo a le
funeste
Valli d'Alby; dai trïonfati
fiumi
De l'industre Batavia, a cui
sul petto
Gavazza ancor del fiero Alba
il fantasma;
Da le Calabre valli a le
solinghe
Nevi di Valtellina ergeasi
un grido
Formidabil, concorde, a cui
fean eco
Da la Senna e da l'Ebro urla
più fiere.
Udía da
l'alto il Nazzareno, e, il biondo
Capo scrollando amaramente:
- O amore,
Dicea, per cui l'innocua
vita io diedi,
Qual mar di sangue a la mia
Croce intorno! -
[ETL-S/RM:capitolo]
CANTO
QUINDICESIMO.
ARGOMENTO.
La
voce di Lucifero spaventa i beati, che si danno scompostamente alla fuga. - San
Luigi Gonzaga si sviene fra le braccia di Santa Teresa. - Gabriele, non potendo
persuadere l'Arcangelo Michele alla pugna, ordinate alla meglio alcune schiere,
disponesi alla battaglia. - Santa Cecilia ne lo dissuade; ond'egli, lasciato il
fiero proposito, s'abbandona voluttuosamente nelle braccia di lei. - Loiola,
Domenico di Guzman, Torquemada, Pietro d'Arbues, Sisto e Pio V ordiscono una
frode a Lucifero. - San Pietro abbandona le porte del paradiso. - L'Eroe sventa
la congiura, e prorompe luminosamente nel cielo. - I congiurati santi tentano
la fuga, e periscono miseramente. - Lucifero arriva alla presenza di Dio, cui
trova, già fuori di sè, abbandonato da tutti, fuorchè da alcune bestie fedeli.
- Tornata vana ogni loro difesa, tramutatosi indarno in diversi aspetti, Iddio
muore, mentre l'Eroe ridiscende sul Caucaso, ed annunzia a Prometeo la fine
dell'impresa.
Appena
il grido de l'Eroe percosse
Con sinistro rimbombo il
ciel vicino,
E le prossime schiere e la
funesta
Voce avvisâr dei minacciosi
estinti,
Tremâr tutti i Celesti, e
verdi il volto
Da la paura, si guardâr
negli occhi
Silenzïosi. Avvertì
anch'esso Iddio
L'imminente periglio, e sì
com'era
Sfidato e triste e non del
fato ignaro,
Sul primo che gli occorse
eburneo seggio
S'abbandonò. Stupidamente in
giro
Movea gl'inebetiti occhi, e
non tosto
Pipilargli a l'orecchio udì
il divino
Colombo, e sospirar, qual su
la Croce,
L'incarnato suo figlio, in
un dirotto
Pianto scoppiò, tutti
adempiendo insieme
Di stupore i Beati e di
sgomento.
Qual se dal fondo d'uno
stagno, impuro
Suscitator di sitibonde
febbri,
Leva un rospo un loquace
inno alla luna,
Tutte svegliansi a un
tratto, e gli fan coro
Le profetiche rane, onde a
l'intorno
Di chioccio chiacchierio
suonano i campi;
Tale, al pianger del Dio,
per l'azzurrine
Vòlte del vacillante Eden
destossi
Un suon di disperate urla e
di pianti.
Piangean le poverette alme
digiune
D'ogni gioia di nozze e
d'ogni amore,
E tu primo fra loro, o
immacolato
Fior dei Gonzaga. A un
altarino innanzi
Tutto adorno di ceri e di
ghirlande
Ei traducea l'eterne ore in
ginocchio
Mormorando preghiere a un
Crocifisso
D'indico dente elefantino.
Il novo
Gemito udito, in piè balzò,
le ceree
Mani protese, e, l'argentina
voce
Spaventato cacciando, a
correr diessi
Per li stellati corridoi del
cielo.
Accoccolata a un angolo
romito
La povera Teresa ivi giacea
Stranamente ghignando. In
lei si avvenne
Il fuggitivo, e, qual
fagian, che senta
Dietro di sè del cacciator
la pésta,
Fra l'ovvie macchie il capo
aureo nasconde,
Tutto ai colpi lasciando il
corpo esposto,
Tal fra le gonne
sbrindellate e conce
De la squallida pazza il mal
completo
Garzon cacciò la paürosa
testa,
Nè badò per la prima al
sesso avverso.
N'ebbe gioia la diva, e a
quella guisa
Che una grave bertuccia a'
rai del sole,
Tolto fra braccia un
piccioletto amico,
Tutta a forbirlo e a
coccolarlo intende,
Così, strillando
allegramente, al vizzo
Petto ella strinse il
trepido fanciullo,
E tante gli tessè d'intorno
al corpo
Con la lubrica man giochi e
carezze,
Che a la fine ei sentì
corrergli il sangue
Tale un'ignota voluttà, che
a un punto
Sussultando fra' brividi si
svenne.
Sveníansi ancor, ma per
cagion diversa,
Molte vergini suore, a cui
l'intatta
Orsola impera. Altre
scorrono urlando
La reggia; altre
stracciandosi le chiome
E battendosi il petto van
d'intorno
Perdutamente; qual con
vitreo sguardo
Siede come fantasma, e qual,
deforme
Per isterici spasmi e di
spumanti
Bave immonda la bocca, a
simiglianza
Si contorce di frigido
ramarro,
Cui, smessa a un tratto la
pesante zappa,
Fiede il villan con
infallibil sasso.
Fra il gridare, il fuggir,
le preci, il pianto
Sorse l'invitto Gabrïel ne
l'ira,
E, volato a Michel, che
vergognoso
De l'ultime sconfitte i men
frequenti
Lochi chiedea: - Qual mai
desidia è questa
Che t'invade, esclamò? Muti
ed inerti
Aspetterem l'esizio ultimo e
il crollo
Di questo regno luminoso? È
forse
Speme alcuna d'impero e di
salute,
Che nell'armi non sia? Nel
contumace
Ozio che il cor già impavido
ti prostra,
Rea viltà, danno certo e
infamia io veggio! -
- Di viltà non parlar, con
disdegnosa
Voce proruppe il pro'
guerrier di Dio,
Non parlar di viltà, se vuoi
che amari
Non saëttin dal mio labbro
gli accenti.
Vil non fui mai: fra le
celesti schiere
Trono o arcangel non è,
ch'ebbe mai vanto
Di vedermi ai perigli andar
men lesto
Di te, che forza del Signor
ti appelli.
Ma or che giova il valor?
L'armi e la pugna
Chi incerto ha il fato ed ha
speranze elegga:
A noi chiaro è il destino.
Ombra di Nume
S'è fatto Iddio; l'uom tutto
vince. Un tempo
Aquila io fui, che per
l'eteree strade
Artigliai le saette; or, che
ne falla
Con la fede de l'uom del
ciel l'impero,
Notturna upupa io son, cui
non già il sole,
Ma il silenzio e la fredda
ombra sol giova. -
- Quanto mutato sei! quanto
mutati
Tutti d'intorno a me qui nel
felice
Regno de le beate anime,
aggiunse
Fra disdegno e pietà l'angel
superbo;
Questo è davvero il ciel?
Qui regna Iddio?
Tutti d'umani scoramenti
invasi
Trovo i petti immortali! Oh!
non sì tosto
Io piegherò: spiri seconda o
avversa
A la battaglia mia l'aura
del fato,
Forza a forza opporrò; nè
cadrò pria
Che l'avversario mio provi
il mio brando! -
Spiegò in
tal dir le penne, e, la fulminea
Spada traendo, alzò de
l'armi il segno.
Come, uscendo a l'aperta aia
dal nido,
La mal pennuta chioccia alza
la voce:
Odono il noto crocidar
materno
I pelati pulcini, e
pipilando
Corronle intorno, e per
l'accolto strame
Con piè inesperto a razzolar
si dànno;
Così del bellicoso angelo al
grido
Corsero i pochi, a cui mal
noto ancora
Del conflitto de l'armi era
il periglio.
Si sdegnò assai de la non
folta schiera
L'animoso campion, pur, come
seppe
La ordinò, l'attelò, la
messe in punto;
E già, già si movean, pari a
loquace
Frotta di gru, che la
tempesta incalza,
Quando l'amor di Gabrïel, la
bella
Cecilia, udito il suon de
l'armi e il grido
Del guerriero diletto, a lui
sen corse
Spaventata, anelante, e: -
Dove irrompi,
Forsennato, gridò: qual
cieco inganno
T'ombra il divo intelletto?
Ah! non già un uomo,
Non un popolo sol, non tutta
quanta
La terra hai contro e i
rubellanti abissi,
Ma con seco i destini. È
troppo orrenda
Cosa la pugna, e quando è
vana, è stolta.
Cedi al destin; cedi a
l'amor; non giova
Produrre a prezzo di perigli
il regno;
Se tempo è di cader, cadasi:
io teco
Stretta morrò, non già con
l'armi in pugno,
Ma ne l'amplesso de l'amor
sopita. -
Disse, e caddegli a' piè.
Fra due sospeso
Dubitava il gagliardo
Angelo, quando
Dal sen colmo di lei, fosse
arte o caso,
Lieve lieve si scinse il
roseo velo;
Ed ella in vista lagrimosa e
tutta
D'amoroso pudor rorida, ai
dolci
Studî d'amòr gli seducea la
mente.
Strale fu questo, che andò
dritto al core
Del divino guerrier: gli
sfuggì il brando
Da la trepida destra; il
vergognoso
Sguardo girò confusamente
intorno,
E, balbettando futili
parole,
Per man prese la dea, ne le
lucenti
Stanze sacre ad amor
trassela, e lei
Mal ripugnante degli
ambrosei veli
Con mano carezzevole
discinta,
Al talamo invitò, dove, il
gagliardo
Proposito e il vicin fato e
sè stessi
Dimenticando, a delibar si
diêro
Del giardino d'amor l'ultime
rose.
Come a
l'odor di ramerino o timo,
Onor vago dei campi e amor
de l'api,
Ruzzan gli agili gatti, e
senton forse
Come un acuto stimolo, che
il sangue
Fieramente gli assilla, onde
su l'erba
Stropicciando il supin dorso
flessibile
Con dolce miagolìo chiaman
l'amica;
Così, ad esempio del lor
duce e al viso
De la santa pulzella, arsero
i petti
Dei celesti guerrieri, e,
nulla ancora
De l'instante rovina
conoscendo,
Si sparpagliâr, smesser
celate e usberghi,
E quinci e quindi a saltar
diérsi in traccia
D'auree fanciulle e morbidi
angeletti.
Mentre
così, del lor destino ignari,
Dansi questi bel tempo,
entro a la cupa
Anima del Loiola un
serpeggiante
Pensier guizzò. La macera
persona
Raddrizzò a un tratto, e con
volpina voce
Chiamò quanti nel cielo
erano in pregio
Di sagace accortezza, e a
lui ben atti
Parvero a l'uopo: il
Montaltese, obliquo
Mastro di frodolente opere;
il santo
Conversor di Gusman, la cui
parola
Scrisse co'l sangue il
masnadier Monforte;
Non che il fier Torquemada,
anima acuta
Qual furtivo pugnal, che
negli umani
Petti s'infisse ad indagar
la fede;
Il ferino inventor d'ogni
tormento
Manigoldo Arbuense; il pio
Ghislieri
Tessitore di stragi, ed
altri, a cui
Negò voce la fama. Eran
costoro,
Poichè del fato avverso
eransi accorti,
Tutti intesi a raccòr per le
fulgenti
Aule del ciel quanto potean
di ricche
Gemme e pregiate masserizie;
e, fatto
Uno sconcio fardello, a
quella forma
Che travagliansi attorno ad
un osceno
Non ancor morto scarabèo le
inopi
Formichette ingegnose, ad
esso in giro,
Con le mani e co' piè forte
spingando,
Trafelanti anelavano; e già
già
S'involavan dal ciel,
stolti! che fuori
Di quel regno di larve avean
pensiero
Produrre oltre la vita; e
negro intanto
Li batteva a le spalle il
giorno estremo.
Li sorprese in quest'opra il
conosciuto
Grido e l'aspetto del sagace
amico,
Ed ascoso il furtivo ònere,
a modo
D'astute gazze, e fatto al
loco intorno
Di sè stessi gelosa ombra e
tutela,
Aspettâr la proposta.
- Accorti e saggi
Siete inver più di me, disse
il Loiola,
Se al bisogno del furto e de
la fuga
Già date il tempestivo
animo! Al certo
Periglioso è l'istante, e di
tenaci
Nebbie ravvolto l'avvenir.
Del Dio,
Che propugnammo, ogni
splendor tramonta:
Immortale ei non era; e noi
già primi
Lo sapevam, noi che sol Nume
in terra
L'utile nostro e il nostro
regno avemmo.
Scarsa è la schiera e del
mio nome indegna
Che mi resta laggiù; qui non
è alcuno,
Che a pugnar pensi, poi chè
ottuse e vane
Le nostre armi son fatte;
arbitro sorge
Il mortale Pensier, che in
aurei nodi
Non a caso io distrinsi;
ogni virile
Nerbo gli tolsi a poco a
poco, e ucciso
L'avrei del tutto, ove più
fine ingegno
Dato avesser le sorti ai
miei fedeli.
Cederem noi per questo? A
l'uom, già vile
Schiavo e strumento d'ogni
mio disegno,
Noi, vili or fatti,
piegherem la nostra
Già ferrata cervice? Oh!
alcun non sia
Che in cospetto me'l dica!
Uom, che a la prima
Faccia del mal muto
s'accascia e trema,
Pusilla anima è detta; a
noi, che tanta
Fama abbiam di sagaci, e
siam beati,
Qual degno nome si addiría?
Son troppe
Le dolcezze del ciel perchè
a la prima
Si conceda al nemico! Abbiam
rispetto
Prima a noi, poscia a Dio,
da la cui larva
Già difesi imperammo. Inutil
sono
Le braccia e l'armi? E che
però? Ne avanza,
Possente arma, l'ingegno. È
disperata
Cosa la pugna? Usiam l'arte
e la frode:
Mal, che torni a vantaggio,
al ben somiglia. -
Tacque, e
le man si stropicciò.
- Son d'oro
Le tue parole, a lui rispose
il senno
Del Pastor di Montalto, e
assai per fermo
Io ne lodo il valor; ma la
patente
Sconfitta che vicina e certa
io sento,
E meco ognun, tu non dirai
che sia
Sorte miglior d'una latente
fuga,
Pria la vita, indi il regno.
Io, sin che filo
Di memoria e di spirto il
cor mi regga,
Non dispero acquistar quanto
or si perde;
Campar dunque fa d'uopo. -
- Altra io non veggio
Via di salute, il pio
Ghislieri aggiunse,
Che la via del fuggir! -
- Così ne fosse,
Gridò allor con schizzanti
occhi il grifagno
Consiglier di Filippo, oh!
sì ne fosse
Tosto dato in balía
quest'incarnato
Sovvertitor di sacrosanti
altari!
Tal rete intorno gli
ordirei, che vano
Al districarsi torneríagli
il tutto
Suo senno astuto e
l'infernal possanza! -
- E chi sa?, ravvivando il
serpentino
Occhio, soggiunse il
Biscagliese obliquo,
Chi sa, che in nostra man da
ver non caggia
Quest'audace Lucifero? Fin
quando
Spirto alcuno d'ingegno
oprar n'è dato,
Chiuder non dèssi a la
speranza il core.
Ragno astuto, che vede in un
sol punto
Disfatto il fine e pazïente
ordito,
Torna a l'opra ben tosto, e
in più sicuro
Loco, e con più sottile arte
ed ingegno
Più certe insidie ai suoi
nemici intesse.
Spero io così trar ne la
rete il nostro
Burbanzoso avversario.
Ardito e forte
Per certo egli è; ma un
punto io gli conosco,
A cui se drizzi insidïoso un
dardo,
Larga e secura gli aprirai
la piaga.
Benchè spirito invitto e del
pensiero
Apostolo sublime egli si
vanti,
A la turpe materia il più
profano
Culto ei professa; ed io più
volte il vidi
Prostrato al piè d'una beltà
terrena
Svestir l'orgoglio e
gingillar la vita.
Udite or dunque un mio
proposto. Appena
Ei si farà su'l limitar del
cielo,
Niun lo scontri con l'armi:
esperimento
Vano saría; vadagli incontro
invece
Una, di quante sono ornate e
belle,
Leggiadrissima santa (ed io
fra tutte
Do la palma in quest'uopo a
la divina
Prostituta di Màgdalo); gli
abbracci
Supplicante i ginocchi, e sì
lo svolga
Per qualche istante da ogni
fier concetto,
Che a l'amplesso fallace ei
si abbandoni
In una molle voluttà. Noi,
quanti
Qui siamo ancor d'armi o d'ingegno
instrutti,
A lui d'intorno in vigilanti
agguati
Tutti pronti staremci; e
quando il fiero
Debellator di Dio da
l'iterate
Pugne d'amor giacerà stanco
e assôrto
Nel più codardo e immemore
abbandono,
Noi piomberemgli in un
baleno addosso
Come stuol d'avvoltoi; di
ferrei nodi
L'avvinceremo; e poi che
osceno e carco
Sarà tutto di ceppi e di
ferite,
Tal gli darem di tutto polso
un crollo,
Che i neri abissi e il regno
suo riveda! -
Piacque a tutti il
consiglio, e alàcri e pronti
Diêrsi a l'opera intorno, in
simiglianza
D'immondo strupo di codarde
jene,
Che, fatte ardite dal favor
de l'ombre,
Mute s'affrettan pe'l
deserto campo
Dietro al sentore di lontan
carcame.
Contro a
le sedi dei Celesti intanto
Lucifero irrompea. De
l'abusate
Porte del ciel stava a
custodia il divo
Pietro di Galilea, l'inclito
alunno
Del Nazzaren, pastor d'anime
e chiave
Del paradiso. Udita avea la
voce
Del nemico imminente, e, ben
che molto
Fosse d'uomini esperto e di
fortune,
Pur sentì scioglier le
ginocchia, e a guisa
Di fragil canna, che
tentenni al vento,
Ondeggiava diviso in due
consigli:
O sguainar l'arrugginita
spada,
Che pendeagli dal fianco, e
alla difesa
Rimaner, benchè solo; o,
abbandonata
La difficil custodia ad
altri o al caso,
Svignarsela di furto.
- Audace impresa,
Dicea tra sè, nè a le mie
forze uguale,
Tener fronte da solo a un
tal nemico:
Certo ei val più di Malco. E
poi, degg'io
Perigliarmi per tutti? Alcun
non osa
Impugnar l'armi, ed io
restar qui devo?
No, no; vadasi, e tosto: al
proprio scampo
Volga ognuno il pensier. Se
Dio non vale
A difender sè stesso, io lo
rinnego,
In fede mia, canti o non
canti il gallo! -
Così
pensando, si sottrasse. Come
Al furïar di subito uragano
Cade svelta dai cardini la
porta
D'un povero abituro: urla
dal fondo
La famigliòla spaventata, in
quella
Che ogni serbata masserizia
in giro
Sparge, ammucchia, avviluppa
il turbo avverso;
Spalancossi in tal guisa al
primo tocco
Di chi porta la luce il
vecchio albergo
Del paradiso, ovvio
lasciando e vasto
Al guardo e al passo del
Ribelle il varco.
Grande e securo e tutto
lampi il volto
Su la soglia Ei piantossi, e
parea sole
Di cotanto splendor, che
incerte faci
Ben dir potevi a petto a lui
le stelle.
Siccome spada folgorante, in
pugno
Un raggio acuto gli
splendea; tremenda
Arma, che squarcia il sen de
l'ombre, e quanti
Ferrei fantasmi e fiere
larve han vita
Con sovrana virtù spezza e
dilegua.
Così l'Eroe proruppe;
impazïenti
Del solenne giudizio a lui
da presso
Si versano le schiere, e
tutte in giro
Prendon l'aurea magione, a
simiglianza
Di sonanti fiumane, a cui
più freno
Non dànno argini e dighe, e
l'una e l'altra
S'accavallando, fragorose e
torbide
Divorano la valle e i campi
affogano.
Come
allor, che dai cupi antri improvviso
Il vecchio Mongibel mugghia
e si scuote,
Trema intorno la valle;
impäuriti
Fuggon greggi e pastori, a
cui di sotto
Balzan globi di fumo atro, e
sul capo
Piove di ardente e negra
sabbia un nembo;
Così a la vista de l'Eroe si
scosse
La gran reggia dei cieli, e
quinci e quindi
Fuggîr senza consiglio i sacri
armenti
Vociferando, e qual siede, o
s'arresta,
Non già vanto ha d'ardire o
di piè fermo,
Ma invalidi i ginocchi e
l'alma infranta.
Questo fu il punto, che,
disciolta i crini
Biondissimi e con piè
trepido, in vista
Di verginella, al gran
Ribelle incontro
Mosse la bella Maddalena. Il
colmo
Petto le ondeggia sovra il
cor, sicuro
D'un superbo trïonfo; entro
ai non folti
Docili veli le tondeggian
tutte
Le rosee membra riluttanti:
un nimbo
Di reconditi incensi errale
intorno
A la vaga persona, e di
pungenti
Stimoli avvampa ai men
lascivi il sangue.
Tal s'avviene a l'Eroe,
mentre raccolti
Nei lor taciti agguati ansan
parecchi,
Qual fidato a l'astuzia e
quale al braccio,
Congiurati al Loiola.
Intento e assôrto
Nel suo pensier quei
trascorrea, nè punto
Abbadava costei, che del
sedurre
Tutti ben sa gli
accorgimenti e l'arte.
Ond'ella il passo gli
precise, e: - O santo
Arcangelo, esclamò, ben si
conviene
A la luce del tuo sguardo
immortale
Questo splendido regno! E
chi dir puote
Che nemico tu sei? che una
superba
Smania di regno ti conduce
al cielo
A sovvertir l'adamantina
sede,
Di Dio? No, che per certo
iniqua e indegna
Ti precorre la fama, e mal
diritto
Veggion queste beate anime,
a cui
Tanto incute il tuo nome
alto spavento.
Luce ed amor sei tu: simile
a novo
Raggio d'innamorato astro
sorride
La tua fronte serena, e a
dolci affetti,
Pari al mio Nazzaren,
l'anime inviti.
Oh! ben torni fra noi; qui
non mortali
Semina rose amor, qui sempre
viva
Fonte di voluttà schiude il
mio seno! -
Udì
l'Eroe la subdola proposta,
E amaramente le gittò sul
volto
Queste parole:
- O penitente eterna,
Nè pentita giammai, qual ti
germoglia
Ne l'instabile cor postuma
brama
Di novelle avventure? Un mi
son'io,
Che al lascivo ozïare, a cui
mi tenti,
L'aspre battaglie del
pensier prepongo! -
Disse, e sdegnando procedea,
già sciolto
Da l'inciampo di lei;
quand'essa, a un punto
Tramutando tenor d'arti e
d'accenti,
Ruppe in alto cachinno: - E
ci voleva
Proprio questa, esclamò;
state a vedere,
Ch'oggi che in terra dàn la
caccia ai frati,
A questa vecchia golpe senza
coda
Vien pizzicor di farsi
anacoreta!
Ma fa' il piacer, Lucifero!
Son donna,
Son figlia d'Eva, e non son
senza macchia
Come la madre di Gesù:
codesta
Mascheraccia d'apostolo su'l
muso
Non ti sta, credi a me:
cangiati in serpe
Piuttosto; ed io farò, come
Dio vuole,
Il sagrificio di mangiare il
pomo! -
Così
dicea, ma seminate al vento
Si disperdean le lubriche
parole.
Visto il
colpo fallir, nè di salute
Più sperando altra via,
fuori ad un tratto
Dagli agguati sbucò la
tortuösa
Anima del Loiola, e si
gittando
Di traverso a l'Eroe: -
Salvami, grida,
O glorïoso Arcangelo! Per
te,
Non già per Dio, sovra la
terra io tesi
La rete mia! - Volea più
dir, ma come
Non crudel passeggero, a cui
di sotto
Venga un turpe scorpion, che
velenosi
Lascia i morsi ove tocchi,
immantinente
Alza il piede e lo
schiaccia; in simil guisa,
Sporgendo il labbro, e torto
altrove il viso,
Piantò il piede l'Eroe
sovr'esso al tergo
Del supplice maligno, il
qual diè un forte
Tonfo, e scoppiò, tutto
ammorbando intorno
Di putida mefite il ciel
sereno.
Questo fu
il segno de la strage. Appena
Del suo duce la fin videro i
Santi,
Tutti uscîr dagli agguati a
la rinfusa,
Tal che frotta parean di
saltellanti
Locuste ingorde, cui la
fiamma incalza
Più vorace di lor. Più volte
indarno
Una mano d'audaci angeli e
santi
Far impeto tentâr contro a
le schiere
Del luminoso Eroe; ma qual
fremente
Cavallon che si franga a la
ronchiosa
Rupe, spezzate contro a lor
cadeano
L'avverse armi e l'ardire. E
come avviene
Nel nebbioso novembre, allor
che in dense
Falde piovon dal ciel
l'umide brume,
E nereggian le vie, quasi
colpite
D'occulta lue cadon le
mosche esose,
Ch'or ti ronzan morenti in
su la faccia,
Or sui fumidi cibi, onde a
l'intorno
Sparse e brutte ne van le
mense e i letti;
Così, al proceder de l'Eroe,
da l'alto
Fioccan morti i Beati, e tu
soltanto
Li ferivi co'l tuo sguardo
immortale,
O trïonfante Verità. Fra
tanto,
Con ogni forza ed ogni
astuzia in salvo
Ricondursi volean Sisto e
Ghislieri,
Torquemada e Gusman. Li precedea,
Stranamente strillando e
mulinando
Sovr'esso il capo la
ghierata gruccia,
Il feroce Arbuënse, e una
mal viva
Folta di Santi lor tenea
bordone.
Li riconobber da l'opposta
parte
Co'l profondo veggente
occhio i campioni
Del libero Pensiero, e un
minaccioso
Mormorio si levò, come di
vento
Precursor di procella.
Ardean di cupo
Sdegno le generose anime, in
quella
Che con flagel di sanguinosi
motti
Mordea Voltèro ai fuggitivi
il dorso.
Non però immoti ne le lor
falangi
Stetter Bruno e Vanini; anzi
a quel modo
Che una coppia di fulve
aquile, altere
Dominatrici di profonde
altezze,
Con pari volo e con funesto
strido
Piomban sovra a la preda,
essi al feroce
Fuggitivo drappel di tutta
punta
S'avventarono incontro, e: -
O manigoldi
De l'umano pensier, gridò
con fiera
Voce l'ardito precursor di
Nola,
Or sì che il fin di vostre
colpe è giunto! -
Disse, e ghermendo con la
ferrea destra
Torquemada a la strozza, in
turbinoso
Modo il rotò, che spatola
parea
In man d'esperto battitor.
Lanciollo
Poi qual sasso di fionda; e
non sì tosto
Da l'alto ei ripiombò, che
in mostrüosa
Foggia si franse e si
divise, a modo
Di crinato utensil d'impura
argilla
Lanciato a l'aria da fanciul
bramoso
D'udirne il tonfo e di
contarne i cocci.
Cadde, e si franse ei sì, ma
in braccio a morte
Non s'acquetò; chè in quante
parti e brani
S'eran divise le sue membra,
in tanti
Si spezzò la sua vita, onde
ciascuno,
Che guizzando e serpendo
invan tendea
A congiungersi a l'altro,
era dannato
A soffrir sempre, e a non
morir giammai.
Fra mani
allora al pensator d'Otranto
Fieramente stridean Sisto e
Ghislieri.
Ambi agguantati egli li
avea, qual suole
Assiduo scardatore, il qual
prendendo
Due manciate di canape, fra
loro
Pria le sbatte più volte,
indi le affida
Al nemico di lische ispido
cardo.
Si mordevan per rabbia i duo
percossi,
E sgraffiavan rignando, e
parean due
Gatti rivali, a cui bollir
fa il sangue
Nel rigido gennaio un caldo
amore:
Sul colmo dei muschiosi
embrici, in traccia
De l'amica ritrosa, a notte
piena
Scontransi, e i peli
rabbuffando a un tratto,
Soffian, sbatton la coda,
alzano in arco
L'ispido dorso, e duri,
intirizziti
Muovonsi con guardingo atto
d'intorno,
L'arida lingua saettando: a
bada
Si tengono così, fin che il
più lesto
La granfia avventa e vibrasi
a l'assalto.
Odi allora echeggiar di
strilli acuti
La sacra notte, rotolar sul
tetto
Smosse tegole e sassi, e chi
del dolce
Sonno si svolge in
quell'istante, umani
Gemiti e grida ascoltar
crede al vento.
Così le due sinistre anime,
a un punto
Fatte da l'ira e dal dolor
nemiche,
Si sbranavan fra loro, insin
che stanco
Di quel fiero piacer l'eroe
nemico
Le scagliò da sè lungi.
Urlâro i tristi
Da l'alto ciel precipitando,
e ancora
Precipitan pe'l chiaro aere:
li aspetta
Fremebonda la terra, ove
un'eterna
Vita servile e in gran
terror vivranno.
Scórsi
muti e di furto eran fra tanto
L'Arbuënse e il Gusmano; e
si tenendo
Fuor d'ogni attesa e d'ogni
sguardo ostile,
Speculavan la fuga, o un
nuovo inganno.
Si sferrò allor da la sua
schiera il forte
Riformator di Vittemberga,
in guisa
Di mortifero strale, e una
tremenda
Voce vibrò. Stetter tremanti
e bianchi
I fuggitivi, e balenâr
perplessi
Fra la lotta e la fuga, in
simiglianza
D'inseguito assassin, che
fischiar senta
Presso a l'orecchio il
mortal piombo. Vinse
Il primiero consiglio, e,
vòlto il fronte
Subitamente, s'avventâro ai
fianchi
De l'iracondo novator. Qual pura
Fiamma tendente al Sole e
del Sol figlia,
Se a la putida pece arda
vicina,
A lei tosto s'apprende: a
poco a poco
Struggesi questa; in negre
bolle impure
Gorgoglia, e più e più
spandesi, fra tanto
Che giallo e crasso infesta
l'aria il fumo;
Tal divenne Lutero, allor
che intorno
Gli s'avvinghiâro ai
poderosi fianchi
I due rabidi santi, a cui
bentosto
Crepitando ei s'appiglia. Un
fiero strido
Mandan gli audaci, e di
balzar fan prova,
E staccarsi, e fuggir; ma
appiccicati
Restano a lui così, che in
foggia strana
Fan di tre forme un
mostrüoso aspetto.
Corre pe'l ciel l'inesorabil
fiamma,
Che li attacca, e li fonde,
e meraviglia
N'han tutti intorno; ed ora
i cornei crini
Gli avvampa, or gli erra su
le picee terga
Con feroce pigrizia, or
dentro ai vivi
Occhi gli siede, e nei
precordii scende,
E i visceri gli mangia, e
l'ossa ignude
Con lenta voluttà rode e
consuma.
Seguían
queste giustizie; ed ecco a fronte
De l'egro Nume il gran
Ribelle arriva.
Solo il trovò nel più
recesso loco
Del paradiso; e nullo era,
di quanti
A le mense di lui s'eran
nutriti,
Che a la difesa or
vigilasse: ognuno
Che innanzi al passo de
l'Eroe non era,
Futile inciampo, ancor
fugato o vinto,
O il vol dava a la fuga, o
in un furtivo
Ripostiglio del ciel,
pallido, ansante
Scongiurava il destin. Voi
soli in questo
Stremissim'uopo non
lasciaste il trino
Padre deserto, o sovra ogni
pietosa
Fida essenza del ciel
pietosi e fidi
Quadrupedanti: a voi, se
grazia alcuna
Merta ancora la fede, un
chiaro grido
Non fallirà presso i
venturi, a cui
L'alto cor vostro e i vostri
nomi io canto.
V'era di Balaàm l'asino e
quello
Che riscaldò di Betelèm la
greppia
Col mirifico fiato; eravi
anch'esso
L'accorto bue, che,
abbandonato il duro
Solco e l'aratro, ad adorar
sen corse
Il già nato Messia:
meraviglioso
Di fede esempio, onde nei
cieli assunto
Fu per nume di Dio, che la
falcata
Fronte gli ornò di due
vividi raggi,
Come un tempo a Mosè; v'eran
del divo
Rocco i fidi mastini
impazïenti
D'avventarsi a l'Eroe; v'era
il modesto
D'Antonio alunno, che il
signor perduto
Fra' grugniti piangea: sul
nero grifo
Gli discorrean le lagrime
cocenti,
Ed ei, la Dio mercè, fatto
maestro
D'oprar le zampe come fosser
mani,
Se le tergea con un candido
velo,
Di ricami stupendo, opera e
dono
De la diva Lucia. Ma visto
appena
L'avverso Eroe, che procedea
sembiante
A novo Sol, di subito
disdegno
Arse, fe' biechi i
picciolettì e tondi
Occhi verdastri, aggrinzò il
grugno, a spira
Ravvolse ed agitò la scarsa
coda,
Ed arrotando le spumose
zanne
Con irto il dorso e con
pendule orecchie
S'avventò, che parea critico
arguto,
Che carico di norme e di
sofismi
Al tallon d'un poeta avventi
il morso.
Non fûr tardi a seguir
l'eroico esemplo
L'altre bestie devote; anzi
ad un punto
Per ogni verso si scagliaron
tutte,
E, stupendo a ridir!
correano a morte
Come a danza, o convito.
Alti lamenti
Mettea dal petto il Nume; e
a lui d'intorno
Per la reggia del cielo era
un tedesco
Strano accordo di ragli e di
grugniti.
Tentennava l'Eroe,
commiserando,
La testa, e con un rigido
sorriso:
- Ecco, o
Eterno, dicea, qual poco armento
Di cotanti fedeli oggi ti
resta! -
Toccò in tal dir co'l
penetrante raggio,
Che nel pugno tenea, la
nebbia densa
In cui tutto era chiuso il
Dio morente,
E l'aprì tosto, e dissipolla
in guisa
Che il ciel limpido apparve
e la sparuta
Faccia del Nume agonizzante.
Ai piedi
Morto giaceagli il divo
augel, che il grembo
Visitò de l'Ebrea Vergine;
e, sciolto
Dal trino amplesso, a cui lo
strinse il mito,
Stette innanzi a l'Eroe
tranquillamente
Gesù. Splendea nel mansuëto
aspetto
Tutta umana bellezza, e una
fragrante
Lucid'aura di pace e di
dolore
Gli alïava d'intorno a la
persona
Candidissima. Il vide, e il
riconobbe
Lucifero, e parlò:
- Ben la catena
Di tua divinità spezzi in
quest'ora,
Santo eroe de l'amore e del
perdono;
Ben ritorni qual fosti al
luminoso
Raggio del Ver, le cui
vendette io segno!
Vedi le schiere mie? Là, fra
quei pochi
Spirti di saggi, a cui
Socrate è duce,
Loco a te caro, a niun
secondo, io serbo! -
Disse, e insegnava con la
destra. Innanzi
Fecesi, a questo dir,
l'intemerata
Luce d'Atene, e fra le
venerande
Braccia il pietoso Nazzareno
accolse.
Or
l'estrema ora tua dirà il superbo
Genio che m'arde, o mal
temuto Iddio.
Quando l'Eroe ruppe la
nebbia, involto
Di nero oblio, fuor d'ogni
senso e moto
Tu giacevi; ma allor che con
lo sguardo
Ti penetrò, ratto balzasti,
a guisa
Di già morto batràce, a cui
dà strani
Moti il valor del ricorrente
elettro.
E, come già solea nel greco
mito
Le sembianze mutar Proteo
marino,
Quando immerso nel sonno, in
mezzo al gregge
De le putide foche il
sorprendea
Con ferree braccia alcun
mortale o nume,
Tal sotto al ciglio de
l'Eroe nemico
Cento apparenze e simulacri
e larve
L'egro tuo corpo in ratta
vece assunse.
E or di Brama, o di Teuta,
or di Saturno
Usurpava gli aspetti; or
Cristo, or Giove,
Ora Osiri appariva ed ora
Anubi;
Or terribile e scuro e tutto
cinto
Di tempeste e di morte, or
fiammeggiante
Sole parea che l'universo
avvivi;
Or fantasima inerte, or
procelloso
Eversor di pianeti; e ferrea
e cieca
Legge d'affanno, ed
inesausta fonte
Di bontà, di clemenza e di
perdono.
Fremean per lo profondo etra
le schiere
Luminose dei Saggi; da
l'opaca
Terra sorgean, che parean
fiamme vive,
Le vittime dei Numi, e tutti
a un grido
La giustizia chiedean. Pende
dal labbro
Di Lucifero il Fato; a lui
dintorno
Stanno i secoli. Al Dio, che
si trasforma
Tranquillamente egli
favella:
- È antica
L'arte, per cui forme tu
cangi e nomi:
Rinnovarla or non giova!
Assai sembianze
Sostenemmo di Numi, a cui la
cieca
Fede de l'uom diè lunga vita
e impero.
A l'un error l'altro
successe; a un vôto
Fantasma altro fantasma; or
tocca il fine
Questa vicenda rea: l'ultimo
Iddio
Tu sei; con te, non pur la
forma e il nome,
Ma il pensiero di Dio ne
l'uom s'estingue! -
Così
dicendo (ed additava il sole,
Che sotto ai passi gli
sorgea), toccollo
De l'acuto suo raggio, e
parte a parte
Lo trapassò. Stridea, come
rovente
Ferro immerso ne l'onda, il
simulacro
Fuggitivo del Nume; e, a
quella forma
Che crepitando si scompone e
scioglie
Fumigante la calce a
l'improvviso
Tasto de l'acqua o del
mordente aceto,
Tale al raggio del Ver
struggeasi il vano
Fantasima; e in vapore indi
converso,
Tremolando si sciolse, e
all'aria sparve.
Così
moría l'Eterno. Ai consuëti
Balli movean gli antichi
astri; dal cielo
Luminose partían come in
trionfo
Le Magne Ombre dei Sofi, e a
tutti innanzi
Lucifero. Arrivò co'l Sol
novello
Sul Caucaso nevato, ove al
soffrente
D'adamantino cor figlio di
Temi:
- Lèvati, disse, il gran
tiranno è spento! -
FINE.
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